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Dizionario di dottrina
sociale della Chiesa

LE COSE NUOVE DEL XXI SECOLO

Fascicolo 2024, 1 – Gennaio-Marzo 2024

Prima pubblicazione online: Marzo 2024

ISSN 2784-8884

DOI 10.26350/dizdott_000144

Che cosa ci chiede la Laudate Deum? What does the Laudate Deum ask of us?

di Simona Beretta, Roberto Zoboli, Roberto Maier, Laura Zanfrini

Abstract:

ENGLISH

Il presente contributo riprende i commenti di alcuni docenti dell’Università Cattolica del Sacro Cuore usciti su «Secondo Tempo» in occasione della pubblicazione della Laudate Deum (4 ottobre 2023), l’esortazione apostolica di Papa Francesco sulla crisi climatica. I testi sono stati rivisti dagli autori, che ne hanno mantenuto la forma agile di un primo commento “a caldo”, con gli approfondimenti necessari a seguito della Conferenza sul clima di Dubai (COP28, 30 novembre - 13 dicembre 2023).

Parole chiave: COP28, Conferenza sul clima, Clima, Crisi climatica, Multilateralismo, Tecnocrazia, Università
ERC:

ITALIANO

The present contribution proposes four articles by professors of Catholic University of the Sacred Heart that appeared on the institutional website «Secondo Tempo» on the occasion of the publication of Laudate Deum (4 October 2023), Pope Francis’ apostolic exhortation on the climate crisis. The texts have been revised by their authors, who have maintained the agile form of immediate commentary, with the necessary insights following the Dubai Climate Conference (COP28, 30 November - 13 December 2023).

Keywords: COP28, Climate Change Conference, Climate, Climate Crisis, Multilateralism, Technocracy, University
ERC:

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In occasione della pubblicazione della Laudate Deum di Francesco (4 ottobre 2023), «Secondo tempo» metteva online un web reportage sulla crisi climatica, intitolato: Laudate Deum, le voci dell’Università Cattolica. Nelle pagine del nostro «Dizionario» riproponiamo adesso quegli stessi contributi nella forma agile di un primo commento “a caldo” e con gli approfondimenti necessari a seguito della Conferenza sul clima di Dubai (COP28, 30 novembre - 13 dicembre 2023).

La riflessione di Simona Beretta sottolinea due temi particolarmente collegati al lavoro universitario: da una parte, la sfida di superare il “paradigma tecnocratico” per esplorare la realtà nella sua interezza; dall’altro, “l’esigenza di un multilateralismo dal basso” che abiliti nuovi spazi di partecipazione democratica.

La Laudate Deum era stata pubblicata pochi giorni prima della Conferenza sul clima di Dubai. Il Papa – che era intenzionato a prendervi parte personalmente – aveva sottolineato la necessità di superare «la logica dell’apparire sensibili al problema e allo stesso tempo non avere il coraggio di effettuare cambiamenti sostanziali». Il commento di Roberto Zoboli, ampliato rispetto a quello pubblicato da «Secondo tempo», confronta le preoccupazioni del Papa e i risultati ottenuti dalla COP28.

Don Roberto Maier utilizza le due categorie della debolezza e della necessità per comprendere il documento papale: debolezza degli individui, fragilità delle istituzioni e «insufficienza dell’impegno di ciascuno a uno stile di vita diverso», ma anche necessità della politica, della diplomazia, delle conferenze sul clima e delle trasformazioni culturali dal profondo della società.

Infine Laura Zanfrini sottolinea come il ruolo dell’Università – e in special modo dell’Università Cattolica – sia triplice: attendere alla «produzione e diffusione di conoscenze saldamente ancorate alla ricerca scientifica e ai principi dell’umanesimo integrale»; «rendere intelligibili a tutti le grandi trasformazioni che ci stanno intorno»; concorrere a generare un’«offerta di senso».

