×
Desideri ricevere notizie dal Centro di Ateneo per la dottrina sociale della Chiesa dell’Università Cattolica del Sacro Cuore?
Fascicolo 2025, 1 ‒ Gennaio-Marzo 2025
Prima pubblicazione online: Marzo 2025
ISSN 2784-8884
DOI 10.26350/dizdott_000170
Abstract:
ENGLISH
La voce esamina le caratteristiche multidimensionali della povertà e alcuni emblematici approcci metodologici utilizzati per misurare l’intensità e la diffusione di questo complesso fenomeno. La scarsità di risorse (materiali, monetarie, culturali, occupazionali, sanitarie, relazionali) che contraddistingue il vivere in povertà può raggiungere livelli estremi, assoluti o relativi, che vengono misurati con indicatori e indici specifici, a cui fanno riferimento altrettante soglie di povertà.
Parole chiave: Povertà estrema, Povertà assoluta, Povertà relativa, Soglie di povertà, Rischio di povertà, Esclusione sociale
ERC: SH3_8 Poverty and poverty alleviation; SH3_2 Inequalities, discrimination, prejudice; SH3_4 Social integration, exclusion, prosocial behaviour
ITALIANO
This topic examines the multidimensional characteristics of poverty and some emblematic methodological approaches used to measure the intensity and extent of this complex phenomenon. The scarcity of resources (material, monetary, cultural, occupational, health-related, relational) that characterises living in poverty can reach extreme, absolute or relative levels, which are measured with specific indicators and indexes, to which corresponding poverty thresholds refer.
Keywords: Extreme poverty, Absolute poverty, Relative poverty, Poverty thresholds, Risk of poverty, Social exclusion
ERC: SH3_8 Poverty and poverty alleviation; SH3_2 Inequalities, discrimination, prejudice; SH3_4 Social integration, exclusion, prosocial behaviour
1. Introduzione
La povertà presenta caratteristiche multidimensionali sia per quanto riguarda le cause che gli effetti, occorrono dunque politiche altrettanto multidimensionali per poter contrastare, ridurre e tendenzialmente eliminare questa “piaga sociale”, diffusa non solo nei “Paesi poveri”, ma anche nei “Paesi ricchi”. In entrambi questi contesti la povertà coinvolge dimensioni molto simili, che però si differenziano sotto il profilo dell’intensità e dell’incidenza.
I “Paesi poveri” presentano forme di povertà molto gravi e diffuse, che richiedono politiche di sviluppo in grado di rendere efficaci e sostenibili gli interventi assistenziali più urgenti ed immediati. È in questa prospettiva che la comunità internazionale, attraverso le sue istituzioni, ha messo a punto già nel secolo scorso programmi pluriennali di sviluppo, che in tempi recenti hanno preso il nome di Millennium Development Goals (MDGs, per il periodo 2000-2015) e, successivamente, di Sustainable Development Goals (SDGs, per il periodo 2016-2030).
Nei “Paesi ricchi” le diverse forme di povertà hanno intensità e diffusione più contenute rispetto a ciò che accade nei “Paesi poveri” e tuttavia restano una fonte di malessere per l’intera società, soprattutto a livello etico-politico, in quanto contraddicono i suoi valori di base, orientati alla libertà dal bisogno, all’uguaglianza, alla prosperità condivisa.
Sia nei Paesi poveri che nei Paesi ricchi la povertà coincide con la scarsità di beni e risorse fondamentali per raggiungere standard di vita minimi; questa scarsità può essere estrema (con effetti che mettono in pericolo la sopravvivenza delle singole persone e delle loro comunità) o relativa, quando coincide con condizioni di vita inferiori agli standard medi o mediani dell’intera popolazione. Questa scarsità è tanto più grave quanto più impedisce la soddisfazione dei “bisogni di base” (cibo, acqua potabile, abitazione, cure sanitarie, sicurezza); ha peraltro effetti penalizzanti anche quando riguarda i bisogni intermedi (legati alla possibilità di raggiungere livelli minimi di benessere) e superiori (orientati alla piena realizzazione delle proprie potenzialità). Nelle sue molteplici forme, la povertà limita la partecipazione alla vita sociale, genera esclusione, impedisce lo sviluppo della libertà (individuale e collettiva) che è contemporaneamente condizione e fine dello sviluppo (Sen 2000).
