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Fascicolo 2022, 3 – Luglio-Settembre 2022
Prima pubblicazione online: Settembre 2022
ISSN 2784-8884
DOI 10.26350/dizdott_000097
di Alessandra Carenzio, Marco Rondonotti
Abstract:
ENGLISH
Il contributo intende descrivere l’incontro tra Media Education e pastorale, evidenziando alcuni tratti caratteristici della comunicazione oggi e provando a immaginare la comunicazione nei contesti pastorali come “terzo spazio” (Potter e McDougall). La cornice è duplice: da un lato la Media Education come riferimento culturale e dall’altro le indicazioni offerte dal Direttorio sulle comunicazioni sociali della CEI.
Parole chiave: Media Education, Onlife, Tecnologie di comunità, Mediamorfosi, Terzi spazi
ERC: SH3
ITALIANO
The contribution intends to describe the encounter between Media Education and pastoral environment, highlighting some characteristic features of communication nowadays and trying to imagine communication in pastoral contexts such as “third space” (Potter and McDougall). The framework is twofold: on the one hand, Media Education as a cultural reference and on the other, the indications offered by the Directory on Social Communications promoted by the Italian Episcopal Conference.
Keywords: Media Education, Onlife, Technologies of community, Mediamorphosis, Third spaces
ERC: SH3
1. La Media Education
I media vivono con noi, nelle pratiche quotidiane, nelle scelte professionali, nelle relazioni e negli scambi affettivi. Come ben ricorda Luciano Floridi (2017) nell’immagine delle mangrovie, i media sono onlife, non più scindibili dalla nostra esistenza ma parte integrante dei processi di vita. Come le mangrovie, che vivono in acque salmastre, anche noi abitiamo in una società ibrida, dove analogico e digitale si fondono e si confondono, come l’estuario di un fiume dove l’acqua dolce incontra il mare. Superando dicotomie e diatribe sterili, non si tratta di accettare la nuova situazione passivamente con un atteggiamento di resa, quanto di lavorare affinché questa condizione diventi capace di generare processi fertili.
Per farlo è necessario conoscere e studiare con attenzione i media nelle trasformazioni più recenti (vedi voce Media), attivare una riflessione su potenzialità e problematiche, interrogarsi profondamente su ciò che possiamo fare per fare senso in una realtà dove indossabilità, portabilità, socialità, disintermediazione e autorialità sono elementi consolidati. È, in poche battute, il lavoro che la Media Education porta avanti a partire dalla sua affermazione intorno agli anni ’70 del Novecento con il supporto dell’UNESCO e del Consiglio d’Europa.
La Media Education può essere definita come «quell’ambito delle scienze dell’educazione, delle scienze della comunicazione e del lavoro educativo che considera i media come risorse integrali per l’intervento formativo» (Rivoltella, 2019, p. 131).
1.1. La Media Education“oltre i confini”
Si tratta di una prospettiva che sta assumendo contorni inediti e fecondi, attraverso il riconoscimento della sua “natura sconfinata” riconducibile a due ordini di motivi.
Il primo ha a che fare con la diffusione dei media oltre i luoghi abituali, divenendo parte del tessuto connettivo che ci lega l’uno all’altro. Shirky descrive il senso della tecnologia-tessuto connettivo come un elemento perfettamente integrato, una delle modalità spontanee attraverso le quali comunichiamo contenuti e costruiamo le nostre identità.
Se l’obiettivo della Media Education è presidiare i luoghi abitati dai media, ecco che appare chiaro come non ci sia più un solo luogo di elezione (la scuola o la famiglia), ma una presenza continua di ricerca di senso che occupa tutti gli spazi sociali e comunitari, inclusi quelli della pastorale. Questo ragionamento deriva dal fatto che la Media Education storicamente si è sempre spesa nella scuola e in riferimento a un pubblico di minori.
