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Fascicolo 2025, 3 ‒ Luglio-Settembre 2025
Prima pubblicazione online: Settembre 2025
ISSN 2784-8884
DOI 10.26350/dizdott_000190
Abstract:
ENGLISH
La diaspora africana verso l’Occidente è un fenomeno complesso, spinto da fattori strutturali e relazionali/valoriali. Nella voce si esaminano cause e impatti su Paesi d’origine e destinazione: benefici per chi accoglie, costi per chi perde talenti. Nel dialogo ecclesiale, le Chiese africane denunciano brain drain e diritto a non emigrare; quelle occidentali promuovono accoglienza. Nelle conclusioni, si invoca corresponsabilità e diritto a futuro dignitoso a casa propria.
Questo articolo intende contribuire alla riflessione nell’ambito del Piano Africa, Università Cattolica del Sacro Cuore.
Parole chiave: Migrazioni, Diaspora, Job attraction, Brain drain, Africa, Corresponsabilità
ERC:
ITALIANO
The African diaspora to the West is a complex phenomenon driven by structural and relational/value-based factors. This entry examines causes and impacts on countries of origin and destination: benefits for hosts, costs for those losing talent. In ecclesial dialogue, African Churches denounce brain drain and affirm the right not to migrate, while Western Churches promote hospitality. The conclusions call for shared responsibility and the right to a dignified future at home.
This article aims to contribute to the reflection within the Africa Plan, Università Cattolica del Sacro Cuore.
Keywords: Migration, Diaspora, Job attraction, Brain drain, Africa, Shared responsibility
ERC:
La migrazione internazionale è uno dei fenomeni più rilevanti e dibattuti del nostro tempo e coinvolge in maniera consistente anche il continente africano, con circa 41 milioni di migranti sia intra-Africa (circa 21 milioni) che extra-Africa (11 milioni solo in Europa).
Per chiarezza, è innanzitutto importante distinguere tra “migrazione”, che è lo spostamento di persone da un luogo a un altro, temporaneo o permanente, interno o internazionale, e “diaspora”, che è una dispersione transnazionale di lungo periodo, tenuta insieme da legami identitari, sociali ed economici tra origine e insediamento. Quella africana, quindi, si connota come diaspora, includendo comunità stabilite fuori dal continente e reti che mantengono scambi e corresponsabilità con i Paesi d’origine, che rappresenta una realtà complessa e significativa, esito di fattori strutturali e relazionali/valoriali nel rapporto con l’Europa e il mondo industrializzato.
Dall’età precoloniale in avanti, i movimenti di popolazione dal continente africano si sono stratificati in ondate successive: dalle antiche carovane trans-sahariane e dalle reti commerciali sull’Oceano Indiano; alla fase in cui le potenze europee deportarono con la tratta atlantica milioni di africani nelle Americhe; al periodo del dominio coloniale diretto, in cui la manodopera africana – reclutata o costretta – alimentò miniere, piantagioni e grandi cantieri; quindi alle fughe di élite e ai corridoi di lavoro che segnarono i primi decenni dopo l’indipendenza; fino alle rotte globalizzate odierne che collegano grandi città-polo africane – i cosiddetti hub regionali, centri urbani che concentrano opportunità economiche, snodi di trasporto e reti diasporiche e perciò attraggono e smistano la mobilità intra-continentale – alle metropoli occidentali. Queste ultime mobilità non sono un fenomeno uniforme né marginale: coinvolgono milioni di persone, toccano in modo diretto le comunità locali e pongono questioni urgenti di giustizia, sviluppo e coesione sociale.
La dottrina sociale della Chiesa, che da tempo offre orientamenti per comprendere e accompagnare il fenomeno migratorio, invita ad ascoltare in modo attento anche la voce di chi è costretto a partire. In particolare, il SECAM (Symposium of Episcopal Conferences of Africa and Madagascar)
e le Conferenze episcopali nazionali, che costituiscono le Chiese africane non sempre adeguatamente considerate nei dibattiti pubblici, offrono una prospettiva preziosa e talvolta controcorrente, denunciando la perdita di risorse umane e la necessità di un nuovo equilibrio tra libertà individuale e responsabilità collettiva. Il presente contributo propone una lettura articolata della diaspora africana contemporanea, soffermandosi su numeri, cause, dinamiche, conseguenze e risposte ecclesiali, in una prospettiva che tiene insieme chi accoglie e chi, purtroppo, deve vedere partire.
