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Dizionario di dottrina
sociale della Chiesa

LE COSE NUOVE DEL XXI SECOLO

Fascicolo 2023, 1 – Gennaio-Marzo 2023

Prima pubblicazione online: Marzo 2023

ISSN 2784-8884

DOI 10.26350/dizdott_000111

Disuguaglianza: perché preoccuparsene Inequality: Why worry about it

di Andrea Boitani

Abstract:

ENGLISH

Dovremmo preoccuparci della disuguaglianza e non solo della povertà. Una diseguaglianza economica elevata tende a perpetuarsi, a trasformarsi in indifferenza sociale, a disgregare le comunità e mettere in pericolo la democrazia, oltre a far male alla crescita. La disuguaglianza dei risultati si trasforma in disuguaglianza delle opportunità per le generazioni successive. Data la difficoltà degli interventi redistributivi, sono necessarie politiche pre-distributive che riducano le disuguaglianze di mercato, senza puntare all’egualitarismo assoluto.

Parole chiave: Disuguaglianza, Povertà, Uguaglianza di opportunità, Redistribuzione, Pre-distribuzione
ERC: SH1_13; SH3_2

ITALIANO

We should be concerned about inequality and not just poverty. High economic inequality tends to perpetuate itself, turn into social indifference, disintegrate communities, and endanger democracy, as well as hurt growth. Inequality of outcomes turns into inequality of opportunity for subsequent generations. Given the difficulty of redistributive interventions, pre-distributive policies that reduce market inequality are needed, without aiming for absolute egalitarianism.

Keywords: Inequality, Poverty, Equality of opportunity, Redistribution, Pre-distribution
ERC: SH1_13; SH3_2

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Disuguaglianze che crescono e che si riducono

Quando il Santo Padre Paolo VI vergava la Populorum progressio, nel 1967, la disuguaglianza che più preoccupava era quella tra i popoli: «i popoli della fame interpellano oggi in maniera drammatica i popoli dell’opulenza» (1). A preoccupare era un’eccessiva disparità nella crescita economica: «i popoli ricchi godono di una crescita rapida, mentre lento è lo sviluppo di quelli poveri» (8). Quella grande enciclica veniva alla luce nel mezzo dei trenta anni gloriosi durante i quali la crescita impetuosa dei Paesi ricchi si era accompagnata a una più equa distribuzione dei redditi e a una riduzione delle disuguaglianze all’interno degli stessi Paesi ricchi, mentre crescevano le disuguaglianze tra i cittadini dei Paesi ricchi e quelli dei Paesi poveri. A partire dagli anni ’80 del secolo scorso, centinaia di milioni di persone sono uscite dalla povertà assoluta (definita oggi da un reddito spendibile inferiore a 1,90 $ al giorno), grazie in particolare alla crescita dei due giganti asiatici (Cina e India). Se nel 1990 c’erano oltre 2 miliardi di persone che non avevano da mangiare, nel 2020 (prima della pandemia) gli affamati nel mondo erano scesi a 700 milioni. Certamente, è uno dei meriti che vanno riconosciuti alla globalizzazione, anche se – guardando a una soglia di povertà appena più ragionevole (5,5 $ al giorno) – troviamo ancora oggi 3,4 miliardi di persone povere. Che si trovano in posizione di estrema fragilità a fronte di grandi pandemie (come quella del Covid-19) (vedi voce Crisi pandemica e povertà), di guerre, crisi energetiche. Esposti ai venti del caso e agli uragani del disastro, per usare l’efficace espressione del presidente americano Franklin Delano Roosevelt.

Allo stesso tempo, sono cresciute le disuguaglianze all’interno dei Paesi ricchi (vedi voce Povertà e diseguaglianza: una prospettiva globale). Soprattutto si sono ingigantite le differenze tra chi si trova in cima alla scala dei redditi (e ancor più della ricchezza) e chi si trova sui gradini più bassi. Negli Stati Uniti d’America, le quote del decile (10%) della popolazione con redditi (prima della tassazione) più elevati e il 50% con redditi più bassi si equivalevano nel 1980 (circa 20% del totale). Nel 2021 la quota del decile più povero era scesa sotto il 14% e quella del decile più ricco era salita al 45,6%. In Italia, invece, i redditi (prima della tassazione) del “top 10%” erano pari al 24% di tutto il reddito prodotto nel 1980, mentre al 50% più povero, toccava il 26%. Nel 2001, la quota dei più ricchi era salita al 36%. Quella del 50% più povero era scesa al 16,5%. Dal 2001 al 2020 la quota del primo decile si è un po’ ridotta (32% nel 2020) e quella del 50% più povero è tornata a crescere un poco (20,7% nel 2020). L’incidenza della povertà assoluta (misurata dalla quota delle famiglie che possono spendere per consumi meno del costo di un paniere di beni ritenuto necessario) è rimasta pressoché costante tra 2005 e 2010 (4%), ma è raddoppiata tra il 2011 e il 2020 (7,9%).

