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Fascicolo 2022, 1 – Gennaio-Marzo 2022
Prima pubblicazione online: Marzo 2022
ISSN 2784-8884
DOI 10.26350/dizdott_000074
di Luigi Campiglio, Sebastiano Nerozzi
Abstract:
ENGLISH
Questa voce esamina il rapporto fra povertà e diseguaglianza a partire dalla dottrina sociale della Chiesa, e indaga il paradosso per cui la notevole crescita economica a livello globale si è accompagnata ad una modesta riduzione della povertà e a condizioni di crescente diseguaglianza all’interno dei Paesi sia avanzati che in via di sviluppo. Infine si illustrano le responsabilità di governi, imprese e terzo settore nell’attuare politiche e pratiche che riducano la diseguaglianza e la povertà.
Parole chiave: Povertà, Diseguaglianza, Obiettivi di Sviluppo Sostenibile, Globalizzazione, Mobilità Sociale, Neoliberismo
ERC: SH1_3 Development economics; structural change; political economy of development SH3_2 Inequalities, discrimination, prejudice SH3_9 Poverty and poverty alleviation
ITALIANO
Starting from the social doctrine of the Church, this article examines the relationship between poverty and inequality, and investigates the paradox that significant global economic growth has been accompanied by a modest reduction in poverty and conditions of increasing inequality within both developed and developing countries. Finally, the responsibilities of governments, businesses and the third sector in implementing policies and practices that reduce inequality and poverty are outlined.
Keywords: Poverty, Inequality, Sustainable Development Goals, Globalization, Social Mobility, Neoliberalism
ERC: SH1_3 Development economics; structural change; political economy of development SH3_2 Inequalities, discrimination, prejudice SH3_9 Poverty and poverty alleviation
Povertà e diseguaglianza alla luce delle dottrina sociale della Chiesa
Fin dalle origini del cristianesimo l’attenzione e la cura dei poveri sono stati un tratto caratterizzante della vita della comunità cristiana e luogo teologico di incontro personale con il Dio rivelato in Gesù Cristo (Mt 25). In continuità con la tradizione ebraica il tema della povertà viene strettamente legato con quello della giustizia nei rapporti economici e sociali. Le iniquità e le diseguaglianze estreme sono oggetto di stigma all’interno della comunità: ricchezza e povertà non sono due realtà distinte, ma intimamente congiunte, derivanti dai comportamenti individuali nell’uso dei beni, con importanti implicazioni per la vita comunitaria e per il rapporto di ciascun fedele con Dio. La realtà della destinazione universale dei beni chiama la persona al loro uso sobrio e responsabile, alla condivisione e alla solidarietà in vista del bene comune.
Nei secoli successivi la tradizione patristica, il monachesimo e la riflessione scolastica hanno prodotto un ricchissimo pensiero sul rapporto fra povertà, diseguaglianza e giustizia, adattandolo con sapienza alle diverse circostanze storiche e al mutare dei rapporti sociali, politici ed economici (Fratelli tutti, 2020, 120).
Nella dottrina sociale della Chiesa la riflessione sui complessi legami fra diseguaglianza e povertà è andata approfondendosi e articolandosi, di fronte alle sfide poste dai processi di industrializzazione, modernizzazione e globalizzazione: da una parte il Magistero ha riconosciuto l’importanza dei miglioramenti portati da questi processi di sviluppo in termini di reddito, opportunità e qualità della vita per molte persone, ma, dall’altra, non ha esitato a denunciare le crescenti ineguaglianze fra Paesi e gruppi sociali, insieme con la persistenza di fenomeni di marginalizzazione e povertà diffusa in mezzo all’abbondanza: «All’inizio del nuovo millennio, la povertà di miliardi di uomini e donne è la questione che più di ogni altra interpella la nostra coscienza umana e cristiana. La povertà pone un drammatico problema di giustizia: la povertà, nelle sue diverse forme e conseguenze, si caratterizza per una crescita ineguale e non riconosce a ogni popolo “l’eguale diritto ‘ad assidersi alla mensa del banchetto comune’”. Tale povertà rende impossibile la realizzazione di quell’umanesimo plenario che la Chiesa auspica e persegue, affinché le persone e i popoli possano “essere di più” e vivere in “condizioni più umane”. La lotta alla povertà trova una forte motivazione nell’opzione, o amore preferenziale, della Chiesa per i poveri»(Compendio della dottrina sociale della Chiesa, 2004, 449).
