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Dizionario di dottrina
sociale della Chiesa

LE COSE NUOVE DEL XXI SECOLO

Fascicolo 2021, 3 – Luglio-Settembre 2021

Prima pubblicazione online: Settembre 2021

ISSN 2784-8884

DOI 10.26350/dizdott_000062

Ricostruire nella crisi: la priorità del lavoro Rebuilding in the crisis: the priority of labour

di Simona Beretta

Abstract:

ENGLISH

Partendo da un contributo del Centro di Ateneo del 2009, la voce presenta la priorità del lavoro come linea-guida per ricostruire nella crisi pandemica, sostenendo la convenienza di perseguire il “lavoro per tutti”. Dare priorità del lavoro è un punto di resistenza alle logiche tecnocratiche, inadeguate a perseguire uno sviluppo sostenibile e inclusivo. Occorre rivalutare la dimensione soggettiva del lavoro, con le sue domande sul “come” e sul “perché” agire, per prendersi cura della realtà tutta intera.

Parole chiave: Crisi pandemica, Lavoro per tutti, Paradigma tecnocratico, Dimensione soggettiva del lavoro, Cura, Capitale, Povertà, Disuguaglianza
ERC: SH5_10; SH1_3

ITALIANO

Revisiting a 2009 contribution by Centro di Ateneo, the paper suggests the priority of labour as the guideline for rebuilding a sustainable and inclusive post-pandemic life, highlighting the convenience of realizing “work for all”. Giving priority to labour contrasts with the technocratic paradigm, patently inadequate in pursuing a sustainable and inclusive development. Caring for reality calls for revaluing the subjective sense of work, where the “how” and the “why” of one’s agency is at stake.

Keywords: Pandemic crisis, Work for all, Technocratic paradigm, Work in the subjective sense, Care, Capital, Poverty, Inequality
ERC: SH5_10; SH1_3

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Il XXI secolo ha visto drastici cambiamenti geopolitici, innovazioni tecnologiche radicali, una crisi finanziaria tamponata ma non affrontata alla radice, una crisi ambientale finalmente riconosciuta ma ancora da governare, uno shock sanitario globale con effetti locali molto diversi e con percorsi di uscita che accentueranno le divergenze fra Paesi, sia per il diverso accesso ai vaccini sia per la diversa capacità di spesa pubblica. Stiamo attraversano uno snodo cruciale della storia (una critical junction): le scelte di oggi incideranno profondamente sul futuro.

Il futuro del lavoro

Un futuro gravato da incertezze e preoccupazioni: in particolare se ci sarà lavoro per tutti, che tipo di lavoro sarà, dove si svolgerà e in che condizioni, se sarà remunerato in modo da assicurare un tenore di vita dignitoso. Già prima della pandemia, il lavoro era segnato da profonde trasformazioni, esito di interazioni fra cambiamenti tecnologici (digitalizzazione, big data, intelligenza artificiale, robot, …) [vedi Technological change and employment], riassetti del potere economico e finanziario (grandi imprese e istituzioni finanziarie transnazionali, rafforzate da performance “stellari” in tempo di pandemia), trasformazioni politiche interne e internazionali (nuovi grandi Paesi sulla scena mondiale, alleanze geopolitiche in continuo divenire, nazionalismi e populismi). Il tutto associato a preoccupanti dinamiche sociali (crescenti diseguaglianze di reddito e di opportunità, accentuazione delle vulnerabilità) e politiche (crisi dei processi democratici).

La pandemia ha accelerato il cambiamento, aggravando le preesistenti diseguaglianze sociali [vedi Crisi pandemica e povertà] e la carenza di lavoro dignitoso, in particolare per giovani, donne, popolazioni indigene, persone senza istruzione e formazione adeguate (cfr. ILO, World Employment and Social Outlook – Trends 2021). Nell’incertezza del presente, rimane comunque l’urgenza di agire: “Peggio di questa crisi, c’è solo il dramma di sprecarla” (Francesco, Omelia di Pentecoste, 2020).

