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Fascicolo 2021, 3 – Luglio-Settembre 2021
Prima pubblicazione online: Settembre 2021
ISSN 2784-8884
DOI 10.26350/dizdott_000059
Abstract:
ENGLISH
La disuguaglianza dei redditi è il grado di variabilità che questi presentano nella società. La misurazione della disuguaglianza dipende dalla definizione di reddito presa in esame. La progressività degli scaglioni di imposta sui redditi testimonia la preoccupazione del legislatore per una distribuzione sperequata. La dottrina sociale della Chiesa ha dedicato ampio spazio al tema della disuguaglianza economica e sociale, considerandola nelle encicliche più recenti sintomo delle ingiustizie che affliggono la società. Il pensiero economico sottolinea come un modo per comprendere le implicazioni etiche della disuguaglianza dei redditi sia quello di considerare la disuguaglianza di opportunità e la mobilità intergenerazionale.
Parole chiave: Disuguaglianza, Reddito, Redistribuzione, Disuguaglianza di opportunità, Mobilità intergenerazionale, Salario, Famiglia, Benessere sociale, Immobilità sociale
ERC: SH1_5 Labour and demographic economics; human resource management
ITALIANO
Income inequality is the degree of variability of personal incomes within a society. The measurement of inequality depends on the income definition adopted. Tax progressivity witnesses Governments’ concerns with income inequality. The Church’s Social Doctrine has addressed income inequality in several encyclicals, with a view that inequality is a reflection of social injustice. Recent economic research has focused on equality of opportunity and intergenerational mobility as a way to assess the ethical implications of income inequality.
Keywords: Inequality, Income, Redistribution, Inequality of opportunities, Intergenerational mobility, Salary, Family, Social welfare, Social immobility
ERC: SH1_5 Labour and demographic economics; human resource management
Introduzione
Con il termine disuguaglianza dei redditi si indica solitamente il grado di variabilità che il reddito (individuale o famigliare) presenta all’interno della società. Il concetto è strettamente connesso a quello di distribuzione personale dei redditi, la funzione statistica che associa a ciascun livello di reddito la quota di popolazione che percepisce quel determinato livello di reddito. Una distribuzione del reddito molto divaricata, con quote significative di popolazione che percepiscono redditi particolarmente bassi o particolarmente elevati, si traduce in elevata disuguaglianza dei redditi. La disuguaglianza è misurabile mediante il ricorso a opportuni indicatori statistici applicati a banche dati contenenti l’informazione sui redditi personali di lavoratori e famiglie. Tra questi, è molto utilizzato l’Indice di Gini, misura di concentrazione che varia da un valore minimo pari a 0 (massima uguaglianza, corrispondente al caso in cui tutti i membri della società percepiscono il medesimo livello di reddito) a un valore massimo pari a 1 (massima disuguaglianza, corrispondente al caso in cui un solo individuo percepisce tutto il reddito presente nella società, mentre i restanti membri della società non percepiscono alcun reddito). I più recenti dati reddituali OCSE indicano che l’Indice di Gini è pari a 0.33 in Italia e in altre nazioni quali Spagna, Australia e Giappone, è più basso nei Paesi scandinavi e in altri Paesi europei (Francia, Germania e Olanda), mentre raggiunge valori relativamente elevati (intorno a 0.4) nel Regno Unito e negli Stati Uniti.
La distribuzione personale non va confusa con la distribuzione funzionale del reddito, che si riferisce alla ripartizione del prodotto nazionale tra i fattori della produzione in salari, profitti e rendite. Le due distribuzioni sono tra loro collegate in quanto la determinazione del reddito delle persone (quest’ultimo oggetto la distribuzione personale) dipende dagli esiti della distribuzione funzionale. Ad esempio, un individuo che abbia come unico reddito quello da lavoro dipendente, vedrà il proprio rango nella distribuzione personale aumentare a seguito di variazioni della distribuzione funzionale a favore dei salari (determinate ad esempio da strategie di contrattazione particolarmente efficaci da parte dei sindacati). Le stesse variazioni ridurranno invece il rango nella distribuzione personale di quanti abbiano come solo reddito quello da capitale, la cui fonte di remunerazione sono i profitti delle imprese.