Il ruolo del mercato: dall’ideologia alla responsabilità
Il principio dell’opzione preferenziale per i poveri viene ulteriormente approfondito dall’esortazione apostolica Evangelii gaudium (2013, 197-201), richiamato nella Laudato si’ (2015, 158) e nella Fratelli tutti (234). In questo contesto l’opzione preferenziale per i poveri è strettamente legata alla ricerca del bene comune e al superamento dell’economia dello scarto e dello spreco: solo promuovendo politiche economiche volte a risolvere il problema della povertà estrema è possibile realizzare una economia della fraternità, sostenibile e inclusiva, per affermare la dignità di ogni persona e il suo diritto ad accedere a un livello di vita dignitoso. Ideologica e illusoria viene invece giudicata la dottrina economica delle “ricadute favorevoli” (Evangelii gaudium, 54), meglio nota nella letteratura economica come “trickle-down effect” (“effetto gocciolamento”). Secondo questa teoria, il “gocciolamento” dell’acqua della crescita economica innalza il livello del mare e, con esso, tutte “le barche”, piccole e grandi, ricchi e poveri insieme. In questo quadro la diseguaglianza che si produce nel mercato, offrendo i giusti incentivi ai più ricchi e talentuosi, stimolerebbe la crescita e ridurrebbe la povertà.
Ben diversa è la prospettiva proposta da papa Francesco: «Il mercato da solo non risolve tutto, benché a volte vogliano farci credere questo dogma di fede neoliberale. Si tratta di un pensiero povero, ripetitivo, che propone sempre le stesse ricette di fronte a qualunque sfida si presenti. Il neoliberismo riproduce sé stesso tale e quale, ricorrendo alla magica teoria del “traboccamento” o del “gocciolamento” – senza nominarla – come unica via per risolvere i problemi sociali. Non ci si accorge che il presunto traboccamento non risolve l’inequità, la quale è fonte di nuove forme di violenza che minacciano il tessuto sociale» (Fratelli tutti, 168).
D’altra parte una economia basata sulla crescita sempre più rapida del consumo e dello spreco finisce per rompere i limiti posti dall’ambiente naturale, con ricadute globali che sono, spesso, più gravi proprio sui Paesi e i ceti sociali più poveri (Laudato si’, 48-52). Da qui, dunque, l’importanza di perseguire fin da subito politiche e strategie che, seguendo i principi di solidarietà e sussidiarietà, riducano sia la povertà che la diseguaglianza, rendendo possibili processi di sviluppo sostenibili e inclusivi per tutti (Evangelii gaudium, 204, 218): «Lo sviluppo non dev’essere orientato all’accumulazione crescente di pochi, bensì deve assicurare “i diritti umani, personali e sociali, economici e politici, inclusi i diritti delle Nazioni e dei popoli”. Il diritto di alcuni alla libertà di impresa o di mercato non può stare al di sopra dei diritti dei popoli e della dignità dei poveri; e neppure al di sopra del rispetto dell’ambiente, poiché “chi ne possiede una parte è solo per amministrarla a beneficio di tutti”»(Fratelli tutti, 122).