Un criterio per ricostruire

Molti programmi di ripresa post-pandemia, nazionali e internazionali, si pongono l’obiettivo di una ripartenza “verde” e inclusiva, che realizzi una “giusta” transizione ecologica; in particolare, gli Obiettivi di Sviluppo Sostenibile delle Nazioni Unite (SDGs) riassumono il consenso internazionale su “cosa” sarebbe necessario fare. Ma, mentre non manca una certa capacità di affrontare i singoli obiettivi (la volontà politica di farlo è altra storia), si riscontra una difficoltà evidente nel trovare una sintesi operativa fra attori diversi, un criterio condiviso di priorità. Servirebbe un criterio d’azione semplice e robusto, che possa ispirare sia l’azione “dal basso” di persone e comunità, sia le macro decisioni economiche, politiche e sociali.

Nella sua esperienza di umanità, la tradizione sociale della Chiesa ci consegna il criterio della “priorità del lavoro” (Laborem exercens, 1981, 12), che ha accompagnato l’azione a favore della dignità umana attraverso molteplici trasformazioni degli assetti produttivi, finanziari e di potere, dalla Rerum novarum in poi. Può essere ancora utile, oggi, per una ricostruzione realmente inclusiva e sostenibile?

Una ricerca “d’epoca” sulla priorità del lavoro

Per rispondere, riprendo un contributo – “datato”, ma ancora suggestivo –, sul significato e sulle implicazioni della priorità del lavoro in tempo di crisi. Tra il 2008 e il 2009, il Centro di Ateneo per la dottrina sociale della Chiesa ha promosso una riflessione interdisciplinare sul lavoro, durante la pesante crisi occupazionale seguita alla crisi finanziaria. Un gruppo variegato di economisti, dopo mesi di intenso dibattito (e di crescente familiarità con le ricerche gli uni degli altri), ha pubblicato nel giugno 2009 le analisi e le indicazioni emerse (La priorità del lavoro, oggi).

Da un lato, quel volumetto documenta la ragionevolezza e la “convenienza” per l’intero sistema economico di ripartire dalla priorità del lavoro: soprattutto, priorità rispetto al capitale finanziario e alle sue logiche autoreferenziali, che avevano profondamente inciso anche sul funzionamento dall’economia reale, marginalizzando il lavoro e i suoi interessi (Priorità, 67). Dall’altro, evidenziava il potenziale innovativo della dimensione soggettiva e transitiva del lavoro (Priorità, 15).

Crisi e priorità del lavoro: il magistero del XXI secolo

La Caritas in veritate (2009) ha ribadito la convenienza economica, non solo umana e sociale, del ripartire dal lavoro: “La dignità della persona e le esigenze della giustizia richiedonoche si continui a perseguire quale priorità l’obiettivo dell’accesso al lavoro o del suo mantenimento, per tutti. A ben vedere, ciò è esigito anche dalla ‘ragione economica’” (Caritas in veritate, 32). Anche la Laudato si’ (2015) nella gravissima crisi ecologica che costituisce la cifra sintetica di questo secolo, ripropone la convenienza della priorità del lavoro: “Rinunciare ad investire sulle persone per ottenere un maggior profitto immediato è un pessimo affare per la società” (Laudato si’, 128).

L’enciclica Fratelli tutti (2020) ribadisce l’obiettivo del “lavoro per tutti”, perno di una politica migliore: “Il grande tema è il lavoro… non esiste peggiore povertà di quella che priva del lavoro e della dignità del lavoro. … Il lavoro è una dimensione irrinunciabile della vita sociale, … per sentirsi corresponsabili nel miglioramento del mondo e, in definitiva, per vivere come popolo”(Fratelli tutti, 162).

Il lavoro per tutti

L’insistenza del magistero sul “lavoro per tutti” riflette la convinzione che ogni sviluppo deve essere inclusivo per essere realmente sostenibile. Trasferimenti monetari mirati e temporanei alle situazioni di difficoltà sono certamente indispensabili in tempi di emergenza e di pandemia; ma schemi generalizzati, incondizionati e permanenti di trasferimenti monetari possono emarginare ulteriormente chi li riceve, confermando le loro estraneità al processo “contributivo” che alimenta la vita sociale. “Aiutare i poveri con il denaro dev’essere sempre un rimedio provvisorio per fare fronte a delle emergenze. Il vero obiettivo dovrebbe sempre essere di consentire loro una vita degna mediante il lavoro” (Laudato si’, 128).

