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Dizionario di dottrina
sociale della Chiesa

LE COSE NUOVE DEL XXI SECOLO

Fascicolo 2021, 1 – Gennaio-Marzo 2021

Prima pubblicazione online: Marzo 2021

ISSN 2784-8884

DOI 10.26350/dizdott_000036

Media Media

di Fausto Colombo

Abstract:

ENGLISH

La voce articola la discussione in due parti: nella prima periodizza lo sviluppo dei media (come tecnologie, come industrie e come contesti comunicativi) in quattro grandi fasi. Nella seconda si sviluppa in particolare l’ultima fase (quella delle piattaforme), esplicitando e discutendo in particolare l’approccio di Papa Francesco (con particolare attenzione alla Laudato si' e alla Fratelli tutti).

Parole chiave: Media, Tecnologie della comunicazione, Digitalizzazione, Piattaforme di comunicazione, Social media
ERC: SH3

ITALIANO

This entry articulates the discussion in two parts: in the first, it periodizes the development of the media (as technologies, industries and communication contexts) into four major phases. In the second part, it develops in particular the last phase (that of the platforms), explaining and discussing the approach of Pope Francis (with particular attention to Laudato Si’ and Fratelli tutti).

Keywords: Media, Communication technologies, Digitalization, Communication platforms, Social media
ERC: SH3

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Una definizione complessa e in divenire

I media (o mezzi di comunicazione: giornali, cinema, radio, televisione, web e social media) sono un’entità complessa, che potremmo definire così: sistemi socio-tecnici che svolgono la funzione di mediazione tra soggetti. In tale definizione il sostantivo “sistemi” lascia intendere la complessità dell’insieme, che è stata variamente definita. Si va dall’intuizione ambientale di Marshall McLuhan – secondo il quale i media audiovisivi si inserivano in quella rivoluzione elettrica che avrebbe mutato l’intero panorama antropologico, costruendo nuove “protesi” delle funzioni umane e portando con sé un’era di neo-oralità – alla prospettiva del dispositivo, ispirata a Michel Foucault, e più pessimista sulla natura di controllo esogeno che i mezzi di comunicazione sarebbero in grado di esercitare. L’aggettivo “socio-tecnici”, invece, ci ricorda che, come ogni invenzione e come ogni rivoluzione tecnologica, i media coinvolgono diverse dimensioni della vita collettiva: quella economica, quella politica, e quelle relative alla convivenza civile e ai rituali pubblici.

La complessità strutturale dei media si accompagna a una loro evoluzione che potremmo dividere in tre grandi fasi. La prima (che comincia nell’Ottocento) riguarda l’industrializzazione della stampa, la nascita dei giornali, dei periodici e dell’editoria libraria come la conosciamo oggi e si conclude con la nascita del cinema. La seconda fase, che comprende i primi ottant’anni del Novecento, ha visto la nascita dei grandi media istantanei e audiovisivi, capaci di comunicare da uno a uno (come il telegrafo e il telefono) o da uno a molti (come la radio prima e la televisione poi), nella loro versione analogica. Infine, la terza fase è caratterizzata dalla digitalizzazione, sia con l’invenzione di internet, del primo web e poi dei social media (o piattaforme, come si tende a definirle oggi), sia con la progressiva trasformazione di tutti i media tradizionali, che hanno via via assunto una dimensione digitale. Con processi non lineari, ma caratterizzati da andate e ritorni, i media hanno colonizzato aspetti diversi della vita individuale e collettiva: gli spazi pubblici (con il cinema), le case (con la radio e la televisione), la dotazione personale (prima con le radio portatili, oggi con gli smartphone e i tablet). Infine, essi hanno svolto funzioni differenti, dalla trasmissione e condivisione di contenuti di informazione o intrattenimento alla messa in relazione delle persone, consentendo un progressivo superamento delle distanze fisiche e geografiche e perfino dei limiti temporali.

