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Fascicolo 2023, 4 – Ottobre-Dicembre 2023
Prima pubblicazione online: Dicembre 2023
ISSN 2784-8884
DOI 10.26350/dizdott_000135
Abstract:
ENGLISH
Chi sostiene la meritocrazia giustifica le disuguaglianze di reddito e di ricchezza sulla base di differenti gradi di merito. Ma anche solo definire cosa sia il merito individuale non è facile. Esso non coincide col talento e neanche con le competenze acquisite con lo sforzo e richiede che tutti abbiano uguali opportunità di acquisirle. La meritocrazia come corsa individuale per salire la scala sociale, dove applicata in carenza di uguali opportunità sostanziali, ha finito per ribadire le disuguaglianze decretate dal mercato mentre incoraggia il sentimento di superiorità morale dei vincitori e quello di inferiorità dei perdenti.
Parole chiave: Disuguaglianza, Merito, Meritocrazia, Uguaglianza di opportunità, Mercato
ERC: SH1_10; SH2_1
ITALIANO
Those who advocate meritocracy justify income and wealth inequality on the basis of different degrees of merit. It is not easy even just defining what individual merit is. Merit does not coincide with personal talent or even with skills acquired through effort and requires that everyone have an equal opportunity to acquire them. Meritocracy as an individual race to climb the social ladder, where applied in the absence of substantial equal opportunities, has ended up reaffirming the inequalities decreed by the market while encouraging the winners’ feeling of moral superiority and the losers’ feeling of inferiority.
Keywords: Inequality, Merit, Meritocracy, Equality of opportunity, Market
ERC: SH1_10; SH2_1
Merito e meritocrazia
Nel suo intervento del 27 maggio 2017 all’Ilva di Genova, il Santo Padre Francesco si è così pronunciato: «la meritocrazia affascina molto perché usa una parola bella: il ‘merito’; ma siccome la strumentalizza e la usa in modo ideologico, la snatura e perverte. La meritocrazia, al di là della buona fede dei tanti che la invocano, sta diventando una legittimazione etica della diseguaglianza. Il nuovo capitalismo tramite la meritocrazia dà una veste morale alla diseguaglianza».
In effetti, la meritocrazia, come intesa comunemente, finisce per fornire supporto ideologico a un sistema gerarchico lineare in cui, per definizione, certe persone devono essere lasciate indietro. Il merito, da criterio per la selezione dei talenti e delle capacità si trasforma in un sistema di potere nel momento in cui diviene meritocrazia. Del resto, affiancare la parola merito a “crazia” (dal greco κράτος, che significa forza, potere) rende chiara la rotta di collisione con il potere del popolo (democrazia). Una rotta chiara a Michael Young quando scrisse il suo famoso romanzo satirico (e premonitore) The rise of meritocracy (1958). Non è difficile passare dalla stratificazione meritocratica al pensiero che gli ultimi abbiano meritato di essere tali e nulla di più; provare per essi pericolosi sentimenti di astio e quasi di ripulsa quasi fossero rifiuti umani, scarti. Alla meritocrazia si associa così, non troppo sotterraneamente, la cultura dello scarto denunciata dal Santo Padre Francesco (per esempio, Evangelii gaudium, 2013, 53; anche Oeconomicae et pecuniariae quaestiones, 2018, 15).
«L’idea di meritocrazia può avere molte virtù, ma la chiarezza non è una di quelle virtù». Così iniziava, nel 2000, Amartya Sen un suo breve saggio Merit and justice. Prima e dopo il 2000 i tentativi di definire, esaltare o criticare la meritocrazia sono stati numerosissimi. Di meritocrazia si è tornato a discutere di recente, dopo la critica radicale mossa da Daniel Markovitz (2019) e Michael Sandel (2021) – docenti in due templi della meritocrazia americana (le università di Yale e di Harvard) –- alla meritocrazia “realizzata” e ai suoi effetti. Ma è ancora intricata la matassa di questioni che si pongono quando si utilizzino concetti come merito e meritocrazia, soprattutto in connessione con le grandi diseguaglianze di reddito e di ricchezza che caratterizzano il mondo in cui viviamo (vedi voce Disuguaglianza: perché preoccuparsene).