Sulla visione multidimensionale della povertà – adottata progressivamente nell’ambito delle scienze sociali – ha esercitato un influsso determinante l’idea di sviluppo umano “integrale” proposta da papa Paolo VI nell’enciclica sociale Populorum progressio del 1967.
«Essere affrancati dalla miseria, garantire in maniera più sicura la propria sussistenza, la salute, una occupazione stabile; una partecipazione più piena alle responsabilità, al di fuori da ogni oppressione, al riparo da situazioni che offendono la loro dignità di uomini; godere di una maggiore istruzione; in una parola, fare, conoscere e avere di più, per essere di più: ecco l’aspirazione degli uomini di oggi, mentre un gran numero d’essi è condannato a vivere in condizioni che rendono illusorio tale legittimo desiderio» (Populorum progressio, 6).
2. Le principali dimensioni della povertà
Le molteplici forme di povertà sono riconducibili ad alcune dimensioni principali (materiale, monetaria, culturale, sociale, sanitaria, relazionale) che vanno articolate in una pluralità di indicatori.
Alla dimensione materiale è riconducibile, in primo luogo, il bisogno di cibo che deve essere soddisfatto con prodotti alimentari sicuri, in quantità e qualità e soddisfacenti, in modo da evitare la fame, la malnutrizione, l’obesità. Parimenti essenziale è l’accesso all’acqua potabile, senza la quale viene compromessa la sopravvivenza e la salute. Alla dimensione materiale afferisce anche il bisogno di abitazioni solide e salubri, con capienza adeguata al numero dei coabitanti. La povertà abitativa (definita dalla precarietà delle costruzioni e dal sovraffollamento) contraddistingue in modo drammatico le megalopoli dei Paesi poveri, ma costituisce un tratto distintivo anche dei quartieri periferici e degradati delle “città ricche”. Le condizioni materiali di vita indicano (in modo concreto, diretto e oggettivo) il livello di benessere-malessere delle persone e dei popoli e non a caso sono specificamente considerate nell’ambito degli strumenti di misurazione della povertà utilizzati convenzionalmente in sede nazionale e internazionale.
La dimensione monetaria si distingue da quella materiale per il suo carattere astratto e sintetico, che ha il merito di facilitare la confrontabilità di situazioni molto eterogenee. Ogni forma di povertà è fortemente correlata con il basso reddito e la ridotta capacità di spesa; da qui deriva l’uso molto esteso e talora esclusivo del parametro monetario per misurare il benessere/malessere della popolazione, tanto nei Paesi ricchi quanto nei Paesi poveri. Emblematica è in proposito l’identificazione della soglia di povertà estrema con la disponibilità pro-capite di 2,15 $ al giorno, a parità di potere d’acquisto a valori 2017. Dalla “povertà estrema” (che coincide con il rischio di non-sopravvivere) si differenzia la “povertà assoluta” che identifica i soggetti più poveri tra i relativamente poveri. In pratica, le soglie di povertà assoluta variano anch’esse in funzione del tenore di vita nelle singole società e assumono come termine di riferimento la presenza di un paniere di risorse compatibili con la possibilità di condurre una vita minimamente dignitosa. Nei Paesi ricchi – in grado di erogare misure di welfare a sostegno dei più indigenti – il termine “povertà estrema” è usato principalmente per indicare la situazione degli homeless (aggravata dalla solitudine e dall’emarginazione oltre che dall’indigenza), mentre più frequente è il riferimento ai concetti di povertà assoluta e relativa.
La dimensione sociale della povertà è strettamente connessa con le condizioni occupazionali e professionali da cui dipendono i trattamenti salariali, le tutele contrattuali, la parità di diritti tra lavoratori e lavoratrici, la possibilità di guadagnare non soltanto un reddito, ma anche autostima, status sociale, inclusione attiva nella società. L’inclusione nel mercato del lavoro costituisce uno strumento prioritario per contrastare la povertà, anche se di per sé non basta per impedire il fenomeno dei working poor (lavoratori e lavoratrici con reddito insufficiente per mantenere sé stessi e il proprio nucleo familiare).