Il Magistero della Chiesa: due linee di condotta

La Chiesa, che ha sempre guardato con attenzione ai mutamenti della vita collettiva, ha assunto nei confronti dei media un atteggiamento coerente nel tempo, caratterizzato da due linee di condotta. La prima di queste linee è quella dell’uso, finalizzato all’ampliamento delle forme di annuncio e di evangelizzazione: un uso cominciato sin dall’Ottocento, attraverso la fitta attività dell’editoria e della stampa cattolica, che non demonizza le tecnologie, ma anzi riconosce in esse un validissimo strumento al servizio del messaggio cristiano. Una dimostrazione molto indicativa di questo atteggiamento di uso consapevole, finalizzato alla produzione e diffusione di messaggi di valore universale, è la precocissima nascita sotto il pontificato di Pio XI, nel 1931, di Radio Vaticana, da subito pensata per trasmettere in tutto il pianeta. Ma non vi è medium che successivamente, talvolta ancora in fase sperimentale, non sia stato utilizzato dalla Chiesa per i suoi compiti di predicazione e di dialogo con il mondo.

L’altra linea di condotta – che prende forma dal secondo dopoguerra, e soprattutto dal Concilio Vaticano II in poi – è quella di una riflessione teorica e magistrale, volta a cogliere gli aspetti positivi e negativi dei mezzi di comunicazione, destinata ad aggiornarsi continuamente seguendo lo sviluppo dei media stessi e le novità tecnologiche e organizzative che essi via via presentavano.

Seguendo storicamente la riflessione della Chiesa, si può osservare lo sforzo per cogliere i mutamenti qualitativi che ogni nuovo medium porta con sé. Nel 1963, l’Inter mirifica definisce i mezzi di comunicazione “meravigliose invenzioni tecniche”, riferendosi esplicitamente alla stampa, al cinema, alla radio, alla televisione. Viene istituita, nell’occasione, la Giornata delle Comunicazioni Sociali, con lo scopo di tenere viva una riflessione sulle opportunità e sui rischi legati allo sviluppo e all’uso dei media.

Nel 1971, l’istruzione pastorale Communio et progressio chiarisce l’attenzione prudente e non banalmente entusiastica verso i media:

La comunione e il progresso della società umana costituiscono lo scopo primario della comunicazione sociale e dei suoi strumenti, quali la stampa, il cinema, la radio e la televisione. Il loro continuo perfezionamento infatti ne estende la diffusione a nuove moltitudini di persone e li rende più accessibili ai singoli, favorendo una sempre maggiore e profonda incidenza di questi strumenti nella mentalità e nel modo di vivere degli uomini” (Communio et progressio, 1).

Questa incidenza, tuttavia, non viene colta deterministicamente come una semplice influenza, ma posta in relazione con una più vasta circolazione di idee e di etiche (in qualche caso derive etiche):

Il crollo delle norme morali, che si verifica in diversi campi della vita di oggi, è una grossa preoccupazione per gli uomini onesti. Ora l’indice di questo mutamento si riscontra facilmente in tutti gli strumenti della comunicazione. Quanta parte di colpa di questa situazione sia da imputarsi ad essi è argomento di ricerca. Molti esperti, infatti, con validi motivi asseriscono che questi strumenti non fanno altro che rispecchiare e registrare i costumi già in atto nella società; altri invece ritengono che essi contribuiscono ad esaltare e più largamente propagandare quelle nuove tendenze; così mentre esse sono presentate come ormai invalse nel comune comportamento, a poco a poco s’introducono nel costume sociale. Ci sono poi altri che fanno ricadere la massima responsabilità di questa situazione proprio sugli stessi strumenti” (Communio et progressio, 22).

In questo breve brano, e nella sua apertura interpretativa, si trova molto della dottrina sociale della Chiesa sui media. L’influenza dei media è questione aperta: e non a caso, anche tra gli studiosi cattolici (così come d’altronde fra gli studiosi tout-court) sarà difficile trovare una risposta univoca. Ciò che la Chiesa afferma in ogni caso è che – sia che i mezzi di comunicazione si limitino a rispecchiare le tendenze in atto nella cultura, sia che essi le amplifichino così da farle apparire dominanti – essi non possono rinunciare alla propria responsabilità. Soprattutto, non possono farlo le donne e gli uomini che esercitano in essi un qualsiasi ruolo. Un elemento fondamentale della riflessione è quindi il fatto che la responsabilità coinvolge non soltanto gli emittenti della comunicazione, ma anche i suoi destinatari, chiamati a una continua opera di discernimento.