L’enorme disparità nei livelli di produzione del reddito e di accesso ai beni ed alle opportunità, esacerbato dalla pandemia, passa dalla partecipazione concreta alla vita in comune attraverso il lavoro. “Affinché questi uomini e donne concreti possano sottrarsi alla povertà estrema, bisogna consentire loro di essere degni attori del loro stesso destino” (Francesco, Discorso all’Assemblea Generale delle Nazioni Unite, 2015).

La dimensione soggettiva del lavoro

Ruoli, mansioni, procedure… anche queste cose fanno parte del lavoro, ma ne rappresentano in un certo senso l’involucro: “il primo fondamento del valore del lavoro è l’uomo stesso, il suo soggetto … il lavoro è ‘per l’uomo’, e non l’uomo ‘per il lavoro’” (Laborem exercens, 6).

Lavorare non è solo “fare” ma soprattutto “agire” personalmente, come descrive acutamente Marco Martini rivisitando Hannah Arendt (Martini, 2003). Agire significa rischiare la propria libertà in risposta a circostanze mutevoli, operando con e per gli altri per rispondere ai bisogni che si incontrano – quelli materiali e anche quelli, antichi come il mondo e profondamente umani, di conoscere la realtà e di creare cose belle.

La dimensione soggettiva del lavoro fa la differenza non solo nell’esperienza personale, ma anche nelle dinamiche sociali (Priorità, 15). La riflessione economico-sociale contemporanea sta in molti modi rivalutando la dimensione soggettiva, relazionale e simbolica del lavoro. Per fare solo due esempi, Akerlof e Kranton studiano l’impatto delle appartenenze sociali sulle attitudini e sui comportamenti (Akerlof e Kranton 2010), aprendo la strada allo studio del potenziale trasformativo di specifiche esperienze relazionali; Michael Sandel sottolinea il desiderio umano di stima e riconoscimento che deriva dal poter contribuire col proprio lavoro al bene di coloro con i quali si condivide l’esistenza (Sandel 2020).

Nel lavoro umano è in gioco la domanda di senso, di bellezza e di felicità che costituisce la molla più efficace per attivare la creatività umana, l’innovazione e il progresso (anche economico). Senza un senso del lavoro all’altezza della nostra umanità, lavorare diventa una sgradevole necessità, rincorrendo l’illusoria aspettativa che la vita si esprima pienamente altrove.

Lavoro e gratuità

Il magistero insegna che ricchezza e sviluppo si generano in una dinamica di dono (Centesimus annus, 1991, 31; 41), usando le risorse a disposizione non come possesso incondizionato, ma a partire dalla gratitudine di avere innanzitutto ricevuto (Priorità, 16). È un dato di fatto: per lavorare usiamo risorse naturali date, grazie alle conoscenze umanistiche, scientifiche e tecniche, alle infrastrutture e alle istituzioni, che le precedenti generazioni ci hanno lasciato in eredità.

Lavorare è dunque “trafficare” doni gratuitamente ricevuti in un orizzonte di gratuità, ampliando la possibilità, per tutti, di partecipazione economica e sociale e di creatività, personale e comune. “Lo sviluppo economico, sociale e politico ha bisogno, se vuole essere autenticamente umano, di fare spazio al principio di gratuità come espressione di fraternità” (Caritas in veritate, 34).

Le alternative alla gratuità (logiche di appropriazione, di controllo e di sfruttamento) sono peraltro ben note e ampiamente praticate: esse attraggono per la loro estrema efficacia nel concentrare ricchezza e potere, ma portano sia al sovrasfruttamento delle risorse materiali, sia all’impoverimento dell’esperienza soggettiva e oggettiva del lavoro, in particolare per i gruppi più vulnerabili.

