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Fascicolo 2024, 3 – Luglio-Settembre 2024
Prima pubblicazione online: Settembre 2024
ISSN 2784-8884
DOI 10.26350/dizdott_000163
Abstract:
ENGLISH
Nel valutare gli effetti delle politiche di contrasto dei cambiamenti climatici gli economisti utilizzano il tasso sociale di sconto, con una implicita assimilazione di una scelta collettiva, che coinvolge più generazioni, a quella di allocazione intertemporale del consumo di un singolo individuo dalla vita infinita. Tanto più alto il tasso di sconto e tanto più si svalutano i danni futuri del cambiamento climatico. In contrasto con la nozione di bene comune che coinvolga le generazioni future.
Parole chiave: Tasso di sconto sociale, Cambiamento climatico, Etica ed economia
ERC:
ITALIANO
In assessing the effects of climate change policies, economists use the social discount rate, with an implicit assimilation of a collective choice involving several generations, to the intertemporal allocation of consumption of a single infinitely lived individual. The higher the discount rate, the more the future damage of climate change is dwarfed. This is opposed to the notion of a common good involving future generations.
Keywords: Social discount rate, Climate change, Ethics and economics
ERC:
Introduzione
Nel magistero della Chiesa viene data grande rilevanza alla giustizia intergenerazionale, in connessione con la sostenibilità dello sviluppo, a sua volta necessaria per custodire e lasciare alle future generazioni il patrimonio naturale che ci è stato donato. Il Santo Padre Francesco nella Laudato si’ (2015, 159) così si esprime: «La nozione di bene comune coinvolge anche le generazioni future … Ormai non si può parlare di sviluppo sostenibile senza una solidarietà tra generazioni». E poco oltre: «Se la terra ci è donata, non possiamo più pensare soltanto a un criterio utilitarista di efficienza e produttività per il profitto individuale. Non stiamo parlando di un atteggiamento opzionale, bensì di una questione essenziale di giustizia, dal momento che la terra che abbiamo ricevuto appartiene anche a coloro che verranno». La giustizia intergenerazionale era chiaramente delineata anche nella Caritas in veritate (2009), laddove il Santo Padre Benedetto XVI scrive: «I progetti per uno sviluppo umano integrale non possono pertanto ignorare le generazioni successive, ma devono essere improntati a solidarietà e a giustizia intergenerazionali, tenendo conto di molteplici ambiti: l’ecologico, il giuridico, l’economico, il politico, il culturale» (48).
Non è azzardato sostenere che la giustizia tra le generazioni dovrebbe essere polo di orientamento per valutare le politiche volte ad affrontare i cambiamenti climatici, che oggi rappresentano l’aspetto più rilevante di una crisi ecologica - la cui “radice umana” va riconosciuta (Laudato si’ , 101; Laudate Deum, 2023, 11) – e, quindi, sono la più grave minaccia alla custodia della natura per le generazioni che verranno. A conoscenza di chi scrive, non si trova però nel Magistero riferimento e discussione critica del concetto che gli economisti ampiamente utilizzano per fare confronti di valore intertemporali (e quindi, di fatto, anche intergenerazionali) da utilizzare, tra l’altro, per la valutazione delle politiche ambientali. Si tratta del concetto di sconto e, più precisamente, di tasso sociale di sconto. Un concetto fatto proprio dall’approccio tecnocratico alla questione climatica e che perciò entra in contrasto con l’approccio del Magistero.
Dal tasso individuale al tasso sociale di sconto
Si supponga che un individuo, per rinunciare a 1 unità di consumo oggi richieda in pagamento 1,1 unità di consumo domani (= tra un anno). Questo ci dice che il consumo di oggi ha, per l’individuo in questione, un valore del 10% più alto rispetto al consumo di domani. Quel 10% (= 0,1) è proprio il tasso di sconto tra consumo oggi e consumo tra un anno dell’individuo in questione. Il che significa che una unità di consumo tra un anno vale, per quell’individuo, meno di una unità di consumo oggi: precisamente vale 1/(1+0,1)=0,9. Procedendo in modo analogo, per estensione, una unità di consumo dopo due anni varrà 1/(1+0,1)2=0,826 unità di consumo oggi. Una unità di consumo dopo dieci anni varrà 1/(1+0,1)10=0,35. Tanto più rimandato nel futuro è il consumo e tanto minore è il valore presente di quel consumo: con un tasso di sconto del 10% (come ipotizzato fin qui) una unità di consumo tra dieci anni vale per l’individuo il 35% di una unità di consumo oggi.