Lo sviluppo di internet e del web

Parole analoghe, adattate al nuovo medium, si trovano nel documento La Chiesa e internet, redatto nel 2002 dal Pontificio Consiglio delle Comunicazioni Sociali. Il documento mantiene la prospettiva di apertura e promozione che abbiamo visto costituire un filo rosso della dottrina:

La Chiesa ha un duplice scopo a proposito dei mezzi di comunicazione sociale. Uno è quello di incoraggiare la loro giusta evoluzione e il loro giusto utilizzo per il bene dello sviluppo umano, della giustizia e della pace, per l’elevazione della società a livello locale, nazionale e comunitario, alla luce del bene comune e in spirito di solidarietà” (La Chiesa e internet, 3).

D’altronde, l’attenzione al mezzo nella sua concreta evoluzione mette in luce alcune caratteristiche fondamentali e per certi versi innovative:

L’interattività bidirezionale di Internet sta già facendo svanire la vecchia distinzione fra chi comunica e chi riceve la comunicazione, e sta creando una situazione nella quale, almeno potenzialmente, tutti possono fare entrambe le cose. Non si tratta dunque più della comunicazione del passato che fluiva in una sola direzione e dall’alto verso il basso. Poiché sempre più persone prendono confidenza con questo aspetto peculiare di Internet in altri settori della loro vita, ci si può aspettare che ricorrano a Internet anche a proposito della religione e della Chiesa” (La Chiesa e internet, 6).

La stessa osservazione “da vicino”, attenta a cogliere anche gli aspetti controversi fa segnalare alcune questioni in modo assai precoce anche rispetto alla letteratura scientifica (in particolare sociologica, psicologica e pedagogica) sull’argomento:

Fra i problemi specifici che Internet crea c’è la presenza di siti denigratori, volti a diffamare e ad attaccare i gruppi religiosi ed etnici. La Chiesa cattolica è il bersaglio di alcuni di essi. Come la pornografia e la violenza nei mezzi di comunicazione sociale, questi siti Internet sono « la dimensione più buia della natura ferita dal peccato » e anche se il rispetto per la libertà d’espressione può richiedere, fino a un certo punto, la tolleranza perfino di voci ostili, l’auto-censura, e, se necessario, l’intervento della pubblica autorità, dovrebbe stabilire e applicare limiti ragionevoli a ciò che si può dire” (La Chiesa e internet, 8)

Come è evidente dalla lettura dei brani citati, la Chiesa osserva uno scatto fondamentale nella diffusione del nuovo mezzo, anche solo alla luce dello sviluppo di quello che potremmo definire il “primo ciclo di internet”, caratterizzato non tanto dai social media quanto dalla moltiplicazione dei messaggi e delle fonti, almeno a partire dagli anni Novanta. Quasi due decenni dopo, in pieno web 2.0 (caratterizzato dal ruolo dominante dei social o piattaforme e da un’attività sempre più intensa da parte degli utenti), i temi della diffusione delle fake news e dei discorsi d’odio non possono essere considerati solo una preoccupazione moralistica, ma un pericolo per la collettività.

Continuando la ricognizione dei documenti magisteriali, l’enciclica Redemptoris missio (1990) di Giovanni Paolo II riprende con slancio l’attenzione ai media, definiti “il primo areopago del tempo moderno”:

I mezzi di comunicazione sociale hanno raggiunto una tale importanza da essere per molti il principale strumento informativo e formativo, di guida e di ispirazione per i comportamenti individuali, familiari, sociali. Le nuove generazioni soprattutto crescono in modo condizionato da essi. (…)L’impegno nei mass media, tuttavia, non ha solo lo scopo di moltiplicare l’annunzio: si tratta di un fatto più profondo, perché l’evangelizzazione stessa della cultura moderna dipende in gran parte dal loro influsso. Non basta, quindi, usarli per diffondere il messaggio cristiano e Magistero della chiesa, ma occorre integrare il messaggio stesso in questa «nuova cultura» creata dalla comunicazione moderna. È un problema complesso, poiché questa cultura nasce, prima ancora che dai contenuti, dal fatto stesso che esistono nuovi modi di comunicare con nuovi linguaggi, nuove tecniche e nuovi atteggiamenti psicologici” (Redemptoris missio, 37).

Come si vede, l’idea dell’influsso dei media, ossia della loro progressiva centralità nella società globale, tende a prendere il sopravvento sulla problematicità della Communio et progressio. E tuttavia l’influenza dei mezzi di comunicazione viene descritta non solo e non tanto come relativa ai contenuti trasmessi, quanto piuttosto alle novità dei linguaggi, delle tecniche e degli atteggiamenti. L’attenzione interpretativa si sposta così verso le forme del comunicare e la loro interrogazione.