[Vedi voce: Lavoro povero: un approccio giuridico]
La centralità del lavoro per migliorare le condizioni di vita individuali e collettive rappresenta una costante della dottrina sociale della Chiesa nelle sue diverse espressioni, come viene autorevolmente ribadito nell’enciclica Fratelli tutti di papa Francesco: «In una società realmente progredita, il lavoro è una dimensione irrinunciabile della vita sociale, perché non solo è un modo di guadagnarsi il pane, ma anche un mezzo per la crescita personale, per stabilire relazioni sane, per esprimere sé stessi, per condividere doni, per sentirsi corresponsabili nel miglioramento del mondo e, in definitiva, per vivere come popolo» (Fratelli tutti, 2020, 162).
[Vedi voce: Ricostruire nella crisi: la priorità del lavoro]
Alla dimensione sociale della povertà sono riconducibili anche tutte le barriere che impediscono l’accesso e la fruizione dei diritti umani, che includono l’insieme dei diritti civili, politici, economico-sociali.
«La negazione o la limitazione dei diritti umani - quali, ad esempio, il diritto alla libertà religiosa, il diritto di partecipare alla costruzione della società, la libertà di associarsi, o di costituire sindacati, o di prendere iniziative in materia economica - non impoveriscono forse la persona umana altrettanto, se non maggiormente della privazione dei beni materiali? E uno sviluppo, che non tenga conto della piena affermazione di questi diritti, è davvero sviluppo a dimensione umana?» (Sollicitudo rei socialis, 1987, 15).
Una forma di povertà altrettanto specifica è quella educativa, convenzionalmente identificata con un basso livello di istruzione (fino al caso limite dell’analfabetismo), anche se il termine ha un significato morale e sociale più ampio. Non è casuale che il livello di scolarizzazione (primaria, secondaria, terziaria) sia uno degli indicatori essenziali dell’Indice di Sviluppo Umano (ISU) (vedi infra) e che il suo sviluppo figuri tra gli obiettivi prioritari sia dei Millennium Development Goals (MdGs) (vedi Goal 2), sia dei Sustainable Development Goals (SdGs) (vedi Goal 4). La povertà educativa ha un impatto diretto sulle condizioni occupazionali e lavorative, così come sulla possibilità di far valere i propri diritti e di partecipare alla vita sociale e politica.
«L’educazione di base è il primo obiettivo d’un piano di sviluppo. La fame d’istruzione non è in realtà meno deprimente della fame di alimenti: un analfabeta è uno spirito sotto alimentato. Saper leggere e scrivere, acquistare una formazione professionale, è riprendere fiducia in se stessi e scoprire che si può progredire insieme con gli altri […]. L’alfabetizzazione è per l’uomo un fattore primordiale d’integrazione sociale così come di arricchimento personale, e per la società uno strumento privilegiato di progresso economico e di sviluppo» (Populorum progressio, 1967, 35).
In questa prospettiva emancipativa si inserisce la proposta di una alleanza educativa globale (Global Compact for Education), lanciata da Papa Francesco il 12 settembre 2019 e tuttora in corso, finalizzata alla promozione della pace, della giustizia e dell’accoglienza tra i popoli.
Le precarie condizioni di salute sono spesso associate alla povertà monetaria e lavorativa attraverso un percorso circolare: in assenza di un adeguato welfare sanitario, le persone a basso reddito non sono in grado di pagare le cure necessarie per mantenersi in salute. Chi ha precarie condizioni di salute non è in grado di reggere i ritmi di lavoro convenzionali, dunque lavora e guadagna meno di chi – a parità di lavoro – è in buona salute, rischiando maggiormente di scivolare verso forme di povertà relativa o estrema. Un grave svantaggio deriva dalle invalidità fisiche e psichiche che impediscono l’autosufficienza.
