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Dizionario di dottrina
sociale della Chiesa

LE COSE NUOVE DEL XXI SECOLO

Fascicolo 2025, 1 ‒ Gennaio-Marzo 2025

Prima pubblicazione online: Marzo 2025

ISSN 2784-8884

DOI 10.26350/dizdott_000173

Il lavoro sostenibile Sustainable work

di Diego Boerchi

Abstract:

ENGLISH

Il lavoro sostenibile si fonda su quattro dimensioni: ambientale, economica, sociale e personale. Rispetta l’ambiente riducendo l’impatto ecologico, sostiene uno sviluppo economico equo, promuove la coesione sociale attraverso relazioni etiche e garantisce il benessere personale con equilibrio tra vita e lavoro. Solo un approccio integrato può rendere il lavoro un motore di sviluppo duraturo e inclusivo.

Parole chiave: Lavoro, Sostenibilità ambientale, Sostenibilità economica, Sostenibilità sociale, Sostenibilità personale
ERC:

ITALIANO

Sustainable work is based on four dimensions: environmental, economic, social, and personal. It respects the environment by reducing ecological impact, supports fair economic development, promotes social cohesion through ethical relationships, and ensures personal well-being with a balance between work and life. Only an integrated approach can make work a catalyst for long-term and inclusive development.

Keywords: Work, Environmental sustainability, Economic sustainability, Social sustainability, Personal sustainability
ERC:

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Questa voce intende proporre alcune riflessioni sulla sostenibilità del lavoro, ovvero, su quanto chiunque svolga un’attività lavorativa, di qualsiasi tipo essa sia, compreso il lavoro informale, possa farlo in modo sostenibile e integrato dal punto di vista ambientale, economico, sociale e personale. Un lavoro sostenibile è un lavoro che rispetta l’ambiente, genera sviluppo economico, crea relazioni sane per il bene comune e garantisce a ciascun individuo opportunità di realizzazione personale e comunitaria. Questi quattro aspetti verranno presi in considerazione in modo separato, ben consci che è solo all’interno di un approccio integrato e funzionale anche alla dignità dell’uomo che queste sostenibilità possono trovare la loro ragion d’essere.

Sostenibilità ambientale

Questa dimensione riconosce la responsabilità del lavoro nei confronti della gestione dell’ambiente, e richiede l’adozione di pratiche che riducano al minimo i danni ecologici e contribuiscano alla sostenibilità del pianeta.

Sebbene sia maggiore l’impatto di chi è imprenditore o dirigente nel determinare forme di produzione che possano ridurre l’impatto sull’ambiente, anche i lavoratori possono fornire il proprio contributo per un uso più sostenibile delle risorse naturali, la riduzione dell’inquinamento e la sensibilizzazione al rispetto dell’ambiente. Fin dall’agire quotidiano, i lavoratori possono portare il proprio contributo concreto e per lo sviluppo di una cultura della sostenibilità ambientale che è quanto più efficace quanto è maggiormente condivisa da tutti: «Bisogna abbandonare l’idea di “interventi” sull’ambiente, per dar luogo a politiche pensate e dibattute da tutte le parti interessate. La partecipazione richiede che tutti siano adeguatamente informati sui diversi aspetti e sui vari rischi e possibilità, e non si riduce alla decisione iniziale su un progetto, ma implica anche azioni di controllo o monitoraggio costante» (Laudato si’, 2015, 183).

Nella dottrina sociale della Chiesa, un primo riferimento a questa tematica lo troviamo con Giovanni Paolo II nella Sollicitudo rei socialis (1987), dove il concetto di “peccato sociale” fa riferimento alle strutture che contribuiscono all’ingiustizia, compreso il degrado ambientale.

Più diretto un successivo riferimento alla creazione, in cui il rispetto dell’ambiente è visto come parte di una visione del bene comune: «Il dominio dell’uomo sugli esseri inanimati e sugli altri esseri viventi, concesso dal Creatore, non è assoluto; è limitato dalla preoccupazione per la qualità della vita del prossimo, comprese le generazioni a venire; richiede un religioso rispetto per l’integrità della creazione» (Centesimus annus, 1991, 37).

