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Fascicolo 2021, 1 – Gennaio-Marzo 2021
Prima pubblicazione online: Marzo 2021
ISSN 2784-8884
DOI 10.26350/dizdott_000017
Abstract:
ENGLISH
Sebbene talora (immeritatamente) negletto rispetto ad altre disposizioni, l’art. 35 Cost. prevede che la Repubblica si impegni a curare «la formazione e l’elevazione professionale dei lavoratori». Tematica quella della formazione professionale la cui necessità è ben evidenziato dal magistero sociale della Chiesa, e che appare ancora di più fondamentale in un mercato del lavoro che deve confrontarsi con cambiamenti tecnologici che – a differenza che nel passato – si misurano in (pochi) anni e non più in generazioni. Mettere al centro la persona che lavora passa pertanto anche dal riconoscimento – già avutosi in alcuni contratti collettivi ma che forse dovrebbe essere rivitalizzato con ancora maggior forza dal legislatore – di un vero e proprio diritto soggettivo alla formazione continua, che possa esercitarsi anche all’esterno del luogo di lavoro, anche tramite l’ampliamento dei permessi per il diritto allo studio.
Parole chiave: Lavoro, Istruzione, Formazione professionale, Costituzione
ERC: SH2_4
ITALIANO
Article 35 of the Italian Constitution, which is sometimes less studied than other provisions, establishes that the Republic undertakes to provide for «the training and professional advancement of workers». The relevance of professional training is well highlighted by the Social Doctrine of the Church and nowadays the issue appears even more fundamental in a labour market in which technological changes are measured in (a few) years and no more in generations. Recognizing the central relevance of the working person should imply also a legal definition of the right to continuous training, which can also be exercised outside the workplace, even with an extension of leave for study purposes.
Keywords: Work, Education, Professional education, Italian Constitution
ERC: SH2_4
Persona e cura della professionalità nel mondo del lavoro
I sistemi di istruzione e formazione professionale si basano sull’assunto che la leva effettiva dell’accesso al lavoro risieda nel complesso di conoscenze e competenze acquisite dalla persona nei percorsi educativi e formativi. In altri termini, l’istruzione e la formazione professionale si comprendono alla luce della centralità del lavoro. “Il grande tema è il lavoro. Ciò che è veramente popolare – perché promuove il bene del popolo – è assicurare a tutti la possibilità di far germogliare i semi che Dio ha posto in ciascuno, le sue capacità, la sua iniziativa, le sue forze” (Fratelli tutti, 2020, 162).
Storicamente la questione si pone in senso moderno a partire dall’industrializzazione, che ha aperto a una nuova definizione del rapporto fra lavoro e umanesimo cristiano, in ottica di sviluppo. “Necessaria all’accrescimento economico e al progresso umano, l’introduzione dell’industria è insieme segno e fattore di sviluppo. Mediante l’applicazione tenace della sua intelligenza e del suo lavoro, l’uomo strappa a poco a poco i suoi segreti alla natura, favorendo un miglior uso delle sue ricchezze. Mentre imprime una disciplina alle sue abitudini, egli sviluppa del pari in se stesso il gusto della ricerca e dell’invenzione, l’accettazione del rischio calcolato, l’audacia nell’intraprendere, l’iniziativa generosa, il senso della responsabilità” (Populorum progressio, 2020, 25).
Frequente nella dottrina sociale è la sottolineatura dell’importanza dei processi di acquisizione delle capacità professionali, anche come forma di miglioramento delle condizioni della persona, in coerenza con il concreto impegno tradizionalmente profuso in tal senso dalla Chiesa e dai suoi ordini. “Il mantenimento dell’occupazione dipende sempre di più dalle capacità professionali” (Compendio della dottrina sociale della Chiesa, 2004, 290, con riferimento a Gaudium et spes, 1966, 66); “ai nostri giorni, più che a diventare proprietari di beni, si aspira ad acquistare capacità professionali” (Mater et magistra, 1961, 93). E in tempi di crisi l’attenzione va alle politiche di riqualificazione professionale anche perché “capaci di facilitare il passaggio dei lavoratori da settori in crisi ad altri in sviluppo” (Centesimus annus, 1991, 15).
Educazione e contrasto alla disoccupazione
Il principio “agire contro la disoccupazione”, al netto della formazione professionale acquisita, è ripreso proprio in relazione alla formazione professionale: “essa [la disoccupazione] diventa un problema particolarmente doloroso, quando vengono colpiti soprattutto i giovani, i quali, dopo essersi preparati mediante un’appropriata formazione culturale, tecnica e professionale, non riescono a trovare un posto di lavoro e vedono penosamente frustrate la loro sincera volontà di lavorare e la loro disponibilità ad assumersi la propria responsabilità per lo sviluppo economico e sociale della comunità”. E a tal fine si richiama espressamente la necessità di “un adatto sistema di istruzione e di educazione, che prima di tutto abbia come scopo lo sviluppo di una matura umanità, ma anche una specifica preparazione ad occupare con profitto un giusto posto nel grande e socialmente differenziato banco di lavoro” (Laborem exercens, 1981, 18).