È necessario quindi riflettere, innanzitutto, sulla difficoltà di distinguere le competenze, comunque acquisite, dal merito personale, mostrando come quest’ultimo sia concetto più sfuggente e, al contempo, più esigente, richiedendo che le competenze siano acquisite mediante sforzo personale (non siano cioè solo frutto di talento naturale) e in condizioni di uguali opportunità sostanziali. Si dirà come una società in cui le carriere siano aperte alle competenze – cosa certamente auspicabile – sia diversa da una società meritocratica. Si avanzerà poi qualche considerazione critica sull’idea che il mercato sia il miglior giudice del merito e che, di conseguenza, le disuguaglianze osservate, se fondate sui meriti, valutati e misurati dal mercato, siano giuste e, pertanto, giustificate. Infine, si tornerà sul “lato oscuro” della meritocrazia, per concludere che una società capace di progredire migliorandosi se, da un lato, dovrebbe valutare al massimo le competenze per la selezione e l’assegnazione di posti, dall’altro, dovrebbe rifuggire dall’esaltazione morale e dalla esagerata remunerazione di un merito assai incerto.
Cosa è il merito?
L’idea di dare al merito il ruolo centrale nell’assegnazione dei posti e degli onori riconosciuti dalla società agli individui è certamente importante e risponde al desiderio di rimuovere discriminazioni basate sulla nascita, la ricchezza, l’etnia, il genere. Ma definire e misurare il merito è tutt’altro che agevole. E una delle ragioni principali è che esso porta con sé una inevitabile connotazione morale. Se si dice che Chiara “merita un riconoscimento”, si sta dicendo che è giusto che Chiara abbia quel riconoscimento, perché ha compiuto (almeno) un’azione appropriata. E se si dice che lo merita più di altri è perché si ritiene che Chiara abbia fatto meglio di altri, grazie alle sue competenze, permettendo il raggiungimento di un risultato coerente con una qualche nozione di società buona. Bisogna dunque avere una idea di bene comune, in relazione al quale misurare il merito. La definizione stessa di ciò che è meritorio varia a seconda del contesto socio-istituzionale in cui ci si trova e della visione prevalente di società giusta. La desert base è cioè mutevole al cambiare della situazione storica e sociale in cui avviene il giudizio. Ovviamente, dire che una società è buona se premia il merito ci porta a un ragionamento circolare. Se riteniamo che una “società buona” sia quella priva di grandi diseguaglianze, allora la caratterizzazione di ciò che è meritorio deve valutare se le azioni candidate a essere considerate meritevoli generino più o meno disuguaglianze. Ciò implica anche che avere le competenze può non essere sufficiente per parlare di merito se quelle competenze sono al servizio di obiettivi in contrasto con la “società buona”. Inoltre, e lo si dirà tra breve, per il merito conta come sono state acquisite quelle competenze.
Nessuno metterebbe in discussione che i posti debbano essere assegnati e, quindi, le persone debbano essere selezionate e premiate, in base alle competenze, opportunamente definite e ragionevolmente misurate. I modi e le condizioni con cui sono state acquisite le competenze che hanno permesso di ottenere un determinato posto di lavoro e una certa posizione sociale non contano molto dal punto di vista del giudizio sulle competenze specifiche. Se la meritocrazia fosse semplicemente fatta coincidere con “carriere aperte alle competenze”, ci sarebbero poche obiezioni. Nessuna preferirebbe che l’areo su cui viaggia o su cui potrebbe un giorno viaggiare sia pilotato da un incompetente. E nessuna vorrebbe che se stessa o una sua parente venisse operata al cuore da un ortopedico e neanche gradirebbe che il primario dell’ospedale fosse in quel posto solo perché maschio, raccomandato o perché affiliato a una qualche lobby. Si può anche dire che a sostegno delle competenze militano ragioni di efficienza e di non discriminazione: scegliere chi è privo di competenze e perciò offre una prestazione peggiore equivale a violare l’uguaglianza di rispetto. Sarebbe un grande passo avanti se in Paesi come l’Italia si potesse garantire sul serio la piena ed effettiva apertura delle carriere alle competenze.