1. La questione migratoria nella riflessione della Chiesa
La migrazione costituisce un tratto costante della storia umana, ma assume forme nuove e dimensioni inedite nel mondo globalizzato. La dottrina sociale della Chiesa ha affermato con chiarezza che «l’immigrazione può essere una risorsa, anziché un ostacolo per lo sviluppo», aggiungendo, però, che l’arrivo dei migranti «nei Paesi sviluppati è spesso percepito come una minaccia per gli elevati livelli di benessere raggiunti grazie a decenni di crescita economica» (Compendio della dottrina sociale della Chiesa, 2004, 297), e invita a fornire «risposte indispensabili, soprattutto nei confronti di coloro che fuggono da gravi crisi umanitarie» (Fratelli tutti, 2020, 130).
Tale prospettiva richiede di superare approcci riduttivi e strumentali al fenomeno migratorio, per restituirgli tutta la sua portata antropologica. La migrazione non è solo un evento economico o geopolitico, ma riguarda il modo in cui la persona umana cerca di vivere in pienezza la propria dignità, anche quando le condizioni del proprio Paese non lo permettono. Come ha affermato Giovanni Paolo II, «l’uomo ha il diritto di lasciare il proprio Paese d’origine per vari motivi – come anche di ritornarvi – e di cercare migliori condizioni di vita in un altro Paese» (Laborem excercens, 1981, 23). Questo diritto, tuttavia, va letto insieme al diritto a non emigrare, a poter restare nella propria terra e contribuire allo sviluppo della propria comunità: «l’ideale sarebbe evitare le migrazioni non necessarie e a tale scopo la strada è creare nei Paesi di origine la possibilità concreta di vivere e di crescere con dignità, così che si possano trovare lì le condizioni per il proprio sviluppo integrale» (Fratelli tutti, 129); «esso costituisce, in genere, una perdita per il Paese dal quale si emigra. Si allontana un uomo e insieme un membro di una grande comunità, ch’è unita dalla storia, dalla tradizione, dalla cultura, per iniziare una vita in mezzo ad un’altra società, unita da un’altra cultura e molto spesso anche da un’altra lingua. Viene a mancare in tale caso un soggetto di lavoro, il quale con lo sforzo del proprio pensiero o delle proprie mani potrebbe contribuire all’aumento del bene comune nel proprio Paese; ed ecco, questo sforzo, questo contributo viene dato ad un’altra società, la quale, in un certo senso ne ha diritto minore che non la patria d’origine» (Laborem excercens, 23).
In questo senso, la migrazione interpella la coscienza collettiva, rivelando le contraddizioni di un sistema globale che produce disuguaglianze profonde e, allo stesso tempo, beneficia dei frutti del lavoro e delle competenze di chi si sposta. La Chiesa ha denunciato il carattere selettivo di alcune politiche migratorie, che mostrano la tendenza ad «una ammissione limitata alle persone economicamente utili» (People on the move, 2002) e ha insistito, con papa Francesco, sul fatto che «non si tratta di numeri, si tratta di persone! Se le incontriamo arriveremo a conoscerle. E conoscendo le loro storie riusciremo a comprendere» (Messaggio per la Giornata Mondiale del Migrante e del Rifugiato, 2020). Benedetto XVI, affrontando la questione della mobilità lavorativa, aggiunge che «quando l’incertezza circa le condizioni di lavoro, in conseguenza dei processi di mobilità e di deregolamentazione, diviene endemica, si creano forme di instabilità psicologica, di difficoltà a costruire propri percorsi coerenti nell’esistenza» (Caritas in veritate, 2009, 25), un monito che invita a riformare le logiche di interdipendenza globale che spesso incentivano la mobilità per ragioni di sfruttamento o convenienza. Sulla stessa linea la Conferenza Episcopale Italiana quando afferma che non si possono chiudere gli occhi di fronte alle molteplici povertà, tra cui «quelle dei migranti che – nell’indifferenza e nel silenzio – continuano ad arrivare sulle nostre coste o sono bloccati sulla frontiera balcanica, al gelo e in condizioni disumane» (Comunicato finale del Consiglio Episcopale Permanente, 2021).
