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Fascicolo 2021, 1 – Gennaio-Marzo 2021
Prima pubblicazione online: Marzo 2021
ISSN 2784-8884
DOI 10.26350/dizdott_000022
Abstract:
ENGLISH
Il tema della disoccupazione nella dottrina sociale della Chiesa, per essere compreso, necessita che venga prima definito il significato del lavoro nella vita delle persone. Nella Laborem excercens, il lavoro è considerato: una vocazione universale; un diritto inalienabile; e un dovere, un obbligo morale. Questa voce intende condividere il pensiero della chiesa su questi tre aspetti. In quanto vocazione universale, poiché l’uomo è sin dall’inizio chiamato al lavoro, l’assenza di lavoro impedisce alla persona di realizzarsi, traducendo in opere le proprie potenzialità e traendo soddisfazione da esse. In quanto diritto, la disoccupazione conduce l’uomo in uno stato di forte disagio non potendo garantire il soddisfacimento dei bisogni propri e delle persone che ha in carico. È anche obbligo morale, infine, perché è lo strumento principale che ha per poter concorrere al bene comune, e per questo sono da condannare tutte quelle condotte finalizzate ad ottenere denaro e prestazioni senza fornire un proprio contributo alla comunità, quali i comportamenti delinquenziali ma anche l’accesso a sussidi non pienamente giustificato da una situazione di emergenza.
Parole chiave: Lavoro, Disoccupazione, Sottoccupazione, Vocazione, Diritto, Obbligo morale, Orientamento al lavoro
ERC: SH4
ITALIANO
The issue of unemployment in the social doctrine of the Church, to be understood, needs first to define the meaning of work in people's lives. In Laborem Excercens, work is considered: a universal vocation; an inalienable right; and a duty, a moral obligation. This entry is intended to share the Church's thinking on these three aspects. As a universal vocation, since the human being is called to work from the beginning of his being on the earth, the absence of work prevents people from fulfilling themself, from translating their potential into works, and deriving satisfaction from it. As a right, unemployment leads people into a state of severe discomfort, as they cannot guarantee the satisfaction of their own needs and those of the people they have in charge. Finally, it is also a moral obligation because it is the primary tool people have to be able to contribute to the common good and, for this reason, all those conducts aimed at obtaining money and services without providing their contribution to the community, such as delinquent behaviors but also access to subsidies not fully justified by an emergency.
Keywords: Work, Unemployment, Underemployment, Vocation, Right, Moral obligation, Career guidance
ERC: SH4
Il tema del lavoro e della disoccupazione sono affrontati in più occasioni nella dottrina sociale della Chiesa, soprattutto nelle encicliche Rerum novarum di Leone XIII (1891), che per prima ha affrontato questo argomento e che richiede “un’assunzione di responsabilità da parte della società e dello Stato, diretta soprattutto a difendere il lavoratore contro l’incubo della disoccupazione” (Centesimus annus, 1991, 15), e nella Laborem exercens di Giovanni Paolo II (1981). Secondo quest’ultima, il lavoro può essere considerato come una vocazione, poiché siamo chiamati al lavoro fin dalla nostra creazione; un dovere, un obbligo morale, poiché lavorare significa prendere parte all’edificazione del bene comune; e, infine, un diritto inalienabile. È facile comprendere come l’assenza anche di uno solo di questi aspetti abbia un effetto negativo sulla vita dell’uomo sia a livello individuale che sociale. La mancanza di vocazione rende il lavoro un peso, perché non vissuto con interesse e percezione di adeguatezza rispetto ai compiti richiesti. La mancanza di riconoscimento del valore morale del lavoro può portare a forme di arricchimento personale che danneggiano singoli lavoratori e la società tutta. La mancanza del diritto, e in particolare di quello a una retribuzione equa, rende il lavoro volontariato, che si può però permettere solo chi ha altre fonti di disponibilità economica, o sfruttamento.
Insieme alla disoccupazione vera e propria, è bene considerare anche altre due modalità di mancanza totale o parziale di lavoro. L’inoccupazione, cioè la mancanza di lavoro di chi non ha mai lavorato, “diventa un problema particolarmente doloroso quando vengono colpiti soprattutto i giovani, i quali, dopo essersi preparati mediante un’appropriata formazione culturale, tecnica e professionale, non riescono a trovare un posto di lavoro e vedono penosamente frustrate la loro sincera volontà di lavorare e la loro disponibilità ad assumersi la propria responsabilità per lo sviluppo economico e sociale della comunità” (Laborem exercens, 18). La sottoccupazione (Sollicitudo rei socialis, 1987, 18), invece, riguarda individui che dichiarano di avere lavorato, indipendentemente dalla propria volontà, meno ore di quelle che avrebbero voluto e potuto fare, e per questo vedono minato il diritto a una vita dignitosa.