Disuguaglianza di cosa?
Esistono varie definizione di reddito a cui il concetto di disuguaglianza si può applicare. Anzitutto i redditi da lavoro e i salari. Esiste una vasta letteratura che connette le variazioni della disuguaglianza salariale (la forbice tra lavoratori a elevata e bassa remunerazione) all’evoluzione tecnologica, alla globalizzazione e al declino sindacale (si vedano ad esempio Autor, Katz e Kearney, 2008). Un tratto comune di questi processi è quello di spostare la domanda di lavoro verso le figure professionali maggiormente istruite e qualificate, facendone aumentare le opportunità lavorative e la remunerazione rispetto a quella dei lavoratori a bassa qualifica. L’aumento consistente della disuguaglianza salariale nel corso degli ultimi 40 anni è uno dei fatti stilizzati maggiormente consolidati nei mercati del lavoro delle principali economie, oltre che la primaria motivazione sottostante le proposte di introduzione di un salario minimo legale.
Assommando ai redditi da lavoro i redditi da altre fonti (ad esempio da capitale e fabbricati) si perviene alla determinazione del reddito individuale complessivo. Poiché tale grandezza dipende in parte da scelte contabili operate in seno alla famiglia (si pensi all’attribuzione dei redditi dei fabbricati tra i coniugi), è usuale nell’analisi fare riferimento al valore complessivo che la variabile assume nella famiglia, ovvero il reddito famigliare. Chiaramente, la rilevanza di un dato ammontare di reddito per i membri della famiglia dipende dalla loro numerosità. Una data somma consentirà un tenore di vita via via decrescente man mano che la numerosità della famiglia aumenta. Tuttavia ciascun membro aggiuntivo impatterà sul tenore di vita in modo a sua volta decrescente per la presenza di economie di scala nella gestitone famigliare. Ad esempio, non è necessario acquistare una lavastoviglie per ogni nuovo membro che dovesse aggiungersi alla famiglia. Queste considerazioni sottostanno all’utilizzo di scale di equivalenza per ponderare il reddito famigliare e tenere conto della struttura della famiglia, risultante nel reddito famigliare equivalente.
Oltre alla definizione di reddito, un altro aspetto cruciale per l’analisi della disuguaglianza è la distinzione tra variabili al lordo o al netto di tasse e sussidi. Nel primo caso l’enfasi è posta sulla disuguaglianza nella capacità di generazione di reddito da parte dei lavoratori, la quale secondo varie teorie di funzionamento del mercato del lavoro, e in particolare secondo la teoria del capitale umano di Theodore W. Schultz, Gary Becker e Jacob Mincer, è un riflesso delle abilità che questi hanno accumulato sia nel processo educativo, sia mediante le esperienze maturate nei posti di lavoro. Nel secondo caso, si guarda invece alla disuguaglianza nel tenore di vita che risulta dopo l’intervento dello Stato sui redditi generati dalle abilità individuali. Sia la progressività degli scaglioni di imposta sia la presenza di sussidi per le famiglie a basso reddito operano una redistribuzione dai percettori dei redditi elevati ai percettori dei redditi bassi, riducendo la disuguaglianza. La redistribuzione dei redditi risponde all’idea secondo cui l’abilità nel generare reddito è in parte frutto di beni pubblici quali scuola e sanità, di cui gli individui possono disporre nell’arco della vita, giustificando un contributo proporzionalmente maggiore a tali beni pubblici da parte di chi ha avuto meno ostacoli nell’accedervi, o da chi ne ha beneficiato con maggior successo.
Disuguaglianza, povertà e iniquità
Strettamente connesso alla disuguaglianza dei redditi è lo stato di povertà, nel quale individui o famiglie vengono a trovarsi qualora i loro redditi cadano al di sotto di prefissate soglie. La povertà è relativa quando la soglia è fissata in riferimento all’intera distribuzione personale, sintetizzata da indici di livello quali la mediana o la media. Ad esempio è ricorrente l’uso di soglie di povertà relativa pari ai due terzi della mediana oppure a metà della media. Si parla invece di povertà assoluta quando la soglia è fissata in riferimento a livelli di consumo di sussistenza. In generale, aumenti della disuguaglianza dei redditi si accompagnano ad aumenti della quota nazionale di famiglie in stato di povertà.