1. Libertà contro schiavitù del potere (Simona Beretta)

Non potevo che leggere avidamente l’esortazione apostolica Laudate Deum, in quei primi giorni di ottobre in cui stavo incontrando i nuovi studenti dei corsi dove insegno, che trattano questioni relative alle politiche e alle istituzioni internazionali. Il momento dell’inizio è sempre intenso e in un certo senso anche sofferto: sfida soprattutto chi insegna a riscoprire le ragioni del suo lavoro e la bellezza di quel che, insieme agli studenti, siamo chiamati a diventare: una comunità che si interroga a fondo sulla realtà che studiano, che non si accontenta del déjà-vu, che vaglia criticamente ogni risposta, trattenendo quello che vale. In questo, la lettura della Laudate Deum mi ha esortata e sostenuta nel tentativo di guardare con realismo e con passione alle sfide del presente: immaginare e realizzare politiche e istituzioni internazionali non centrate su interessi e poteri consolidati, ma capaci di esplorare percorsi per una possibile migliore convivenza fra popoli e fra nazioni.

L’oggetto dell’esortazione riguarda esplicitamente la crisi climatica: un problema ambientale che è soprattutto un problema umano e sociale, «intimamente legato alla dignità umana» (Laudate Deum, 3). Paternamente, papa Francesco ripropone i grandi temi della enciclica Laudato si’ (2015), ben sapendo che anche fra i figli della Chiesa Cattolica tanti manifestano «opinioni sprezzanti e irragionevoli» (Laudate Deum, 14); ed esorta i piccoli e i grandi della Terra a una profonda conversione dei loro atteggiamenti. Tra i grandi, l’esortazione chiama in causa direttamente i rappresentanti delle nazioni che si sarebbero riuniti a Dubai per la COP28 (cfr. Laudate Deum, 53-60). Quanto ai piccoli, ribadisce che solo un cambiamento diffuso degli stili di vita può far maturare convinzioni sociali capaci di trasformare dal profondo la cultura e la società.

Non si tratta di temi nuovi, ma essi vengono riproposti con accenti originali, che mi hanno colpito per la loro freschezza e la loro lucidità. Vorrei fare due soli esempi, che mi sembrano particolarmente collegati al lavoro universitario.

Innanzitutto, il Papa parla del paradigma tecnocratico sottolineando «che si nutre mostruosamente di se stesso» (Laudate Deum, 21). Questo paradigma «può isolarci da ciò che ci circonda e ci inganna facendoci dimenticare che il mondo intero è una zona di contatto» (Laudate Deum, 66). Qui, la sfida alla ricerca e all’insegnamento universitario si fa radicale, proprio perché riguarda il loro rapporto con la realtà. Esiste una realtà fuori di noi, che possiamo utilizzare come un oggetto manipolabile da piegare ai nostri scopi? Oppure siamo anche noi parte della realtà, da contemplare e da venerare nel suo ultimo mistero? Una realtà da penetrare con l’umiltà e con la libertà di chi non ha interessi precostituiti o pregiudizi ideologici? La risposta a questa domanda fa davvero una gran differenza, credo: si tratta di libertà contro schiavitù del potere, subìto o esercitato.

Il secondo esempio è almeno altrettanto sfidante, per i temi di cui mi occupo. Si tratta dell’esigenza del “multilateralismo dal basso”, in un momento storico di grande debolezza della politica internazionale, specie nella sua dimensione multilaterale – la sola capace di includere la pluralità delle prospettive chiamate a coesistere. Non è fantasia, ma concreta possibilità: «La globalizzazione favorisce gli scambi culturali spontanei, una maggiore conoscenza reciproca e modalità di integrazione dei popoli che porteranno a un multilateralismo “dal basso”»(Laudate Deum, 38). Ormai dovremmo essere consapevoli che non si vive del solo binomio Stato-mercato, né a livello locale né a livello globale. Per una prospettiva multipolare, servono strumenti nuovi di multilateralismo – non una riedizione aggiornata di tali strumenti, ma una loro profonda riconfigurazione verso un più robusto dialogo internazionale (si veda la voce Il dialogo nella sfera politica internazionale contemporanea).

«Dove persone impegnate dei Paesi più diversi si aiutano e si accompagnano a vicenda» (Laudate Deum, 38) si possono generare «spazi di conversazione, consultazione, arbitrato, risoluzione dei conflitti, supervisione e, in sintesi, una sorta di maggiore “democratizzazione” nella sfera globale» (Laudate Deum, 43).

