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Fascicolo 2021, 1 – Gennaio-Marzo 2021
Prima pubblicazione online: Marzo 2021
ISSN 2784-8884
DOI 10.26350/dizdott_000035
di Alberto Bourlot, Maria Grazia Fanchi
Abstract:
ENGLISH
La Giornata delle Comunicazioni Sociali ha rappresentato per oltre cinque decadi un momento chiave di riflessione e di orientamento della Chiesa sui temi della comunicazione e dei media. Muovendo dai messaggi di Benedetto XVI e di Francesco per le Giornate delle Comunicazioni Sociali, e collocandoli nel solco dei pronunciamenti dei precedenti Pontefici, il contributo si propone di cogliere i temi, le preoccupazioni e le sfide che hanno animato il Magistero della Chiesa in questo primo ventennio di secolo. Il percorso si snoderà attraverso lemmi e azioni esemplari del dialogo fra Chiesa, media e contemporaneità.
Parole chiave: Media, Digitalizzazione, Papa, Giornata Mondiale delle Comunicazioni Sociali, Ecologia dei media
ERC: SH5_5
ITALIANO
The World Communications Day represented for over five decades a pivotal time for Catholic Church, in order to reflect and take position about communication and media. The essay aims at identifying topics, concerns, and challenges of catholic discourse on media in this first twenty-years of the Century, starting from the Popes’ messages for the World Communications Day. Essay will focus on Benedetto XVI and Francesco’s messages, but it will consider the preview Popes’ magisterium too. The analysis will concentrate on exemplary lemmas and actions, epitomizing the dialogue among Church, media and contemporaneity.
Keywords: Media, Digitization, Pope, World Communications Day, Media ecology
ERC: SH5_5
La letteratura sulla comunicazione e i media negli ultimi anni è cresciuta in modo esponenziale, seguendo le trasformazioni delle tecnologie e dello scenario mediale, e la progressiva specializzazione degli studi. Traguardando gli steccati disciplinari e gettando uno sguardo di insieme si possono identificare quattro concetti che guidano la riflessione contemporanea sui media.
I media come nuovi ambienti
Il primo è l’idea che i media siano una costante dei nostri mondi di vita, non solo strumenti che “raccontano” la realtà, ma la realtà stessa o comunque una parte essenziale di essa. Proseguendo nel solco della teoria ecologica dei media (Mac Luhan, 1964), la riflessione recente sottolinea la natura diffusa e ubiqua degli strumenti di comunicazione e la loro capacità di mutare gli equilibri e le “leggi” degli ambienti in cui operano, a partire dalle modalità con cui i soggetti entrano in relazione fra loro.
Figura 1 - Tempo medio trascorso in Rete (in minuti) – rilevazione globale

(Fonte: Statista/Zenith-2019)
Gli esiti di questa presenza possono essere sia positivi, come sottolinea Pierre Lévy, evidenziando le possibilità che i media offrono di creare comunità e di alimentare un’“intelligenza collettiva” del mondo (Lévy, 2002), sia negativi, come denuncia per esempio Sherry Turkle mettendo in guardia dalla dissoluzione delle relazioni interpersonali e persino della conoscenza di sé che i social media producono (Turkle, 2012).
Figura 2 - I media sono estensioni del nostro corpo

(Fonte: Pexels – Julia Volk)
In più i media contemporanei si distinguono per due altre caratteristiche: la loro capacità mimetica e di integrazione, che ne fa un’estensione del nostro corpo, portando all’estremo il processo di naturalizzazione della tecnologia; e la loro capacità di apprendimento: i media cambiano contenuti e forme reagendo al contesto e alle nostre azioni: pensiamo agli algoritmi che regolano il funzionamento dei social media e dei motori di ricerca o, in modo ancor più vistoso, all’intelligenza artificiale e alla robotica, che porta a ridiscutere il confine fra umano e non umano.