Il riconoscimento da parte della legislazione nazionale, implicito nella progressività degli scaglioni di imposta, della necessità di una redistribuzione del reddito riflette il convincimento che la disuguaglianza possa essere fonte di iniquità, specialmente quando discende da ostacoli che si frappongono tra alcuni cittadini e una completa fruizione del bene pubblico, e in generale da fallimenti di mercato. Ad esempio, alcuni potrebbero non godere appieno dei benefici dell’istruzione a causa dell’ambiente sociale in cui hanno visto la luce. In modo analogo, chi fosse disoccupato a causa di una crisi economica globale si troverebbe a percepire redditi da lavoro molto bassi o nulli per ragioni in gran parte indipendenti dalla sua volontà. In casi di questo tipo si giustifica un intervento pubblico teso a compensare una iniqua distribuzione dei redditi lordi.
La disuguaglianza nella dottrina sociale della Chiesa
Il tema della disuguaglianza dei redditi (e più in generale della disuguaglianza sociale) è oggetto di una consolidata tradizione di studio all’interno della dottrina sociale della Chiesa, caratterizzata da una significativa evoluzione delle posizioni assunte. Già la Rerum novarum (1891, 14) tratta di disuguaglianza: “Si stabilisca dunque in primo luogo questo principio, che si deve sopportare la condizione propria dell’umanità: togliere dal mondo le disparità sociali, è cosa impossibile. Lo tentano, è vero, i socialisti, ma ogni tentativo contro la natura delle cose riesce inutile. Poiché la più grande varietà esiste per natura tra gli uomini: non tutti posseggono lo stesso ingegno, la stessa solerzia, non la sanità, non le forze in pari grado: e da queste inevitabili differenze nasce di necessità la differenza delle condizioni sociali”.
Con la Laborem exercens (1981, 2), la questione della disuguaglianza viene riconosciuta come problema globale, non limitato al conflitto di classe all’interno delle singole Nazioni. La disuguaglianza viene identificata come sintomo delle ingiustizie sociali: “Questa direzione di sviluppo dell’insegnamento e dell’impegno della Chiesa nella questione sociale corrisponde esattamente al riconoscimento oggettivo dello stato delle cose. Se nel passato al centro di tale questione si metteva soprattutto in luce il problema della «classe», in epoca più recente si pone in primo piano il problema del «mondo». Si considera, perciò, non solo l’ambito della classe, ma quello mondiale delle disuguaglianze e delle ingiustizie e, di conseguenza, non solo la dimensione di classe, ma quella mondiale dei compiti sulla via che porta alla realizzazione della giustizia nel mondo contemporaneo. L’analisi completa della situazione del mondo di oggi ha manifestato in modo ancora più profondo e più pieno il significato dell’anteriore analisi delle ingiustizie sociali ed è il significato che oggi si deve dare agli sforzi che tendono a costruire la giustizia sulla terra, non nascondendo con ciò le strutture ingiuste, ma postulando il loro esame e la loro trasformazione in una dimensione più universale”.
È questa un’impostazione che troviamo anche nella Laudato si’ (2015), laddove in vari paragrafi (46, 82 e 90) la disuguaglianza viene vista come frutto dello sviluppo economico/tecnologico e fonte di ingiustizia.
Benessere sociale e uguaglianza di opportunità
Nelle scienze economiche, il legame tra disuguaglianza dei redditi ed equità sociale è formalizzato dalla teoria del benessere sociale, la quale postula che il benessere di una collettività possa essere sintetizzato da una funzione di benessere sociale che dipende dai redditi di tutte le persone che ne fanno parte. Gli indici di disuguaglianza derivanti da questo approccio identificano la disuguaglianza con la perdita di benessere sociale causata da una distribuzione disuguale dei redditi. Un grande impulso alla ricerca sul legame tra disuguaglianza e benessere è venuto tra gli altri dall’opera di Sir Anthony Atkinson a partire dai primi anni ’70 del secolo scorso.