Tuttavia, senza informazioni sul modo nel quale le competenze sono state acquisite, è difficile parlare di merito. Ci troveremmo di fronte a competenze “meritevoli” e, quindi, a prestazioni “meritevoli”, ma non necessariamente a una persona meritevole. In generale le competenze acquisite dipendono dal proprio talento, dalle opportunità a cui si è potuto accedere e dai propri sforzi. Il talento è distribuito in maniera puramente arbitraria e non ha molto a che vedere col merito. Come sosteneva già John Rawls (1971, 100), «sembra infatti essere un punto irrinunciabile dei nostri giudizi ponderati che nessuno meriti il posto che ha nella distribuzione delle doti naturali, più di quanto non merita la sua posizione di partenza nella società». Si tratta di doni innati, di colpi di fortuna, di felici quanto misteriose combinazioni genetiche. Poi, certo, i talenti vanno coltivati. Ma per coltivarli servono opportunità e sforzo individuale. Non possiamo dire che persone dotate di talento e di capacità innate, o semplicemente fortunate, siano più meritevoli di altre che hanno goduto di minori opportunità, pur essendosi sforzate molto per coltivare il talento ricevuto in dono. Resta fermo che debba essere selezionato chi ha più competenze, ma il motivo per farlo non è perché esse sono sistematicamente un segnale del merito personale.
Disuguaglianze meritate?
Se il modo in cui sono state acquisite le competenze non è rilevante per la selezione dei “migliori” lo è, invece, per giustificare le disuguaglianze economiche e per riconoscere premi a chi le possiede. La condizione minima per giustificare con il merito individuale il premio riconosciuto alle competenze è di non aver goduto di migliori opportunità degli altri. Non a caso l’uguaglianza di opportunità è al cuore di qualsiasi declinazione di giustizia sociale. Tuttavia, definire in modo preciso e realizzare una convincente uguaglianza di opportunità è compito non semplice, anche in astratto. Più semplice, in linea di principio, è garantire uguale opportunità di accesso al mercato, come richiesto dai sostenitori della meritocrazia. Più complesso garantire l’uguale opportunità di acquisire le capabilities (o capacità, che includono le competenze, ma non solo) di perseguire liberamente un proprio progetto di vita. In questo senso, l’uguaglianza di opportunità include mezzi che consentano di rialzarsi quando nel corso della vita si è caduti, qualsiasi ne sia la ragione, e riprendere le capabilities perdute (vedi anche la voce Sviluppo umano).
Gli elevati redditi ottenuti dai laureati delle grandi “scuole” europee ed americane sono ancora oggi più dovuti alle “dispari” opportunità – garantite dalla posizione economica e sociale, dalla cultura e dalle relazioni della famiglia di origine – che al merito individuale. Il supposto merito finisce per essere una giustificazione zoppa di una realtà più brutale. Quanto allo sforzo – che è la seconda condizione per poter associare merito a competenze – c’è da chiedersi se il talento di cui si è dotati e le opportunità di cui si è goduto non agiscano da moltiplicatori della capacità di sforzarsi. Se così fosse (almeno in parte), ci troveremmo di fronte a uno sforzo che è a sua volta aiutato, stimolato, dal talento e dalle condizioni sociali e familiari, cioè, di nuovo, da qualcosa che non è merito personale possedere e anzi viola la condizione di uguaglianza delle opportunità.
Se alla base di qualsiasi giustificazione delle disuguaglianze deve esservi il merito individuale, il riferimento alle competenze riconosciute, e al successo anche economico, che può derivarne appare insufficiente e forse anche fuorviante. Occorrerebbe, infatti, che vi fosse il merito inteso soprattutto come sforzo (e come disponibilità a farsi carico di rischi e responsabilità fuori dell’ordinario) e qualora le competenze includano anche il vantaggio genetico e quello sociale di accesso a migliori opportunità, premiarle non equivarrebbe a premiare il merito. Tutto ciò era già chiaro al massimo teorico del liberalismo progressista postbellico, John Rawls (1971).