Familiarità e prossimità
La seconda nozione su cui poggia il dibattito contemporaneo è quella di affinità. Il legame che si crea fra ciascuno di noi, gli strumenti e i contenuti della comunicazione, poggia sempre meno sulla razionalità e sempre di più sul senso di vicinanza o sulla percezione di una condivisione come ben descrive Henry Jenkins nel suo celebre Cultura convergente (Jenkins, 2007). Dal principio di affinità discendono tre tratti della comunicazione contemporanea: l’intensità e il coinvolgimento, la condivisione appunto, e la partecipazione. Il tema dell’intensità e della capacità di coinvolgimento della comunicazione attuale si ritrova in contesti molto diversi: dall’analisi delle trasformazioni dei testi mediali e dalla creazione dei cosiddetti “mondi narrativi” che appunto attraggono e coinvolgono, tenendoci avvinti anche per anni (è su questa base che poggiano i meccanismi della narrazione seriale), alle forme e sperimentazioni di realtà aumentata anche in ambito artistico, fino ad arrivare alla comunicazione d’impresa che dell’engagement ha fatto uno dei suoi cavalli di battaglia.
Il secondo corollario è quello della condivisione: la vicinanza comporta la disponibilità a condividere: condividere con gli altri, per cui le esperienze mediali diventano un fondamentale collante sociale capace di costruire nuove comunità, quelle che Benedict Anderson chiama “comunità immaginate” (Anderson, 2018) e condividere con i media; qui si colloca l’ampio dibattito sulla cessione dei nostri dati personali, a volte estorti, spessa concessi proprio in virtù del senso di vicinanza e di fiducia che i media contemporanei ispirano.
Figura 3 - Condivisione di informazione o contenuti fra pari. Primo quadrimestre 2019. Stati Uniti e UK.

(Fonte: GlobalWebIndex, 2019)
L’affinità apre da ultimo al tema della partecipazione che è il terzo lemma intorno al quale ruotano oggi gli studi sulla comunicazione mediale.
La comunicazione come partecipazione
La fortuna della nozione di partecipazione negli studi e nelle teorie dei media contemporanei si lega all’esigenza di marcare la distanza dai modelli interpretativi elaborati a cavallo fra anni Novanta e nuovo millennio, con il loro corredo di categorie e di etichette. In particolare, la nozione di partecipazione è andata a sostituire progressivamente il concetto di interattività, designando un’esperienza più complessa, che non si limita a modificare l’interfaccia o il singolo ambiente mediale, ma estende la sua azione all’intero sistema e da qui alla società. L’idea che sta alla base della partecipazione è che ciascuno di noi sia parte attiva dei processi mediali e comunicativi, anzi che ne sia una componente fondamentale. John Hartley, fra i principali teorici dell’industria mediale contemporanea (Hartley, 2002), parla della partecipazione come di una condizione essenziale per la sopravvivenza dei media. Ciascuno di noi ha valore per l’industria culturale e creativa non più solo come fruitore, come acquirente di servizi o di contenuti, ma come collaboratore: adiuvante nella fase di promozione, “evangelizzatore” ovvero sostenitore presso le proprie reti sociali e persino creatore di contenuti. La partecipazione comporta quindi un livello di responsabilità aggiuntivo per chi usa i media: per le scelte che fa, per i contenuti che decide di fruire, ma anche per il supporto che offre, a partire dal contributo alla costruzione della reputazione dei media.
La fiducia come nuova moneta
L’ultimo tema è proprio quello della fiducia: il rapporto con i media è sempre meno strumentale, poggiato su una valutazione di costi e benefici, e sempre più, come si è scritto, personale, basato su familiarità e appunto fiducia.
Figura 4 - Fiducia nei media dei cittadini europei

(Fonte: Eurobarometro, 2019)
Il tema della fiducia, come già i precedenti, è stato oggetto di trattazioni diverse. Nelle riflessioni dal tratto più testuale e semiotico, la fiducia è un elemento essenziale del patto comunicativo a prescindere dai contenuti in gioco: la nostra disponibilità ad aderire ai mondi costruiti dai media dipende dalla fiducia che nutriamo verso quel medium e quel contenuto. In questo senso la fiducia non si attiva solo in relazione ai contenuti informativi, ma entra in gioco in qualsiasi esperienza mediale, motivando l’investimento di tempo e di attenzione in essa e alimentando la nostra disponibilità a collaborare. La fiducia costituisce in questa prospettiva la vera moneta di scambio fra soggetti e media. Pensiamo a come funzionano le piattaforme di intermediazione: il valore non è dato (o non è dato solo) dal passaggio di denaro, bensì dalla nostra presenza su quelle piattaforme, dalla nostra disponibilità a lasciare un commento o una valutazione e dal contributo che diamo alla costruzione della loro reputazione. Un esempio eclatante di questo meccanismo è il mercato delle celebrità del web: il loro valore non poggia su competenze specifiche, né su contenuti particolarmente pregiati, ma sul seguito che sono in grado di attivare e sulla fiducia che mobilitano.