Tutte queste forme di svantaggio intersecano anche la dimensione relazionale della povertà che in via generale si manifesta sotto forma di debolezza del capitale sociale (costituito dall’insieme delle relazioni interpersonali e delle reti sociali che in caso di bisogno possono fornire aiuti di varia natura), e di fragilità dei legami sociali (familiari, amicali, lavorativi). Alla povertà relazionale contribuisce, in modo drammatico, la diffusione della solitudine specie tra le persone più anziane, a causa, per lo più, della perdita dei legami parentali (morte del coniuge, assenza o lontananza dei figli, ricovero in case di riposo). Affrontate in solitudine, tutte le altre forme di povertà diventano più gravi e insormontabili, dando origine a quella estrema forma di povertà che coincide con la miseria, evocata efficacemente in più occasioni da papa Francesco. «La miseria non coincide con la povertà, la miseria è la povertà senza fiducia, senza solidarietà, senza speranza» (Messaggio per la Quaresima 2014).
3. Misurare la povertà, con quali indicatori
La definizione multidimensionale della povertà - acquisita a livello teorico da tutti gli studiosi – si è tradotta nella messa a punto di indicatori e scale di misurazione particolarmente utili per valutare l’incidenza e l’intensità dei singoli aspetti e la loro variazione longitudinale dentro e tra i diversi Paesi.
3.1. L’indice di sviluppo umano (HDI)
Un primo, importante strumento di misurazione è rappresentato dall’Indice di Sviluppo Umano (Human Development Index, HDI) elaborato nell’ambito del citato Programma delle Nazioni Unite per lo sviluppo (UNDP) e utilizzato nell’omonimo rapporto annuale che nella sua ultima edizione (2023) mette a confronto 193 Paesi rappresentati nell’ONU (Human Development Report (HDR) 2023/2024, Breaking the Gridlock: Reimagining cooperation in a polarized world). Il programma UNDP «è rivolto all’arricchimento della vita umana piuttosto che all’arricchimento dell’economia. È focalizzato sulla condizione delle persone e sulle loro opportunità e scelte».
Attraverso lo HDI – che varia tra 0 e 1 – apprendiamo che esiste un legame diretto tra speranza di vita (che dipende da molteplici condizioni di vita, tra cui una buona alimentazione e una buona capacità di curare le malattie), alfabetizzazione e livello di istruzione (misurato da una media ponderata di alfabetizzazione degli adulti e il tasso di iscrizione alle scuole elementari, secondarie e terziarie), sviluppo economico (identificato in base al Pil pro-capite che però non fornisce informazioni sul grado di concentrazione/distribuzione del reddito e della ricchezza). Nella fascia più bassa (low human development) si collocano 34 Paesi (29 dei quali situati in Africa), con un valore medio dell’indice pari a 0,517 a fronte del valore medio di 0,902 dei 69 Paesi con indice di sviluppo molto alto (very high). Nell’ambito delle sei macroregioni in via di sviluppo, l’indice più basso si registra nell’Africa Sub-Sahariana (con valore medio 0,549), dove la povertà colpisce in modo endemico la maggioranza della popolazione. Dopo la battuta d’arresto del 2020-2021 lo HDI ha registrato una crescita a livello complessivo, ma i Paesi più poveri hanno aumentato il loro gap rispetto ai Paesi più ricchi, confermando la preesistente polarizzazione: la metà dei Paesi più poveri è rimasta infatti al di sotto dei livelli di sviluppo pre-crisi da Covid-19 [vedi voce: Povertà e disuguaglianza: una prospettiva globale].
3.2 L’indice di povertà multidimensionale (MPI)
Specificamente focalizzato sull’analisi della povertà nei Paesi in via di sviluppo è il Multidimensional Poverty Index (MPI), messo a punto nel 2010 da HDRO (Human Development Report Office, collegato al UNDP) e OPHI (Oxford Poverty and Human Development Initiative) per rilevare l’intensità e l’incidenza delle deprivazioni monetarie e non monetarie, afferenti alla salute, istruzione, tenore di vita.
