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Fascicolo 2021, 1 – Gennaio-Marzo 2021
Prima pubblicazione online: Marzo 2021
ISSN 2784-8884
DOI 10.26350/dizdott_000037
di Elena Cottini, Claudio Lucifora
Abstract:
ENGLISH
La globalizzazione è un fenomeno complesso e multidimensionale, che abbraccia temi economici, ma anche politici, sociali e demografici. Da un alto, la globalizzazione ha contribuito a colmare il divario tra i lavoratori nelle economie avanzate e in quelle in via di sviluppo, soprattutto attraverso la diffusione della tecnologia. Dall’altro, ha provocato delocalizzazioni e perdita di posti di lavoro. I settori più vulnerabili sono caratterizzati da una prevalenza di posti di lavoro poco qualificati. La globalizzazione esercita quindi pressioni importanti sui sistemi di protezione sociale aprendo la strada all’aumento delle diseguaglianze e un aumento della povertà per i più fragili.
Parole chiave: Globalizzazione, Mercato del lavoro, Competenze, Disoccupazione, Sviluppo tecnologico, Lavoratori migranti, Diritti dei lavoratori
ERC: SH1_2 - SH1_11 - SH1_13
ITALIANO
Globalization is a complex and multidimensional phenomenon, which involves economic, but also political, social and demographic issues. On the one hand, globalization has helped to reduce the wage gap between workers in advanced and developing economies, especially through the spread of technology. On the other hand, it has caused relocations and job losses. The most vulnerable sectors are characterized by a prevalence of low-skilled jobs. Globalization therefore exerts important pressures on social protection systems, paving the way for an increase in inequalities and poverty for the most vulnerable.
Keywords: Globalization, Labour Market, Skills, Unemployment, Technological development, Migrant workers, Worker rights
ERC: SH1_2 - SH1_11 - SH1_13
La multidimensionalità della globalizzazione
Con il termine globalizzazione spesso vengono indicati fenomeni molto diversi tra di loro. Per gli economisti, la globalizzazione riguarda i processi di internazionalizzazione dei mercati finanziari e la crescita del commercio mondiale. Con globalizzazione, i demografi si riferiscono all’aumento dei fenomeni migratori tra Paesi e continenti diversi, flussi che originano da una mobilità economica, dai Paesi più poveri verso i Paesi più ricchi, e da una mobilità politica dei richiedenti asilo, dai Paesi in guerra o teatro di repressione dei diritti civili ai Paesi democratici di accoglienza. La globalizzazione viene anche associata a fenomeni quali il clima o il degrado ambientale, e ai relativi riflessi sulla sostenibilità delle risorse naturali del pianeta. La lista potrebbe concludersi qui, se non fosse che la recente pandemia Covid-19 ha aggiunto, al precedente elenco, la globalizzazione della salute e dei rischi epidemiologici (come già successo nel caso di Aids, Mers e Sars) che diffondendosi interessano tutti gli abitanti del pianeta. È quindi da intendersi, al tempo stesso, come un concetto complesso e multidimensionale che implica una serie di processi diversi e connessi tra di loro.
Globalizzazione e nuove vulnerabilità
Sebbene non tutti questi fenomeni abbiano una ricaduta diretta sul mercato del lavoro, la definizione stessa di globalizzazione richiama un processo di azione sistemica che, oltre ad interessare popolazioni distanti geograficamente, esercita importanti azioni di spillover in diversi ambiti. Per esempio, in seguito all’integrazione dei mercati finanziari, shock finanziari si possono propagare da un Paese all’altro, innescando crisi economiche e creando disoccupazione, con riflessi anche significativi sulla salute fisica e mentale delle popolazioni. Un aumento della disoccupazione si è verificato con la crisi finanziaria del 2008 e tuttora rappresenta, insieme alla salute, una delle principali preoccupazioni dei governi durante l’attuale pandemia. Un tratto comune a tutte le dimensioni della globalizzazione è la criticità associata ai comportamenti non-cooperativi (si vedano gli accordi sul commercio internazionale o sulle migrazioni) dei Paesi che generano importanti esternalità negative (ossia se la produzione o il consumo di certi beni determina un peggioramento del benessere sociale), scaricando sui vicini i relativi costi. Infine, la globalizzazione esercita pressioni importanti sui sistemi di protezione sociale aprendo la strada all’aumento delle diseguaglianze, a problematiche di inequità e aumento della povertà per i più fragili.