Netta la denuncia della mancanza di opportunità lavorative imputabili anche alla carenza di conoscenze. “Di fatto, oggi molti uomini, forse la maggioranza, non dispongono di strumenti che consentono di entrare in modo effettivo ed umanamente degno all’interno di un sistema di impresa, nel quale il lavoro occupa una posizione davvero centrale. Essi non hanno la possibilità di acquisire le conoscenze di base, che permettono di esprimere la loro creatività e di sviluppare le loro potenzialità, né di entrare nella rete di conoscenze ed intercomunicazioni, che consentirebbe di vedere apprezzate ed utilizzate la loro qualità” (Centesimus annus, 33).
Aprendo lo sguardo al fondamento educativo dell’istruzione e della formazione professionale si risale alla importanza di una educazione integrale “mediante la coltivazione delle virtù fondamentali della giustizia e della carità” (Compendio, 242), tenuto conto che “l’educazione cristiana deve essere integrale, e cioè estendersi ad ogni serie di dovere; e però deve pure tendere a che nei fedeli nasca e si invigorisca la coscienza del dovere di svolgere cristianamente anche le attività a contenuto economico e sociale” (Mater et magistra, 210).
Luoghi e ambiti dell’istruzione e della formazione
Quanto ai luoghi dell’educazione, e in primis alla famiglia, nella Laudato si’ (2015) si scrive direttamente che “gli ambiti educativi sono vari: la scuola, la famiglia, i mezzi di comunicazione, la catechesi, e altri. Una buona educazione scolastica nell’infanzia e nell’adolescenza pone semi che possono produrre effetti lungo tutta la vita. Ma desidero sottolineare l’importanza centrale della famiglia” (213). A partire dall’educazione, la famiglia assume un significato specifico proprio in tema di istruzione e formazione professionale: culla dell’avvio all’apprendimento scolastico, universitario e professionale, e prima comunità di sostegno morale e materiale volto ad assicurare le condizioni per intraprenderne il percorso.
Direttamente sul lavoro si sviluppano ugualmente importanti opportunità di formazione professionale, sia per via delle esperienze di apprendimento on the job, sia tramite la formalizzazione di una contrattualistica del lavoro espressamente finalizzata alla alternanza fra momenti di lavoro e di formazione professionale, come è tipico dell’apprendistato e prima ancora di esperienze non strettamente lavorative come gli stage. Il diritto del lavoro ha sempre favorito la diffusione di queste esperienze di formazione continua, anche tramite politiche fiscali specificamente orientate alla riduzione dei costi dei contratti di lavoro formativi, specificamente destinati ai giovani, in risposta anche alle esigenze delle imprese di coltivare al proprio interno figure professionali alle quali assicurare sviluppi di carriera, oltre che stabilità dell’impiego.
L’obiettivo di porre tutti e tutte nelle condizioni concrete di accedere ai sistemi di istruzione e formazione professionale, prima, e alla formazione continua poi, diventa parte essenziale delle politiche del lavoro, senza le quali fallirebbe il disegno di rimozione degli ostacoli economici e sociali che “impediscono il pieno sviluppo della persona umana e l’effettiva partecipazione di tutti i lavoratori all’organizzazione politica, economica e sociale”, come testualmente avverte l’art. 3 della stessa Costituzione italiana, mentre afferma il principio di uguaglianza. Per la inclusione di coloro che sono in difficoltà nell’accedere al sistema scolastico e di formazione professionale occorre distinguere fra le pratiche discriminatorie e, più insidiose, le esperienze di marginalizzazione ed esclusione, che giocano sulle falle delle attività di orientamento, sui limiti persistenti di una cultura delle pari opportunità, sulla scarsità di salute, intelletto e risorse che impedisce a molti/e l’accesso agli studi e alle esperienze formative professionalizzanti.
A tutto questo è compito della Repubblica rispondere, ancora una volta, con azioni positive di correzione dei diversi punti di partenza in senso compensativo e redistributivo delle opportunità, e quindi di diffusione di elementi di giustizia sociale, il che, è dire lo stesso, di solidarietà. La risposta concreta fa appello, sul piano giuridico, alla responsabilità diffusa di assicurare borse di studio e facilities in grado di orientare e permettere l’accesso di tutti alla scuola e alla formazione professionale, con beneficio anche in termini di bene comune, per il valore intrinseco della diffusione della cultura e delle abilità tecniche e scientifiche in termini di esercizio effettivo delle libertà costituzionali, realmente permesse dai mezzi economici che i proventi del lavoro assicurano.
Pubblico e privato al servizio della crescita personale e professionale dell’individuo
In Italia sia l’istruzione sia la formazione professionale sono oggetto di un esplicito richiamo della Costituzione che garantisce all’art. 33 l’impegno della Repubblica a dettare le norme generali sull’istruzione e ad istituire scuole statali per tutti gli ordini e gradi, liberi tutti gli enti e i privati di istituire scuole ed istituti di istruzione cosiddetti paritari rispetto agli enti pubblici, statali e non. Ne sono protagonisti quindi anche i corpi intermedi, che è necessario “godano di una effettiva autonomia nei confronti dei poteri pubblici, e perseguano i loro specifici interessi in rapporto di leale collaborazione fra essi, subordinatamente alle esigenze del bene comune” (Mater et magistra, 52). Il tema dell’istruzione interseca quindi la realtà di una quantità notevole di istituti di istruzione e formazione che dalle scuole alle università contribuiscono alla trasmissione della conoscenza sulla base della finalità ultima di ricerca della verità (sulle università cattoliche cfr. Ex corde ecclesiae, 1990).