Il Messaggio di papa Francesco per la Giornata mondiale del Migrante e del Rifugiato 2018, intitolato Accogliere, proteggere, promuovere e integrare i migranti e i rifugiati, offre una sintesi autorevole del modus operandi richiesto in questo contesto, racchiusa nei quattro verbi chiave dell’azione ecclesiale: «accogliere significa innanzitutto offrire a migranti e rifugiati possibilità più ampie di ingresso sicuro e legale nei paesi di destinazione […] proteggere, si declina in tutta una serie di azioni in difesa dei diritti e della dignità dei migranti e dei rifugiati, indipendentemente dal loro status migratorio […] Promuovere vuol dire essenzialmente adoperarsi affinché tutti i migranti e i rifugiati così come le comunità che li accolgono siano messi in condizione di realizzarsi come persone in tutte le dimensioni che compongono l’umanità voluta dal Creatore […] integrare, si pone sul piano delle opportunità di arricchimento interculturale generate dalla presenza di migranti e rifugiati».
È solo a partire dal riconoscimento della piena umanità del migrante e della sua capacità di contribuire alla società che è possibile immaginare un ordine sociale più giusto e fraterno.
2. La migrazione africana contemporanea: caratteristiche e cause
La diaspora africana verso i Paesi occidentali si inserisce nel più ampio fenomeno delle migrazioni globali, ma presenta caratteristiche proprie che meritano un’attenzione dedicata. Essa coinvolge un numero crescente di persone, provenienti da diverse aree del continente, che si muovono da situazioni di grave difficoltà economica e sociale, ma anche da aspirazioni legittime a una vita più dignitosa. Non si tratta di un fenomeno omogeneo: accanto ai rifugiati e richiedenti asilo, vi sono migranti economici, studenti, professionisti qualificati e interi nuclei familiari. Le cause che spingono alla partenza sono molteplici e tra loro intrecciate: conflitti armati, persecuzioni politiche o religiose, disastri ambientali, degrado dei sistemi sanitari e scolastici, ma anche il desiderio di formazione, occupazione, mobilità sociale e autorealizzazione.
Secondo le stime delle Nazioni Unite, dei circa 304 milioni di migranti internazionali nel mondo, quelli originari dell’Africa sono circa 41 milioni, pari al 13.5% del totale. I Paesi con la quota di popolazione più alta all’estero si concentrano soprattutto nel Corno d’Africa (Eritrea, Somalia) e in alcune piccole nazioni dell’Africa occidentale (Capo Verde, Gambia, Lesotho). In valori assoluti i bacini di emigranti più ampi provengono però da Egitto e Marocco nel Nord del continente, da Nigeria e Ghana in Africa occidentale e da Sudan ed Etiopia nell’Africa orientale.
Nel 2020 circa 21 milioni di africani risiedevano in un altro Paese del continente. In Africa occidentale e centrale vivevano oltre 11 milioni di migranti internazionali, con circa il 70% dei movimenti che resta intraregionale; Côte d’Ivoire e Ghana risultano tra le principali destinazioni. Nel 2019, nell’Africa orientale, i lavoratori migranti hanno raggiunto rispettivamente quasi 3 milioni per il blocco EAC (East African Community) e oltre 3 milioni per il blocco IGAD (Intergovernmental Authority on Development). Per quanto riguarda lo spostamento forzato, nel 2022 l’Uganda ospitava quasi 1,5 milioni di rifugiati, in gran parte provenienti da Sud Sudan e Repubblica Democratica del Congo). Tra le principali destinazioni intra-africane figurano Sudafrica, Uganda, Sudan, Nigeria, Etiopia, Kenya, Repubblica Democratica del Congo, Sud Sudan e Libia.