Gli economisti hanno esteso l’uso del tasso di sconto dalla valutazione dei consumi individuali collocati in differenti momenti del tempo, alla valutazione del benessere di un’intera comunità, ovvero il “benessere sociale”, che va ben oltre i consumi materiali e può arrivare a comprendere il godimento della natura e della sua bellezza. Si è passati così dal tasso di sconto individuale al tasso di sconto sociale, assurto al ruolo di grandezza cruciale per valutare la scelta di politiche pubbliche che hanno effetti variamente distribuiti nel tempo e differenti costi di attuazione. Un esempio è utile a comprendere meglio quanto conti la grandezza del tasso sociale di sconto utilizzato. Un danno ambientale di un milione di euro tra cinquanta anni, una volta scontato con un tasso dell’1%, avrebbe un valore presente (cioè oggi) di circa 608 mila euro. Ma se lo scontassimo a un tasso pari al 5%, il valore presente sarebbe di 87 mila euro. Applicando la logica economica, se si valutasse il danno futuro senza scontarlo, si cercherà di evitare il danno da un milione adottando una politica di prevenzione, purché questa costi meno di un milione. Il danno evitato sarebbe, infatti, maggiore del costo sostenuto per prevenirlo. Se scontassimo il danno futuro al tasso dell’1 per cento, prenderemmo precauzioni per evitarlo solo se queste costassero oggi meno di 608 mila euro. Chi scontasse al 5 per cento non prenderebbe alcuna precauzione, salvo quella che ha il costo davvero contenuto di 87 mila euro. L’effetto dello sconto è svalutare i danni (e i benefici), per quanto grandi siano, che si manifestino nel futuro. Più elevato è il tasso di sconto e minor peso hanno i danni e i benefici futuri e, insomma, il benessere futuro per le decisioni che vengono prese oggi. Conta anche la lunghezza dell’orizzonte considerato: se il danno di 1 milione si dovesse realizzare tra trecento anni, al tasso di sconto dell’1% il valore presente sarebbe di circa 50 mila euro e con un tasso del 5% si scenderebbe al valore irrisorio di 43 centesimi.
Le generazioni future a sconto
È chiaro, come un tasso di sconto elevato genera risultati che, di fatto, favoriscono le generazioni presenti, le quali, proprio grazie al valore elevato assunto per il tasso di sconto, possono più facilmente ignorare o, quantomeno, minimizzare l’importanza attribuita alle conseguenze per le generazioni future delle azioni compiute oggi, inclusa l’inazione nei confronti del cambiamento climatico. Esiste dunque un contrasto significativo tra l’uso di un tasso elevato di sconto e il principio secondo cui “la terra che abbiamo ricevuto appartiene anche a coloro che verranno” (Laudato si’ , 159). Nella valutazione delle politiche di mitigazione e contrasto dei cambiamenti climatici si sono confrontate due posizioni, quella di William Nordhaus (1994) e quella di Nicholas Stern nella sua Review on the Economics of Climate Change. Nordhaus suggerisce di usare un tasso di sconto del 4,3%, mentre Stern adotta un tasso dell’1,4%. Con il 4,3% il valore presente di una perdita di benessere tra 100 anni (dovuta ai cambiamenti climatici) sarebbe 17 volte più piccola di quanto sarebbe usando l’1,4%. «La differenza tra i tassi di sconto dei due economisti è sufficiente a spiegare la differenza tra le loro conclusioni. La maggior parte dei costi del controllo del cambiamento climatico deve essere sostenuta nel prossimo futuro, quando la generazione attuale dovrà sacrificare parte dei suoi consumi. I benefici arriveranno per lo più tra uno o due secoli. Poiché Stern ritiene che il valore attuale di questi benefici sia superiore a quello di Nordhaus, Stern può giustificare la spesa odierna per mitigare il cambiamento climatico più di quanto non faccia Nordhaus» (Broome 2008, 99).
Le giustificazioni dello sconto
Quali sono le ragioni che potrebbero giustificare lo sconto del futuro e in che misura, se mai, bisognerebbe farlo? Nei calcoli aziendali scontare un costo o beneficio futuro è del tutto normale, dato che un’impresa deve pagare interessi sul denaro preso a prestito (da una banca o dal mercato, tramite emissioni obbligazionarie) e, quindi, ogni guadagno futuro dovrà essere decurtato degli interessi che dovranno essere pagati sul prestito. Ma scontare flussi di cassa (o consumi individuali) non è la stessa cosa che scontare il benessere dell’umanità di là da venire, ammesso e non concesso che al benessere in senso ampio si riesca ad attribuire un qualche valore numerico. Tasso individuale e tasso finanziario di sconto da un lato e tasso sociale di sconto dall’altro sono cose eticamente differenti. In sintesi, ci sono ragioni plausibili per scontare flussi di cassa e consumi individuali e buone ragioni per non scontare il benessere sociale. Ed è coerente scontare consumi e flussi di cassa e non scontare, o scontare a tassi diversi e molto più bassi, il benessere sociale.