Il fenomeno e le cause
Secondo l’ILO (International Labour Organization), nel 2019 nel mondo vi erano quasi 190 milioni di disoccupati, che corrisponde ad una percentuale del 5,4%. Come si evince dalla tabella che segue, che riporta percentuali medie dal 2010 al 2019, questo dato varia a seconda della collocazione geografica, del genere e dell’età. La zona maggiormente colpita è quella del Nord Africa, seguita dall’Europa nord-sud-occidentale, dall’Asia centro-occidentale e dagli Stati Arabi. Le donne risentono maggiormente di questo fenomeno, così come i più giovani.

I dati sono stati ricavati dall’ILO Trends Econometric Models (ilo.org/wesodata)
Curiosamente, l’Africa sub-sahariana sembra non soffrire molto di questo fenomeno, ma le difficoltà di queste nazioni sono presto spiegate se ci si interroga anche sul fenomeno della sottoccupazione. Come si evince dal grafico che segue, la situazione cambia molto dal punto di vista geografico, collocando l’Africa in una posizione di grave disagio.
Figura 1 - Tasso di povertà lavorativa per aree geografiche (% di occupati che vivono al di sotto di 1,90 USD al giorno)

I dati sono stati ricavati dall’ILO Trends Econometric Models (ilo.org/wesodata)
Anche in questo caso, le donne risentono maggiormente di questo fenomeno, pur con una differenza contenuta e, come si evince dal grafico che segue, all’interno di un fenomeno che è molto migliorato negli ultimi anni.
Figura 2 - Tasso di povertà lavorativa per sesso (% di occupati che vivono al di sotto di 1,90 USD al giorno)

I dati sono stati ricavati dall’ILO Trends Econometric Models (ilo.org/wesodata)
Questi dati giustificano l’urgenza, dichiarata dalla Chiesa, di affrontare il problema della disoccupazione per rispondere a esigenze che possono variare da contesto a contesto: “Se esso appare allarmante nei Paesi in via di sviluppo, con il loro alto tasso di crescita demografica e la massa della popolazione giovanile, nei Paesi di grande sviluppo economico sembra che si contraggano le fonti di lavoro, e così le possibilità di occupazione, invece di crescere, diminuiscono” (Sollicitudo rei socialis, 18). La mancanza di lavoro è una delle cause principali del manifestarsi dei poveri che “compaiono sotto diverse specie; compaiono in diversi posti e in diversi momenti; compaiono in molti casi come risultato della violazione della dignità del lavoro umano: sia perché vengono limitate le possibilità del lavoro – cioè per la piaga della disoccupazione –, sia perché vengono svalutati il lavoro ed i diritti che da esso scaturiscono, specialmente il diritto al giusto salario, alla sicurezza della persona del lavoratore e della sua famiglia” (Laborem exercens, 8). La sensazione di insicurezza è un’ulteriore conseguenza che merita particolare attenzione: “… quando l’incertezza circa le condizioni di lavoro, in conseguenza dei processi di mobilità e di deregolamentazione, diviene endemica, si creano forme di instabilità psicologica, di difficoltà a costruire propri percorsi coerenti nell’esistenza, compreso anche quello verso il matrimonio. Conseguenza di ciò è il formarsi di situazioni di degrado umano, oltre che di spreco sociale. Rispetto a quanto accadeva nella società industriale del passato, oggi la disoccupazione provoca aspetti nuovi di irrilevanza economica e l’attuale crisi può solo peggiorare tale situazione” (Caritas in veritate, 2009, 25). Il lavoro è una delle modalità che la società ha per garantire il diritto ad una vita dignitosa, ma perché ciò avvenga questo non solo deve essere disponibile, ma deve anche essere dignitoso ed essere sufficientemente stabile. Con “stabile” non si intende necessariamente “garantito con contratto a tempo indeterminato”, ma più che altro come accessibile con sufficiente facilità, la cui mancanza è occasionale e percepita come tale. La scarsità di opportunità occupazionali, infine, può alimentare forme contrattuali deboli nel garantire i diritti minimi dei lavoratori, come un utilizzo eccessivo di contratti temporanei, in cui le persone sono assunte “già licenziate”; o un utilizzo distorto del tirocinio, come attività lavorativa e non formativa e orientativa; o, infine, le forme contrattuali della “gig economy”, in cui il lavoratore interagisce esclusivamente con una app sul cellulare che impartisce istruzioni create da un algoritmo. A queste forme contrattuali va aggiunto tutto il lavoro sommerso, che caratterizza maggiormente i paesi in via di sviluppo e che spiega, almeno in parte, il fenomeno della sottoccupazione citato in precedenza.