2. Chiamata universale per il clima (Roberto Zoboli)

Emanata in prossimità della COP28 di Dubai, l’esortazione apostolica Laudate Deum riafferma con grande forza alcune ispirazioni fondamentali della Laudato si’ (2015) e indica nella crisi climatica globale un rischio esistenziale per l’umanità, «una malattia silenziosa che colpisce tutti noi» (Laudate Deum, 5). Per questo, gli sforzi della comunità internazionale nel lungo, troppo lungo percorso che va dalla Convenzione quadro sul clima del 1992 all’accordo di Parigi del 2015 e al suo seguito, sono considerati insufficienti (Laudate Deum, cap. 4). Da ciò l’esortazione a raggiungere più forti impegni degli Stati nella stessa COP28 di Dubai, impegni che devono trovare corrispondenza nei mutamenti del sistema economico-finanziario e tecnologico, e in quelli delle persone e delle comunità, che rischiano di rimanere intrappolati in interessi contrari al bene comune. È su questa debolezza sistemica che punta l’esortazione, richiamando l’urgente necessità di ricomporre le forze, etiche e strumentali, per il bene comune.

L’esortazione può essere riletta alla luce dei risultati della COP28, in particolare su tre fronti: la governance globale, i Paesi più poveri, le trasformazioni etiche e culturali.

Il risultato più rilevante di COP28 è la convergenza dei Paesi sulla necessità di raggiungere il Net Zero di emissioni di gas serra entro il 2050, possibilmente prima, per restare al sicuro dagli aumenti di temperatura e controllare il caos climatico. Con ciò è chiaro che la scienza del clima, e cioè il lavoro della comunità degli scienziati che alimenta IPCC, è un fattore decisivo per la governance, ed è in atto un esperimento senza precedenti di “science for policy”, più forte di negazionismi locali e settoriali, vecchi e nuovi. A questa base scientifica si riferisce, aderendovi, la Laudate Deum (cap. 1).

Nonostante le limitazioni rimarcate dalla stessa Laudate Deum, quella per il clima è l’unica grande azione collettiva “science-based” per un commons globale di questa fase storica. Nulla di simile abbiamo per altri commons, dalla povertà alla sicurezza internazionale, e i risultati sono purtroppo evidenti. Ma proprio perché è in corso il fallimento storico del multilateralismo tradizionale, non bisogna dimenticare che gli impegni sulle emissioni di Parigi e di Dubai sono “nationally determined”, e quindi di natura essenzialmente unilaterale. Resta perciò aperta la grande questione di un nuovo multilateralismo, a cui la Laudate Deum dedica molta attenzione auspicando che sia dal basso e, anche per questo, sia dotato di un’autorità e un’autorevolezza «che non dipende dalle mutevoli circostanze politiche o dagli interessi di pochi e che abbia un’efficacia stabile» (Laudate Deum, 35).

Ai Paesi poveri, attori critici dell’intreccio tra clima e sviluppo umano, come già approfondito nella Laudato si’, la COP28 ha dedicato molta attenzione, senza tuttavia sciogliere alcuni nodi fondamentali.

Il primo nodo riguarda gli spazi residui di “carbon budget”, vale a dire le emissioni cumulative storiche che sono ancora possibili senza superare gli 1,5°C (con probabilità 50%) di aumento di temperatura rispetto all’era pre-industriale. Sono spazi piccoli, essendo il budget già stato sfruttato, principalmente dai Paesi di antica e nuova ricchezza, per quattro quinti del totale. Che ne sarà del residuo quinto del “carbon budget” globale? Sarebbe fin troppo ovvio affermare che dovrà avere una distribuzione tra Paesi e popoli che sia equa e giusta in base ad un principio non rinunciabile di diritto allo sviluppo umano di chi ha meno, con una responsabilità chiave del mondo ricco ad assumersi il maggior carico di azioni e di rinunce.

Su questo, la Laudate Deum afferma che la colpa del cambiamento climatico non è dei Paesi poveri, che danno un piccolo contributo alle emissioni globali e ne subiscono invece le massime conseguenze negative (cfr. Laudate Deum, 9). Ma la questione distributiva tra Nord e Sud, e tra Sud e Sud del mondo è invece aperta e incerta, anche attraverso i temi della finanza climatica internazionale, del riconoscimento di “danni e perdite”, e di adattamento al clima.