In genere, i sostenitori della meritocrazia finiscono per fare, implicitamente, confronti di merito molto allargati, sostenendo (più o meno esplicitamente) che una manager è retribuita cento o duecento volte quanto è retribuita un’infermiera perché la prima “merita” cento o duecento volte di più. Ma qui si produce un doppio slittamento concettuale di grande rilevanza. Innanzitutto, si trasformano le differenze di competenze specifiche in una grandezza (eminentemente cardinale) che permette di misurare qualsiasi differenza specifica: il denaro è sempre denaro. Fatto ciò, e postulato che le differenze di denaro guadagnato o posseduto riflettano esattamente le differenze di merito, diviene facile presentare le disuguaglianze di reddito e ricchezza come riflesso dei differenziali di merito.
Riassumendo, riconoscere un premio a chi effettua una prestazione meritevole è cosa diversa dal riconoscere un premio a chi ha un merito. Il mercato, nel migliore dei casi, premia le prestazioni meritevoli e, insieme con esse, le disuguaglianze di opportunità, che, in effetti, sembrano spiegare una quota non piccola delle disuguaglianze di reddito.
Merito o valore?
Spesso, gli economisti (e dietro di loro l’opinione pubblica) hanno identificato il merito con il contributo (misurato in denaro) alla crescita del Pil o del “valore” di un’azienda. Da qui segue che enormi differenziali retributivi (e di ricchezza accumulata) vengono giustificati con argomenti solo apparentemente meritocratici, ma in realtà fondati sull’apprezzamento di mercato, come riconosceva onestamente un liberale conservatore come Friedrich von Hayek (1960). Per Hayek, le retribuzioni che si ottengono e le ricchezze che si accumulano riflettono semplicemente il valore di mercato dei beni o dei servizi che ciascuno ha da offrire. Nessun (implicito) giudizio morale su ciò che ci spetta (that we deserve): la manager di un casinò di Las Vegas può fare un lavoro meno ammirevole sul piano morale, può avere meno talento ed essersi impegnata negli studi meno di una insegnante di scuola o di un’infermiera, ma produce più valore di mercato e per questo guadagna (molto) di più. Secondo Hayek, è proprio l’apprezzamento di mercato, non il merito in sé, che ha sostituito il privilegio della nascita nella determinazione della posizione sociale.
Il problema è che l’apprezzamento del mercato comprende rendite dovute alla scarsità (per esempio dei talenti sportivi, o musicali, ecc.) e al grado di monopolio di un’impresa o di un’istituzione finanziaria, di cui il manager e l’azionista possono beneficiare, finendo così per mettere insieme remunerazioni che vanno ben oltre il merito individuale. Inoltre, mercati caratterizzati da tecnologie che, permettendo il consumo congiunto e contemporaneo da parte di milioni di soggetti paganti (per esempio, le partite di calcio o di tennis trasmesse dai canali televisivi a pagamento), consentono di esaltare l’estrazione di rendite da scarsità di talento. Tutte queste rendite implicano una significativa divaricazione tra retribuzioni di mercato e merito, inteso come contributo sociale effettivo di ogni individuo. Alcuni argomentano che remunerazioni basate sul merito sono l’unico modo di incentivare al massimo lo sforzo e la produttività dei talentuosi. Va comunque ricordato che gli incentivi sono necessari in un mondo di informazione imperfetta e di non osservabilità dello sforzo e che l’incentivo deve contenere, per essere efficace, il riconoscimento di una rendita a chi gode dei vantaggi informativi. Ma dunque, in questo mondo (che è poi quello in cui siamo immersi) le remunerazioni incentivanti, premiano le rendite informative e non coincidono con quelle che premierebbero esclusivamente il merito.