Le tendenze degli ultimi quarant’anni, con riferimento all’Italia, mostrano un significativo aumento della disuguaglianza soprattutto all’interno dei redditi da lavoro. Fra il 1980 e il 2017, l’indice di Gini (che va da 0, perfetta uguaglianza, a 1, completa concentrazione del reddito nelle mani di un solo individuo) delle retribuzioni lorde annue dei lavoratori dipendenti da aziende private è passato da 0,350 a 0,423. È cioè aumentato di circa il 21%. Tra 1990 e 2017 i dipendenti con retribuzioni inferiori al 60% di quella mediana sono passati dal 25,6% al 30,6% del totale, mentre quelli con stipendi superiori a 10 volte il livello mediano sono raddoppiati: dall’1% al 2% (Inps, XVIII Rapporto Annuale, 2019).

I dati disponibili mostrano che la disuguaglianza è aumentata in modo anche più rilevante se si guarda alla ricchezza accumulata, qualsiasi ne sia la forma. La quota di ricchezza dell’1% più ricco della popolazione, in Italia, è passata dal 18% del 1995 al 25% del 2016 e quella del 10% più ricco dal 48% al 62%. In Italia, inoltre, è molto forte anche la disuguaglianza di reddito e ricchezza tra i territori (Centro-Nord e Mezzogiorno) ed è differenziata la disuguaglianza all’interno dei territori (maggiore al Sud che al Centro Nord).

Perché le disuguaglianze contano

Non dovremmo preoccuparci soltanto della povertà, lasciando stare le disuguaglianze? Tanto più che la prima, almeno in Italia, sembra in aumento, mentre la seconda appare negli ultimi venti anni sostanzialmente costante, se non in lieve flessione. Chi parla sempre di disuguaglianza non è soltanto roso dall’invidia per quelli che guadagnano di più o hanno una ricchezza più grande della sua? Il sottotesto di questa affermazione è: l’invidia non è un sentimento buono e nobile; quindi, occuparsi della disuguaglianza non è né buono né nobile. Occuparsi della povertà, invece, è buono e nobile.

In realtà, la gente si confronta continuamente con i propri “pari”, cioè coloro che appartengono alla stessa comunità, sia essa locale, professionale, nazionale. Questo implica che, in un modo o in un altro, il reddito e – più in generale – il benessere degli altri ci interessa e influenza il nostro stesso benessere: stiamo bene se gli altri stanno bene e stiamo male se gli altri soffrono. Siamo, insomma, empatici. D’altra parte, la preoccupazione per i poveri non nasce proprio dal nostro interessamento per gli altri? E se diciamo che i poveri ci interessano perché un minimo vitale, di sopravvivenza, deve essere garantito a tutti, non è come se dicessimo che ci interessa solo il benessere di chi sta al di sotto di una certa soglia, mentre quello di tutti gli altri no? In realtà – ha notato Branko Milanovic (2007, p. 10) – «recenti studi sulla felicità hanno trovato che, in ogni istante del tempo, la felicità cresce col reddito […]. Tuttavia, nel corso del tempo e nonostante redditi molto più alti per tutti – poveri, classi medie e ricchi – il livello di felicità non cambia. L’implicazione è che per la felicità conta il reddito relativo, non quello assoluto». Non potrebbe essere il senso di giustizia, l’idea che tutti siamo nati con uguale diritto alla dignità e alla felicità, piuttosto che la livida invidia, a farci preoccupare per la disuguaglianza?