Gli obiettivi di sviluppo del Millennio
La Dichiarazione del millennio, firmata nel settembre 2000 da 189 Paesi aderenti all’ONU, ha definito per la prima volta, anche in termini quantitativi, una serie di obiettivi di sviluppo (Millenium Development Goals) verso i quali dirigere gli sforzi dei governi, delle imprese e della società civile. Anche se alla scadenza del 2015 i risultati erano incoraggianti in alcuni obiettivi e molto deludenti in altri, il processo è stato rilanciato e gli iniziali 8 MDGs sono stati ampliati a 17, gli attuali Sustainable Development Goals (SDGs) la cui scadenza è fissata per il 2030. Molti SDGs mirano a ridurre la povertà nelle sue diverse forme: fra questi la fine della povertà estrema (SDG 1), la riduzione dell’insicurezza alimentare e della denutrizione (SDG 2), l’accesso alle cure sanitarie e la riduzione della mortalità infantile (SDG 3), la diffusione e la qualità dell’educazione (SDG 5) e l’eguaglianza di genere (SDG 4), l’accesso all’acqua potabile (SDG 6), la riduzione della diseguaglianza (SDG 10). Molti dei restanti obiettivi riguardano la qualità delle istituzioni, la protezione della vita animale e dell’ambiente, che hanno ricadute importanti anche sulle condizioni di vita dei più poveri. Ogni obiettivo viene monitorato con il ricorso ad un’ampia batteria di indicatori il cui andamento è reso pubblico ogni anno, dando luogo a nuove analisi e raccomandazioni.
Dopo un ventennio dal loro primo lancio, molti del SDGs sono assai lontani dall’essere realizzati. I progressi più marcati sono stati nella riduzione della povertà estrema. Osservando le diverse soglie poste dall’ONU come indicatori della povertà assoluta, si è avuta, prima dell’emergenza pandemica, una flessione importante del numero di persone in povertà estrema. Nel complesso le persone che vivono in povertà estrema sono diminuite di 800 milioni rispetto al 2000, mentre sono rimaste sostanzialmente stabili quelle che vivono con meno di 3,2$ o 5,5$ al giorno (naturalmente misurati a parità di potere d’acquisto).
Figura 1 - Numero di poveri secondo le diverse soglie di povertà economica

Fonte: Maddison Project
Tuttavia si è trattato di un processo concentrato in pochi Paesi emergenti, che ha lasciato scoperti molti popoli e aree, ed è andato rallentando già prima della pandemia: la crisi del COVID-19, come denunciato dal Segretario generale dell’ONU, ha reso manifeste la lentezza, le carenze e la fragilità del percorso di avvicinamento agli SDGs: «Alcuni miglioramenti erano visibili: la quota di bambini e giovani che non andava a scuola era diminuita; l’incidenza di molte malattie trasmissibili era in calo; l’accesso all’acqua potabile gestita in modo sicuro era migliorato; e la rappresentanza delle donne nei ruoli di leadership era in aumento. Allo stesso tempo, tuttavia, il numero di persone che soffrivano di insicurezza alimentare ha continuato a crescere, l’ambiente naturale continua a deteriorarsi a un ritmo allarmante e persistono livelli drammatici di disuguaglianza in tutte le regioni. Il cambiamento non sta ancora avvenendo alla velocità o alla scala richiesta» (nostra traduzione da https://unstats.un.org/sdgs/report/2020/).
Globalizzazione e diseguaglianza
La globalizzazione degli ultimi trent’anni ha consentito ad alcuni Paesi di compiere notevoli passi in avanti sulla via dello sviluppo e a centinaia di milioni di persone di migliorare la propria condizione economica. Perché allora i risultati nella lotta alla povertà appaiono ancora così fragili? Rinviando all’apposita voce sulle cause della diseguaglianza, cerchiamo di illustrare qui i molteplici legami fra diseguaglianza e povertà.
In primo luogo i benefici della crescita economica si distribuiscono in modo molto diseguale, aumentando pochissimo il reddito disponibile per i più poveri. Il celebre “elefante” di Branco Milanovic ci dice che dal 1988 al 2008 i nuovi ceti medi nei Paesi emergenti hanno visto aumentare di oltre 60-70% il loro reddito (le spalle e la testa dell’elefante), in linea con il 2% più ricco della popolazione mondiale (la proboscide). Al contrario i lavoratori e i ceti medi dei Paesi sviluppati (la bocca dell’elefante) hanno visto ristagnare i loro redditi, insieme con i più poveri dei Paesi del Sud del mondo (la coda).