Il secondo ordine di motivi è legato al riconoscimento di una svolta nelle finalità: dalla prima alfabetizzazione alla competenza digitale, dall’analisi critica alla produzione responsabile di contenuti, dalla padronanza delle regole all’etica della comunicazione (pensiamo alle fake news, vedi voce). Il senso di questa svolta – dagli alfabeti alla responsabilità – è certamente una risposta al cambiamento del peso dei media (non sono solo linguaggi “da leggere”) e rende merito all’impegno della Media Education in funzione di una partecipazione seria alla vita della comunità (vedi voce Comunicazioni sociali e Magistero: parole che risuonano).
1.2. La Media Education come postura
Gli appuntamenti che hanno scandito la storia della Media Education raccontano di questa svolta a partire dalla prima apertura del Conseil International du cinéma et de la Tèlèvision verso l’educazione continua e in ogni circostanza, passando per la risoluzione di Istanbul (1989) con il riconoscimento del valore espressivo dei mezzi di comunicazione, citando per la prima volta la personalizzazione della propria cifra comunicativa come valore da promuovere (contro l’omologazione e la dittatura dello script) ed evidenziando nei successivi momenti internazionali (Toulouse nel 1990, Parigi e Riyadh nel 2007) la centralità della Media Education per la democrazia (Carenzio, 2008).
Con queste premesse, l’impegno della pastorale in funzione dell’accompagnamento della comunità non può non considerare i media tra i nodi centrali. Sarebbe come favorire processi di discernimento che ragionano solo a metà, immaginando le persone collocate in una bolla lontana dalla cultura digitale. Riprendendo il ragionamento di Geneviève Jacquinot-Delaunay, la Media Education è una “postura” ed è impossibile pensare ai media senza educazione e all’educazione senza media.
2. Il Magistero della Chiesa e le Comunicazioni sociali
2.1. Inter Mirifica
Le considerazioni fin qui condivise trovano una particolare luce in quanto il Magistero, in questi ultimi sessant’anni, ha saputo intuire e indicare come cammino alla Chiesa universale. Ci basti pensare al fatto che il primo decreto del Concilio Vaticano II fu proprio Inter mirifica, dedicato ai mezzi di comunicazione sociale e pubblicato nel dicembre del 1963. Già le prime parole del documento, che come sappiamo ne determinano il nome, esprimono lo stupore nel poter annoverare i media “tra le meraviglie” dell’ingegno umano, e in particolare tra quelle che ne assecondano le facoltà spirituali. Pur non nascondendo le criticità, i padri conciliari non esitano ad affermare che «la Chiesa nostra madre riconosce che questi strumenti se bene adoperati, offrono al genere umano grandi vantaggi, perché contribuiscono efficacemente a sollevare e ad arricchire lo spirito, nonché a diffondere e a consolidare il regno di Dio» (Inter mirifica, 2). Sono parole che chiaramente non vogliono esprimere una presa di distanza, ma al contrario ricollocare i media in una dimensione ecclesiale che consente di interpretarli e assumerli come un canale privilegiato per l’evangelizzazione. A tal fine, attraverso questo stesso documento viene espressa la scelta della Chiesa di vivere annualmente la Giornata mondiale per le comunicazioni sociali (Inter mirifica, 18), in occasione della quale ogni anno viene scelto una particolare tema, sviluppato attraverso il messaggio che il papa indirizza a tutti i fedeli.
2.2. Dalle Parabole mediatiche al Direttorio sulle comunicazioni sociali nella missione della Chiesa
Nel cammino di questi decenni, e in particolare riferimento alla nostra situazione italiana, una tappa decisamente rilevante è costituita dal Primo Convegno della Conferenza Episcopale Italiana (CEI) sulle Comunicazioni sociali, dal titolo Parabole mediatiche. Fare cultura nel campo della comunicazione svoltosi nel novembre del 2002. Questo appuntamento ha segnato un deciso cambio di rotta a riguardo dell’approccio alle nuove tecnologie, suscitando un nuovo entusiasmo e la rinnovata consapevolezza di dover guidare le trasformazioni sociali in atto, comunicando la cultura del vangelo e riscoprendo il protagonismo dei giovani nella vita ecclesiale.