Nel 2009, nella Caritas in veritate, Benedetto XVI riprende il tema, discutendo criticamente alcuni luoghi comuni sulla rete (sta avvenendo il passaggio al già citato web 2.0, con una crescente centralità delle grandi piattaforme globali (Amazon, Google) e dei social networks (Facebook, Instagram, …): in particolare viene messo in discussione l’ottimismo sugli effetti globali e sulla funzione liberante della nuova diffusione quantitativa di contenuti:

Al pari di quanto richiesto da una corretta gestione della globalizzazione e dello sviluppo, il senso e la finalizzazione dei media vanno ricercati nel fondamento antropologico. Ciò vuol dire che essi possono divenire occasione di umanizzazione non solo quando, grazie allo sviluppo tecnologico, offrono maggiori possibilità di comunicazione e di informazione, ma soprattutto quando sono organizzati e orientati alla luce di un’immagine della persona e del bene comune che ne rispecchi le valenze universali. I mezzi di comunicazione sociale non favoriscono la libertà né globalizzano lo sviluppo e la democrazia per tutti semplicemente perché moltiplicano le possibilità di interconnessione e di circolazione delle idee. Per raggiungere simili obiettivi bisogna che essi siano centrati sulla promozione della dignità delle persone e dei popoli, siano espressamente animati dalla carità e siano posti al servizio della verità, del bene e della fraternità naturale e soprannaturale. Infatti, nell’umanità la libertà è intrinsecamente collegata con questi valori superiori. I media possono costituire un valido aiuto per far crescere la comunione della famiglia umana e l’ethos delle società, quando diventano strumenti di promozione dell’universale partecipazione nella comune ricerca di ciò che è giusto” (Caritas in veritate, 73).

Prospettive

La prospettiva critica non tanto verso le tecniche e le loro potenzialità, quanto verso la loro gestione, influenzata da interessi economici e politici, si accentua con Papa Francesco.

Fin dall’inizio del Suo pontificato, il Pontefice ha riconosciuto ai media un importante ruolo per la qualità della vita pubblica e privata, per la diffusione dell’informazione e il mantenimento delle relazioni. Tuttavia, con molta fermezza, ha anche rilevato i rischi che un certo assetto dei media come industrie della comunicazione possono comportare. Fin dalla sua enciclica Laudato si’ (2015), Francesco ha sottolineato il rischio che gli interessi economici delle aziende comunicative possano prendere il sopravvento sulla loro possibile missione pubblica.

Le dinamiche dei media e del mondo digitale, che, quando diventano onnipresenti, non favoriscono lo sviluppo di una capacità di vivere con sapienza, di pensare in profondità, di amare con generosità. I grandi sapienti del passato, in questo contesto, correrebbero il rischio di vedere soffocata la loro sapienza in mezzo al rumore dispersivo dell’informazione. Questo ci richiede uno sforzo affinché tali mezzi si traducano in un nuovo sviluppo culturale dell’umanità e non in un deterioramento della sua ricchezza più profonda. La vera sapienza, frutto della riflessione, del dialogo e dell’incontro generoso fra le persone, non si acquisisce con una mera accumulazione di dati che finisce per saturare e confondere, in una specie di inquinamento mentale. Nello stesso tempo, le relazioni reali con gli altri, con tutte le sfide che implicano, tendono ad essere sostituite da un tipo di comunicazione mediata da internet. Ciò permette di selezionare o eliminare le relazioni secondo il nostro arbitrio, e così si genera spesso un nuovo tipo di emozioni artificiali, che hanno a che vedere più con dispositivi e schermi che con le persone e la natura. I mezzi attuali permettono che comunichiamo tra noi e che condividiamo conoscenze e affetti. Tuttavia, a volte anche ci impediscono di prendere contatto diretto con l’angoscia, con il tremore, con la gioia dell’altro e con la complessità della sua esperienza personale. Per questo non dovrebbe stupire il fatto che, insieme all’opprimente offerta di questi prodotti, vada crescendo una profonda e malinconica insoddisfazione nelle relazioni interpersonali, o un dannoso isolamento” (Laudato si’, 47)

