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Fascicolo 2021, 2 – Aprile-Giugno 2021
Prima pubblicazione online: Giugno 2021
ISSN 2784-8884
DOI 10.26350/dizdott_000043
di Marco Caselli, Claudia Rotondi
Abstract:
ENGLISH
Concetto cardine nella riflessione delle scienze sociali a partire dal secondo dopoguerra, lo sviluppo è stato sovente identificato con la mera crescita economica. Tale visione riduzionistica risulta ormai superata da quella che sottolinea la necessità di porre al centro dei processi di sviluppo la persona con i propri bisogni – non solo materiali – e le proprie aspirazioni. I molteplici contributi della dottrina sociale della Chiesa in tale prospettiva, seguiti alla riflessione avviata con la Populorum progressio, hanno trovato un momento di sintesi nella esplicitazione del concetto di sviluppo umano.
Parole chiave: Sviluppo integrale, Sviluppo sostenibile, Giustizia sociale, Benessere, Globalizzazione, Obiettivi di sviluppo sostenibile, Sfide globali
ERC: SH1_3 Development economics
ITALIANO
A key-concept in social sciences since WWII, development has often been identified merely with economic growth. This reductionist view has now been superseded by one that emphasises the necessity to place the person with his or her own needs - not just material one - and aspirations at the centre of development processes. The many contributions of the SDC to this perspective, after the reflection started with Populorum Progressio, have found a moment of synthesis in the concept of human development.
Keywords: Integral development, Sustainable development, Social justice, Wellbeing, Globalisation, Sustainable development goals, Global challenges
ERC: SH1_3 Development economics
Oltre la crescita economica
La riflessione che ha condotto all’emergere e all’affermarsi dell’idea di sviluppo umano nasce dalla crescente insoddisfazione per un concetto di sviluppo coincidente con la mera crescita economica.
In particolare a partire dal secondo dopoguerra, quando le esigenze della ricostruzione postbellica e l’avvio dei processi di decolonizzazione lo rendono un tema centrale e urgente del dibattito pubblico internazionale, economisti e decisori politici tendono ad assimilare lo sviluppo alla crescita economica utilizzando per la sua misurazione lo strumento del Prodotto interno lordo (Pil), indicatore il cui incremento viene considerato un indiscutibile metro di giudizio del successo di qualsiasi strategia economica, se non della politica tout court. Il benessere sociale e individuale non è in quest’ottica considerato un obiettivo in sé, ma piuttosto una conseguenza automatica della crescita economica, secondo quello che viene definito l’effetto trickle down.
Questa visione riduzionistica comincia tuttavia a essere messa in discussione già a partire dagli anni ’60 del secolo scorso, anzitutto perché le evidenze empiriche segnalano il sussistere di povertà e disuguaglianza anche a fronte di una crescita del Pil. Si fa pertanto strada la convinzione che lo sviluppo si debba associare a cambiamenti anche nelle strutture sociali, non solo in quelle economiche.
L’uomo al centro dello sviluppo
Al tempo stesso emerge esplicitamente una riflessione circa la necessaria centralità della persona umana nei processi di sviluppo, laddove invece si tende spesso a individuare negli Stati nazione – quando non solo nei sistemi economico produttivi – i veri protagonisti di questi stessi processi. In tal senso va senz’altro richiamato il contributo del pensiero sviluppatosi in ambito cattolico, dapprima con gli studi di padre Louis-Joseph Lebret e poi con l’emanazione nel 1967 dell’enciclica Populorum progressio, a cui si farà ampio riferimento nei paragrafi successivi. Ma si possono citare anche le riflessioni che portarono del 1974 alla Dichiarazione di Cocoyoc, documento che, pur originando da matrici culturali molto diverse, contiene passaggi che si trovano in piena sintonia con i contenuti dell’enciclica di Paolo VI.
La riflessione – in particolare con l’analisi di Gunnar Myrdal – coinvolge anche i valori connessi alla modernizzazione. Amartya Sen, riprendendo e attualizzando questi valori, propone il collegamento tra il concetto di sviluppo e quello di libertà: lo sviluppo è visto come un processo nel quale prendono corpo le libertà sostanziali dell’individuo, che passa da uno stato di privazione, nella povertà assoluta, a uno stato di acquisizione e di consapevolezza delle stesse. In quest’ottica un criterio per giudicare la crescita economica, i cambiamenti tecnologici e i mutamenti politici è quello di valutare quanto gli stessi abbiano contribuito a estendere le libertà dell’individuo. Occorre porre attenzione al fatto che per Sen le libertà sono fini, ma sono anche mezzi per lo sviluppo; le libertà sono tra loro interconnesse e si auto-rinforzano. Il ribaltamento della prospettiva è rilevante: la crescita economica diventa non un obiettivo in sé, ma un traguardo importante per il suo impatto sull’ampliamento delle libertà dell’individuo.