Circa un terzo degli emigrati africani, invece, risiede in Europa e i restanti in Asia occidentale (17%) e America del Nord (10%). L’Europa resta un polo di attrazione: nel 2024 i primi richiedenti asilo con cittadinanza africana sono stati 237.230, circa il 23% del totale delle richieste. Tra le principali cittadinanze figurano Egitto (23.950), Marocco (22.645), Somalia (16.865), Mali (16.570) e Guinea (15.455). Le domande si concentrano soprattutto nei maggiori Paesi di destinazione dell’UE: Germania (52.800), Spagna (37.700), Italia (34.800) e Francia (30.100).
2.1 Le cause strutturali e valoriali della migrazione
Le cause della diaspora africana sono molteplici e complesse, e comprendono fattori strutturali e relazionali/valoriali. Secondo i rapporti Africa Migration Report dell’Organizzazione Internazionale per le Migrazioni (IOM) del 2020 e 2024, la povertà multidimensionale continua a colpire circa il 35% della popolazione dell’Africa subsahariana, mentre la disoccupazione giovanile supera il 60% in molte aree del continente. L’accesso diseguale all’istruzione, le crisi climatiche (desertificazione, siccità, innalzamento del livello del mare) – che secondo le proiezioni 2024 potrebbero essere responsabili del 10% delle migrazioni transfrontaliere africane entro la metà del secolo – e i conflitti armati continuano a spingere milioni di persone fuori dai loro Paesi d’origine. Il rapporto 2024 evidenzia inoltre che entro il 2030, fino a 118 milioni di persone estremamente povere saranno esposte a eventi climatici estremi, aggravando ulteriormente le pressioni migratorie.
Le aspirazioni individuali, come la possibilità di costruire un futuro per i figli, ottenere una formazione superiore, lavorare in ambienti meritocratici e partecipare a reti globali sono dunque parte integrante della decisione migratoria. Anche la crescente esposizione a modelli di vita occidentali, attraverso media digitali e contatti transnazionali, alimenta la percezione che altrove vengano offerte possibilità irraggiungibili nei contesti di origine. Come rilevato dal Rapporto International Student Mobility (2025) del Migration Policy Institute, «l’istruzione internazionale è diventata un enorme mercato … le istituzioni di livello terziario negli Stati Uniti, nel Regno Unito, in Australia e in Canada continuano ad attrarre un gran numero di studenti internazionali, ma anche altri Paesi di destinazione sono entrati in gioco». Questa tendenza conferma che, per molti giovani provenienti da contesti con scarse opportunità locali, la migrazione rappresenta una strategia concreta per accedere a percorsi formativi di qualità e rafforzare le proprie prospettive di mobilità sociale.
A questi elementi si aggiungono le disuguaglianze regionali interne all’Africa stessa: il divario tra zone urbane e rurali, tra aree costiere e dell’interno, e tra Paesi anglofoni e francofoni, contribuisce a rafforzare i movimenti migratori interni, oltre a quelli internazionali. La migrazione africana, quindi, non è solo fuga, ma anche scelta strategica, frutto di calcoli razionali e reti di supporto, in cui le famiglie investono risorse nella mobilità dei loro membri come forma di resilienza e di partecipazione all’economia globale.
2.2. La migrazione qualificata e la “job attraction”
Un’attenzione particolare merita il fenomeno, sempre più rilevante, della migrazione qualificata. Negli ultimi anni si è registrato un aumento significativo del numero di professionisti africani nei Paesi OCSE, in particolare nei settori della sanità, dell’ingegneria e della ricerca. Questo flusso è alimentato da politiche attive di attrazione dei talenti da parte dei Paesi occidentali, che rispondono così a carenze strutturali interne, come invecchiamento della popolazione, crisi dei sistemi sanitari e mancanza di personale tecnico. Relativamente a quest’ultimo aspetto, ci si chiede quando sia dovuto a limiti strutturali e non, all’opposto, a un’inadeguata capacità o volontà delle istituzioni locali occidentali che non hanno investito adeguatamente nella formazione, valorizzazione e stabilizzazione del personale locale, cosicché il ricorso all’estero può essere letto come una scorciatoia che elude il principio di sussidiarietà, tanto caro alla dottrina sociale della Chiesa (Compendio della Dottrina Sociale della Chiesa, 2004, 186).