Cambiamenti nei processi produttivi, delocalizzazione, e catene globali del valore
Per capire come la globalizzazione impatta sul mercato del lavoro è necessario prendere in considerazione l’evoluzione dei processi produttivi verificatasi negli ultimi decenni. Tali processi una logica di interdipendenza, guidati da delocalizzazioni (offshoring) e catene globali del valore o Global Value Chains (GVC), ove la produzione di beni e servizi a livello mondiale viene segmentata in fasi, localizzate in aree spesso distanti migliaia di chilometri l’una dall’altra sfruttando l’offerta di lavoro locale ad un costo più basso e condizioni di mercato talvolta più favorevoli. Innanzitutto, l’espansione dei commerci tra i Paesi sviluppati e quelli in via di sviluppo ha generato degli squilibri nella composizione dell’occupazione e pressioni verso la diminuzione dei salari dei lavoratori meno qualificati. I modelli teorici standard di commercio internazionale predicono che, se la tecnologia è comune a tutti i Paesi, i Paesi si specializzeranno nella produzione e nel commercio dei beni ad alta intensità nel fattore abbondante, mentre il commercio internazionale eguaglierà i prezzi dei fattori nei vari Paesi. I Paesi in via di sviluppo, con elevata dotazione di lavoro, si specializzano nelle produzioni ad alta intensità di lavoro che esportano nei Paesi sviluppati, mentre i Paesi sviluppati si specializzano nella produzione di beni ad alta intensità di capitale. In questo contesto si creano degli squilibri che generano un eccesso di offerta di lavoro non qualificato, e pressioni al ribasso sui salari di tali lavoratori, poiché risulterebbero relativamente più costosi nelle economie industrializzate piuttosto che nelle economie di nuova industrializzazione. In presenza di rigidità nel mercato del lavoro, sindacati o salario minimo, per esempio, possono portare anche all’aumento della disoccupazione.
Squilibri nella domanda di lavoro e sviluppo tecnologico
Negli ultimi decenni, in molti Paesi sviluppati si è manifestata una significativa riduzione della domanda relativa di lavoro non-qualificato rispetto al lavoro qualificato. Sebbene non vi sia consenso, gli economisti del lavoro credono che lo skill-biased technical change (cambiamento tecnologico che favorisce i qualificati) sia il principale colpevole. Il cambiamento tecnologico ha generato numerosi disequilibri sia dal lato delle quantità, ove è aumentata la disoccupazione dei lavoratori meno qualificati/istruiti, sia dal lato dei prezzi, alla luce dell’aumento delle diseguaglianze salariali tra i lavoratori più qualificati e con maggiore esperienza di lavoro e i meno qualificati. In particolare, i lavoratori meno qualificati/istruiti sono quelli che hanno pagato il prezzo maggiore: con un’elevata contrazione del tasso di occupazione e il maggior incremento nel tasso di disoccupazione (si veda per esempio Autor et al. 2013). Nonostante le spiegazioni avanzate per giustificare gli squilibri occupazionali e l’aumento delle diseguaglianze siano numerose e spazino dai fattori demografici e tecnologici, fino a quelli istituzionali, le dinamiche di globalizzazione e di riallocazione internazionale dei fattori di lavoro lungo le catene di valore globali costituiscono tuttora la spiegazione principale a tale fenomeno (Lopez Gonzalez et al. 2015). È difficile concludere se i guadagni netti derivanti dalla globalizzazione rimangano positivi nel momento in cui emerge disoccupazione, tuttavia sembra emergere che i Paesi caratterizzati da maggiore flessibilità nel mercato del lavoro ne traggano maggiori benefici.
Dottrina sociale della Chiesa, globalizzazione e sviluppo tecnologico
La globalizzazione è ispirata ad una logica che si basa sulla migliore allocazione delle risorse da un punto di vista economico, ma non riesce talvolta a realizzare un’equa distribuzione della ricchezza. La dottrina sociale della Chiesa ha dibattuto ampliamente sul fenomeno. Giovanni Paolo II suggerisce una globalizzazione animata da valori etici di fondo e finalizzata allo sviluppo di ogni uomo (Discorso alla Pontificia Accademia delle Scienze, 2001). Benedetto XVI, invita a non considerarla come un processo dagli esiti necessariamente nefasti, ma come un’opportunità (cfr. Caritas in veritate, 2009, 42). La globalizzazione “è stato il principale motore per l’uscita dal sottosviluppo di intere regioni e rappresenta di per sé una grande opportunità”(Caritas in veritate, 33). Tuttavia, sottolinea l’importanza del ruolo dell’uomo nel dirigere tale processo: “la globalizzazione, a priori, non è né buona né cattiva. Sarà ciò che le persone ne faranno”, e della necessita di intervento dello stesso “talvolta nei riguardi della globalizzazione si notano atteggiamenti fatalistici, come se le dinamiche in atto fossero prodotte da anonime forze impersonali e da strutture indipendenti dalla volontà umana” (Caritas in veritate, 42). E conclude sulla globalizzazione: “senza la guida della carità nella verità, questa spinta planetaria può concorrere a creare rischi di danni sconosciuti finora e di nuove divisioni” (Caritas in veritate, 33).