L’adattamento è urgente perché «milioni di persone perdono il lavoro a causa delle varie conseguenze del cambiamento climatico: l’innalzamento del livello del mare, la siccità e molti altri fenomeni che colpiscono il pianeta hanno lasciato parecchia gente alla deriva» (Laudate Deum, 10). La spinta per strategie di adattamento è presente in diverse parti delle conclusioni di COP28, ad esempio in connessione col tema losses and damages, vale dire come valutare, prevenire e “compensare” i danni causati ai Paesi più poveri da un cambiamento climatico generato per lo più dal mondo ricco e dalle potenze emergenti. La COP28 auspica perciò un aumento della finanza climatica internazionale per l’adattamento, con un fabbisogno stimato di 215-387 miliardi di dollari per anno.

Ma sulla finanza climatica in complesso, le conclusioni della COP28 notano «with deep regret» che l’obiettivo di 100 miliardi di dollari di trasferimenti, già deciso a Copenhagen nel 2009, non è stato raggiunto, con la stima più ottimistica che è di circa 89 miliardi. Il tema è di fatto rinviato alla prossima COP, che forse dovrà anche chiarire se la “climate finance” internazionale è integrativa dei flussi di assistenza ufficiale allo sviluppo, oppure se ne è un sostituto o la nuova forma specifica, chiarendo inoltre l’effettivo ruolo non predatorio della finanza privata internazionale per il clima.

Ma la Laudate Deum è rivolta «a tutte le persone di buona volontà sulla crisi climatica», ed è quindi, prima e al di là di qualunque sua interpretazione politica, un’esortazione spirituale, etica e antropologica, perché «noi tutti esseri dell’universo siamo uniti da legami invisibili e formiamo una sorta di famiglia universale, una comunione sublime che ci spinge ad un rispetto sacro, amorevole e umile» (Laudate Deum, 67). Così la Laudate Deum conferma la necessità di una profonda revisione dei nostri modelli di vita, di assetto dei rapporti economici e sociali, di aspirazioni individuali, insieme ad una forte necessità di uso delle tecnologie a fini di bene comune, di ricostruzione di quella unità che lega tutto di fronte alla profonda separazione che affligge il nostro modello antropologico.

È questo il terreno più sfidante e complesso, dove più spesso sorgono barriere culturali, visioni corte, predominio dello status quo anche di fronte ai benefici che la transizione di sostenibilità climatica potrà portare di generazione in generazione. Per questo la Laudate Deum invita «ciascuno ad accompagnare questo percorso di riconciliazione con il mondo che ci ospita e ad impreziosirlo con il proprio contributo, perché il nostro impegno ha a che fare con la dignità personale e con i grandi valori» (Laudate Deum, 69), ritrovando così la radice ultima del nostro essere, via fondamentale di robustezza di fronte alla fragilità delle costruzioni politiche e alla resilienza degli interessi particolari.

3. Deboli e necessari (don Roberto Maier)

Ci sarà tempo per studiare con attenzione le pagine di Laudate Deum, la nuova esortazione apostolica che Papa Francesco ha indirizzato a tutte le persone di buona volontà, riproponendo e approfondendo, otto anni dopo, le «accorate preoccupazioni» (Laudate Deum, 2) dell’enciclica Laudato si’. Ma è lecito raccogliere la prima commozione e il primo stupore, come si fa per un paesaggio ancora sconosciuto quando lo si scorge per la prima volta, ben sapendo che sarà nostro compito abitarlo. Ecco: le frequenze che più si imprimono a questo primo sguardo sono quelle, solo apparentemente contraddittorie, della debolezza e della necessità.

Il Papa non teme di dire ciò che molti già sanno: l’insufficienza della nostra risposta alla crisi climatica, la fragilità delle istituzioni internazionali, che non riescono ad «assicurare la realizzazione di alcuni obiettivi irrinunciabili» (Laudate Deum, 35), il procedere incerto delle Conferenze sul clima, nonostante le quali «le emissioni globali hanno continuato a crescere» (Laudate Deum, 55), persino l’insufficienza dell’impegno di ciascuno a uno stile di vita diverso, poiché «le soluzioni non verranno solo da sforzi individuali» (Laudate Deum, 70). Eppure, insieme, ne proclama a gran voce la necessità: «non si tratta di sostituire la politica» (Laudate Deum, 40), né di mandare a casa la vecchia diplomazia, né di «non aspettarsi nulla» (Laudate Deum, 53) dalla COP28 di Dubai, né, tanto meno, di umiliare la trasformazione culturale che si genera nel «profondo della società» (Laudate Deum, 71) grazie al cambiamento dello stile di vita di ciascuno. Di tutto questo – e di molto altro ancora – abbiamo bisogno.