Figura 1 Structure of the global Multidimensional Poverty Index (MPI)

La deprivazione multidimensionale varia di intensità in base al punteggio (da 0 a 100) assegnato alle deprivazioni sperimentate dalle singole famiglie: chi supera il 50% del punteggio massimo entra nell’area della severa deprivazione, mentre chi è compreso tra il 20-33% è considerato solo vulnerabile. L’ultimo rapporto segnala che nell’ambito dei 110 Paesi in via di sviluppo presi in considerazione (dove vivono 6,1 miliardi di persone) 1,1 miliardi (18,3%) vive in severa povertà multidimensionale (2024 Global Multidimensional Poverty Index (MPI). Poverty amid conflict).
3.3. La misura di povertà multidimensionale (MPM)
Collegato al MPI è il Multidimensional Poverty Measure (MPM) messo a punto dalla Banca Mondiale e basato su tre dimensioni: povertà monetaria (persone con consumi o redditi inferiori a 2,15$), livello di istruzione (bambini di 8 anni o più che non vanno a scuola, adulti che non hanno completato la scuola primaria), servizi infrastrutturali di base (acqua potabile, servizi igienici, elettricità) . Aggiungendo alla deprivazione monetaria – che resta il principale punto di vista adottato dalla Banca Mondiale per monitorare la povertà a livello globale – le altre dimensioni, risultano in povertà molte più persone.
Tabella 1: Indicatori della misura della povertà multidimensionale
| Dimensione | Indicatori |
| Monetaria | Il reddito giornaliero o i consumi sono inferiori a $ 2.15 a persona |
| Istruzione | Almeno un bambino inferiore ai 14 anni non è iscritto a scuola |
| Nessun adulto della famiglia (di età pari o superiore a 14 anni) ha completato l’istruzione primaria | |
| Accesso alle infrastrutture di base | La famiglia non dispone di un accesso all’acqua potabile secondo standard minimi |
| La famiglia non ha accesso a servizi igienici secondo standard minimi | |
| La famiglia non ha accesso all’elettricità |
Fonte: World Bank, 2020
Il monitoraggio della povertà multidimensionale a livello internazionale ha lo scopo di accelerare gli sforzi per porre fine alla povertà in tutte le sue forme. In particolare l’MPI sta alla base delle proposte formulate sia nei Rapporti UNDP, sia nei Rapporti SDGs, specialmente per quanto riguarda gli Obiettivi “sconfiggere la povertà estrema” (n. 1), “sconfiggere la fame” (n. 2), “salute e benessere” (n. 3), “istruzione di qualità (n. 4), “parità di genere” (n. 5), “acqua pulita e servizi igenico-sanitari” (n. 6).
3.4. Il rischio di povertà o di esclusione sociale (Eu-Silc)
Un quarto approccio multidimensionale al continuum povertà-benessere è quello adottato nell’ambito del progetto Eu-Silc (European Union Statistics on Income and Living Conditions), che costituisce una delle principali fonti di dati per i rapporti periodici dell’Unione Europea sulla situazione sociale e sulla diffusione del disagio economico nei 27 Paesi membri. Il progetto Eu-Silc – a cui l’Italia partecipa dal 2004 con l’indagine di Istat su Reddito e condizioni di vita delle famiglie – elabora stime sulla povertà relativa e sulla esclusione sociale utilizzando indicatori incentrati sul reddito, sulla bassa attività lavorativa, su aspetti che identificano la deprivazione materiale e sociale. Sono «a rischio di povertà o di esclusione sociale – Europa 2030» le persone che si trovano in almeno una delle seguenti tre condizioni: 1) rischio di povertà, ovvero vivono in famiglie con un reddito netto equivalente inferiore al 60% del reddito mediano netto equivalente della popolazione residente; 2) condizioni di grave deprivazione materiale e sociale, tra cui figura il non potersi permettere un pasto adeguato almeno una volta ogni due giorni, cioè con proteine della carne, del pesce o equivalente vegetariano; 3) bassa intensità di lavoro (Tabella 2). Gli indicatori utilizzati fanno riferimento agli standard di vita tipici dei Paesi benestanti e dunque misurano la povertà relativa a questi standard. Siamo dunque ben distanti dalla considerazione di forme di povertà estrema o assoluta.