Il concetto di sviluppo umano
Amartya Sen e Mahabub Ul Haq contribuiscono in modo determinante a segnare una tappa fondamentale nella riflessione sullo sviluppo tramite la redazione nel 1990 della prima edizione del Rapporto sullo sviluppo umano del Programma delle Nazioni Unite per lo Sviluppo (UNDP), in cui viene esplicitato e definito il concetto di sviluppo umano. Nel medesimo rapporto viene al tempo stesso presentato uno strumento finalizzato alla misurazione di tale concetto: l’Indice di Sviluppo Umano.
Il Rapporto definisce lo sviluppo umano come “un processo di ampliamento delle scelte della gente”, superando la critica di etnocentrismo e di acritica accettazione di valori propri della società occidentale, che pende su larga parte del dibattito sullo sviluppo: auspicare una maggiore possibilità di scelta non dice infatti nulla circa gli obiettivi – culturalmente determinati – verso cui queste scelte si devono poi orientare. Nella proposta dello UNDP, sottolineare la natura umana dello sviluppo significa affermare che l’uomo è soggetto, oggetto e fine dello sviluppo, pertanto parlare di sviluppo umano significa parlare di sviluppo delle persone, per le persone e dalle persone. Sviluppo delle persone perché sono queste e il loro benessere l’oggetto dello sviluppo, non gli Stati o i sistemi economici. Sviluppo per le persone in quanto il loro maggior benessere è il fine di ogni politica di sviluppo e non ha soltanto un valore strumentale. Sviluppo dalle persone, infine, perché contenuti e percorsi dello sviluppo devono essere decisi, orientati e animati dalle persone a cui sono rivolti, non imposti dall’esterno – per esempio da organismi internazionali o agenzie di Paesi terzi, che invece possono svolgere importanti funzioni di supporto rispetto a percorsi stabiliti localmente.
La sostenibilità dello sviluppo
Un ulteriore fattore che contribuisce a emancipare il concetto di sviluppo dalla sua assimilazione a quello di crescita economica è dato dall’emergere del tema della sostenibilità ambientale e dell’idea che nel perseguire la crescita occorra tener conto dei limiti dell’ambiente fisico e delle risorse naturali entro cui tale crescita si dispiega. Tra le tappe più significative in tal senso si possono ricordare senza dubbio gli studi promossi dal Club di Roma e la costituzione della Commissione Mondiale per l’Ambiente e lo Sviluppo (WCED) che, nel 1987, pubblica il rapporto Our Common Future, noto anche come Rapporto Brundtland, in cui non viene contestata la possibilità di una crescita economica prolungata, ma, introducendo il concetto di sviluppo sostenibile, si sottolinea il fatto che questa dovrebbe farsi carico di un uso “intelligente” e oculato delle risorse naturali al fine di garantire, anche alle generazioni future, la possibilità di un pieno soddisfacimento dei propri bisogni e aspirazioni.
Gli obiettivi dello sviluppo
Il successo – almeno parziale – di un’impostazione che superi la lettura riduzionistica dello sviluppo e in particolare la sua sovrapposizione con la crescita economica è poi segnato nel 2000 dalla Dichiarazione del Millennio delle Nazioni Unite, documento con cui tutti gli Stati del mondo individuano gli Obiettivi di Sviluppo del Millennio (MDGs), otto traguardi da raggiungere entro il 2015. Tutti questi obiettivi sono chiaramente finalizzati a promuovere il benessere delle persone, a partire da quelle che si trovano attualmente in situazione di maggiore indigenza. La crescita economica, il cui perseguimento non corrisponde a nessuno degli obiettivi o sotto obiettivi individuati, rimane pertanto sottesa come dinamica strumentale al perseguimento di altri traguardi che non possono pertanto essere a questa sacrificati. Allo scadere dell’orizzonte temporale previsto per gli MDGs, nel 2015 tale impostazione viene confermata con l’Agenda 2030 e la definizione dei diciassette Obiettivi di Sviluppo Sostenibile (SDGs), che si pongono in continuità con gli MDGs, pur includendo il tema della crescita economica, definita come “duratura, inclusiva e sostenibile”.