Un altro argomento per sminuire l’importanza delle politiche di contrasto della disuguaglianza è, come detto, che essa non starebbe aumentando. In realtà, ci sono motivi per cui alcuni indicatori della disuguaglianza (come il citato indice di Gini) possono non cogliere i cambiamenti quando essi siano concentrati soprattutto nelle “code” della distribuzione. E ciò perché i dati in base ai quali quegli indici sono calcolati sono il frutto di indagini campionarie. Il rischio è che il mondo dei campioni rappresenti male quello reale, in particolare sottostimi i molto poveri e i molto ricchi che possono facilmente sfuggire a un corretto campionamento. L’eventuale mancato aumento dell’indice di disuguaglianza dipende, inoltre, dal punto iniziale a partire dal quale si calcola la variazione. E se, per caso, la disuguaglianza era molto alta all’inizio e tale è rimasta, non c’è motivo di essere tranquilli solo perché non è aumentata. Se la disuguaglianza nel Paese X è più alta che negli altri Paesi con cui si è soliti confrontarsi, la sua costanza nel tempo non dovrebbe indurre a rilassarsi.

È più che fondato il sospetto che, anche se la disuguaglianza di reddito non aumenta, possano aumentare le disuguaglianze di benessere (vedi voce Disuguaglianza dei redditi). Il benessere dipende non solo dal reddito, ma anche dall’accesso ai servizi di welfare. Si pensi all’istruzione, alla formazione professionale (vedi voce Istruzione e formazione professionale), alla sanità, ai servizi di cura degli anziani e dell’infanzia. Se l’accesso a tali servizi diviene più difficoltoso e più costoso, si riduce il benessere di (e aumentano i rischi corsi da) coloro che hanno redditi più bassi, anche se non si ampliano le distanze di reddito. Inoltre, la disuguaglianza di ricchezza (costante o crescente che sia) contribuisce ad ampliare la distanza di benessere, che dipende anche dalla certezza e dal costo dell’abitare e, quindi, dal possesso dell’abitazione. Quindi, è errato concludere che, se la disuguaglianza di reddito sembra non aumentare, non c’è niente di cui preoccuparsi.

Infine, la disuguaglianza fa male alla crescita economica. Difficile quantificare di quanto si riduca la crescita della produttività, e quindi la crescita tout court, a causa della disuguaglianza. Ma esistono numerose stime che l’impatto della disuguaglianza sulla crescita, anche nel lungo periodo, è forte e negativo nei Paesi OCSE, a causa dell’impatto negativo sull’accumulazione di capitale umano. Recentemente, l’Institute of Economic and Social Research della Hans Böckler Stiftung (collegata ai sindacati tedeschi) ha calcolato che la Gran Bretagna detiene il record: tra il 1990 e il 2010 la sua crescita avrebbe potuto essere dell’8,6% più alta di quanto è stata, senza l’aumento della diseguaglianza che si è verificato. Negli USA la perdita di crescita dovuta all’aumento della disuguaglianza è stimata al 6%, appena sotto l’Italia (6,6%) e sopra la Germania (5,7%). La relazione tra disuguaglianza e crescita economica è stata a più riprese indagata da un gruppo di ricercatori del Fondo Monetario Internazionale, guidati da Jonathan Ostry. Viene confermato che la disuguaglianza influenza negativamente la crescita, considerando un larghissimo campione di Paesi e un periodo di tempo molto lungo. Ma c’è di più: la disuguaglianza di oggi aumenta la probabilità che la crescita nei prossimi anni sia di breve durata. Quindi la disuguaglianza impatta negativamente anche sulla sostenibilità della crescita nel tempo.

I rischi sociali e politici della disuguaglianza

Con un’elevata disuguaglianza, ovvero con un’ampia distanza tra chi sta in cima alla scala e chi occupa i gradini intermedi o quelli più bassi, la vita dei ricchi diviene fisicamente e socialmente separata da quella del ceto medio e dei poveri. I ricchi dell’America Latina o dell’Africa – che vivono in quartieri e compound rigidamente chiusi e spesso militarmente presidiati – possono essere proprio su un pianeta diverso da quello in cui vive la “gente normale”. Ma anche dove i quartieri dei ricchi e quelli degli “altri” sono separati solo dall’incerto confine di una strada o di un giardino – come a Londra e in altre metropoli occidentali – i mondi degli uni e degli altri possono essere tra loro alieni. Ci ricorda il sociologo Göran Therborn che a Londra la durata media della vita si sta sempre più divaricando tra quartieri ricchi e quelli poveri. «Se ci si sposta verso est sulla linea Jubilee della metropolitana, l’aspettativa di vita dei residenti diminuisce di sei mesi a ogni fermata» (Therborn, 2013, p. 82). L’uso e l’abuso di alcol e tabacco spiegano statisticamente queste differenze. Ma perché le cattive abitudini di vita aumentano al crescere del divario di reddito e ricchezza (e quindi nel tempo)? C’entra anche il fatto che chi sta in basso nella scala sociale perde molta della possibilità di controllo sul futuro della propria vita (come ci suggerisce Therborn) e chi sta in alto perde attenzione e interesse per chi è in basso e lontano dagli occhi.