Equità distributiva
A volte lo sconto viene giustificato in base ad argomentazioni di equità distributiva intergenerazionale. Si parte dall’ipotesi che le generazioni future avranno certamente redditi più elevati di quelle attuali, quindi, noi, che siamo più poveri, non dovremmo sopportare costi elevati per lasciare ai nostri più ricchi pronipoti un capitale naturale rivalutato dalle azioni di mitigazione del cambiamento climatico futuro e di adattamento a quello comunque in corso. Scontare i danni che l’inazione di oggi produrrà nel futuro sarebbe, dunque, un modo per ripristinare l’equità distributiva tra generazioni. In realtà, i comportamenti inerziali di oggi rischiano di lasciare un capitale naturale distrutto in maniera irreversibile nel giro di pochi decenni. Il che implica che le generazioni future, anche qualora il loro reddito materiale fosse davvero più alto del nostro, avranno con elevata probabilità un benessere inferiore, a causa della ridotta possibilità di usufruire di beni ambientali (ghiacciai, barriere coralline, foreste, laghi, aria respirabile, ecc.). Alcune aree del pianeta saranno divenute inabitabili e grandi migrazioni ambientali saranno all’ordine del giorno (e stanno già avvenendo: «Per quanto si cerchi di negarli, nasconderli, dissimularli o relativizzarli, i segni del cambiamento climatico sono lì, sempre più evidenti», Laudate Deum, 5).
In questo più ampio contesto, parlare di equità intergenerazionale solo in termini di reddito appare quantomeno limitato. Se e fino a che punto le generazioni future staranno meglio o peggio della generazione presente dipende dalle politiche messe in atto e soprattutto da cosa si fa oggi circa il cambiamento climatico. Qualora il benessere delle generazioni future dovesse essere inferiore di quello della generazione presente (si avesse cioè una crescita negativa del benessere, pur in presenza di crescita positiva dei consumi materiali), il tasso di sconto che ripristina l’equità distributiva intergenerazionale dovrebbe essere negativo e non positivo, come è invece ragionevole assumere quando si valutano i consumi o i flussi di cassa di un individuo o di un’impresa nell’arco di pochi anni. Inoltre, bisogna considerare che le generazioni future non saranno omogenee sotto il profilo distributivo (come, del resto, non lo è quella presente; vedi voce Disuguaglianza: perché preoccuparsene). Anche qualora fossero in media più ricche della generazione presente, ci saranno alcuni individui più ricchi e altri più poveri. Ed è anche molto probabile che i cambiamenti climatici avranno impatti maggiori sui più poveri e minori sui più ricchi, come sta già accadendo oggi. Il tema dell’equità distributiva si presenta, dunque, assai più complesso e articolato di come potrebbe apparire guardando alla media di ogni generazione. Come osservato da Papa Benedetto XVI «oltre alla leale solidarietà inter-generazionale, occorre reiterare l’urgente necessità morale di una rinnovata solidarietà intra-generazionale» (Messaggio per la Giornata Mondiale della Pace 2010, 8), tanto che si considerino la generazione presente quanto quelle future.
Preferenza temporale
La motivazione eticamente più dubbia dello sconto è il cosiddetto tasso di preferenza temporale. Cioè il fatto che ciascuno di noi, della generazione presente, preferisce avere una data somma di denaro o, più in generale, un certo livello di benessere oggi rispetto ad avere quella somma o quel benessere in un qualsiasi momento del futuro. L’inventore dell’economia del benessere Arthur Cecil Pigou (1968, p. 29) affermava che, a causa della preferenza temporale, «l’uomo distribuisce le sue risorse tra il presente e il futuro lontano, su di una base di preferenze interamente irrazionali. Quando egli ha la scelta tra due soddisfazioni, non sceglie di necessità la maggiore, ma dedicherà i suoi sforzi a produrne o a ottenerne una piccola oggi a preferenza di una molto maggiore fra qualche anno». Perché quella molto maggiore futura viene scontata. Roy Harrod (economista di Oxford e primo biografo di Keynes) definì la preferenza temporale «un’infermità dell’uomo […] un’espressione educata per la rapacità e la conquista della ragione da parte delle passioni».
