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Fascicolo 2021, 1 – Gennaio-Marzo 2021
Prima pubblicazione online: Marzo 2021
ISSN 2784-8884
DOI 10.26350/dizdott_000005
Abstract:
ENGLISH
La voce si concentra sul nesso tra ambiente e povertà e sulle interdipendenze sociali ed economiche associate a tale nesso, riconoscendo che gli impatti del degrado ambientale e del cambiamento climatico non affliggono in maniera paritaria chi è ricco e chi è povero. Dalla formulazione del concetto e dei relativi obiettivi di sviluppo sostenibile è emersa la necessità di includere considerazioni sia sociali che ambientali nell’auspicare una crescita economica dei Paesi. Se pur con i rispettivi approcci, sia il Magistero che le scienze sociali si sono dedicati a questo tema, sottolineando i rischi che una crescita non sostenibile pone non solo per l’ambiente, ma anche per i suoi aspetti distributivi. La voce conclude riflettendo sul ruolo della tecnologia e discutendo le necessità di intervento.
Parole chiave: Ambiente, Povertà, Sviluppo sostenibile, Cambiamento climatico, Innovazione, Degrado ambientale, Tecnologia, Obiettivi di sviluppo sostenibile
ERC: SH1 - SH1_3 - SH1_9 - SH1_12
ITALIANO
This item focuses on the environment-poverty nexus and on its social and economic interdependences. It acknowledges that environmental degradation and climate change affect unevenly rich and poor people. Since the uptake of the concept and the objectives of sustainable development, the necessity to consider the social as well as the environmental returns of economic growth has emerged. Both the Magisterium of the Church and social sciences devoted to this theme, each with its own approach, and they both underline the risks an unsustainable growth implies for the environment and for wealth distribution. The item concludes with a reflection on the role technology plays and with a discussion on the need for intervention.
Keywords: Environment, Poverty, Sustainable development, Climate change, Innovation, Environmental degradation, Technology, Sustainable Development Goals
ERC: SH1 - SH1_3 - SH1_9 - SH1_12
Fin dagli albori del concetto di sviluppo sostenibile a mezzo del rapporto Brundtland “Il futuro di tutti noi” del 1987 è stato esplicitato che uno sviluppo è possibile solo quando si riescano a combinare la dimensione economica con quella ambientale e sociale, permettendo di assicurare il soddisfacimento dei bisogni della generazione presente senza compromettere la possibilità delle future generazioni di soddisfare i propri. Ambiente e povertà sono pertanto due dimensioni che possono sembrare indipendenti solo ad uno sguardo superficiale. I recenti obiettivi di sviluppo sostenibile formulati dalle Nazioni Unite riconoscono a pieno la relazione e co-determinazione di queste due dimensioni, con degli espliciti obiettivi in tal senso.
Magistero e scienze sociali sono altresì concordi nel riconoscere le strette interdipendenze che sussistono tra le due dimensioni e soprattutto nel ricordarci il rischio che il laissez-faire comprometta da un lato l’ambiente naturale, a causa della sua natura di bene pubblico sul quale non è univoca la definizione dei diritti di proprietà, e dall’altro non tenga conto degli aspetti redistributivi della ricchezza, incrementando la povertà. Il magistero sottolinea infatti come l’ambiente rischi di rimanere «indifeso rispetto agli interessi del mercato divinizzato, trasformati in regola assoluta» (Evangelii gaudium, 2013, 56), e «lo sviluppo non deve essere orientato all’accumulazione crescente di pochi […] e il diritto di alcuni alla libertà di impresa o di mercato non può stare al di sopra dei diritti dei popoli e della dignità dei poveri; e nemmeno al di sopra del rispetto dell’ambiente» (Fratelli tutti, 2020, 122).