Queste quattro parole chiave: ambiente, affinità, partecipazione e fiducia, risuonano, e a più livelli, nella dottrina sociale della Chiesa sulla comunicazione e i media di quest’ultimo ventennio.
Media e comunicazione nella dottrina sociale
Il decreto sugli strumenti della comunicazione sociale (Inter mirifica, 1963) promulgato dal Concilio Vaticano II continua a rappresentare un punto di riferimento della dottrina sociale della Chiesa sui media. Da quel fondamentale documento, sintesi e rielaborazione organica delle attenzioni prestate al tema anche in precedenza, il discorso contemporaneo della Chiesa sui media trae tre assunti: una valutazione in chiaroscuro dei media, considerati a un tempo come opportunità e come inscindibile rischio; la volontà da parte della Chiesa di usare gli strumenti della comunicazione per compiere (in modo adeguato al proprio tempo) il suo mandato all’annuncio del messaggio evangelico; e la preoccupazione di una formazione all’uso critico di questi mezzi, soprattutto tenendone in considerazione la caratteristica “forza di suggestione”, permettendo così ai media stessi di sprigionare quanto di meglio possono dare allo “spirito dell’uomo”(Inter mirifica, 10).
Figura 5 - Fede e media

(Fonte: Adobe Stock)
Questi tre assunti sono stati successivamente sviluppati ed efficacemente approfonditi nelle pratiche ecclesiali e nella riflessione dei pontefici, in particolare nei Messaggi per le giornate delle comunicazioni sociali. Limitandosi all’ultimo ventennio, la lettura di tali testi mostra ad un tempo l’attenzione persistente al tema della comunicazione e la volontà di declinare e reinterpretare il messaggio conciliare in funzione dei cambiamenti della società e dei media.
Un uso attivo e creativo dei media
Nel 2001 Giovanni Paolo II nel suo Messaggio per la XXXV giornata mondiale delle comunicazioni sociali ribadisce infatti il ruolo dei mezzi di comunicazione come veicolo di diffusione dell’esperienza cristiana: i media si presentano come strumenti che permettono di incanalare la radicalità del grido paolino (“Guai a me se non predicassi il Vangelo!”). E proprio da questa opportunità missionaria, il messaggio papale fa scaturire un’urgenza all’utilizzo “attivo e creativo dei mezzi di comunicazione sociale [ai quali, rispetto al tempo del Concilio, si sono aggiunti frattanto i cosiddetti new media e le reti in particolare] da parte della Chiesa” (ivi, 3)): dove l’accento batte sulla presenza ma anche, e con forza, sulla creatività di una presenza cristiana, chiamata a rinnovare (senza negarle) le regole comunicative dell’universo in cui opera.
I media come reti
La riflessione di Benedetto XVI continua a poggiare sull’affermazione (già presente nell’Inter mirifica) del “potere dei media” e della “necessità di utilizzare al meglio tale potenzialità”, a vantaggio dell’intera umanità (Messaggio XL giornata mondiale delle comunicazioni sociali, 1). Dal 2006 la riflessione si arricchisce però di nuovi accenti: da un lato questo potere e questa necessità vengono declinati attraverso “il concetto di media come rete” (ivi, 1) (rileggendolo poi alla luce del mandato cristiano “ad una vita di comunione”, dandogli così una salda radice biblica); dall’altro la costante preoccupazione che ruota attorno alla “tentazione di manipolare” individua i rischi nella costruzione di una pervasiva “cultura popolare” (ivi, 3). Con quest’ultimo concetto si fa un passo in avanti, slegando la riflessione sui media dal problema dell’informare e riconoscendo la complessità dell’esperienza mediale, che è anche intrattenimento e molto altro ancora. Il tema della formazione resta comunque centrale: la rete mediale che, con il suo “enorme potenziale” abita un mondo “lontano dall’essere perfetto”, richiede innanzitutto “la formazione ad un uso responsabile e critico dei media [che] aiuta le persone a servirsene in maniera intelligente e appropriata” (ivi, 4).