Le cause di queste forme di occupazione “non piena” sono da ricercarsi innanzitutto nel “trattare il lavoro come una ‘merce sui generis’, o come una anonima ‘forza’ necessaria alla produzione (si parla addirittura di ‘forza-lavoro’) (Laborem exercens, 7), con il rischio che “i meccanismi di mercato siano l’unico termine di riferimento della vita associata [mentre] una certa abbondanza delle offerte di lavoro, un solido sistema di sicurezza sociale e di avviamento professionale, la libertà di associazione e l’azione incisiva del sindacato, la previdenza in caso di disoccupazione, gli strumenti di partecipazione democratica alla vita sociale, in questo contesto dovrebbero sottrarre il lavoro alla condizione di ‘merce’ e garantire la possibilità di svolgerlo dignitosamente” (Centesimus annus, 19). Sono, inoltre, da ricercarsi nel “progresso tecnologico finalizzato a ridurre i costi di produzione in ragione della diminuzione dei posti di lavoro, che vengono sostituiti dalle macchine” (Laudato si’, 2015, 128), e quindi “nell’ossessione di ridurre i costi del lavoro, senza rendersi conto delle gravi conseguenze che ciò provoca, perché la disoccupazione che si produce ha come effetto diretto di allargare i confini della povertà” (Fratelli tutti, 2020, 20). La sostituzione dell’uomo con le macchine, che oggi sono anche complessi sistemi di intelligenza artificiale che svolgono attività intellettuali, non è di per sé un fenomeno negativo nella misura in cui alleggeriscono i lavoratori dalle mansioni più monotone e fisicamente provanti. Il problema è che non viene sostituito parte del carico di ogni lavoratore, ma rendono completamente sostituibili alcune professionalità, mentre tendono a sovraccaricarne altre che, sotto l’insegna dello “smart working”, faticano sempre di più a ritagliarsi spazi di tempo, ma anche fisici, che le aiutino a bilanciare vita personale e vita lavorativa.
Soddisfazione vocazionale
Francesco ci ricorda che “siamo chiamati al lavoro fin dalla nostra creazione. […] Il lavoro è una necessità, è parte del senso della vita su questa terra, via di maturazione, di sviluppo umano e di realizzazione personale” (Laudato si’, 128). Secondo la dottrina sociale della Chiesa, quindi, il lavoro non risponde solo al bisogno primario di sopravvivenza, ma anche a quello di realizzazione personale, e che lo è solo nella misura in cui è in grado di rispettare la soggettività dell’individuo, le sue predisposizioni, motivazioni e reali capacità lavorative. Francesco traduce questo in “far germogliare i semi che Dio ha posto in ciascuno, le sue capacità, la sua iniziativa, le sue forze” (Fratelli tutti, 162) e fa un passo oltre quanto affermato nella Laborem excercens quando parla del “problema di un’occupazione adatta per tutti i soggetti che ne sono capaci. L’opposto di una giusta e corretta situazione in questo settore è la disoccupazione, cioè la mancanza di posti di lavoro per i soggetti che di esso sono capaci” (Laborem exercens, 18), pur riconoscendo che deve esserci spazio per persone con capacità limitate: “Una società umana e fraterna è in grado di adoperarsi per assicurare in modo efficiente e stabile che tutti siano accompagnati nel percorso della loro vita, non solo per provvedere ai bisogni primari, ma perché possano dare il meglio di sé, anche se il loro rendimento non sarà il migliore, anche se andranno lentamente, anche se lo loro efficienza sarà poco rilevante” (Fratelli tutti, 110).