Ambiente e povertà nella dottrina sociale e nel pensiero economico
Nella dottrina sociale emerge nitidamente la connessione tra questione ambientale e povertà, da che «i doveri che abbiamo verso l’ambiente si collegano con i doveri che abbiamo verso la persona considerata in se stessa e in relazione con gli altri» (Caritas in veritate, 2009, 51) e pertanto «non possiamo tralasciare di considerare gli effetti del degrado ambientale, dell’attuale modello di sviluppo e della cultura dello scarto sulla vita delle persone» (Laudato si’, 2015, 43). La cura dell’ambiente deve infatti includere considerazioni circa l’equità nell’accesso alle risorse energetiche, essendo l’accaparramento delle stesse da parte di taluni un impedimento per lo sviluppo economico dei Paesi poveri (cfr. Caritas in veritate, 49). Inoltre si riconosce esplicitamente che l’ambiente umano e l’ambiente naturale si degradano insieme: non si può, dunque, trattare il degrado del secondo senza analizzare le cause del degrado del primo, a maggior ragione se si considera che entrambi colpiscono maggiormente le fasce più povere della popolazione (Laudato si’, 48).
I cambiamenti climatici comportano gravi questioni economiche e distributive con impatti severi sui Paesi più poveri, poiché molti poveri vivono in luoghi più a rischio, i loro mezzi di sostentamento dipendono fortemente dalle riserve naturali e dai servizi ecosistemici, non dispongono di sufficienti risorse per l’adattamento al cambiamento climatico né hanno accesso ai servizi sociali e di tutela (Laudato si’, 25).
Anche nel pensiero economico troviamo riferimenti espliciti al nesso ambiente-povertà e sulla loro complessa interrelazione. Da un lato l’ambiente contribuisce ad alleviare (o peggiorare) la povertà, fornendo (o meno) adeguate materie prime, risorse e mezzi di sussistenza, con effetti diretti su salute, qualità della vita e capacità di lavoro di intere comunità. Dall’altro lato la povertà influisce sull’ambiente: la qualità dell’ambiente è in taluni contesti assimilabile a un bene di lusso che i consumatori non possono permettersi; situazioni di indigenza portano all’accettazione del degrado ambientale pur di conseguire miglioramenti economici. Una comunità povera tende, dunque, a sottostimare la questione ambientale, sì che il valore attribuito all’ambiente difficilmente corrisponde a quello reale. Questo può generare, secondo il contributo di Ostrom e colleghi (1999), un circolo vizioso nel quale il degrado ambientale pregresso peggiora la povertà attuale, che a sua volta non permette di ripristinare il danno ambientale ma costringe ad un ulteriore sovra-utilizzo delle risorse naturali per poter sopravvivere, degradando ulteriormente l’ambiente e alimentando la povertà delle generazioni future.
Un contributo sul nesso ambiente e povertà si trova nel modello della cosiddetta curva di Kuznets ambientale, che predice una relazione precisa tra degrado ambientale, povertà e crescita economica. Per stadi iniziali di sviluppo, e quindi per Paesi in via di sviluppo, la crescita economica comporterà un aumento iniziale del danno ambientale. In questi stadi si assisterà ad un cosiddetto “accoppiamento” tra crescita economica e danno ambientale: al crescere della prima, crescerà il secondo. Oltre un certo livello di sviluppo economico, si osserverà di contro un progressivo “disaccoppiamento” tra le due, sì che la crescita economica possa comportare finalmente un miglioramento ambientale.
Figura 1 - Curva di Kuznets ambientale

Questo modello non deve però essere interpretato come deterministico: non prescrive che si debba accettare che negli stadi iniziali di sviluppo crescita economica e peggioramento ambientale debbano necessariamente andare di pari passo. Le istituzioni possono infatti intervenire, tramite politiche economiche, per “disaccoppiare” crescita economica e degrado ambientale.
L’elemento chiave per comprendere come questo disaccoppiamento sia possibile è il cambiamento tecnologico che si determina per livelli sufficientemente elevati di sviluppo economico e che permette progressivamente di raggiungere uno sviluppo sostenibile sotto il profilo ambientale.