Considerato che l’ideale di uguali opportunità è ben lungi dall’essere realizzato, è possibile sostenere che la meritocrazia reale sia molto lontana dal suo ideale (ammesso che fossimo in grado di definirlo sul serio) e assomigli molto a un’aristocrazia ereditaria. La promessa della mobilità sociale alimentata dalla meritocrazia, almeno negli Stati Uniti non è stata mantenuta: «l’aristocrazia del privilegio ereditario ha lasciato il posto a una élite meritocratica che è oggi privilegiata e consolidata come quella che ha sostituito» (Sandel, 2021, 166). Con notevole sforzo di sintesi, il giurista di Yale Daniel Markovits ha provato a calcolare quanto valga, in termini di lascito ereditario, l’investimento che una famiglia dell’élite americana fa per l’istruzione dei propri rampolli, concludendo che «l’investimento in capitale umano fatto da una tipica famiglia ricca, in eccesso rispetto a quello fatto da famiglie della classe media, è oggi equivalente a un’eredità nei dintorni dei dieci milioni di dollari per ogni ragazzo (o ragazza)». Una somma enorme che promuove «le ambizioni dinastiche di una famiglia dell’élite» (Markovits, 2019, 146).
Il lato oscuro della meritocrazia
Il lato oscuro della meritocrazia è così riassunto da Michael Sandel (2021, p. 25): «il principio che il sistema premia il talento e il duro lavoro incoraggia i vincitori a considerare il proprio successo quale frutto delle proprie azioni, una misura della propria virtù e a guardare dall’alto in basso chi è meno fortunato di loro. L’arroganza meritocratica riflette la tendenza dei vincitori a inebriarsi troppo del proprio successo, a dimenticare la fortuna e la buona sorte che li ha aiutati sul cammino». La meritocrazia promuove un’immagine della mobilità (e della concorrenza) come una competizione per salire la scala sociale. Certamente la scala offre l’opportunità di salire, ma anche quella di scendere e, comunque, è uno strumento che può essere usato soltanto individualmente; ciascuno sale o scende la scala da solo. Dunque, con la meritocrazia si finisce per promuovere un ideale profondamente individualista e competitivo, dove alla cooperazione è riservato un ruolo, se va bene, ancillare.
Il successo economico, quale che ne sia l’origine, rischia di diventare fattore di stratificazione sociale, perché utilizzato come prova dei propri superiori meriti. La questione non vale soltanto con riferimento all’atteggiamento di superiorità di alcuni e all’inferiorità (morale, ancor prima che economica) in cui sono tenuti gli altri. Ma a quali meriti si fa riferimento, visto che il successo economico può derivare anche da cause indipendenti dal merito individuale (ma da fortuna, potere, relazioni, ecc.)? E si può assegnare al mercato anche il compito di definire la stratificazione sociale? Se questa deve rispondere ai meriti individuali occorre guardare ben oltre il mercato. Agli sforzi, alle prestazioni meritevoli non riconosciute, alle virtù individuali. Occorre allontanarsi decisamente dalla sfera economica sapendo, però, di inoltrarsi su un terreno malfermo.
Il merito è un concetto troppo complesso per “lasciarlo in mano” al mercato. In mancanza di questa consapevolezza si rischia di essere fin troppo tolleranti nei confronti delle disuguaglianze decretate dal mercato e del “lato oscuro” della meritocrazia. Come scrive il Santo Padre nella Laudate Deum (2023, 32), «si incrementano idee sbagliate sulla cosiddetta ‘meritocrazia’, che è diventata un ‘meritato’ potere umano a cui tutto deve essere sottoposto, un dominio di coloro che sono nati con migliori condizioni di sviluppo. Un conto è un sano approccio al valore dell’impegno, alla crescita delle proprie capacità e a un lodevole spirito di iniziativa, ma se non si cerca una reale uguaglianza di opportunità, la meritocrazia diventa facilmente un paravento che consolida ulteriormente i privilegi di pochi con maggior potere». Una società che migliora è una società in cui l’area e l’incidenza della “immeritocrazia” si restringe progressivamente e, perciò, l’uguaglianza delle opportunità diviene via via più sostanziale.
Bibliografia
• Hayek F. (1960), La società libera, Rubettino, Soveria Mannelli.
• Markovits, D. (2019), The Meritocracy Trap, Penguin Random House, New York.
• Rawls J. (1971), Una teoria della giustizia, Feltrinelli, Milano.
• Sandel M. (2021), La tirannia del merito, Feltrinelli, Milano.
• Sen A. (2020), Sviluppo è libertà, Mondadori, Milano.
Autore
Andrea Boitani, Università Cattolica del Sacro Cuore (andrea.boitani@unicatt.it)