Guardando i dati di Milanovic in termini di quote (figura 3), possiamo vedere che il 2% più ricco della popolazione ha beneficiato del 52% dalla nuova ricchezza prodotta a livello mondiale, lasciando al resto del mondo meno della metà della torta, e il 50% più povero con solo il 10%: ciò significa che mediamente quando un individuo rappresentativo della metà più povera della popolazione mondiale (e di molti lavoratori nei nostri Paesi) guadagna un dollaro di reddito in più, un rappresentante del 2% più ricco ne guadagna 130. In termini aggregati, affinché la metà più povera della popolazione mondiale possa avere un dollaro in più di reddito (3,7 miliardi in tutto), la produzione e il consumo globale devono crescere di 37 miliardi di dollari, di cui oltre la metà (19 miliardi) andranno ad una élite di circa 148 milioni di persone (il famoso 2% di Milanovic).
La globalizzazione, dunque, porta benefici all’umanità, ma in modo inefficiente, squilibrato e instabile: se questi benefici fossero un po’ più diffusi, il passo dello sviluppo e della riduzione della povertà sarebbe più rapido e sicuro. Ma anche l’ambiente ne avrebbe un beneficio, perché la produzione e il consumo di beni e servizi necessari a portare sviluppo e lavoro a gran parte dell’umanità sarebbero minori.
Figura 2 - Distribuzione della crescita economica (1988-2008)

Fonte: C. Lakner, B. Milanovic, Global income distribution, From the Fall of the Berlin Wall to the Great recession, World Bank Policy Research Paper 6719, December 2013
Figura 3 - Distribuzione dei guadagni di reddito (1988-2008)

Fonte: United Nations, World Economic and Social Survey 2013, p. 29.
Capitale e lavoro
Un secondo fattore che alimenta sia la diseguaglianza che la povertà, pur in presenza di redditi crescenti, è dato dai cambiamenti nella distribuzione funzionale fra capitale e lavoro: dal 1970 a oggi la quota dei redditi da lavoro nei Paesi industrializzati è passata da circa il 55% al 50%, mentre nelle economie emergenti è scesa dal 39% al 37% (IMF 2017); contemporaneamente, nei Paesi del G20 la crescita dei salari reali è stata del 5% fra il 2000 e il 2013, mentre la produttività è aumentata (+17%). Profitti e rendite finanziarie sono dunque aumentati in modo più che proporzionale rispetto alla crescita del lavoro, rafforzando i detentori di ricchezza finanziaria e immobiliare, spesso grazie alla sola “magia dell’interesse composto”, come direbbe John M. Keynes. La più facile tassazione del lavoro rispetto al capitale, sempre più mobile e protetto da paradisi fiscali e concorrenza fiscale fra Stati, sostiene ulteriormente la crescita dei divari e restringe i margini di manovra per politiche redistributive da parte dei governi.
D’altra parte anche il mercato del lavoro è divenuto sempre più diseguale: dal 1965 al 2015 negli Stati Uniti gli stipendi del 5% dei lavoratori con remunerazione più elevata sono raddoppiati in termini reali, mentre quelli del 10% più basso sono addirittura diminuiti. Ma la forbice è aumentata anche fra tutti i decili intermedi. Indebolimento dei sindacati, concorrenza salariale con i Paesi in via di sviluppo, soprattutto per i settori a bassa tecnologia e i lavoratori a bassa qualifica, crescente importanza della tecnologia e delle competenze nel determinare opportunità e percorsi di carriera contribuiscono certamente a spiegare queste tendenze.
Istruzione, istituzioni ed equità di genere
Un terzo elemento da tenere presente per spiegare il rapporto fra diseguaglianza e povertà è dato dal legame fra reddito della famiglia e istruzione. Condizioni di povertà relativa per le famiglie portano ad un insufficiente investimento educativo per i bambini e i giovani. Carenze di istruzione limitano le possibilità di occupazione, riducono la produttività del lavoro e le opportunità reddituali. Ecco che i figli di genitori poveri tenderanno a rimanere bloccati nella condizione reddituale dei loro genitori. La qualità della nutrizione, dell’ambiente, del contesto sociale influenzano i risultati scolastici e i futuri percorsi di sviluppo. Se la povertà familiare si unisce a istituzioni non inclusive, basate su rapporti preferenziali, asimmetrici e ostili al merito e alla concorrenza, la condizione di povertà e di marginalità sociale può divenire cronica. Importante è poi l’accesso delle donne all’istruzione e al lavoro: una maggiore equità con gli uomini può consentire di incrementare il benessere familiare, aumentando la probabilità di genitori e figli di sfuggire alla trappola della povertà.