La risposta alla domanda se la disuguaglianza dei redditi è un bene o un male per la società non è ovvia (Cappellari, 2021). La percezione comune nell’opinione pubblica (supportata dalle analisi dell’economia del benessere citate sopra) è che la disuguaglianza sia sinonimo di ingiustizia sociale. Tuttavia, anche l’assenza di disuguaglianza potrebbe risultare altrettanto iniqua. Dopotutto, gli individui differiscono quanto a capacità e preferenze ed è comprensibile, se non auspicabile sotto il profilo degli incentivi, che tali differenze si riflettano in differenziali di reddito. Secondo un filone di studi filosofici ed economici che parte da John Rawls per arrivare ad Amartya Sen e John Roemer, ciò che conta sotto il profilo del benessere sociale non è tanto l’uguaglianza dei risultati ottenuti dagli individui (ad esempio i redditi), quanto l’uguaglianza nelle opportunità che ciascuno ha di ottenere determinati risultati (Roemer e Trannoy, 2016). In particolare, secondo Roemer è tollerabile la disuguaglianza che scaturisce dalle libere scelte di ciascuno (ad esempio l’impegno nello studio e nel lavoro), mentre è da eliminare la disuguaglianza che dipende da circostanze non controllabili dagli individui (ad esempio le origini sociali). Dal punto di vista operativo è comunque alquanto arduo distinguere la disuguaglianza nelle opportunità alla nascita dagli esiti dei comportamenti individuali, poiché le prime influenzano i secondi. Ad esempio, l’alunno indisciplinato potrebbe semplicemente riflettere con i propri comportamenti il disagio radicato nel suo ambiente sociale di provenienza. Non esiste ancora nella letteratura un consenso su quale sia il ruolo delle circostanze esogene nella determinazione della disuguaglianza complessiva.
Possiamo trovare traccia dell’approccio basato sull’uguaglianza di opportunità nel discorso che Alan Krueger, professore di economia a Princeton e capo economista alla Casa Bianca durante la presidenza Obama, ha pronunciato al Center for American Progress il 12 gennaio 2012: “L’elevata disuguaglianza dei redditi sarebbe meno preoccupante se gli individui a basso reddito divenissero individui ad alto reddito ad un certo punto della loro carriera, o se i figli di genitori a basso reddito avessero la possibilità di scalare la distribuzione dei redditi una volta adulti. In altre parole, se vi fosse un elevato livello di mobilità dei redditi, saremmo meno preoccupati del grado di disuguaglianza in ogni dato anno” (Krueger, 2012, pag. 3, traduzione propria).
Queste parole ricordano quelle scritte 50 anni prima dal premio Nobel Milton Friedman: “Uno dei maggiori problemi nell’interpretare l’evidenza sulla distribuzione dei redditi è la necessità di distinguere due tipi di disuguaglianza; differenze di reddito temporanee e differenze dei redditi che permangono nel lungo periodo. Consideriamo due società che, anno dopo anno, presentano la medesima distribuzione dei redditi. Nella prima c’è una grande mobilità, tale che la posizione di una data famiglia nella distribuzione dei redditi varia significativamente da un anno all’altro. Nella seconda vi è una grande rigidità e ciascuna famiglia mantiene la propria posizione negli anni. Nel primo caso, la disuguaglianza annuale è sintomo di cambiamento dinamico, mobilità sociale, uguaglianza di opportunità; il secondo caso corrisponde alla società dello status quo” (Capitalism and Freedom, 1962, pag 171, nostra traduzione).
Disuguaglianza dei redditi e mobilità intergenerazionale
Queste considerazioni suggeriscono che un modo alternativo per interrogarsi circa le implicazioni etiche della disuguaglianza è quello di guardare alla mobilità intergenerazionale dei redditi (o di altre misure rilevanti dal punto di vista socio-economico) definibile come grado di indipendenza degli esiti individuali dalle origini sociali. Una elevata dipendenza del successo socio-economico degli individui dalle condizioni sociali della famiglia di origine è sintomo di limitata uguaglianza di opportunità e suggerisce che la disuguaglianza dei redditi rappresenta un problema di equità sociale, e per questo richiede adeguati interventi di politica economica.