Il contributo della dottrina sociale della Chiesa: la visione cristiana dello sviluppo
Troviamo riferimenti specifici al tema dello sviluppo, certamente presente anche in altri pronunciamenti della dottrina sociale della Chiesa a partire dalla Rerum novarum del 1891, in particolare nelle encicliche di Giovanni XXIII, Mater et magistra (1961) e Pacem in terris (1963), così come, nell’ambito del Concilio Vaticano II, nella Gaudium et spes (1965), il documento riferito alla Chiesa nel mondo contemporaneo.
La questione sociale, da sempre presente nelle encicliche, viene qui considerata nella sua dimensione globale, resa evidente – a seguito della decolonizzazione e grazie al perfezionamento delle rilevazioni statistiche – dalle disuguaglianze tra i Paesi economicamente sviluppati e quelli in via di sviluppo (Mater et magistra, 143). Nei documenti citati vengono introdotte alcune linee portanti per l’analisi: lo sviluppo è visto come un diritto (Pacem in terris, 49); i Paesi sviluppati hanno nei confronti degli stessi il “dovere di non restare indifferenti” (Mater et magistra, 144) e il “dovere gravissimo […] di aiutare i popoli in via di sviluppo” (Gaudium et spes, 86); protagonisti dello sviluppo sono sia le persone che i popoli (Mater et magistra, 158; Pacem in terris, 65; Gaudium et spes, 85).
Compare in questi documenti anche la nozione di “sviluppo integrale”, inteso come distinto dalla sola crescita economica (Mater et magistra, 68), che guarda a tutte le dimensioni dell’uomo, compresa quella spirituale (Gaudium et spes, 86), sviluppo che è a “servizio dell’uomo” (ivi, 64).
Un successivo momento apicale della riflessione sul nuovo ordine mondiale si ritrova nell’enciclica Populorum progressio (1967). Lo sviluppo è qui il tema centrale e per la prima volta si citano esplicitamente tra le fonti economisti e filosofi contemporanei (Clark, Lebret, Maritain, De Lubac).
Nella prima parte intitolata “Per uno sviluppo integrale dell’uomo” si avverte dei pericoli insiti in un sistema economico lasciato a se stesso (ivi, 8). Nella seconda parte dal titolo “Verso lo sviluppo solidale dell’umanità” si considera come il modello di libero scambio finisca per acuire le disuguaglianze, se non intervengono meccanismi correttivi che orientino il mercato verso finalità di sviluppo umano attuabile anche con una pianificazione degli aiuti (ivi, 61). L’altro elemento di novità della Populorum progressio è il collegamento tra lo sviluppo e la pace, che vengono correlati in quanto mutuamente rinforzantisi: la pace dipende dallo sviluppo, lo sviluppo è il nuovo nome della pace (ivi, 87), ed entrambi vengono compromessi dalle disuguaglianze (ivi, 76).
Si definisce così la visione cristiana dello sviluppo, in aperto contrasto a posizioni riduzioniste: “lo sviluppo non si riduce alla semplice crescita economica. Per essere autentico sviluppo, deve essere integrale, il che vuol dire volto alla promozione di ogni uomo e di tutto l’uomo” (ivi, 14). Lo sviluppo è personale (ivi, 15), ma anche comunitario: “lo sviluppo integrale dell’uomo non può aver luogo senza lo sviluppo solidale dell’umanità” (ivi, 43).
Lo sviluppo umano integrale di fronte alla crescente globalizzazione
A partire da questa visione di sviluppo umano integrale, la Chiesa si confronta con il citato vivace dibattito sullo sviluppo che caratterizza gli anni Sessanta e Settanta del secolo scorso. Nei decenni che seguono la dottrina sociale della Chiesa prosegue nella riflessione sullo sviluppo, collegandola sempre più strettamente a quella sulla globalizzazione e sull’ambiente.
Giovanni Paolo II pone il tema dello sviluppo al centro della sua seconda enciclica, Sollicitudo rei socialis (1987) pubblicata a vent’anni di distanza dalla Populorum progressio, in una fase in cui il divario tra Nord e Sud del mondo si è ulteriormente accentuato.
Anche Giovanni Paolo II critica l’approccio esclusivamente economicistico allo sviluppo e ribadisce che lo sviluppo autentico non coincide con la mera espansione della ricchezza materiale; per questo denuncia le forme di “supersviluppo” dei Paesi ricchi (Sollicitudo rei socialis, 28) e, per contro, cita alcuni indici che evidenziano l’ampiezza del divario tra Paesi sviluppati e Paesi in via di sviluppo (ivi, 15; 17). Alla causalità prima citata che lega pace e sviluppo si aggiunge un ulteriore concetto, quello di solidarietà: “la solidarietà da noi proposta è via alla pace e insieme allo sviluppo” (ivi, 39). L’enciclica sottolinea la necessità che uno sviluppo autentico tenga in adeguata considerazione il rispetto per l’ambiente e i limiti alla disponibilità di risorse naturali non rinnovabili (ivi, 26), aspetti sulla cui rilevanza l’opinione pubblica mondiale comincia a mostrare una crescente consapevolezza.