Il fenomeno è economicamente vantaggioso per i Paesi d’arrivo, ma comporta un costo elevato per quelli di partenza. Secondo Kirigia et%E2%80%AFal. (2006), il costo totale per formare un medico in Kenya – comprensivo di istruzione primaria, secondaria e universitaria – ammonta a circa 66%E2%80%AF000%E2%80%AFUSD. Secondo il rapporto Global Strategy on Human Resources for Health: Workforce 2030 dell’Organizzazione Mondiale della Sanità (2016), numerosi Paesi africani come Nigeria, Ghana e Kenya stanno affrontando una crescente emigrazione di personale sanitario qualificato verso Stati Uniti, Regno Unito e Canada. Questo fenomeno, legato alla domanda globale di medici, infermieri e altri professionisti sanitari, sta aggravando le carenze già critiche nei sistemi sanitari locali, compromettendo la capacità di risposta nazionale, in particolare nei contesti più fragili.
Questa attrazione sistemica di lavoratori qualificati può essere definita come “job attraction”, che esemplifica la tensione tra libertà dei mercati del lavoro e giustizia sociale internazionale: l’attrazione di professionisti qualificati produce benefici nei Paesi di arrivo, ma può generare costi nei sistemi di origine (servizi essenziali, formazione, capitale umano), richiamando criteri di equità e corresponsabilità tra Stati. Come rilevato nella dichiarazione congiunta del 2008 tra SECAM e le Conferenze Episcopali Europee (People on the move), i vescovi dei due continenti hanno chiesto l’adozione di misure di commercio equo per affrontare la crisi migratoria in corso, implicitamente legata al fenomeno del brain drain dei professionisti africani qualificati.
Il diritto a emigrare, affermato da molti documenti ecclesiali, deve dunque essere accompagnato dal diritto a non emigrare: «sono necessari sforzi congiunti … per garantire a tutti il diritto a non essere costretti a emigrare, ossia la possibilità di vivere in pace e con dignità nella propria terra» (Messaggio per la 109ª Giornata Mondiale del Migrante e del Rifugiato, 2023). Laddove questo diritto non sia riconosciuto, è necessario un atto di consapevolezza realistica: «certo, l’ideale sarebbe evitare le migrazioni non necessarie e a tale scopo la strada è creare nei Paesi di origine la possibilità concreta di vivere e di crescere con dignità […] Ma, finché non ci sono seri progressi in questa direzione, è nostro dovere rispettare il diritto di ogni essere umano di trovare un luogo […] dove realizzarsi pienamente» (Fratelli tutti, 129).
3. Le risposte ecclesiali: due voci a confronto
La migrazione africana verso i Paesi occidentali interpella profondamente la coscienza della Chiesa universale, chiamata a promuovere una cultura dell’accoglienza e della solidarietà, ma anche a sostenere lo sviluppo integrale dei Paesi di origine. Le risposte ecclesiali si articolano in due prospettive complementari: quella delle Chiese dei Paesi di destinazione, impegnate nell’accoglienza e nell’inclusione, e quella delle Chiese africane, che esprimono il dolore per la perdita di risorse umane e la necessità di creare condizioni favorevoli affinché i giovani possano costruire il proprio futuro nelle terre d’origine.
3.1. La voce di chi accoglie: promuovere una cultura dell’incontro
Le Chiese, soprattutto in Europa e Nord America, sono chiamate a promuovere una cultura dell’accoglienza, della tutela dei diritti e dell’inclusione. Sulla stessa linea anche la CEI tramite la Fondazione Migrantes, che richiama a non distogliere lo sguardo dalle molte povertà, incluse quelle dei migranti che, spesso nell’indifferenza, continuano ad arrivare sulle nostre coste o restano bloccati alle frontiere in condizioni disumane (cfr. Comunicato del Consiglio Episcopale Permanente).