Il ruolo della tecnologia
Una sovrapposizione tra magistero e scienza sociale, se pur, talvolta, con diverse prospettive, emerge dalla disamina del ruolo centrale della tecnologia in questo contesto.
Si è visto come nella teoria economica il cambiamento tecnologico sia la chiave attraverso cui si possa conseguire un disaccoppiamento tra crescita economica e danno ambientale, permettendo di superare la dicotomia ambiente-economia e di non dover quindi necessariamente rinunciare alla crescita economica per tutelare l’ambiente. L’invenzione, adozione e diffusione di innovazioni cosiddette ambientali, ovvero quelle innovazioni che favoriscono un uso efficiente delle risorse tali da risultare in una riduzione degli impatti ambientali per unità di output prodotto, è di recente diventata oggetto di una diffusa attività di ricerca. I risultati di questa attività di ricerca sembrano confermare non solo un crescente impiego di queste innovazioni a livello microeconomico (nelle imprese) e macroeconomico (nei diversi Stati), ma anche il loro potenziale ritorno positivo sul piano sia economico che ambientale.
Anche la dottrina sociale riconosce un ruolo chiave alla tecnologia. La stessa, se opportunamente impiegata, può contribuire ad affrontare le sfide sociali globali inclusa la carenza di generi alimentari che attanaglia i poveri (Caritas in veritate, 27) e permette di elaborare alternative per favorire uno sviluppo sostenibile (Laudato si’, 102).
Mentre la teoria economica tende a valorizzare gli aspetti positivi del cambiamento tecnologico, la dottrina sociale si concentra molto sui suoi fattori di rischio. La tecnologia secondo la dottrina sociale porta con sé dei pericoli, con particolare riferimento a energia nucleare, biotecnologia, informatica, e genetica, poiché può fornire a chi la possiede un potere economico che può risultare sbilanciato (Laudato si’, 104), o al rischio di un eccessiva “tecnocrazia” (Laudato si’, 189) O, ancora, la specializzazione propria e necessaria della tecnologia implica una frammentazione del sapere che talvolta oscura la vista e non permette di apprezzare e analizzare a pieno la complessità dei problemi, soprattutto quelli dell’ambiente e dei poveri (Laudato si’, 110).
La necessità di intervento
Ciò che le ricerche recenti mostrano, e che per certi aspetti è ancora più rilevante, è che gli impatti del degrado ambientale e del cambiamento climatico non affliggono in maniera paritaria chi è ricco e chi è povero. Viceversa, chi è povero subisce maggiormente gli effetti negativi del degrado ambientale: secondo il Programma delle Nazioni Unite per lo sviluppo nei Paesi in via di sviluppo il 20% della perdita in aspettativa di vita dipende da fattori ambientali, a fronte del 4% nei paesi avanzati. A titolo esemplificativo, l’inquinamento dell’aria o delle acque comporta una mortalità maggiore tra i poveri; i poveri vivono più probabilmente in prossimità di luoghi inquinati o pericolosi, non potendosi permettere il lusso di vivere in ambienti residenziali più salubri e, ancora, gli eventi estremi come inondazioni, ondate di calore, desertificazione causati dal cambiamento climatico hanno maggiore impatto sulle popolazioni povere che sulle altre.
L’ultimo rapporto delle Nazioni Unite sullo sviluppo sostenibile (2020) stima che il danno economico imputabile ai disastri naturali sia stato, nel 2018, di 23 miliardi di dollari. Inoltre, se si prendono a campione i soli Paesi che hanno riportato perdite imputabili ai disastri naturali, è evidente come siano i Paesi in via di Sviluppo ad esser stati maggiormente danneggiati, sia in termine di perdite umane (29% di perdite nei Paesi in via di Sviluppo, a fronte di una popolazione negli stessi pari al 14% del totale) che in termini di perdite economiche (10% di perdite nei Paesi in via di Sviluppo, i quali contribuiscono solo con il 2% al PIL complessivo).