Coerenza e autenticità
Questa impostazione torna negli anni successivi, arricchendosi di un ulteriore concetto: “nell’era digitale, ciascuno è posto di fronte alla necessità di essere persona autentica e riflessiva” (Messaggio XLV giornata mondiale delle comunicazioni sociali, 2011). Il tema dell’autenticità si affianca e completa il richiamo alla formazione. Declinandosi in chiave specificamente evangelica: si tratta di «testimoniare con coerenza, nel proprio profilo digitale e nel modo di comunicare, scelte, preferenze, giudizi che siano profondamente coerenti con il Vangelo» (ibid.) e «l’autenticità dei credenti nei network sociali è messa in evidenza dalla condivisione della […] fede nel Dio ricco di misericordia e di amore rivelato in Cristo Gesù» (Messaggio XLVII giornata mondiale delle comunicazioni sociali, 2013). Particolarmente interessante è il fatto che questa esigenza di autenticità, quando serve, venga declinata anche in chiave “antagonista” rispetto agli stili comunicativi dominanti.
Figura 6 - Percentuale di adulti che dichiarano di aver fruito false notizie in tv nel 2019

(Fonte: Ipsos/CIGI, 2019)
È il caso, ad esempio della popolarità come criterio chiave di valutazione (ripetutamente citato dal pontefice), ma più in generale è la percezione del fatto che «l’impegno per una testimonianza al Vangelo nell’era digitale richieda a tutti di essere particolarmente attenti agli aspetti di questo messaggio che possono sfidare alcune delle logiche tipiche del web» (Messaggio XLV giornata mondiale delle comunicazioni sociali).
La sintesi del Magistero di Benedetto XVI sta dunque in una visione chiara delle potenzialità dei mezzi, in una percezione disincantata dei loro rischi, nell’inserimento della questione mediale all’interno di una più ampia questione antropologica e nella raccomandazione di un doppio mandato: alla formazione e alla autenticità, anzi più esattamente ancora si potrebbe forse parlare di “formazione all’autenticità” evangelica nell’ambiente mediale.
I media e la questione umana
Pur nella continuità dell’atteggiamento di fondo (opportunità e rischi iscritti nei media), gli accenti cambiano nella riflessione avviata con il pontificato successivo e cambia in modo significativo il modo di pensare alla dimensione formativa. Papa Francesco inserisce fin dal suo primo Messaggio del 2014 (per la XLVIII giornata mondiale delle comunicazioni sociali) la questione comunicativa all’interno di una più ampia questione umana, ricordandoci che «la comunicazione è, in definitiva, una conquista più umana che tecnologica» e che, di conseguenza, quello che conta è una formazione non meramente tecnica, fatta di lentezza, calma, silenzio, desiderio di ascolto degli altri. Lo stesso tema dell’autenticità viene declinato in chiave più esplicitamente umana: «non è la tecnologia che determina se la comunicazione è autentica o meno, ma il cuore dell’uomo e la sua capacità di usare bene i mezzi a sua disposizione» (Messaggio per la 50a giornata mondiale delle comunicazioni sociali, 2016).
Figura 7 - La comunicazione è una conquista più umana che tecnologica

(Fonte: Pexels – Joseph Redfield)
Esemplare di questo andare oltre il formarsi alla comunicazione in senso tecnico e operativo è il Messaggio per la 52a giornata mondiale delle comunicazioni sociali (2018), dedicato al tema delle fake news, in cui si valorizzano tutte quelle «iniziative educative che permettono di apprendere come leggere e valutare il contesto comunicativo», ma si ricorda che, alla fine, “la prevenzione e l’identificazione dei meccanismi della disinformazione richiedono anche un profondo e attento discernimento. Da smascherare c’è infatti quella che si potrebbe definire ‘logica del serpente’ … dal ‘serpente astuto’, di cui parla il Libro della Genesi” (ivi, 2). Inserendo così saldamente il tema all’interno della più ampia questione antropologia e teologica del peccato.