In relazione alle sfide complesse che ci pone una persona migrante, papa Francesco sostenne che «ciò implica alcune risposte indispensabili, soprattutto nei confronti di coloro che fuggono da gravi crisi umanitarie. Per esempio: incrementare e semplificare la concessione di visti; adottare programmi di patrocinio privato e comunitario; aprire corridoi umanitari per i rifugiati più vulnerabili […] promuovere il loro inserimento sociale; favorire il ricongiungimento familiare e preparare le comunità locali ai processi di integrazione» (Fratelli tutti, 130). Tuttavia, l’accoglienza non può limitarsi a risposte organizzative o a misure assistenziali. È necessario un cambiamento culturale e spirituale, che trasformi la percezione del migrante da problema a opportunità di crescita personale: «un essere umano […] non giunge a riconoscere a fondo la propria verità se non nell’incontro con gli altri» (Fratelli tutti, 87). L’incontro autentico con l’altro, anche quando porta con sé differenze linguistiche, religiose o culturali, diventa allora occasione di crescita reciproca e di rigenerazione sociale e spirituale. La comunità cristiana è chiamata a essere il primo laboratorio di questa cultura dell’incontro, nella quale ogni persona è riconosciuta nella sua dignità e chiamata a contribuire al bene comune.
3.2. La voce di chi “perde”: costruire condizioni per restare
Al contempo, le Chiese africane testimoniano con forza il dramma della perdita di risorse umane e la responsabilità di costruire condizioni che consentano ai giovani di restare e di contribuire allo sviluppo delle loro comunità. Il Simposio delle Conferenze Episcopali di Africa e Madagascar ha più volte richiamato la necessità di investire sul continente, evitando approcci che incoraggino la fuga dei cervelli. Nel 2022, i vescovi hanno affermato: «Esortiamo i leader e i decisori socio-politici a mettere in atto strutture e condizioni che scoraggino la migrazione irregolare: buon governo, opportunità di impiego, sicurezza multisfaccettata, inclusione politica e sociale, promozione della giustizia sociale. [...] Esprimiamo il nostro dolore nel vedere i giovani lasciare i nostri Paesi, sapendo che andranno incontro a sofferenze e forse alla morte, e lamentiamo la nostra incapacità di trattenerli» (Dichiarazione del 31 luglio 2022).
Già nel 2003, il Pontificio Consiglio per la Pastorale dei Migranti, intervenendo al SECAM, sottolineava che «la migrazione volontaria di persone altamente qualificate, se permanente, può rappresentare una perdita per l’Africa, nonostante il contributo delle loro rimesse» aggiungendo che «molti migranti entrano in movimenti irregolari, utilizzano trafficanti o cadono vittime di tratta in condizioni di schiavitù». La partenza sistematica di giovani istruiti, spesso sostenuti dalle famiglie con grandi sacrifici, priva le comunità locali di risorse umane fondamentali per lo sviluppo economico, educativo e sanitario. Così, la migrazione si configura non solo come una sfida individuale, ma come un processo che, se non accompagnato da politiche di giustizia globale, contribuisce a squilibri strutturali sempre più gravi tra Paesi di partenza e di arrivo, aggravando ulteriormente l’impoverimento dei primi.
3.3. Una corresponsabilità ecclesiale tra continenti
Le voci della Chiesa che emergono dal Nord e dal Sud del mondo non sono in contraddizione, ma esprimono insieme la complessità di una responsabilità condivisa. Se da un lato la missione delle Chiese dei Paesi occidentali è quella di accogliere, integrare e promuovere ogni persona migrante nel rispetto della sua dignità, dall’altro le Chiese africane ricordano l’urgenza di investire in un futuro possibile per i giovani nei loro Paesi di origine.
In questo dialogo ecclesiale si manifesta una visione profondamente evangelica della mobilità umana: non come minaccia, ma come occasione di incontro; non come condanna, ma come appello alla giustizia e alla solidarietà. La Dottrina sociale della Chiesa invita a non separare mai il diritto di migrare dal diritto a non essere costretti a farlo. Una risposta autenticamente efficace al fenomeno migratorio non può limitarsi all’accoglienza, ma deve includere un impegno deciso per promuovere lo sviluppo umano integrale nei Paesi di origine. È fondamentale creare condizioni che consentano alle persone di vivere con dignità e di realizzarsi pienamente nei propri contesti, affinché la migrazione non sia una necessità imposta ma una scelta libera.