Quali ragioni (o quali passioni) potrebbero esserci dietro la preferenza temporale? Le uniche ragioni che sembrano plausibili, ma non molto convincenti, sono la vicinanza affettiva e la possibilità di estinzione del genere umano. Come riconosceva già David Hume, ognuno di noi è più legato ai propri figli e nipoti che ai lontani discendenti che non conoscerà mai. Sembra un tratto psicologico semplice e comprensibile, a livello individuale. Ma perché dovrebbe riguardare la società intesa come un tutto? Questa va oltre la mera somma degli individui oggi viventi e comprende le generazioni future, il cui benessere – secondo la maggior parte dei filosofi morali e il magistero della Chiesa - dovrebbe perciò pesare quanto il nostro. Invece, come conseguenza della preferenza temporale che si assume valere tanto per gli individui quanto per la società, il benessere di chi nasce dopo, conta per la generazione presente molto poco. Le generazioni future non fanno così parte del “noi”: sono sconosciuti, sono dei “loro” cui dare poco peso. Spesso i modelli utilizzati dagli economisti nascondono questo “egoismo generazionale” dietro l’ipotesi che la generazione presente abbia una vita di durata infinita e sia costituita da un individuo rappresentativo (non si pongono perciò problemi distributivi intra-generazionali). Grazie a tali ipotesi, non si fanno mai valutazioni e confronti di benessere tra generazioni diverse e le scelte sociali intertemporali finiscono per coincidere con quelle di un singolo individuo (appunto rappresentativo). L’inevitabile problema etico, di giustizia inter-generazionale, legato alla scelta del tasso di sconto viene così celato.
Il rischio di catastrofi
La possibilità di estinzione del genere umano rende la probabilità che i nostri discendenti godano effettivamente dei benefici delle politiche fatte oggi inferiore al cento per cento. E questo giustifica che quei benefici vengono scontati. Ma di quanto? Un’estinzione per cause esogene è un’eventualità remota, visto che sono bassissime le probabilità di collisione tra la Terra e qualche gigantesco meteorite o di una improvvisa trasformazione del Sole, che lo renda capace di arrostire i suoi pianeti. Non è invece impossibile che le nostre decisioni di oggi sul clima e su altre faccende influenzino, almeno in parte, la stessa probabilità di estinzione, oltre che, come già detto, il “capitale naturale” che lasceremo alle generazioni future. Si è ricordato che Nicholas Stern, nella sua Review on the Economics of Climate Change, adotta un tasso di sconto pari a 1,4%; un numero che risulta da una preferenza temporale pura nulla, mentre uno sconto pari a 0,1% è dovuto alla possibilità di estinzione e 1,3% ascrivibile alla crescita attesa dei consumi e del Pil di cui, anche in presenza di cambiamenti climatici, dovrebbero beneficiare le generazioni future. Quell’1,3% è probabilmente oggi troppo alto, perché legato a previsioni ottimistiche: alla luce dei maggiori danni dovuti al cambiamento climatico verificatisi nel corso dei quasi vent’anni passati dalla Stern Review, è aumentato il rischio che il benessere sociale e la stessa ricchezza materiale crescano assai meno di quanto atteso nel 2006. Come scrive il Santo Padre Francesco: «le previsioni catastrofiche ormai non si possono più guardare con disprezzo e ironia. … Lo stile di vita attuale, essendo insostenibile, può sfociare solamente in catastrofi, come di fatto sta già avvenendo in diverse regioni” (Laudato si’, 161).
Esiste un “corretto” tasso sociale di sconto?