Altrettanto significativo è il Messaggio per la 53a giornata mondiale delle comunicazioni sociali (2019), che si concentra sul tema delle “social network communities” per “riflettere sul fondamento e l’importanza del nostro essere-in-relazione e a riscoprire, nella vastità delle sfide dell’attuale contesto comunicativo, il desiderio dell’uomo che non vuole rimanere nella propria solitudine”.
La famiglia come scuola di comunicazione e narrazione
Si tratta in altre parole di “capire la comunicazione in termini di prossimità” e di fare dunque della formazione cristiana tout court. Questo approccio viene poi coerentemente declinato e concretizzato in diversi messaggi di questi anni: per esempio (Messaggio XLIX giornata mondiale delle comunicazioni sociali, 2015) individuando nella famiglia una potenziale «scuola di comunicazione come benedizione», come un ambiente in cui ci si forma «a comunicare nella prossimità», che può usare anche i media per crescere e che ai media chiede di essere rappresentata in modo non stereotipato.
Figura 8 - La famiglia come scuola di comunicazione

(Fonte: Pexels - Andrea Piacquadio)
Fino ad arrivare alla riflessione sulla “narrazione” del Messaggio per la 54a giornata mondiale delle comunicazioni sociali (2020), che partendo da una doppia constatazione “nella confusione delle voci e dei messaggi che ci circondano, abbiamo bisogno di una narrazione umana, che ci parli di noi e del bello che ci abita”, ripropone la “storia di Cristo” non come “patrimonio del passato”, ma come “nostra storia, sempre attuale” e arriva così a mettere in evidenza il ruolo formativo delle buone storie che ci rinnovano perché «in ogni grande racconto entra in gioco il nostro racconto”. Di nuovo una dimensione formativa che non può fermarsi agli aspetti meramente tecnici: “non si tratta perciò di inseguire le logiche dello storytelling, né di fare o farsi pubblicità, ma di fare memoria di ciò che siamo agli occhi di Dio»!
Teorie e dottrina sociale della Chiesa in dialogo
Guardando nell’insieme questi ultimi decenni emerge con chiarezza, già a partire dal Concilio, una significativa capacità della dottrina sociale della Chiesa di accogliere in modo fecondo alcuni tra i più importanti sviluppi della (contestuale) riflessione sui media e sulla comunicazione. Altrettanto chiaramente si segnala però, progressivamente e in modo crescente con la riflessione di Papa Francesco, una tendenza a partire dalla specificità cristiana (e in modo particolare ecclesiale e comunitaria) più che da una riflessione in qualche modo “tecnica”. Si potrebbe anzi dire che si cerca di fare della proposta di fede un motivo di riflessione per le prospettive disciplinari messe in gioco nello studio degli ambienti comunicativi. E chiamate, secondo le loro specificità di approccio, a re-inquadrare gli spunti che vengono offerti dai Messaggi per la giornata mondiale delle comunicazioni sociali. Messaggi che hanno un metodo proprio e uno sguardo che parte dalla Bibbia e parla all’uomo e alle sue relazioni fondanti (con gli altri e con l’Altro). Sempre, anche nel mutevole ambiente comunicativo tipico del nostro tempo.
Voce correlata: Fake news
Bibliografia
Anderson B. (2018; ed. or. 1983), Comunità immaginate. Origini e diffusione dei nazionalismi, Laterza.
Hartley J. (ed.) (2002), Creative Industries, Blackwell Publishing.
Jenkins H. (2007; ed. or. 2006), Cultura convergente, Feltrinelli.
Lévy P. (2002; ed. or. 1981-1997), L’intelligenza collettiva, Feltrinelli.
Turkle S. (2012; ed. or. 2011), Insieme, ma soli, Einaudi.
Autori
Alberto Bourlot, Università Cattolica del Sacro Cuore (alberto.bourlot@unicatt.it)
Maria Grazia Fanchi, Università Cattolica del Sacro Cuore (mariagrazia.fanchi@unicatt.it)