La dimensione tecnocratica del potere contemporaneo

Rispetto allo scenario otto-novecentesco, in cui si trattava di affermare la priorità del lavoro sul capitale prendendo le difese di una precisa categoria sociale (gli “operai”, alle dipendenze dei “capitalisti”), la situazione di oggi è profondamente cambiata (Priorità, 66). Emergono nuove forme di lavoro in un contesto dove il potere decisionale ha assunto una forte connotazione tecnocratica (pensiamo al peso dei manager pubblici e privati; degli “esperti” – specie in campo finanziario; degli apparati burocratici); nel caso delle imprese transnazionali, tale potere include la possibilità di attuare delocalizzazioni e rilocalizzazioni (in nome di obiettivi di efficienza e di redditività per gli investitori), che spesso producono effetti disastrosi per il lavoro e lo sviluppo locale (vedi Shareholders e stakeholders e Delocalizzazione produttiva).

Profeticamente, già Paolo VI aveva messo in guardia dalla deriva tecnocratica (Populorum progressio, 1967, 34). Caritas in veritate dedica un intero capitolo ad approfondire l’ambivalenza della tecnica: “L’uomo, interrogandosi solo sul come, non considera i tanti perché dai quali è spinto ad agire” (Caritas in veritate, 70), il che “tende a produrre un’incapacità di percepire ciò che non si spiega con la semplice materia” (Caritas in veritate, 77).

Papa Francesco rilancia con forza questo tema, sottolineando la radice umana della crisi ecologica che si manifesta in “una concezione del soggetto che progressivamente, nel processo logico-razionale, comprende e in tal modo possiede l’oggetto che si trova all’esterno … come se il soggetto si trovasse di fronte alla realtà informe totalmente disponibile alla sua manipolazione” (Laudato si’, 106). La globalizzazione di questo paradigma tecnocratico produce “un modo di comprendere la vita e l’azione umana che è deviato e che contraddice la realtà fino al punto di rovinarla” (Laudato si’, 101) – come documentano bene le crisi del XXI secolo.

Resistere alle logiche di potere

Come resistere in modo non velleitario alle logiche del potere tecnocratico? Innanzitutto, constatando che tali logiche hanno solo l’apparenza dell’oggettività e dell’impersonalità (Priorità, 67). In realtà, ogni potere si esercita attraverso le decisioni di persone concrete: ad esempio, di coloro che sono in grado di orientare la ricerca scientifico/tecnologica; di decidere in merito alle soluzioni tecniche da adottare; di organizzare contenuti, tempi e luoghi dell’attività produttiva. Tutte persone che certamente “lavorano”!

Dunque, il lavoro umano stesso può costituire un punto di resistenza, a partire da un cambio di mentalità – specie di coloro il cui lavoro ha il potere di incidere fortemente sul reale. Si tratta di non censurare le domande scomode sul senso del lavoro umano, accettando la dimensione drammatica del decidere non solo il “cosa” fare, ma anche “come” e “perché” farlo, dentro uno sguardo umile (da humus, terra) e aperto alla realtà intera, nella sua misteriosa verità. Arrendersi davanti alla questione della verità, infatti, comporta inevitabilmente il piegarsi “davanti alla pressione degli interessi e all’attrattiva dell’utilità” (Allocuzione di Benedetto XVI all’Università “La Sapienza” di Roma, 2008).

C’è una chiara indicazione per il lavoro universitario: l’avventura del conoscere, aperta al mistero della realtà, è la prima forma di resistenza al potere: per questo sono così importanti luoghi dove condividere la fiducia che tale mistero possa illuminare la realtà, nel dialogo cordiale con altri che, da punti di vista diversi, guardano alla medesima realtà.

Creare lavoro per tutti

Il mondo soffre per mancanza di pensiero” (Populorum progressio, 85), scriveva Paolo VI nel 1967. Oggi è forse ancora più evidente l’esigenza di un pensiero all’altezza delle enormi sfide del presente. Fra queste, il lavoro per tutti.