Parimenti la Repubblica nell’art. 35 è impegnata alla cura della formazione ed elevazione professionale dei lavoratori, in stretta relazione con il principio, appena prima dichiarato, della tutela del lavoro in tutte le sue forme ed applicazioni. Essa affida allo Stato come alle Regioni, in Italia, il perseguimento di politiche di istruzione e formazione professionale inclusive del ruolo degli attori privati, secondo un riparto di competenze legislative che assegna allo Stato l’esclusiva delle “norme generali sull’istruzione”, a Stato e Regioni, nella forma della competenza concorrente, l’ “istruzione”, e direttamente alle Regioni la materia “della istruzione e della formazione professionale” (art. 117, cc. 2-3).
L’impegno pubblico e privato si dispiega qui nell’ambito del più ampio spettro delle attività volte a favorire la socializzazione, che “è a un tempo riflesso e causa di un crescente intervento dei poteri pubblici anche in settori tra i più delicati, come quelli concernenti le cure sanitarie, l’istruzione e l’educazione delle nuove generazioni, l’orientamento professionale, i metodi di ricupero e di riadattamento di soggetti comunque menomati” (Mater et magistra, 46). Nel fenomeno della socializzazione rientra infatti la soddisfazione di molteplici diritti della persona, specialmente quelli detti economico-sociali, quali fra gli altri proprio quelli “a una istruzione di base più elevata, a una formazione professionale più adeguata, all’abitazione, al lavoro, a un riposo conveniente, alla ricreazione” (Mater et magistra, 47).
La promozione dei diversi aspetti dell’educazione
La distinzione classica fra istruzione e formazione si è affievolita nel tempo e risente oggi della sovrapposizione concettuale fra le due sfere anche come conseguenza del forte impatto delle innovazioni tecnologiche sui processi produttivi e a ritroso sulla domanda di competenze professionali. Questo processo ha da un lato ampliato la permeabilità dei mercati del lavoro sganciandoli dai confini di rigidi percorsi di istruzione e formazione orientati ad un solo tipo di qualifica professionale, anche per via della incidenza delle cosiddette soft skills sull’incrocio fra domanda e offerta di lavoro. D’altro lato il medesimo processo ha determinato una sempre maggior diffusione di necessarie competenze tecniche, ora informatiche e telematiche, persino robotiche, fra quelle richieste nel mondo del lavoro. In questa logica, e piegando la tecnologia al servizio della persona, non viceversa, l’intelligenza artificiale torna nei confini dello strumento di lavoro, seppur in senso lato.
L’istruzione rinvia al valore della cultura e suo tramite alla partecipazione responsabile alla vita della comunità. “Scaturisce pure dalla natura umana il diritto di partecipare ai beni della cultura, e quindi il diritto ad un’istruzione di base e ad una formazione tecnico-professionale adeguata al grado di sviluppo della propria comunità politica”. E ancora: “Ci si deve adoperare perché sia soddisfatta l’esigenza di accedere ai gradi superiori dell’istruzione sulla base del merito; cosicché gli esseri umani, nei limiti del possibile, nella vita sociale coprano posti e assumano responsabilità conformi alle loro attitudini naturali e alle loro capacità acquisite” (Pacem in terris, 1963, 7).
“Ma pensiamo pure che l’accennata frattura nei credenti fra credenza religiosa e operare a contenuto temporale, è il risultato, in gran parte se non del tutto, di un difetto di solida formazione cristiana. Capita infatti, troppo spesso e in molti ambienti, che non vi sia proporzione fra istruzione scientifica e istruzione religiosa: l’istruzione scientifica continua ad estendersi fino ad attingere gradi superiori, mentre l’istruzione religiosa rimane di grado elementare” (Pacem in terris, 80). Questo principio è ripreso nella Caritas in veritate (2009), là dove dalla solidarietà si fa scaturire l’impegno a livello internazionale “nel continuare a promuovere, anche in condizioni di crisi economica, un maggiore accesso all’educazione, la quale, d’altro canto, è condizione essenziale per l’efficacia della stessa cooperazione internazionale”. Soprattutto “con il termine ‘educazione’ non ci si riferisce solo all’istruzione o alla formazione al lavoro, entrambe cause importanti di sviluppo, ma alla formazione completa della persona” (61).
Bibliografia
Napoli M. (ed.) (2004), La professionalità, Vita e Pensiero.
Pascucci P. (2008), Stage e lavoro. La disciplina dei tirocini formativi e di orientamento, Giappichelli.
Varesi P.A. (2017), Apprendistato, “Diritto on line”, Treccani.
Autore
Antonella Occhino, Università Cattolica del Sacro Cuore (antonella.occhino@unicatt.it)