Figura 2 - Quota di perdite imputabili a disastri ambientali nei Paesi in via di sviluppo, rispetto al totale

(Fonte: UN 2020, pag. 25)
Anche i più recenti scenari previsionali sul riscaldamento globale redatti dal Gruppo intergovernativo sul cambiamento climatico mostrano che, per ogni possibile livello di surriscaldamento globale plausibile, saranno sempre i Paesi in via di sviluppo quelli che subiranno maggiormente gli effetti devastanti, non avendo a disposizione sufficienti strumenti compensativi che li attenuino, facilitandone l’adattamento.
Tali evidenze sono riprese nella dottrina sociale, che sottolinea ad esempio come l’esposizione agli inquinanti atmosferici provochi morti premature specialmente tra i poveri (Laudato si’, 20) e che il riscaldamento globale con il conseguente innalzamento del livello del mare colpisca maggiormente i poveri da che la maggior parte delle megalopoli si trovano in zone costiere (Laudato si’, 24).
Magistero e scienze sociali riconoscono la gravità dello status quo e non solo son concordi nel riconoscere le interrelazioni tra ambiente e povertà, ma anche nel rimarcare la necessità che tutti gli attori, incluse le istituzioni, agiscano in concerto per arginare il deterioramento dell’ambiente naturale e l’avanzare della povertà. La dottrina sociale invita ad eliminare le cause strutturali dei fallimenti di mercato evidenti in quei modelli di crescita che non riescono a garantire il rispetto dell’ambiente, sottolineando che il mondo non può essere analizzato in maniera unidimensionale, ma secondo una pluralità di dimensioni che includano l’ambiente e le relazioni sociali. La scienza economica delinea la possibilità che interventi di politica pubblica riescano a porre rimedio a questi fallimenti allocativi e ne studia strumenti, efficacia ed efficienza.
Tra gli interventi di politica pubblica utili per questo contesto con riferimento alle emissioni inquinanti emergono quelli finalizzati all’internalizzazione del danno ambientale, ovvero al suo computo all’interno dei bilanci dell’impresa, quali l’adozione di una tassa pigouviana proporzionata rispetto al danno ambientale causato o la determinazione di impegni di riduzione di emissioni basati sulle quote. La teoria economica, con la cosiddetta “ipotesi di Porter”, suggerisce che l’intervento pubblico e in particolare l’adozione di regolamentazioni ambientali sempre più stringenti è compatibile con livelli elevati di crescita economica, poiché tali normative possono fare emergere più chiaramente il valore economico della protezione ambientale, incoraggiando l’attività innovativa, il conseguente sfruttamento di vantaggi competitivi e, dunque, la crescita economica.
Quello che la dottrina sociale ci spinge a considerare più a fondo di quanto la scienza economica non stia facendo è il pericolo che queste politiche, benché nate con le migliori intenzioni di cura per l’ambiente, risultino in imposizioni troppo pesanti, sbilanciate e ingiuste per i Paesi in via di sviluppo, tali da limitare severamente le possibilità di crescita future (Laudato si’, 170).
Bibliografia
Dasgupta P. (2007), Povertà, ambiente e società. Il ruolo del capitale naturale e del capitale sociale nello sviluppo economico, Il Mulino.
Ostrom E., Burger J., Field C., Norgaard R., Policansky D. (1999), Revisiting the Commons: Local Lessons and Global Challenges, in «Science», 284 (5412), pp. 278-282.
Porter M. E., Van der Linde, C. (1995), Green and competitive: ending the stalemate in «Harvard business review», 73(5), pp. 120-134.
Russo S., Sillmann J., Sippel S., Barcikowska M. J., Ghisetti C., Smid M., O’Neill B. (2019), Half a degree and rapid socioeconomic development matter for heatwave risk in «Nature communications», 10(1), pp. 1-9.
UN (2020), The Sustainable Development Goals Report 2020.
Autore
Claudia Ghisetti, Università Cattolica del Sacro Cuore (claudia.ghisetti@unicatt.it)