In questo “esserne capaci” possiamo, quindi, leggere un’attenzione all’unicità della singola persona, e alla necessità di rispettarla sia per la soddisfazione del lavoratore stesso, sia per il datore di lavoro e la società tutta, che sicuramente si avvantaggerebbero dalla presenza di un lavoratore motivato e competente. Da ciò possiamo trarre due indicazioni. La prima è quella di attivare iniziative specificatamente pensate per aiutare le persone a diventare da un lato più consce delle proprie predisposizioni, capacità e motivazioni, dall’altro più competenti nel leggere il mercato del lavoro, affinché possano fare scelte di carriera più soddisfacenti per sé e per gli altri. Il passaggio da “posto di lavoro” a “percorso di carriera”, che è innanzitutto un cambio di atteggiamento, è fondamentale per evitare che la persona si appiattisca eccessivamente sul possedere un’occupazione e si proietti con sempre più convinzione verso una “vocazione professionale”. La seconda conseguenza è che vanno viste con sospetto tutte quelle operazioni che tentano di risolvere i disagi legati allo stato di disoccupazione fornendo sussidi senza una reale prospettiva. Da un lato è vero che “L’obbligo delle prestazioni in favore dei disoccupati, il dovere cioè di corrispondere le convenienti sovvenzioni indispensabili per la sussistenza dei lavoratori disoccupati e delle loro famiglie, è un dovere che scaturisce dal principio fondamentale dell’ordine morale in questo campo, cioè dal principio dell’uso comune dei beni o, parlando in un altro modo ancora più semplice, dal diritto alla vita ed alla sussistenza” (Laborem exercens, 18). Dall’altro, “aiutare i poveri con il denaro dev’essere sempre un rimedio provvisorio per fare fronte a delle emergenze. Il vero obiettivo dovrebbe sempre essere di consentire loro una vita degna mediante il lavoro” (Laudato si’, 128) perché “L’estromissione dal lavoro per lungo tempo, oppure la dipendenza prolungata dall’assistenza pubblica o privata, minano la libertà e la creatività della persona e i suoi rapporti familiari e sociali con forti sofferenze sul piano psicologico e spirituale” (Caritas in veritate, 25).
Impronta sociale
“Dio ci promuove, si aspetta da noi che sviluppiamo le capacità che ci ha dato e ha riempito l’universo di potenzialità. Nei suoi disegni ogni persona è chiamata a promuovere il proprio sviluppo, e questo comprende l’attuazione delle capacità economiche e tecnologiche per far crescere i beni e aumentare la ricchezza” (Fratelli tutti, 123). Il lavoro, quindi, è anche un’occasione per poter permettere alle persone di lasciare un’impronta nella società: “Per quanto cambino i sistemi di produzione, la politica non può rinunciare all’obiettivo di ottenere che l’organizzazione di una società assicuri ad ogni persona un modo di contribuire con le proprie capacità e il proprio impegno” (Fratelli tutti, 162). Ma il mancato contributo non dipende solo dallo stato di disoccupazione dovuto a questioni politiche ed economiche. Vi sono persone che non sentono il dovere di contribuire allo sviluppo della società con il proprio lavoro, mentre il sentirsi corresponsabili del miglioramento del mondo dovrebbe essere un gradito obbligo morale. Questo vale per gli imprenditori, le cui capacità “dovrebbero essere orientate chiaramente al progresso delle altre persone e al superamento della miseria, specialmente attraverso la creazione di opportunità di lavoro diversificate” (Fratelli tutti, 123), ma anche per i disoccupati stessi, a volte poco attenti alla propria professionalità, al suo aggiornamento, al solo rivendicare il diritto al lavoro dimenticandone l’altrettanto importante dimensione del dovere.