Ed è proprio questo spirito che, qualche anno dopo, ha condotto alla definizione del documento della CEI Comunicazione e Missione. Direttorio sulle comunicazioni sociali nella missione della Chiesa (2004) che, tra le altre cose, invita ogni diocesi a predisporre urgentemente la presenza dell’Ufficio diocesano per le comunicazioni sociali, in modo da sostenere una pastorale organica capace di accompagnare il lavoro pastorale espresso dalla comunità ecclesiale presente sul territorio. La CEI auspica anche la presenza di animatori della comunicazione e della cultura, in modo che ogni parrocchia possa sviluppare un progetto che sappia sensibilizzare i fedeli ai temi e alle forme della comunicazione presenti nella società, e al tempo stesso promuovere iniziative culturali collegate al campo dei media. Un aspetto interessante del Direttorio è il fatto che non si lascia spazio allo spontaneismo che ha caratterizzato l’azione pastorale per un’intera stagione ecclesiale, ma si indica come strada privilegiata quella della creatività capace di superare la pastorale della conservazione. «Il primo passo di questa conversione pastorale consiste nel definire un piano pastorale per le comunicazioni sociali» (Direttorio, 99).
2.3. Un rinnovato slancio missionario
L’attenzione al digitale da parte del magistero e della riflessione teologica espressa in questi primi decenni del nuovo millennio consente di avere a disposizione numerosi documenti che permettono l’approfondimento di differenti aspetti. Ad esempio il Pontificio Consiglio per le Comunicazioni sociali già nel 2002, mettendo a tema il rapporto tra Chiesa e Internet, ha evidenziato l’importanza di indicare i criteri etici e morali applicabili nell’ambiente digitale, criteri che da ricercare e ritrovare sia nei valori umani sia nei valori cristiani. Questa esigenza è stata raccolta dai vescovi anche nel recente Sinodo del 2018 dedicato ai “Giovani, la fede e il discernimento vocazionale”; nel documento di chiusura del biennio dedicato al tema, per la prima volta la Chiesa si esprime facendo riferimento esplicito alla evangelizzazione digitale (n.145-146) per un rinnovato slancio missionario.
La consapevolezza dell’esigenza di una formazione adeguata per confrontarsi con efficacia con la produzione culturale contemporanea è forse ancora più presente dopo quanto vissuto a causa dell’emergenza sanitaria dovuta alla pandemia da Covid-19. Ne troviamo traccia anche nel Direttorio per la catechesi (2020) quando afferma che «il linguaggio che ha maggior presa sulla generazione digitale è quello del racconto, piuttosto che quello dell’argomentazione» (363); è importante dunque acquisire le competenze necessarie per sfruttare le narrazioni digitali nella cura della qualità delle relazioni personali, nella comunità e al di fuori della stessa (Rondonotti, 2022).
3. La Media Education incontra i contesti pastorali: voci di una ricerca
Per passare dalla cornice teorica al campo, proviamo a partire da una sperimentazione, la ricerca-azione “UTOP.IE - Usi delle Tecnologie tra gli Operatori Pastorali. Un’Indagine Esplorativa” iniziata nel 2016 con il supporto della CEI e di Weca. La ricerca triennale ha consentito il confronto diretto con alcune comunità sul territorio nazionale. Senza entrare nel merito e rimandando alle pubblicazioni dedicate, in questa sede vorremmo condividere tre nodi utili dove la parola “oltre” (volutamente ripetuta) indica un invito per le comunità.
a. Oltre il dato strumentale. Un’evidenza riguarda la presenza delle tecnologie nella pastorale, soprattutto in relazione alla dimensione strumentale. Le tecnologie appaiono soprattutto come archivi, forniscono risorse da utilizzare. Appare meno diffusa, in linea generale, una riflessione sui media come oggetto dell’intervento pastorale in una forma che non sia solo la lezione dell’esperto.