Tradurre il principio in pratiche richiede azioni coordinate su tre piani: formazione, lavoro, accompagnamento istituzionale/pastorale:
• Sistemi formativi (Africa/Europa): allineare curricula e procedure di riconoscimento; attivare accordi per titoli congiunti e riconoscimento/trasferimento crediti; prevedere finestre di mobilità con clausole di rientro (impegno a rientrare) e programmi di reinserimento professionale; offrire borse legate a periodi minimi di servizio in aree carenti; rafforzare la TVET (istruzione e formazione tecnica e professionale) e le competenze digitali; monitorare gli esiti con indicatori di rientro e occupabilità locale;
• Datori di lavoro: adottare codici etici di reclutamento internazionale (es. in sanità) e piani di compensazione formativa nei Paesi d’origine; avviare partenariati gemellati (twinning) tra ospedali/atenei/imprese per restituire know-how; creare fondi per borse e specializzazioni in loco; garantire trasparenza su canali di assunzione e condizioni contrattuali; promuovere programmi di “diaspora mentoring” e rientri temporanei con risultati misurabili;
• Istituzioni/pastorale: offrire servizi lungo tutto il ciclo migratorio (informazione pre-partenza, tutela legale, integrazione, ricongiungimenti); assicurare protezione di minori e famiglie; attivare sportelli per rimesse orientate allo sviluppo (educazione finanziaria, matching grants = cofinanziamenti, diaspora bonds = titoli dedicati a investimenti locali); curare accompagnamento spirituale e sociale; favorire percorsi circolari e partenariati territoriali che creino condizioni concrete del diritto a restare.
La diaspora africana, così letta, diventa una cartina di tornasole dell’etica delle relazioni internazionali e del grado di maturità della fraternità cristiana nel mondo globale.
4. Conclusione
La diaspora africana verso i Paesi occidentali costituisce oggi una delle espressioni più evidenti delle disuguaglianze globali e, al contempo, uno dei banchi di prova più esigenti per la Chiesa e la sua dottrina. Essa interroga non solo i sistemi politici ed economici, ma anche le comunità cristiane chiamate a una duplice responsabilità: costruire società capaci di accogliere e valorizzare le persone migranti, e sostenere modelli di sviluppo giusti nei Paesi di origine.
Le migrazioni africane, con le loro molteplici cause e le profonde implicazioni sociali e spirituali, richiedono un approccio integrato che coniughi accoglienza e giustizia, solidarietà e sussidiarietà. Come ricordano i vescovi africani, il vero sviluppo è quello che consente alle persone di restare, non quello che le costringe a partire. Ma è altrettanto vero che ogni persona ha diritto a cercare altrove ciò che la propria terra non può offrire, e che la sua dignità va riconosciuta e protetta ovunque essa si trovi.
Il pensiero sociale della Chiesa offre strumenti per leggere questi fenomeni non come emergenze da contenere, ma come segni dei tempi da discernere e abitare con responsabilità evangelica. In questo senso, la diaspora africana non è solo un tema di studio o di dibattito: è un appello concreto a ripensare le relazioni tra i popoli, i modelli di sviluppo e il senso stesso della fraternità umana.
Voci correlate:
Diritto di emigrare e diritto di non emigrare • Governo dell’immigrazione • Migrazioni internazionali • Migrazioni forzate • Minori migranti • La globalizzazione e il mercato del lavoro
Bibliografia
• Kirigia J.M., Gbary A.R., Muthuri L.K., Nyoni J., Seddoh A. (2006), The cost of health professionals’ brain drain in Kenya, BMC Health Services Research, 6, 89.
• International Organization for Migration (2020), Africa Migration Report: Challenging the Narrative, IOM, Addis Ababa.
• International Organization for Migration (2024), Africa Migration Report: Connecting the Threads, IOM, Addis Ababa.
• United Nations Development Programme (2019), Scaling Fences: Voices of Irregular African Migrants to Europe, UNDP, New York.
Autore
Diego Boerchi, Università Cattolica del Sacro Cuore (diego.boerchi@unicatt.it)