A ciò va aggiunto che, più ampio è il distacco tra i pochi super-ricchi e l’enorme platea dei ceti medio-bassi, tanto maggiore sarà il potere che i primi potranno esercitare per mantenere invariati i propri privilegi, opponendosi a qualsiasi redistribuzione e, anzi, per reclamare una riduzione della pressione fiscale sui loro redditi e le loro ricchezze, minacciando di trasferirle in Paesi che li trattino con occhi di riguardo. La disuguaglianza crea fratture e divari di potere nella società moderna che possono minare la stabilità stessa dei sistemi democratici, alimentando tensioni sociali dagli esiti incerti e potenzialmente disgreganti.

Gli invisibili confini della disuguaglianza, non meno di quelli visibili, rendono più difficile il coinvolgimento dei ricchi nelle politiche di aiuto ai poveri. La disuguaglianza (specie quando molto elevata) può, in altri termini, ispessire lo schermo che permette di non vedere la povertà e conduce a non curarsene senza troppi rimorsi di coscienza. Un tema messo a fuoco dal Santo Padre Francesco nell’esortazione apostolica Evangelii gaudium del 2013: «quasi senza accorgercene, diventiamo incapaci di provare compassione dinanzi al grido di dolore degli altri, non piangiamo più davanti al dramma degli altri né ci interessa curarci di loro» (54).

Già nel lontano 1931, lo storico e statistico inglese Richard Tawney scriveva: «la cosa insopportabile non è che un uomo possa guadagnare più di un altro, perché questi dettagli contabili possono essere dimenticati o ignorati lì dove uno stesso ambiente, una educazione comune e delle forme di vita condivise hanno creato un’atmosfera di rispetto e di considerazione. La cosa insopportabile è che alcune classi possano essere escluse dai vantaggi della civiltà di cui altri godono e che il senso di appartenenza a una stessa umanità, che è la questione decisiva, sia messa in discussione a causa di situazioni economiche diverse» (Tawney, 1931, 260). Questa è una disuguaglianza davvero inaccettabile.

Basta l’uguaglianza dei punti di partenza?

Milton Friedman si aggrappava all’uguaglianza dei punti di partenza o “delle opportunità”. Fatta salva quell’uguaglianza, le disuguaglianze effettive, o di risultato, non dovrebbero interessarci più di tanto. La vita è come una gara di corsa: tutti devono poter partire sulla stessa linea e correre con le stesse regole. A vincere sarà chi ha più talento e/o si è meglio allenato e quindi sarà capace di correre più veloce. Non importa se al primo arrivato spettano ricompense enormemente più alte che al secondo, al terzo e al penultimo. Ovvero, non è importante la disuguaglianza dei risultati. L’importante è che nessuno sia partito con vantaggi o handicap arbitrari, legati al colore della pelle, al genere, alla religione, al privilegio di casta, alla nazionalità. In questo consiste(rebbe) l’ideale politico liberale.

L’uguaglianza dei punti di partenza è una declinazione del più generale concetto di uguaglianza di opportunità. Di fatto, coincide con «l’uguaglianza di opportunità di partecipare alla pari nel mercato» (Granaglia, 2022). Il che significa che le probabilità di successo nel mercato non devono dipendere dalle origini famigliari (e quindi dalla cultura e dalla ricchezza ereditate) e dalle responsabilità famigliari (cura degli anziani e dei piccoli, per esempio) che ciascuno di noi ha in diversa misura. Anche per assicurare veramente l’uguaglianza dei punti di partenza è necessario attuare delle politiche pubbliche, per esempio per l’istruzione e per il contrasto della povertà giovanile, ma anche per i servizi di cura degli anziani e dei minori, al fine di consentire la effettiva possibilità di lavorare, soprattutto alle donne. Solo il raggiungimento della pari opportunità di accesso al mercato giustificherebbe le disuguaglianze che, successivamente, si dovessero sviluppare nel mercato, dovute a differenze di talento e di sforzo individuale.