La riflessione nel nuovo millennio
Nel 2009 Benedetto XVI affronta il tema dello sviluppo nella Caritas in veritate – lettera enciclica “sullo sviluppo umano integrale nella carità e nella verità” (2009) – inserendo una nuova sfidante prospettiva: quella della considerazione della trascendenza come componente fondamentale dello sviluppo umano integrale e, per contro, della sua negazione come uno tra i maggiori ostacoli allo sviluppo (Caritas in veritate, 78). Viene ribadita la responsabilità personale nei confronti dei poveri e delle generazioni future e si esorta a una riforma degli stili di vita in reazione al consumismo delle società dell’opulenza (ivi, 48-51), all’interno di una visione del mondo sempre più aperta alla dimensione della fraternità (ivi, 79).
Il tema dello sviluppo in relazione alla responsabilità personale viene ripreso da papa Francesco nella esortazione apostolica Evangelii gaudium (2013, cfr. 190) e, accanto a quello della responsabilità civile e nei confronti delle generazioni future, trova ampio spazio nella Laudato si’ (2015; cfr. Evangelii gaudium, 188). In questa enciclica lo sviluppo “umano, sostenibile e integrale” (Laudato si’, 18) è visto come minacciato da processi di cambiamento che deteriorano il mondo e la qualità della vita di parte dell’umanità, in primis nei Paesi in via di sviluppo (ivi, 25). Un’attenzione specifica viene rivolta ai media e al mondo digitale che possono, qualora troppo pervasivi, arrivare a ostacolare “lo sviluppo di una capacità di vivere con sapienza, di pensare in profondità, di amare con generosità”. È presente qui un richiamo allo “sviluppo culturale dell’umanità”, a una sapienza che sia frutto di riflessione e di dialogo (ivi, 47).
La virtualità delle relazioni compromette secondo Francesco la consapevolezza dei problemi che sperimentano gli esclusi, pur essendo questi la maggior parte delle persone che vivono nel pianeta. La mancanza di contatto fisico “aiuta a cauterizzare la coscienza e a ignorare parte della realtà in analisi parziali” (ivi, 49). Anche quando si è giustamente sensibili alle tematiche ecologiche dello sviluppo, occorre non dimenticare di “ascoltare tanto il grido della terra quanto il grido dei poveri” (ibid.).
La Laudato si’ – in questo in linea con le affermazioni dell’economia e della sociologia dello sviluppo – sottolinea come “uno sviluppo tecnologico ed economico che non lascia un mondo migliore e una qualità di vita integralmente superiore, non può considerarsi progresso” (Laudato si’, 194) e richiama alla necessità di perseguire costantemente, tramite lo sviluppo, il bene comune (ivi, 157).
La lettera enciclica di Papa Francesco Fratelli tutti (2020) ribadisce infine la divaricazione che si è verificata tra crescita e sviluppo umano integrale (ivi, 21) e sottolinea come l’individualismo dominante renda apparentemente irrealistica la prospettiva di uno sviluppo di tutta l’umanità (ivi, 16). Connettendo sviluppo e dignità (ivi, 106) richiama all’importanza di coinvolgerci come comunità per “garantire che ogni persona viva con dignità e abbia opportunità adeguate al suo sviluppo integrale” (ivi, 118).
Una sfida globale
La grande miseria che continua a colpire parte importante dell’umanità costituisce probabilmente la più grande sfida per il nostro tempo, ma anche il più grande scandalo. Grazie agli straordinari progressi tecnici compiuti dall’umanità, è infatti oggi possibile garantire a ogni abitante del pianeta una vita dignitosa e libera dall’indigenza, nonché uno stile di vita che, pur soddisfacendo tutti i fondamentali bisogni materiali e spirituali delle persone, al tempo stesso non comprometta in maniera irreversibile – a scapito soprattutto delle generazioni future – l’ambiente naturale che è fatto “per fornire a ciascuno i mezzi della sua sussistenza e gli strumenti del suo progresso” e da cui “ogni uomo ha dunque il diritto di trovarvi ciò che gli è necessario” (Populorum progressio, 22).