Tabella 2: Situazioni che identificano le persone a rischio di povertà o esclusione sociale
| Rischio di povertà | Reddito disponibile equivalente inferiore al 60% del reddito mediano |
| Grave deprivazione materiale e sociale | Persone che non possono permettersi almeno 7 dei 13 elementi di deprivazione considerati desiderabili o necessari per condurre una qualità di vita adeguata |
Indicatori a livello famigliare
| |
Indicatori a livello individuale
| |
| Bassa intensità di lavoro | Vivere in famiglia con intensità di lavoro molto bassa coincidente con la percentuale dei componenti della famiglia tra i 18 e i 64 anni che nell’anno precedente hanno lavorato in misura pari o inferiore al 20% del numero totale di mesi teoricamente disponibili per attività lavorative |
Nel 2023, il 18,9% delle persone residenti in Italia risulta a rischio di povertà (circa 11 milioni e 121mila individui); il 4,7% (circa 2 milioni e 788mila individui) si trova in condizioni di grave deprivazione materiale e sociale; l’ 8,9% (circa 5 milioni e 280mila individui) vive in famiglie a bassa intensità di lavoro. Queste forme di deprivazione relativa coinvolgono nel complesso il 22,8% dei residenti in Italia (circa 13 milioni 391mila persone) e il 21% dei cittadini europei pari a circa 94,6 milioni di persone.
Le stime di Eu-Silc tengono conto della povertà di reddito prima e dopo i trasferimenti sociali incluse le pensioni, offrono dunque una misura dell’efficacia di queste politiche di welfare per ridurre la povertà nell’Unione e nei singoli Paesi membri. In Italia, nel 2023, il rischio di povertà dopo i trasferimenti sociali è diminuito di oltre un punto percentuale dal 20,1% al 18,9% (Istat, Anno 2023, La redistribuzione del reddito in Italia, 6 marzo 2024). Un dato certamente positivo anche se, in chiave comparativa, la capacità del welfare italiano di ridurre la povertà economica risulta debole
3.5. La stima della povertà assoluta in Italia
Nell’ambito dei metodi utilizzati nell’UE per misurare la povertà si distingue l’approccio di Istat alla stima della povertà assoluta, che considera tre componenti principali (alimentare, abitativa, residuale) a cui viene attribuito un valore monetario coincidente con molteplici soglie di povertà (Istat (2024), Statistiche sulla povertà. Anno 2023, 17 ottobre 2024). Queste soglie tengono conto – per ogni singola regione – del costo della vita in base alla dimensione dei comuni (comune capoluogo di area metropolitana, comune confinante con il capoluogo metropolitano o con oltre 100 mila abitanti, comune inferiore a 50 mila abitanti) e al tipo di famiglia (numero componenti per classi di età). In pratica, per ogni tipo di nucleo familiare vengono definite 3 soglie monetarie di povertà assoluta; si tratta di un approccio molto sofisticato, basato sulla definizione ex-ante di un paniere di beni considerato necessario per raggiungere condizioni di vita minimamente dignitose; la soglia di povertà assoluta definita da Istat è dunque ben distante dalla soglia di povertà estrema utilizzata a livello internazionale (2,15 $).
A titolo esemplificativo, segnaliamo che una famiglia unipersonale (1 adulto di 30-59 anni) è in povertà assoluta se non riesce a sostenere una spesa mensile compresa tra 1.175-960 euro (se risiede in Lombardia) o una spesa mensile compresa nell’intervallo 783-758 euro (se risiede in Campania). Analogamente, per una famiglia di 3 componenti (2 adulti e 1 minore) le soglie di povertà assoluta sono comprese in 1831-1568 euro (se risiede in Lombardia) o 1293-1238 euro (se risiede in Campania).
Il metodo messo a punto da Istat – che riprende in parte il metodo messo a punto negli Stati Uniti da Orshanskhy (1969)– permette di stabile quanto denaro è necessario per condurre una vita minimamente dignitosa in aree territoriali contraddistinte da livelli di reddito e di costo della vita molto differenziati.