Nuove tecnologie e produttività
La crescita di nuove tecnologie e del commercio globale ha, negli ultimi decenni, portato a importanti cambiamenti strutturali nelle economie sviluppate. Da un lato, i miglioramenti nelle comunicazioni, nei trasporti e nelle capacità di raccogliere ed elaborare i dati hanno consentito di migliorare la gestione della produzione su scala globale; dall’altro, la maggiore frequenza e possibilità di scambio di idee e informazioni hanno favorito i progressi in ambito tecnologico. L’impatto del cambiamento tecnologico sull’economia costituisce un’opportunità, in particolare in termini di aumento della produttività, ma comporta anche dei rischi, soprattutto in termini di occupazione.
A complicare ulteriormente le cose, vi è il fatto che le tecnologie che guidano la frammentazione e la globalizzazione delle reti di produzione non rimangono fisse, ma piuttosto evolvono rapidamente e continuano a modificare i modelli globali di commercio, le richieste di competenze da parte delle imprese e i mercati del lavoro. Ad esempio, con la progressiva informatizzazione delle attività routinarie, i vantaggi della produzione di massa standardizzata potrebbero diminuire o via a via svanire. Pertanto, un modello di produzione tradizionale, che si basa su catene globali del valore (GVC), con ingresso in attività ad alta intensità di manodopera poco qualificata (come l’assemblaggio) e un passaggio graduale ad attività più qualificate (compresi i servizi), può diventare sempre meno praticabile.
Un mercato del lavoro sempre più polarizzato
Questi sviluppi hanno a loro volta provocato una polarizzazione dell’occupazione, poiché la quota di occupati nelle occupazioni a salario medio è diminuita. Questo “svuotamento” della metà della distribuzione salariale è stato collegato alla scomparsa delle occupazioni che coinvolgono mansioni di routine. Lo spiazzamento dei lavoratori non avviene lungo la dimensione delle loro capacità e competenze, appunto le skills, piuttosto in relazione al grado di ripetitività delle mansioni che si associano a una posizione lavorativa (task-biased technical change - cambiamento tecnologico a sfavore dei lavori routinari/ripetitivi). Le cause potenziali includono il progresso nelle tecnologie di automazione che sostituiscono il lavoro e dell’offshoring come conseguenza della globalizzazione. Questa crescente polarizzazione salariale è anche associata a una maggiore disuguaglianza.
Nella dottrina sociale della Chiesa si sottolinea come le nuove tecnologie possano sì essere una risorsa, ma ad alcune condizioni. “La tecnica non è mai solo tecnica”, ma è anche “un fatto profondamente umano” (Caritas in veritate, 69). Più recentemente, Papa Francesco riprende il tema della tecnologia e il nostro rapporto con le persone, e invita a recuperare la profondità dell’uomo nell’era digitale (cfr. Laudato si’, 2015, 46-47).
Automazione e rilocalizzazione (reshoring)
La crescita della tecnologia e della comunicazione digitalizzate ha rivoluzionato la natura, l’efficienza e l’organizzazione di molti aspetti della produzione e della distribuzione dei beni prodotti, accelerando la velocità dell’automazione. Con l’automazione i costi del lavoro diventano un fattore meno rilevante al momento di decidere dove localizzare la produzione. Ad esempio, una maggiore automazione dei processi di produzione attraverso il crescente utilizzo di robot può erodere il vantaggio in termini di costo del lavoro dei Paesi ove le imprese generalmente delocalizzano, poiché la quota di lavoro e il relativo costo si riducono. Si prevede che la crescente digitalizzazione potrebbe consentire sempre più una produzione a basso costo e di alta qualità nelle economie sviluppate, scoraggiando così l’offshoring da questi Paesi e favorendo il reshoring (definito come la rilocalizzazione o ritorno nel Paese di origine della produzione che era stata precedentemente trasferita all’estero, o delocalizzata).