Secondo Tony Atkinson – uno dei massimi studiosi delle disuguaglianze – ci sono buoni motivi per cui l’uguaglianza delle opportunità non basta. Uno dei motivi è che qualcuno, nella corsa, può inciampare e finire in povertà. Impegnarsi a fondo non basta: ci vuole anche fortuna. Non dovremmo preoccuparci e aiutare chi ha avuto sfortuna? Ma il motivo più rilevante «per non trascurare la disuguaglianza di esiti è che essa influenza direttamente l’uguaglianza di opportunità per la prossima generazione. Gli esiti ex post di oggi danno forma al campo di gioco ex ante di domani: chi beneficia della disuguaglianza di esiti oggi può trasmettere un vantaggio iniquo ai propri figli domani» (Atkinson, 2015, p. 15). Insomma, la disuguaglianza di esiti, anche quando raggiunta in virtù di talento, di sforzo, di merito personale, tende a perpetuarsi, a essere ereditata e, quindi a vanificare la futura uguaglianza dei punti di partenza. Le persone che sono riuscite a ottenere solo redditi medio-bassi (e non hanno accumulato un patrimonio) riescono a dare ai loro figli solo una frazione di quello che i ricchi danno ai loro in termini di accesso all’istruzione e ciò, di per sé, crea una disuguaglianza di opportunità. La tesi di Atkinson è clamorosamente confermata dai dati disponibili, che indicano l’esistenza di una correlazione positiva tra la diseguaglianza corrente e la sua trasmissione intergenerazionale. Nei Paesi dove la disuguaglianza (di esiti) è maggiore, la mobilità economica è più bassa e quindi è maggiore la probabilità di essere ricchi se già lo era la propria famiglia di origine.

Ancora, secondo Atkinson (2015, p. 14), «la maggior parte delle persone troverebbe inaccettabile ignorare completamente quello che succede dopo il segnale di partenza. I singoli possono impegnarsi a fondo ma avere sfortuna. Supponiamo che qualcuno inciampi e finisca in povertà. In qualsiasi società umana gli si fornirebbe un aiuto. Inoltre, molti sono convinti che tale aiuto debba essere offerto senza stare a indagare perché quella persona si è ritrovata in difficoltà». Gli esiti sono dunque importanti anche perché «non possiamo ignorare quelli per i quali l’esito consiste in una situazione difficile, anche nel caso in cui esistesse uguaglianza di opportunità ex ante». L’autentica uguaglianza di opportunità non richiede un ugualitarismo assoluto (del resto irrealizzabile e anche indesiderabile), ma implica inevitabilmente tenere conto degli esiti, nella misura in cui essi determinano le effettive opportunità lungo il percorso e non solo quelle all’inizio della “gara”.

Detto altrimenti, l’uguaglianza delle opportunità deve essere continuamente ricreata attraverso le appropriate politiche re-distributive e pre-distributive. Tra le prime vanno annoverate le politiche fiscali (tassazione progressiva dei redditi e dei patrimoni) e le politiche di welfare (di cui la politica della salute è aspetto importantissimo – vedi voce Sistemi sanitari e cura della persona). In ragione delle difficoltà che incontrano le politiche direttamente redistributive, della ritrosia con la quale ci si accosta alle questioni fiscali, della trasversale demagogia del divieto di “mettere le mani in tasca ai cittadini”, del timore che il welfare sia finanziariamente (o politicamente) insostenibile, da qualche anno è cresciuto l’interesse per il ruolo che può essere svolto dalle politiche pre-distributive, e in particolare, dalla politica della concorrenza. Essa, infatti, può contribuire (almeno) alla riduzione delle disuguaglianze di risultato che si producono nel mercato, cioè prima dell’intervento redistributivo dello Stato. Nella misura in cui possa contribuire anche alla creazione (e alla continua ri-creazione) di un levelled-playing-field, la concorrenza aiuterebbe anche a contrastare la disuguaglianza di opportunità.


Bibliografia
• Atkinson A. (2015), Disuguaglianza. Che cosa si può fare?, Cortina.
• Granaglia E. (2022), Uguaglianza di opportunità. Sì, ma quale?, Laterza.
• Milanovic B. (2007), Why we all care about inequality (but are loath to admit it), «Challenge», novembre/dicembre.
• Tawney R. (1931), Equality, Allen & Unwin.
• Therborn G. (2013), The Killing Fields of Inequality, Polity Press.


Autore
Andrea Boitani, Università Cattolica del Sacro Cuore (andrea.boitani@unicatt.it)