Sembrerebbe un obiettivo impossibile, eppure ci sono ragioni per non scartarlo come irrealistico. Guardando ai fatti, non possiamo non osservare i moltissimi bisogni che restano senza risposta: nutrizione, istruzione, sanità... Disoccupazione [vedi Disoccupazione], lavoro povero [vedi Lavoro povero: un approccio giuridico], precarietà sono altrettanto reali; ne consegue che davvero mancano occasioni di lavoro, ma non per carenza di bisogni da soddisfare. Si tratta spesso di bisogni economicamente “invisibili” – come è invisibile, ad esempio, la fame di chi non ha potere d’acquisto da esibire sul mercato per acquistare cibo; ma il fatto che siano invisibili non li fa scomparire.

L’intuizione creativa della “rivoluzione keynesiana”, quasi cento anni fa, aveva trovato modo di rendere visibile quel che il mercato non poteva vedere: con appropriate azioni di investimento, dare lavoro ai disoccupati avrebbe fatto emergere i loro bisogni, invisibili al mercato, ma reali – contribuendo a moltiplicare le occasioni di lavoro per tutti. Nei decenni successivi, le soluzioni tecnocratiche alla creazione di lavoro, talvolta praticate, non hanno certo entusiasmato: molto assistenzialismo, poca sostenibilità; abbiamo imparato che non si tratta di attivare meccanismi automatici, ma realmente di attivare le persone. Il lavoro per tutti si persegue accompagnando singolarmente le persone in difficoltà a scoprire le loro risorse, aspirazioni, possibilità, in un coinvolgimento di amore intelligente (Caritas in veritate, 30) capace di cogliere segnali deboli e coltivare le intuizioni che emergono da una reale prossimità (Fratelli tutti, 79) .

Investire per il sviluppo integrale

Scegliere la prossimità è una drammatica decisione esistenziale, che fa la differenza sia nelle diverse forme di “micro” intrapresa economica e sociale, sia nei processi “macro” della politica. L’intrapresa economica, in particolare, diventa una “nobile vocazione” (Laudato si’, 129) nell’orizzonte della gratuità e della destinazione universale dei beni (Fratelli tutti, 123): far circolare ciò che abbiamo a nostra volta ricevuto, alimentando processi inclusivi per lo sviluppo “di ogni uomo e di tutto l’uomo” (Populorum progressio, 14).

L’orizzonte della destinazione universale dei beni è particolarmente rilevante nelle decisioni di utilizzo delle risorse pubbliche che, in molti Paesi, sono state rese disponibili dopo la pandemia. Occorre coltivare la consapevolezza che le soluzioni tecniche possono essere efficaci ed efficienti solo in riferimento a quei criteri che gli stessi decisori identificano – con un serio rischio di autoreferenzialità. Senza sottovalutare la complessità tecnica di molte decisioni, specie relative a grandi progetti, è bene che tali decisioni riflettano una prospettiva aperta a considerazioni sistemiche - in particolare la loro capacità di creare lavoro inclusivo.

Lavorare è prendersi cura

La parola “cura” ricorre frequentemente nel magistero sociale del XX secolo: la politica (compito di ciascuno, per il bene di tutti) consiste nell’avvalersi e nel “prendersi cura delle istituzioni” (Caritas in veritate, 7); la “cura della casa comune” esprime cosa sia la sostenibilità con parole semplici e familiari, in una terra che è madre e sorella (Laudato si’, 1); l’amicizia sociale (Fratelli tutti, 183) si esprime nel prendendosi cura della convivenza umana, a partire dal più prossimo.

Non a caso, una ricerca internazionale sul “futuro del lavoro dopo la Laudato si’” (2020) ha intitolato il suo rapporto Care is work, work is care. Il nesso lavoro-cura è cruciale per ragioni di fatto: una quota sempre più alta di lavori è costituita da lavori di cura (educazione, assistenza, salute, …), spesso non routinari e difficilmente sostituibili da tecnologie standardizzate; inoltre, molti settori vitali, specie per il nostro Paese, sono basati sulla cure: del paesaggio, dei beni culturali materiali e non materiali, delle produzioni artistiche e artigianali.