b. Oltre le logiche più classiche. Un secondo aspetto è dato dalla scelta di logiche didattiche precise, segnate soprattutto dalla discussione e dal confronto di gruppo, dal formato della testimonianza e dall’attività di analisi di film/video. Sarebbe importante, allora, provare ad esplorare nuovi spazi di lavoro pastorale, a partire dai videogiochi e dalle attività di produzione (che raccolgono il 7% delle preferenze del campione dell’indagine).
c. Oltre l’utilità del qui e ora. Se pensiamo al rapporto tra media e pastorale, non possiamo non notare il riconoscimento delle potenzialità dei media, soprattutto come facilitatori nel qui e ora. Si tratta di un aspetto positivo e decisamente incoraggiante, che la ricerca-azione ha fatto emergere attraverso il racconto di esperienze felici (il raccordo con il gruppo famiglie, l’uso di Instagram per coinvolgere gli adolescenti, l’uso di WhatsApp per rafforzare i legami nella comunità). Occorrerebbe ragionare su un tempo più esteso e progettato.
4. Riflessioni conclusive
I contesti pastorali potrebbero configurarsi come “terzi spazi”, citando il contributo di Potter e McDougall: uno spazio ibrido, che non è lo spazio istituzionale dell’aula (con vincoli, forme di organizzazione e di relazione particolari), ma nemmeno lo spazio di costruzione libera tipica dell’informale, dove i pari agiscono tra di loro. Siamo in uno spazio terzo, che assume il senso di zona collettiva di sviluppo prossimale: ciascuno di noi può sviluppare competenze solo in relazione con gli altri, proprio perché gli apprendimenti sono qualcosa di sociale.
Questi passaggi richiedono due condizioni: riconoscere l’importanza dei media come parte del nostro mondo di vita, non solo quindi come accessori che possiamo indossare o relegare in fondo a un cassetto; investire nella formazione e nell’aggiornamento dei profili professionali, a partire dai seminaristi (già immersi nei media) passando per gli animatori e gli operatori della pastorale.
Alcune occasioni sono state ben accolte: il MOOC “Educazione digitale” promosso da CREMIT, Università Cattolica e CEI ha visto la partecipazione di 6000 corsisti (con un modulo specificatamente dedicato alla pastorale) e auspicabilmente potrebbe vedere una terza edizione; il corso di laurea magistrale blended in Media Education, attivo da qualche anno presso l’Università Cattolica di Milano, rappresenta una proposta interessante (e molti studenti sono religiosi che, nei media, vedono un’occasione per la pastorale); la costruzione di gruppi di studio e ricerca sulla pastorale (come quello attivo in CREMIT). Senza dimenticare le iniziative delle singole Diocesi per costruire un percorso di comunità con e sui media.
«Disincarnare l’educazione, allontanarla dal mondo reale e, con questo, non riuscire a fornire ai soggetti quel supporto e quell’orientamento di cui essi hanno bisogno» (Rivoltella 2010, p. 3). Il lavoro pastorale non si sottrae a questo rischio.
Gli Autori condividono l’impostazione del contributo e il paragrafo conclusivo. Alessandra Carenzio ha materialmente steso i paragrafi 1 e 4; Marco Rondonotti i paragrafi 2 e 3.
Bibliografia
• Brambilla F.G., Rivoltella P.C. (2018), Tecnologie pastorali, Morcelliana.
• Carenzio A., Rondonotti M., Rivoltella P.C. (2020), UTOP.IE – Usi delle Tecnologie tra gli Operatori Pastorali. Un’Indagine Esplorativa, in Animazione digitale per la didattica, a cura di C. Panciroli, Franco Angeli.
• Rondonotti M. (2022), Connessioni comunitarie. Le tecnologie di comunità e i contesti ecclesiali, Morcelliana.
• Rivoltella P.C. (2010), Educazione e nuovi media, in «Via verità e vita. Comunicare la fede», 2 (marzo-aprile).
• Rivoltella P.C. (2019), Media Education, La Scuola.
Autori
Alessandra Carenzio, Università Cattolica del Sacro Cuore (alessandra.carenzio@unicatt.it)
Marco Rondonotti, Università Cattolica del Sacro Cuore (marco.rondonotti@unicatt.it)