Siamo tutti singolarmente deboli, ma siamo tutti globalmente irrinunciabili: se le crisi sono «l’occasione per apportare cambiamenti salutari» (Laudate Deum, 36), faremmo bene a incominciare da qui. Debolezza e necessità ci costringono a ripensare il nostro uso del potere (cfr. Laudate Deum, 24-28), oltre l’ubriacatura della modernità, a smettere di sognare che una nuova invenzione possa risolvere definitivamente la drammatica del nostro essere al mondo, assolvendoci dal compito di una cura universale. Ci espongono al bisogno impellente di un nuovo multilateralismo (cfr. Laudate Deum, 37-43), senza il quale affrontare la crisi ecologica è un’illusione. Rappresentano, infine, il primo passo per dare forma a un «antropocentrismo situato» (Laudate Deum, 67), che onori il nostro debito nei confronti di quel mondo brulicante di vita che, con la sua sinfonia di colori, ci ha generato e ci sostiene. L’essere umano, scriveva un grande filosofo del Novecento, è una «poesia già iniziata»: in debito del suo inizio, necessario nel suo compimento.

Papa Francesco – come nell’iconica scena del 27 marzo 2020, quando, durante la pandemia, ha attraversato la grande piazza da solo – si è già incamminato su questa stessa strada di debolezza e necessità. In Laudate Deum la parola del papa è così essenziale e priva di retorica da apparire come un puro appello. Diventa così un sacramento del principio che annuncia: esponendosi a una risposta globale, senza la quale risulterebbe del tutto vano, ha la debolezza di un domandare; e questa debolezza, che convoca tutti all’opera della cura, era assolutamente necessaria.

4. Crisi climatica, tre sfide per le università (Laura Zanfrini)

A una prima lettura, il testo della Laudate Deum potrebbe lasciarci spiazzati e sgomenti: i suoi toni sono apparentemente lontani da quell’ottimismo della speranza che è la cifra delle donne e degli uomini di “buona volontà” ai quali essa si rivolge. È dalle «grandi decisioni della politica nazionale e internazionale» che verranno – se verranno – le soluzioni più efficaci alla crisi climatica (Laudate Deum, 69), ma proprio dalle politiche nazionali e internazionali – ammonisce il Papa – sono finora giunte soluzioni tanto insufficienti da avvicinarci a un «punto di rottura» (Laudate Deum, 2): espressione cruda e funesta che – come ci si poteva aspettare – ha più di tutte attratto l’attenzione dei media.

La ricostruzione delle conferenze sul clima che si sono succedute negli ultimi trent’anni, dei loro progressi e fallimenti (cfr. Laudate Deum, 44-52) – con un dettaglio sicuramente inedito per un testo del Magistero – giova a dare forza all’auspicio (ma il tono è quello di un ultimatum) che da essa possa venire una decisa accelerazione di una transizione energetica sostenuta da impegni efficaci e meccanismi di monitoraggio (Laudate Deum, 59), gli uni e gli altri indispensabili per superare l’imbarazzante distanza tra una apparente sensibilità al problema e il coraggio di effettuare cambiamenti sostanziali (Laudate Deum, 56).

Alla luce di tutto ciò, cosa può dire a noi, ancora fiduciosi «nella capacità dell’essere umano di trascendere i suoi piccoli interessi e di pensare in grande» (Laudate Deum, 54)? E come possiamo «accompagnare questo percorso di riconciliazione con il mondo che ci ospita e […] impreziosirlo con il [nostro] contributo» (Laudate Deum, 69)?

Credo sia tra le righe di un testo che trasuda preoccupazione per un «pianeta sofferente» e per un mondo che «si sta sgretolando» (Laudate Deum, 2) che sia possibile individuare gli spazi di azione per noi, persone di buona volontà, e per la stessa comunità universitaria.