C’è una ragione più radicale del nesso lavoro-cura: senza concreta cura dell’umano (in particolare dei piccoli e dei giovani) diventa più difficile la maturazione di personalità capaci di avviare processi innovativi nella convivenza civile, economica e sociale. Il lavorare creativo, che sa riconoscere le occasioni presenti in ogni circostanza, che consolida la capacità di coltivare e custodire i beni a disposizione, che sostiene nuove relazioni, che permette di condividere la domanda di bellezza e di felicità, fiorisce infatti dentro rapporti personalizzati e durevoli, nel misterioso intreccio fra l’io e il tu (minuscolo e maiuscolo).

Prendersi cura delle istituzioni del lavoro

Il lavoro contemporaneo è molto diverso dal modello di lavoro salariato prevalente anche solo qualche decennio fa, riferimento principale del sistema di regole e istituzioni del mercato del lavoro. Con la pandemia, è ancora più urgente il ripensare il lavoro e le sue politiche in una prospettiva inclusiva, classificando, misurando, regolando il lavoro nella sua concretezza, tutelando con politiche realmente “attive”.

Due aspetti meritano particolare cura: il lavoro “informale” (già il partire con una definizione negativa è segno di debolezza di pensiero!) [vedi Lavoro informale, in Italia e nei Paesi ad alto reddito] e il lavoro “invisibile” (quest’ultimo, particolarmente presente nei settori di cura). Le attività di lavoro informale (auto-occupazione, micro-imprenditorialità, agricoltura familiare, servizi domestici) riguardano il 75% delle posizioni lavorative nei Paesi a basso reddito e il 15% di quelle nei Paesi ad alto reddito. Quanto al lavoro invisibile, una quantificazione approssimativa, ma metodologicamente robusta indica che, a livello globale, circa due terzi del tempo dedicato al lavoro – incluso il lavoro di cura in famiglia e le ore di lavoro volontario – corrisponde ad attività non di lavoro salariato (Dembinski, in Care is work, work is care, 119-123). Sia il lavoro informale, sia il lavoro invisibile segnalano l’importanza di recuperare la dimensione relazionale del lavoro, cogliendo ogni lavoratore nelle sue concrete appartenenze, dal “noi” familiare al “noi” sociale (Priorità, 64; Beretta 2020).

Per ricostruire

“In tutte le epoche di grande incertezza, di tensione e di crisi, la ricostruzione della “città” non è venuta solo dall’alto. È venuta anche dalla paziente e amorosa cura delle relazioni, attenta alla concretezza dei bisogni, consapevole della strutturale interdipendenza che lega gli uomini fra loro” (Priorità, 71).

Il criterio della priorità del lavoro, sottolineando la dimensione soggettiva e la dignità della persona (Priorità, 63), si presenta come uno spunto sintetico per ricostruire in modo sostenibile e inclusivo, valorizzando il lavoro umano (lavoro per tutti!) e non le rendite che derivano da posizioni di potere. Ricostruire non è solo una sfida tecnico-finanziaria, ma riguarda il lavoro di tutti e di ciascuno, resistendo al potere tecnocratico con la forza inerme ma poderosa delle domande sul “come” e sul “perché”. Mettere in comune queste domande può cambiare la storia.


Bibliografia
• Akerlof G.A., Kranton R.E. (2010), Identity Economics: How Identities Shape Our Work, Wages, and Well-Being, Princeton University Press.
• Beretta S. (2020), Il lavoro e le sue problematiche: una prospettiva antropologico-economica, in Famiglia e lavoro: intrecci possibili, a cura di Claudia Manzi e Sara Mazzucchelli, Studi interdisciplinari sulla famiglia, 31, Vita e Pensiero.
• Centro di Ateneo per la dottrina sociale della Chiesa (2009), La priorità del lavoro, oggi, Vita e Pensiero.
• Martini M. (2003), Libertà economica, in Soggetto e libertà nella condizione postmoderna, a cura di Francesco Botturi, Vita e Pensiero, pp. 373-392.
• Sandel M.J. (2020), The Tyranny of Merit: What’s Become of the Common Good? , ed. it. La tirannia del merito, Feltrinelli, 2021.


Autore
Simona Beretta, Università Cattolica del Sacro Cuore (simona.beretta@unicatt.it)