Esistenza dignitosa
Altrettanto importante è il ruolo che il lavoro gioca nel garantire alle persone un’esistenza dignitosa. La Laborem exercens è stata la prima enciclica a metterne “in evidenza l’aspetto deontologico e morale. Il problema-chiave dell’etica sociale, in questo caso, è quello della giusta remunerazione per il lavoro che viene eseguito” (Laborem exercens, 19), che è giusta non solo in relazione alla prestazione erogata, ma anche la poter garantire il sostentamento e una vita decorosa a sé stesso e alla propria famiglia. A ciò va aggiunto che la riduzione dei posti di lavoro “ha anche un impatto negativo sul piano economico, attraverso la progressiva erosione del ‘capitale sociale’, ossia di quell’insieme di relazioni di fiducia, di affidabilità, di rispetto delle regole, indispensabili ad ogni convivenza civile […] i costi umani sono sempre anche costi economici e le disfunzioni economiche comportano sempre anche costi umani” (Caritas in veritate, 32). Francesco, in continuità con alcuni contributi precedenti, ricorda l’importanza dei movimenti sociali, come “seminatori di cambiamento, promotori di un processo in cui convergono milioni di piccole e grandi azioni concatenate in modo creativo, come in una poesia [aggiungendo che] è necessario superare quell’idea delle politiche sociali concepite come una politica verso i poveri, ma mai con i poveri, mai dei poveri e tanto meno inserita in un progetto che riunisca i popoli” (Fratelli tutti, 169).
Possibili soluzioni
Le cause della disoccupazione possono ricercarsi principalmente in elementi strutturali e individuali. Già si è detto di quelli strutturali, che fanno riferimento alla ricaduta occupazionale di economie deboli o alla robotizzazione. A questi vanno aggiunti tutti quegli aspetti normativi e di contrattualistica del lavoro che potrebbero essere migliorati per garantire l’emersione del lavoro nero e un’occupazione dignitosa, pur nel rispetto dei costi per l’impresa che, se elevati, tolgono a questa la possibilità di investimenti, se non della sopravvivenza stessa. La soluzione la possiamo quindi trovare, almeno in parte, in un intervento dello Stato che può essere indiretto “secondo il principio di sussidiarietà, creando le condizioni favorevoli al libero esercizio dell’attività economica, che porti ad una offerta abbondante di opportunità di lavoro e di fonti di ricchezza” e diretto “secondo il principio di solidarietà, ponendo a difesa del più debole alcuni limiti all’autonomia delle parti, che decidono le condizioni di lavoro, ed assicurando in ogni caso un minimo vitale al lavoratore disoccupato» (Centesimus annus, 15).
Gli elementi individuali, invece, fanno riferimento a tutto ciò che può essere fatto per rendere le persone più adeguate alle esigenze del mercato del lavoro, rispettandone attitudini e motivazioni. Molto è stato detto in merito all’importanza della formazione, sia iniziale che di aggiornamento, che richiede risorse adeguate, ma anche capacità di indirizzo dei decisori politici, e disponibilità alla riqualificazione da parte dei lavoratori. Molto più difficile, invece, è trovare riferimenti alla competenza del lavoratore nel gestire la propria carriera, cioè nel fare scelte scolastiche, formative e lavorative che lo rendano efficace nell’avvicinarsi sempre più verso quell’occupazione che rappresenta il massimo della soddisfazione per lui e per il sistema socioeconomico. Queste scelte sono oggi molto più difficili che in passato, e per questo richiedono interventi di educazione alla carriera, che potrebbero essere erogati dalla scuola se avesse risorse soprattutto professionali adeguate, e sistemi di analisi del mercato del lavoro e informativi sull’offerta formativa e occupazionale, spesso poco efficaci se non totalmente assenti.
Da aggiungere che, almeno in parte, la soluzione risiede anche nella disponibilità dell’individuo a confrontarsi con un contesto cambiato e in continuo divenire, all’interno del quale sono premiate le persone che investono in qualificazione e riqualificazione, che si interrogano su quale contributo possono dare al sistema economico traendone il vantaggio di essere più appetibili e, conseguentemente, di avere maggiori opportunità di scelta. Il passaggio epocale, per i sistemi e gli individui, sarà quello culturale che sostituirà la ricerca di un’occupazione con la costruzione di una propria carriera.
Voci correlate: Tecnologia e lavoro al tempo dell'intelligenza artificiale, Il lavoro da remoto tra telelavoro e "lavoro agile"
Bibliografia
ILOSTAT (2019), Statistics on the working poor.
ILOSTAT (2020), Statistics on unemployment and supplementary measures of labour underutilization.
Masi D. (2017), Lavoro 2025: Il futuro dell’occupazione (e della disoccupazione), Marsilio Editori.
Meloni M. E., Rudas N. (2019), Il lavoro negato, Mimesis.
Zucchetti E. (2005), La disoccupazione. Letture, percorsi, politiche, Vita e Pensiero.
Autore
Diego Boerchi, Università Cattolica del Sacro Cuore (diego.boerchi@unicatt.it)