L’esperienza di due secoli di sviluppo industriale ci dice che un certo grado di diseguaglianza è necessaria per la crescita economica, perché premia i talenti e coloro che si impegnano di più, creando i giusti incentivi all’innovazione, al lavoro, al risparmio: ma, oltre un certo limite (certamente difficile da definire ex-ante e con riferimento a contesti sociali diversi), la diseguaglianza rischia di avere effetti negativi, bloccando la mobilità sociale, alimentando le rendite di posizione e creando “trappole della povertà” dalle molte forme.
L’impegno globale per la riduzione della povertà
La povertà è sempre esistita nel mondo. Ciò che scandalizza oggi è il suo proliferare in mezzo all’abbondanza. Viviamo in un sistema economico capace di soddisfare un ventaglio sempre più variegato di bisogni e desideri sempre più sofisticati; eppure in questo variopinto e tecnologico supermarket globale alcuni miliardi di persone sono prive di beni essenziali quali il cibo, l’acqua, la casa, l’educazione, la salute; allo stesso tempo pochi milioni di persone accumulano ricchezze, potere e benessere in misura sconosciuta alle generazioni che ci hanno proceduto.
Vedere le opportunità che l’economia moderna offre, rimanendone in gran parte esclusi e subendo anche i costi del degrado ambientale che essa comporta, genera nei poveri frustrazione e senso di ingiustizia, alimentando ostilità, insicurezza e conflitti fra gruppi sociali e Paesi, e minando alla base l’«amicizia sociale» richiamata da papa Francesco, che non può prosperare in assenza di solidarietà e di giustizia (Fratelli tutti, 180). Per questo oggi la povertà chiama in gioco non solo la responsabilità morale dei singoli, ma i compiti della comunità politica a livello nazionale e internazionale.
Certamente non sono mancate in questi anni politiche volte a ridurre la povertà e contenere le diseguaglianze più estreme sia nella nostre società avanzate che nei Paesi in via di sviluppo. I Paesi più avanzati si erano impegnati a versare una quota dello 0,7% del loro PIL per finanziare programmi di riduzione della povertà estrema, tuttavia ad oggi, salvo poche eccezioni, la maggior parte dei Paesi è ben lontano dal target indicato: Stati Uniti, Australia, Canada, Italia, Spagna sono abbondantemente sotto lo 0,2%. Attualmente sono circa 25 miliardi ogni anno gli aiuti ufficiali allo sviluppo a 48 Paesi a basso reddito (Low income countries, LIC) indirizzati alla riduzione della povertà, ma secondo l’Overseas Development Institute per attuare le politiche educative, sanitarie e di supporto al reddito necessarie a sradicare la povertà estrema in questi Paesi, sarebbero necessari circa 183 miliardi di dollari, una cifra pari al 0,21% del PIL mondiale, certamente non un obiettivo impossibile.
Le responsabilità della politica
Per quanto riguarda le politiche volte a ridurre la povertà nei Paesi avanzati è chiaro che le politiche fiscali di redistribuzione del reddito hanno un grande potenziale di riduzione della povertà. Attraverso la modulazione delle tasse e dei trasferimenti alcuni Paesi riescono ad abbattere in modo significativo la povertà assoluta: una tassazione progressiva unita a un sistema universalistico di sussidi al reddito, possibilmente graduati a favore delle famiglie e dei giovani, costituisce la via maestra per ridurre la povertà, sostenere la mobilità sociale e l’equilibrio demografico.