Tale scandalo potrà essere cancellato e tale sfida potrà essere vinta, tuttavia, soltanto a condizione e nella misura in cui l’umanità sarà in grado di coglierne la globalità. I percorsi di sviluppo e, conseguentemente, di liberazione dall’indigenza interrogano infatti profondamente quelli che sono gli attuali rapporti fra le Nazioni e richiedono azioni e politiche che spesso trascendono le possibilità di intervento dei singoli Stati: si pensi per esempio al tema della definizione delle regole del commercio internazionale o a quello del contenimento delle spese militari, che permetterebbe di liberare su scala planetaria importanti risorse da destinare a politiche per la promozione dello sviluppo umano. Una sfida che, ancora, potrà essere auspicabilmente raccolta e vinta una volta che sia pienamente acquisita la consapevolezza che il fallimento dei percorsi di sviluppo in specifiche aree del pianeta – in aggiunta allo scandalo morale che questo comporta – può avere e ha ricadute negative sul benessere dell’intera collettività umana.
La responsabilità dello sviluppo umano
Data la sua natura di sfida globale, la responsabilità dello sviluppo umano è pertanto condivisa da tutta l’umanità e, di questo, l’umanità deve diventare o tornare a essere sempre più consapevole, come richiamato nella Laudato si’: “Occorre sentire nuovamente che abbiamo bisogno gli uni degli altri, che abbiamo una responsabilità verso gli altri e verso il mondo” (229). Ma è lo stesso Francesco, nella Fratelli tutti, a segnalare come il mondo sembri oggi andare in una direzione opposta: “nel mondo attuale i sentimenti di appartenenza a una medesima umanità si indeboliscono, mentre il sogno di costruire insieme la giustizia e la pace sembra un’utopia di altri tempi” (30).
Tale responsabilità condivisa, se colta, può concretizzarsi in un’autentica cooperazione allo sviluppo, da intendersi come azione comune, che non può ridursi alla pur importante dimensione dell’aiuto, che troppo spesso ne svilisce i destinatari mortificandone l’autonomia, le aspirazioni e le potenzialità. Se la responsabilità dello sviluppo è condivisa, tuttavia, i Paesi del Nord del mondo ne detengono una quota più ampia, come richiamato da Giovanni Paolo II nella Sollicitudo rei socialis, vista “la maggiore responsabilità gravante su chi ha di più o può di più” (47): sono infatti tali Paesi ad avere un maggior potere nel definire gli assetti geopolitici planetari – che tanto impattano sui percorsi di sviluppo nel Sud del mondo – ma anche una maggiore capacità tecnologica, laddove la tecnologia assume un ruolo decisivo nel far sì che il progresso economico, che è parte importante sebbene non esclusiva dello sviluppo umano, non si compia infliggendo danni irreparabili all’ambiente naturale. Appaiono qui cruciali sia la necessità di cautelarsi nei confronti del “rischio […] che all’interdipendenza di fatto tra gli uomini e i popoli non corrisponda l’interazione etica delle coscienze e delle intelligenze, dalla quale [può] emergere come risultato uno sviluppo veramente umano” (Caritas in veritate, 9) sia il richiamo così esplicito nella Fratelli tutti alla “migliore politica, posta al servizio del vero bene comune”, elemento imprescindibile per lo sviluppo di una comunità mondiale capace di realizzare la fraternità (Fratelli tutti, 154).
È infine auspicabile superare il paradosso che rende necessario associare l’aggettivo “umano” al concetto di sviluppo, quasi potesse avere un senso etichettare col termine “sviluppo” una qualsivoglia dinamica che non fosse al servizio del benessere delle persone. Occorre cioè rendere chiaro una volta per tutte che non può esistere uno sviluppo che non sia umano e che pertanto la mera crescita economica – che troppo spesso risulta ancora il metro con cui si misura e si valuta il progresso delle nazioni – se sganciata da un autentico e integrale miglioramento delle condizioni di vita di ogni persona non può in alcun modo essere definita sviluppo (Fratelli tutti, 21; Caritas in veritate, 30).
Bibliografia
• Catta G. (2015), Sviluppo integrale, in «Aggiornamenti sociali», marzo, 260-264.
• Scidà G. (2004), Avventure e disavventure della sociologia dello sviluppo, Franco Angeli.
• Sen A. (1999), Development as Freedom, Oxford University Press.
• Vaggi G. (2019), Development. The Re-Balancing of Economic Power, Palgrave Macmillan.
Autori
Marco Caselli, Università Cattolica del Sacro Cuore (marco.caselli@unicatt.it)
Claudia Rotondi, Università Cattolica del Sacro Cuore (claudia.rotondi@unicatt.it)