Molti economisti hanno pensato che per trovare un qualche valore plausibile a una variabile così cruciale come il tasso sociale di sconto bisognasse guardare soltanto al mercato, i cui prezzi relativi rifletterebbero le preferenze degli individui. E così qualcuno ha detto che il tasso di sconto dovrebbe essere pari al tasso di interesse a lungo termine sul capitale investito da soggetti privati. Si tratta di quel tasso che viene usato per scontare i guadagni derivanti da un investimento e calcolarne il valore attuale da confrontare con i costi. Così facendo si garantirebbe l’efficienza. Fissare un tasso di sconto inferiore al saggio marginale di rendimento degli investimenti alternativi significherebbe fare investimenti per la mitigazione dei cambiamenti climatici che rendono meno dei possibili investimenti alternativi. E ciò non sarebbe nell’interesse delle generazioni future che – si dice – preferirebbero un investimento più fruttuoso da parte nostra oggi in modo da avere in futuro molte più risorse (anche) per fronteggiare i cambiamenti climatici. Come ha notato Marc Davidson (2015), si tratta però di un “ragionamento spurio” perché le generazioni future non hanno alcun modo di esprimere le loro preferenze e di compiere questo genere di scelta. È difficile concepire un contratto sociale che prenda in considerazione persone che ancora non esistono. Inoltre, semmai, le informazioni fornite dai mercati – come ci ricorda Lord Stern – «riguardano scelte individuali con un orizzonte temporale limitato e non cosa dovrebbe fare la società su un arco temporale molto maggiore». E ancora Davidson (2015, p. 404) ricorda come «non è certo che il comportamento di risparmio della società riveli effettivamente preferenze sociali su come soppesare i danni al clima rispetto alle perdite di consumo attuali. Sebbene le persone possano risparmiare anche per i loro discendenti, i mercati dei capitali rivelano principalmente le preferenze dei consumatori attuali di trasferire i propri consumi al futuro, mentre la politica sul cambiamento climatico riguarda la ponderazione dei cambiamenti nei consumi tra persone e generazioni diverse. Non ci sono molte ragioni per considerare le due cose correlate: dall’osservazione che sto conservando una mela per poterla mangiare domani, non si può dedurre che io sia disposto o moralmente obbligato a conservare una mela perché qualcun altro possa mangiarla domani. Né si può dedurre dal fatto che non conservo una mela per me che non sono disposto a conservarla per qualcun altro». Infine, a dire il vero, sembra un paradosso cercare un valore fondamentale per calcolare gli effetti del più colossale fallimento del mercato (cioè il cambiamento climatico) proprio nel mercato finanziario, il cui malfunzionamento, i cui fallimenti e la cui scarsa attenzione etica sono stati al centro delle critiche mosse da più parti.
Conclusione
Nell’affrontare il cambiamento climatico, molti economisti hanno cercato di utilizzare il loro approccio individualistico. Lo hanno fatto sostenendo la necessità di utilizzare tassi di sconto sociali che riflettessero una elevata preferenza temporale, che implica una forte discriminazione a svantaggio delle generazioni future, nonostante i crescenti rischi di catastrofi ambientali, e facendone discendere la raccomandazione di rinviare l’adozione di misure e comportamenti idonei a limitare i cambiamenti climatici avvenire e a adattarsi meglio a quelli già in corso. Tutto ciò in nome di un’efficienza interamente giudicata e misurata con gli occhiali della generazione presente. Al contrario, Pigou (1968, p. 33) sosteneva che «lo Stato deve proteggere in una certa misura gli interessi del futuro contro gli effetti dei nostri ragionamenti irrazionali e della nostra preferenza per noi stessi sui nostri discendenti». Purtroppo, da scelte compiute su basi eticamente e scientificamente fragili dipendono le possibilità per le prossime generazioni degli umani di vivere su questo pianeta una vita dignitosa e perciò veramente libera. Dovremmo comprendere nel profondo che «siamo noi i primi interessati a trasmettere un pianeta abitabile per l’umanità che verrà dopo di noi» (Laudato si’, 160) e che, con riferimento alla minaccia vitale costituita dal cambiamento climatico, scontare il futuro in modo eccessivo è «una pratica eticamente indifendibile e nasce solamente dalla nostra debolezza di immaginazione» – come ebbe a scrivere Frank Ramsey nel lontano 1928 – e fa parte di quel «deterioramento etico e culturale che accompagna quello ecologico», denunciato dal Santo Padre Francesco (Laudato si’, 162).
Piuttosto che affidarsi al bilancino dei costi e dei benefici abbondantemente scontati sarebbe bene seguire l’indicazione del Santo Padre: «Si rende indispensabile creare un sistema normativo che includa limiti inviolabili e assicuri la protezione degli ecosistemi, prima che le nuove forme di potere derivate dal paradigma tecno-economico finiscano per distruggere non solo la politica ma anche la libertà e la giustizia» (Laudato si’, 53). Un’indicazione che porta a comportamenti e politiche ispirate al principio di prudenza, volte cioè a rendere minima la probabilità che si possa giungere al punto di non ritorno della catastrofe climatica: un guardrail approach, come suggerito da Nic Stern (2022).
Bibliografia
• Broome J. (2008), The ethics of climate change, «Scientific American», June, 97-102.
• Davidson M.D. (2015), Climate change and the ethics of discounting, «WIREs Clim Change« (6), 401-412.
• Nordhaus W.D. (1994), Managing the Global Commons. The Economics of Climate Change, MIT Press Cambridge (MA).
• Pigou A.C. (1968), Economia del Benessere, UTET (quarta edizione inglese, 1932), Torino.
• Stern N. (2022), A time for action on climate change and a time for change in economics, «Economic Journal», (132), 1262-63.
Autore
Andrea Boitani