Fattori quali l’erosione del vantaggio in termini di costi, la necessità che la produzione sia vicina a dove si crea innovazione, la protezione della proprietà intellettuale e la necessità di bilanciare il risparmio sui costi spiegano l’aumento del reshoring verificatosi negli ultimi anni. La rilocalizzazione si basa su moderne tecnologie che richiedono manodopera qualificata. Il reshoring legato alla digitalizzazione migliora quindi le opportunità sul mercato del lavoro delle persone altamente qualificate nei Paesi industrializzati, ma non quelle dei lavoratori scarsamente qualificati (si veda per esempio Prettner e Bloom 2020). Chiunque abbia perso il lavoro a causa dell’offshoring probabilmente non lo recupererà a seguito del reshoring. Il meccanismo alla base di tutto ciò è che l’utilizzo di robot per la produzione nel Paese di origine diventa più economico nel tempo a causa della crescente efficienza nell’automazione.
Disuguaglianza e obsolescenza delle competenze
Quanto agli effetti sulla diseguaglianza, il reshoring aumenta l’occupazione e i salari per i lavoratori altamente qualificati, ma non per i lavoratori scarsamente qualificati. Secondo l’OECD solo il 20% degli adulti scarsamente qualificati cerca di migliorare le proprie competenze, perché trovano difficile riconoscere i loro bisogni di apprendimento e quindi hanno meno probabilità di cercare opportunità di formazione (Windisch, 2015). La disuguaglianza aumenta come conseguenza del crescente divario salariale e occupazionale tra queste due categorie di lavoratori. In un contesto di questo tipo, si afferma in maniera decisa il valore della formazione, attraverso la quale si rigenerano o si trasformano skills non in linea con il mercato del lavoro o obsolete. Un adeguamento delle competenze dei lavoratori risulta necessario per essere meglio preparati ai cambiamenti che sta subendo il mercato del lavoro. Incentivi finanziari mirati possono rendere i sistemi di apprendimento degli adulti più equi e prevenire il sottoinvestimento di alcune categorie di lavoratori. Un esempio è il FEG (Fondo Europeo di adeguamento alla globalizzazione), atto a finanziare misure di politiche attiva per il lavoro. È probabile che l’attuale pandemia COVID-19 rafforzi queste tendenze, aumentando la necessità di una risposta tempestiva da parte dei policy makers. La dottrina sociale suggerisce un intervento dell’uomo e anche di una politica orientata a correggere gli squilibri che colpiscono il mercato del lavoro. Concetti già ripresi nell’enciclica Laudato si’, ove Papa Francesco esprime la necessità di guardare al bene comune e far dialogare l’economia con la politica: “oggi, pensando al bene comune, abbiamo bisogno in modo ineludibile che la politica e l’economia, in dialogo, si pongano decisamente al servizio della vita, specialmente della vita umana” (Laudato si’, 89). Inoltre, “la fragilità dei sistemi mondiali di fronte alla pandemia ha evidenziato che non tutto si risolve con la libertà di mercato e che, dobbiamo rimettere la dignità umana al centro” (Fratelli tutti, 2020, 142).
Immigrati e mondo del lavoro
La globalizzazione ha aumentato l’interconnessione tra gli Stati, accelerando non solo il flusso di beni, servizi, idee, ma anche di persone attraverso i confini nazionali. Le popolazioni migrano per migliorare le loro prospettive economiche, per riunirsi con i membri della propria famiglia, per evitare la persecuzione nel loro Paese di origine, a causa di guerre o eventi climatici estremi. La migrazione può risultare in un nuovo lavoro con una retribuzione più elevata, perdere vecchi e stabilire nuovi legami sociali, nonché può generare dei costi psicologici legati all’allontanarsi dal luogo d’origine.
Il fenomeno migratorio è fortemente collegato al mondo del lavoro: molte persone scelgono di emigrare per migliorare le proprie condizioni di vita e di lavoro. L’integrazione nel mercato del lavoro degli immigrati è da tempo oggetto di un costante e in aumento interesse accademico. La migrazione, tuttavia, non influisce solo sul destino di coloro che sono direttamente coinvolti. Più in generale, i migranti possono contribuire ad un’allocazione più efficiente delle risorse e spesso diventano una forza trainante del trasferimento delle conoscenze e del progresso tecnologico. I politici, i media e il pubblico esprimono preoccupazione che gli immigrati possano influire negativamente sulle condizioni di lavoro dei lavoratori autoctoni, per esempio deprimendone i salari a causa della competizione con gli immigrati. Tuttavia, le evidenze empiriche ad oggi disponibili forniscono poche prove a sostegno di un’affermazione di questo tipo; piuttosto hanno mostrato che è probabile che l’immigrazione aumenti la produttività delle imprese e i salari dei lavoratori autoctoni a lungo termine, stimolando la crescita delle imprese e contribuendo con una serie di nuove competenze e idee.