Per far ciò è necessario riportare un maggiore equilibrio nella tassazione dei redditi da lavoro e nei redditi da capitale, riducendo l’evasione e l’elusione fiscale, evitando i fenomeni di dumping fiscale fra Paesi. Sul fronte del lavoro occorre fissare minimi salariali adeguati che impediscano il fenomeno dei working poor, e sistemi di sussidi che vadano ad integrare redditi da lavoro soprattutto nei settori a bassissimo valore aggiunto. Si tratta in ogni caso, di misure che devono essere calibrate sulle condizioni effettive dei diversi territori, evitando di introdurre norme che disincentivano il lavoro oppure inducono un ulteriore indebolimento delle tutele dei lavoratori e della loro capacità contrattuale. In questo senso è importante il ruolo dei corpi intermedi, in particolare delle organizzazioni di lavoratori, imprenditori e consumatori per favorire politiche che garantiscano una crescita dei redditi equa e sostenibile.
Oltre a distribuire equamente il reddito, riducendo la diseguaglianza che si crea nel mercato, occorre investire più risorse nel fornire quei servizi pubblici che, pur beneficiando tutta la collettività, consentono l’accesso anche ai più poveri promuovendone l’inclusione sociale e lo sviluppo personale: sanità, scuola, università, abitazione, trasporti pubblici locali di qualità.
Le imprese e il terzo settore
Non è tuttavia soltanto l’intervento pubblico che può sanare gli squilibri del mercato e favorire l’inclusione sociale dei più poveri. Altrettanto importante è l’impegno del vasto mondo del volontariato, del terzo settore e delle imprese sociali nell’andare incontro ai molteplici bisogni delle persone che soffrono condizioni di povertà non solo economica, ma anche sociale, relazionale, culturale, psicologica. Ampio spazio può essere riservato ad attori privati anche for profit, purché essi operino in un quadro di obiettivi e di regole precise, e venga monitorata l’efficienza e la ricaduta sociale del loro operare.
Nell’ambito del mondo imprenditoriale sta maturando una visione della responsabilità sociale di impresa che pone al centro degli obiettivi aziendali il bene di tutti gli stakeholders, attivando processi improntati alla sostenibilità sociale, ambientale e istituzionale (ESG). Nella misura in cui si aprono autenticamente ad una visione dei processi economici più attenta alla dimensione umana, le imprese possono essere particolarmente efficaci nel creare soluzioni innovative, più efficienti e più vicine ai mutevoli bisogni delle persone, anche dei più poveri.
Soprattutto è necessario superare una versione paternalistica che vede i poveri come oggetti di politiche sociali e non come un soggetti attivi, autonomi, capaci di esprimere una propria visione, di intraprendere percorsi di promozione e di solidarietà, e di contribuire essi stessi al bene comune. Per questo Papa Francesco invita a superare «quell’idea delle politiche sociali concepite come una politica verso i poveri, ma mai con i poveri, mai dei poveri e tanto meno inserita in un progetto che riunisca i popoli» (Fratelli tutti, 169).
La povertà rimane e rimarrà sempre una sfida aperta che chiama a vivere un incontro e un ascolto, prima che a formulare piani d’azione e di finanziamento; una politica attenta ai più poveri non è un insieme di norme e misure volte ad avvantaggiare una categoria specifica, ma, piuttosto, una prospettiva di sviluppo umano integrale, che affronta i problemi e gli inevitabili cambiamenti che investono la vita sociale, ponendo come criterio di scelta la cura della dignità di ogni persona.
Voce correlata: Responsabilità sociale d'impresa
Bibliografia
• IMF (2017), World Economic Outlook, October 2017. Seeking Sustainable Growth: Short-Term Recovery, Long-Term Challenges.
• Milanovic B. (2012), Global Income Inequality by the Numbers: in History and Now – An Overview, Policy Research Working Paper 6259, The World Bank.
• Overseas Development Institute (2021), Financing the reduction of extreme poverty post-Covid 19.
• UN, World Economic and Social Survey 2013, Sustainable Development Challenges.
• World Inequality Report 2022.
Autori
Luigi Campiglio, Università Cattolica del Sacro Cuore (luigi.campiglio@unicatt.it)
Sebastiano Nerozzi, Università Cattolica del Sacro Cuore (sebastiano.nerozzi@unicatt.it)