La povertà “scelta”: una povertà sui generis
La prospettiva adottata in questa voce ha una stretta relazione con le politiche di contrasto della povertà economica e sociale perseguite dagli Stati, dalle organizzazioni internazionali, dalle organizzazioni non governative e dalle Chiese; non considera invece la prospettiva della “povertà consigliata” e della “povertà scelta”, che pure rappresentano un tipo di povertà sui generis, parte integrante della tradizione cristiana e talora di alcuni movimenti contro-culturali. Nella prospettiva cristiana la “povertà scelta” coincide con: a) la rinuncia volontaria al possesso di proprietà individuali e di beni “superflui”; b) la condivisione comunitaria dei beni e la loro destinazione a favore dei più poveri; c) uno stile di vita frugale, perseguito in modo stabile o in particolari momenti rituali. L’esperienza della rinuncia, della frugalità, del digiuno non ha però un fine “mondano” (di stampo, ad esempio, salutista o pauperista), ma è parte di un percorso educativo e vocazionale, finalizzato alla testimonianza di ciò che “vale” al di sopra di ogni (pur necessaria) cosa. L’adesione a questo modo di vivere non coincide, in ogni caso, con la scelta della “miseria” (che coinvolge tuttora milioni di persone nel mondo), bensì con l’impegno per superarla, come testimonia la nascita, nel corso dei secoli, di multiformi “opere di misericordia”.
Osservazioni conclusive
Negli ultimi decenni si è affermato progressivamente un approccio multidimensionale alla povertà, ispirato da una più attenta considerazione per lo sviluppo umano equo e sostenibile. Se, in via basilare, la povertà consiste nella scarsità di beni e risorse fondamentali per raggiungere standard di vita minimamente soddisfacenti, risulta evidente che quanto più numerosi sono gli aspetti della povertà presi in considerazione, tanto più realistica diventa l’identificazione di ciò che rende povere le persone e le collettività. Da qui l’impegno degli studiosi per identificare le dimensioni più rilevanti della povertà e gli indicatori che ne consentano una soddisfacente misurazione, con l’intento finale di elaborare indici sintetici necessari per effettuare comparazioni longitudinali e trasversali a livello locale e globale.
Il dibattito su questi elementi teorici e metodologici non è fine a sè stesso, ma è strettamente legato all’esigenza – in via di principio condivisa da tutti – di mettere a punto politiche di contrasto alla povertà e di verificarne l’efficacia nel breve e nel lungo periodo. Non va peraltro sottaciuta la difficoltà di raggiungere, anche in questo campo, accordi operativamente efficaci, come ha sottolineato efficacemente papa Francesco: «La medesima logica che rende difficile prendere decisioni drastiche per invertire la tendenza al riscaldamento globale è quella che non permette di realizzare l’obiettivo di sradicare la povertà. Abbiamo bisogno di una reazione globale più responsabile, che implica affrontare contemporaneamente la riduzione dell’inquinamento e lo sviluppo dei Paesi e delle regioni povere» (Laudato si’, 2015, 175).
[Vedi voce: Ambiente e povertà]
Un impulso costante a considerare la povertà nelle sue molteplici manifestazioni, cause e effetti viene dagli interventi del Magistero della Chiesa, sotto forma non solo di enunciazioni ideali, denunce, sollecitazioni, ma anche di indicazioni sulle vie da percorrere a vantaggio dello «sviluppo integrale di ogni uomo e di tutto l’uomo», a cui sovrintende il Dicastero per lo sviluppo umano integrale.
Bibliografia
• Barbetta G. P., Lodigiani R. (2024), Misurare e ridurre la povertà: una sfida (politica) complessa, in «Vita e Pensiero», 5, 45-53.
• Orshansky M. (1969), How poverty is measured, in «Monthly Labour Review», 92, 2, 37-41.
• Rovati G. (con Accolla G.) (2024), La povertà sanitaria nelle Nove Italie, in Pesenti L., Rovati G. (a cura di), Tra le crepe dell’universalismo. Disuguaglianze di salute, povertà sanitaria e Terzo settore in Italia, Il Mulino, Bologna, 79-105.
• Sen A. (2000), Lo sviluppo è libertà. Perché non c’è sviluppo senza democrazia, Mondadori, Milano.
Autore
Giancarlo Rovati, Università Cattolica del Sacro Cuore (giancarlo.rovati@unicatt.it)