Integrazione per combattere la povertà
Vi sono però alcune differenze tra coloro che emigrano per motivazioni economiche e chi emigra per motivazioni politiche. I rifugiati hanno spesso tassi di occupazione e livelli di reddito inferiori rispetto ai migranti che si sono ricongiunti alla famiglia e ai lavoratori migranti. È vero tuttavia che nel tempo questo divario diminuisce. La minor probabilità di trovar impiego nel Paese ospitante, il deprezzamento del capitale umano e delle credenziali dovuto ai processi di richiesta asilo e di accreditamento delle competenze, nonché livelli di salute inferiori sono ragioni importanti per un processo di adattamento più lento. Dato il divario a lungo termine nell’integrazione nel mercato del lavoro sperimentato dai rifugiati, i Paesi ospitanti stanno perdendo i potenziali vantaggi economici offerti dall’immigrazione dei rifugiati. A sua volta, questo divario può alimentare la povertà e la segregazione tra i rifugiati e aumentare i costi per la società. Garantire che i migranti imparino la lingua, ottengano il riconoscimento delle loro capacità educative e professionali e ricevano una formazione adeguata è essenziale per la loro integrazione e per un impatto economico positivo nelle società di accoglienza. Politiche di immigrazione più aperte, che possano consentire l’ingresso equilibrato di immigrati di diversi livelli di istruzione e abilità, possono per i motivi illustrati aprire la strada alla crescita della produttività.
Cultura, dignità dell’individuo e tutela dei lavoratori
Nella dottrina sociale della Chiesa si esprime la necessità di intervenire nei modelli di sviluppo adottati in modo da far prevalere la dignità dell’individuo, una migliore qualità della vita e del lavoro e una più equa distribuzione delle ricchezze (cfr. Compendio della dottrina sociale della Chiesa, 2004, 271, 287; Caritas in veritate, 21-22, 162; Populorum progressio, 1967, 28; Laudato si’, 89, 173).
Si sottolinea come la globalizzazione stia avendo effetti anche sul piano culturale, facilitando le possibilità di interazione tra le culture, attraverso la migrazione; il pericolo è altresì un “appiattimento culturale” (Caritas in veritate, 26). L’immigrazione può essere una risorsa, non un ostacolo allo sviluppo, ma i diritti devono essere garantiti a tutti senza discriminazioni (cfr. Compendio della dottrina sociale della Chiesa, 297; Caritas in veritate, 63). Gli interventi della Chiesa a favore del lavoro hanno sempre avuto a cuore “i lavoratori” più che “il lavoro”, sottolineando l’importanza di combattere la disoccupazione e lo sfruttamento dei lavoratori, dalla Rerum novarum (1891) di Leone XIII – in cui si denuncia lo sfruttamento dei lavoratori, il lavoro minorile, i duri orari dei lavoratori – fino all’Evangelii gaudium (2013) in cui Papa Francesco afferma che il lavoro è quell’attività in cui “l’essere umano esprime e accresce la dignità della propria vita” e sottolinea l’importanza di un giusto salario (Evangelii gaudium, 192). Papa Benedetto XVI auspica, quindi, che le scelte economiche attuali continuino “a perseguire quale priorità l’obiettivo dell’accesso al lavoro” per tutti, mettendo in guardia da un’economia del breve che riduce i diritti dei lavoratori per favorire una maggiore competitività internazionale (Caritas in veritate, 32). Anche Papa Francesco richiama la centralità del lavoro, sottolineando l’importanza dell’inclusione (Fratelli tutti, 162, 168) come strategia anti-povertà e anti-esclusione sociale.
Voci correlate: Delocalizzazione produttiva, Tecnologia e lavoro al tempo dell'intelligenza artificiale
Bibliografia
Autor D., Dorn D., G Hanson (2013), The China Syndrome: Local Labor Market Effects of Import Competition in the United States, «American Economic Review», 103, 2121-2168.
Lopez Gonzalez, J., Kowalski P., Achard P. (2015), Trade, global value chains and wage-income inequality, OECD Trade Policy Papers, No. 182, OECD Publishing.
Prettner K., Bloom D. (2020), Automation and its macroeconomic consequences. Theory, evidence, and social impacts, Academic Press.
Windisch, H. (2015), Adults with low literacy and numeracy skills. A literature review on policy intervention, OECD Education Working Papers, No. 123, OECD Publishing.
Autori
Elena Cottini, Università Cattolica del Sacro Cuore (elena.cottini@unicatt.it)
Claudio Lucifora, Università Cattolica del Sacro Cuore (claudio.lucifora@unicatt.it)