La sottolineatura di dimensioni quali la dignità personale, la responsabilità, la coscienza, i grandi valori, i cambiamenti culturali indispensabili a liberarci dalle insidie del paradigma tecnocratico chiarisce senza dubbio alcuno come la soluzione alla crisi climatica – e soprattutto la soluzione duratura – non possa essere affidata unicamente alla tecnologia che, al contrario, rischia fatalmente di divenire parte del problema quando si riduce a strumento di potere politico ed economico (cfr. Laudate Deum, 20-33; 57).

Specularmente, i ripetuti richiami ad aspetti quali l’interazione dei sistemi naturali con i sistemi sociali (Laudate Deum, 27), i rischi dello “shortermismo” che spinge alla ricerca del massimo profitto al minor costo e nel minor tempo possibili (Laudate Deum, 13), la realtà di un mondo in cui «tutto è collegato» (Laudate Deum, 19) in un sistema di interdipendenze globali sbilanciato sugli interessi dei più forti, la preoccupazione per le generazioni future (Laudate Deum, 33) sono facilmente declinabili nella preoccupazione ad educare professionisti e cittadini consapevoli di potere, a loro volta, “dare il loro prezioso contributo”.

Penso, ad esempio, a come nella formazione manageriale i temi della sostenibilità ambientale, analizzata e progettata nel suo denso intreccio con la sostenibilità sociale, debbano essere considerati centrali. O a come, nella preparazione di quella che usiamo chiamare la futura classe dirigente, sia prioritario dedicare attenzione alle grandi sfide sociali del mondo contemporaneo: il contrasto delle diseguaglianze, la governance della mobilità umana, la dignità del lavoro, il futuro dei sistemi sanitari e di welfare, solo per citarne alcune. Tuttavia, forse ancor più importante è sottolineare il ruolo che l’Università – e l’Università Cattolica in special modo – è chiamata a giocare con convinzione e consapevolezza rispetto ad alcune preoccupazioni che traspaiono, anche se non sempre direttamente esplicitate, dall’esortazione. Tre in particolare.

In primo luogo, la produzione e la diffusione di conoscenze saldamente ancorate alla ricerca scientifica e ai principi dell’umanesimo integrale, capaci di imporsi nella giungla delle fake news e di un’informazione superficiale che alimenta la confusione, la diffidenza, la disillusione, dando così fiato a quella tendenza a negare, nascondere, relativizzare, ridicolizzare i segni del cambiamento climatico (cfr. Laudate Deum, 5; 58).

Collegato a questo, l’impegno a rendere intelligibili a tutti le grandi trasformazioni che ci stanno intorno, attraverso un paziente esercizio di “traduzione” delle informazioni e dei saperi: coerente con la tradizione del nostro Ateneo (penso in particolare alle innumerevoli iniziative nei campi della formazione permanente e della promozione culturale), tale compito è oggi chiamato a rinnovarsi per rendere la nostra società non solo più inclusiva, ma anche più autenticamente democratica (Laudate Deum, 43).

Infine, dalla lettura della Laudate Deum colgo un incoraggiamento a ridefinire il senso del nostro lavoro coi più giovani e della nostra stessa presenza nell’arena pubblica proprio attraverso l’offerta di senso. Il senso della vita, del lavoro e dell’impegno (Laudate Deum, 33), da afferrare nel confronto con l’universo e le sue molteplici relazioni (Laudate Deum, 63) e attraverso la bellezza che c’è nel mondo, sulle orme di Gesù che, «quando percorreva ogni angolo della sua terra, si fermava a contemplare la bellezza seminata dal Padre suo, e invitava i discepoli a cogliere nelle cose un messaggio divino» (Laudate Deum, 64).


Autori
Simona Beretta, Università Cattolica del Sacro Cuore (simona.beretta@unicatt.it)
Roberto Zoboli, Università Cattolica del Sacro Cuore (roberto.zoboli@unicatt.it)
Roberto Maier, Università Cattolica del Sacro Cuore (Roberto.Maier@unicatt.it)
Laura Zanfrini, Università Cattolica del Sacro Cuore (laura.zanfrini@unicatt.it)