Con un realismo che supera l’ottimismo di maniera di alcune prospettive teoriche e di alcune policies legate alla prima fase di internet, il Pontefice ha evocato per esempio i rischi di disinformazione legati ai grandi temi ambientali, e ha formulato nella recente enciclica Fratelli tutti (2020), analisi ancora più precise sui pericoli di strumentalizzazione dell’informazione per finalità di propaganda politica sulle pratiche comunicative che fomentano l’odio, la paura e lo sfruttamento dei più fragili. I rischi enunciati da Papa Francesco trovano riscontro in un’ampia serie di teorie critiche dei media, che – dopo una fase di ottimismo collocabile fra gli anni Novanta e i primi Duemila in cui lo sviluppo di internet ha fatto parlare di sviluppo di una intelligenza collettiva in grado di far compiere all’umanità un salto evolutivo – sono oggi più attente ai legami fra la cosiddetta “Società delle piattaforme”, l’individualismo neoliberista e la crescita delle disuguaglianze e della sorveglianza sul cittadino consumatore. Quanto ai rischi, persino un’organizzazione internazionale come l’OMS (Organizzazione Mondiale della Sanità), nel 2020, in piena diffusione della pandemia di Covid-19, ha indicato nella infodemia di false notizie uno dei rischi maggiori per la salute, evidenziando le responsabilità dei media, dei loro operatori e dei loro utenti.

Tuttavia la prospettiva ideale per Francesco è animata da una proposta: il primato della comunicazione umana come relazione interpersonale, da tenere sempre come riferimento per ogni tipo di relazione comunicativa. Egli ha indicato – in particolare nei suoi messaggi per la Giornata Internazionale delle Comunicazioni Sociali – la necessità di interrogarsi sulle finalità e il destino della relazione fra persone, unica matrice possibile di una convivenza autentica. E al di là dei suoi documenti e della sua predicazione, il Pontefice ha mostrato continui segni concreti di una comunicazione – anche attraverso i media – intesa come apertura all’altro con i saluti quotidiani, l’augurio di “buon pranzo”, la vicinanza con le persone cercata continuamente durante i viaggi al di fuori degli schemi ufficiali, le telefonate dirette a persone comuni… Un piccolo catalogo di attenzioni quotidiane, che si radicano in profondità in una concezione profonda della prossimità (vedi AAVV, 2019).

Uno dei momenti più alti della concreta pratica comunicativa di Francesco è stata la preghiera in una Piazza San Pietro deserta, sotto una pioggia battente illuminata dalle luci serali, per la fine della Pandemia (27 marzo 2020). Si è trattato di un rito paradossale, apparentemente, perché il format dei grandi riti televisivi e mediatici in genere prevede la presenza fisica di folle visibili a testimoniare l’importanza dell’evento e a fare da supporto simbolico al pubblico da casa. Invece, in quella piazza deserta, con milioni di persone inchiodate nei loro salotti, l’incredibile attenzione di tutti pareva catalizzata dal Papa e dalla sua preghiera, che diventava così (come poi è accaduto, in forme diverse, nei riti del Triduo Pasquale) davvero un rappresentante dell’intera comunità umana, impossibilitata alla presenza fisica, eppure intensamente raccolta in una comunione di intenti e di domande. Un rito senza pubblico presente ha così esaltato il ruolo dei media che lo trasmettevano, senza tuttavia metterli al centro, togliendo loro l’apparentemente inevitabile autocompiacimento. Si è trattato, insomma, di una preghiera in diretta in cui i media hanno potuto fare da cassa di risonanza pur privandosi delle potenzialità (di ascolto, economiche, politiche) dei cosiddetti eventi mediali (come i grandi eventi sportivi), di cui costituiscono gli autentici registi e beneficiari. Una via che rimette in gioco la riflessione e la pratica della Chiesa nel campo dei media e le disegna futuri sorprendenti sviluppi.

Voci correlate: Hate speech, linguaggio d'odio; Fake news


Bibliografia
Archivio online Chiesa e Comunicazione
Colombo F. (2020), Ecologia dei media. Manifesto per una comunicazione gentile, Vita e Pensiero.
Eugeni R. (2015), La condizione post-mediale. Media, linguaggi e narrazioni, La Scuola.
Nardella C., Gili G. (2019), Papa Francesco e i media. Tendenze e interpretazioni, Numero monografico di “Problemi dell’informazione”, 3/2019.
Van Dijk J., Poell T., De Waal M. (2019), Platform Society. Valori pubblici e società connessa, Guerini.


Autore
Fausto Colombo, Università Cattolica del Sacro Cuore (fausto.colombo@unicatt.it)