Esistono vari canali attraverso cui tale dipendenza si può generare. Vi è un canale riconducibile alle dotazioni genetiche, pre-determinato già alla nascita. Vi sono poi influenze che derivano dalla famiglia nei primi anni successivi alla nascita. Infine, anche l’ambiente sociale esterno alla famiglia, comunque correlato con le caratteristiche della famiglia di origine, ha un effetto significativo sugli esiti individuali. La ricerca economica degli ultimi 20 anni mostra che ciascuno di questi tre canali può esercitare un forte impatto sul successo economico dei singoli. Dal punto di vista delle politiche di contrasto a disuguaglianza e povertà, distinguere le cause pre-nascita dall’ambiente sociale post-nascita (quest’ultimo interno o esterno alla famiglia) è rilevante. Se le cause della persistenza intergenerazionale sono ambientali, allora politiche di intervento sull’ambiente socio-economico possono risultare molto efficaci. Per converso, se le cause sono genetiche, politiche che intervengano sul tessuto sociale possono rivelarsi inefficaci, e gli interventi di policy devono puntare a alleviare i sintomi, ad esempio tramite programmi di assistenza sociale. In nessun modo, la presenza di un canale genetico di trasmissione intergenerazionale della disuguaglianza giustifica l’assenza di interventi di policy.
Va notato come la presenza di immobilità sociale possa non solo compromettere l’equità della distribuzione del reddito, ma di fatto minare l’efficienza stessa del sistema economico. Questo accade se il peso delle origini sociali determina una squilibrata allocazione dei talenti, ad esempio impedendo ai figli abili di famiglie povere di proseguire negli studi. Anche la presenza di network famigliari nel mercato del lavoro potrebbe ostacolare l’allocazione efficiente dei talenti.
Empiricamente si è mostrato come esista una regolarità nell’associazione tra disuguaglianza e mobilità dei redditi: in generale, Paesi o regioni ad elevata disuguaglianza sono anche quelli a bassa mobilità, relazione nota come Curva del Grande Gatsby (Corak, 2013). I grafici qui sotto mostrano la Curva del Grande Gatsby in due differenti ambiti. Nel primo si guarda alla relazione confrontando diverse Nazioni; nel secondo caso si mostra la curva tra le province italiane. Il fatto che la relazione sia stabile a prescindere dal contesto in cui viene analizzata suggerisce che la relazione empirica è robusta. Il significato sostanziale è che la disuguaglianza dei redditi si accompagna sempre alla immobilità sociale, e per questo è da ritenersi un sintomo di disuguaglianza nelle opportunità che come tale va affrontato dal policy maker.
La “Great Gatsby Curve”: esiste una correlazione positiva tra disuguaglianza e immobilità sociale
a. Tra Paesi

(Fonte Corak 2013)
b. Tra province italiane

(Fonte: Maia Güell, Michele Pellizzari, Giovanni Pica and José V. Rodríguez Mora, Correlating Social Mobility and Economic Outcomes, “Economic Journal”, 2018, vol. 128, issue 612, F353-F403)
Bibliografia
• Autor D.H., Katz L.F., Kearney M.S. (2008), Trends in U.S. Wage Inequality: Revising the Revisionists, «Review of Economics and Statistics», 90(2), 300-323.
• Cappellari L. (2021), Income inequality and social origins, IZA World of Labor.
• Corak M. (2013), Income Inequality, Equality of Opportunity, and Intergenerational Mobility, «Journal of Economic Perspectives», 27, 3, 79-102.
• Roemer J.E., Trannoy A. (2016), Equality of Opportunity: Theory and Measurement, «Journal of Economic Literature», 54, 4, 1288-1332.
Autore
Lorenzo Cappellari, Università Cattolica del Sacro Cuore (lorenzo.cappellari@unicatt.it)