Più recentemente papa Benedetto XVI, affrontando il tema più ampio dello sviluppo globale e dell’etica nell’era della globalizzazione, ha sostenuto che «L’ambiente è un dono di Dio per tutti, e nell’uso che ne facciamo abbiamo una responsabilità verso i poveri, verso le generazioni future e verso l’umanità intera» (Caritas in veritate, 2009, 48).

È, però, soprattutto con Papa Francesco, e la sua enciclica del 2015 Laudato si’, che la Chiesa Cattolica fornisce uno sguardo più ampio e focalizzato sulle questioni ambientali, soprattutto nel contesto delle sfide moderne. Da un lato si sostiene che «l’intervento umano che favorisce il prudente sviluppo del creato è il modo più adeguato di prendersene cura, perché implica il porsi come strumento di Dio per aiutare a far emergere le potenzialità che Egli stesso ha inscritto nelle cose» (Laudato si’, 124). Contemporaneamente, si riconosce che questo intervento può avere effetti negativi e integrati a livello sociale e ambientale: «Non ci troviamo di fronte a due crisi separate, una ambientale e l’altra sociale, ma piuttosto a un’unica crisi complessa che è sia sociale che ambientale. Le strategie di soluzione richiedono un approccio integrato per combattere la povertà, restituire dignità agli esclusi e allo stesso tempo proteggere la natura» (Laudato si’, 139).

Se sono evidenti le responsabilità di diversi settori produttivi, come l’industria, l’allevamento e l’agricoltura o la logistica, «la preoccupazione per l’ambiente deve […] essere unita a un amore sincero per i nostri simili e a un impegno incrollabile per risolvere i problemi della società» (Laudato si’, 91), preoccupazione che non può essere solo dei decisori politici ed economici, ma che deve riguardare tutti i cittadini.

In generale, quando si parla di rispetto dell’ambiente, la sensazione è che si tenda a concentrarsi quasi esclusivamente sulla responsabilità delle aziende nel progettare processi di produzione “green”, come se fossero un’entità impersonale, e non su quelle di chi le abita e abitandole le costruisce, sia a livello dirigenziale che a quello operativo. Nei documenti della dottrina sociale della Chiesa sono presenti riferimenti alla difficoltà dei singoli cittadini, e non solo delle istituzioni, nel farsi carico del benessere del creato. Ai cittadini, quando sono lavoratori, è giusto chiedere di adottare comportamenti che siano più rispettosi dell’ambiente, ad esempio scegliendo modalità di trasporto meno inquinanti e più salutari o risparmiando risorse di vario tipo, quali l’uso della carta e l’elettricità.

Sostenibilità economica

La delicata questione che ci poniamo è se il lavoro, inteso come attività formalmente regolamentata svolta tanto in forma dipendente quanto come libera professione o iniziativa imprenditoriale, sia effettivamente uno strumento di miglioramento per l’economia di una nazione e del mondo intero, oppure se, in alcuni casi, non rischi invece di diventare causa di impoverimento.

Come ben evidenziato dalla voce Ricostruire nella crisi: la priorità del lavoro di questo dizionario, la dottrina sociale della Chiesa ha sempre evidenziato come l’economia non possa prescindere dal contesto umano e sociale, non trattandosi di una mera questione etica, ma di un approccio che vede la persona – con i suoi bisogni, le sue motivazioni e la sua dignità – al centro dell’agire economico. In Caritas in veritate Benedetto XVI chiarisce che investire sulle persone non è solo un dovere morale, ma un’urgenza economica, perché «i costi umani sono sempre anche costi economici» (32), ribadendo che «la dignità della persona e le esigenze della giustizia richiedono… che si continui a perseguire quale priorità l’obiettivo dell’accesso al lavoro o del suo mantenimento, per tutti. A ben vedere, ciò è esigito anche dalla ‘ragione economica’» (ibid.). Se il lavoro non è pensato per promuovere la persona, infatti, le conseguenze sociali si ripercuotono sui sistemi produttivi, rivelandosi insostenibili nel lungo periodo.

Allo stesso modo, pur dedicata in particolare alla crisi ecologica, la Laudato si’ conferma che puntare sulle persone è una scelta fondamentale anche per la sostenibilità economica: «Rinunciare ad investire sulle persone per ottenere un maggior profitto immediato è un pessimo affare per la società» (128).

Un primo effetto negativo del lavoro sull’economia lo genera la mancanza di occupazione, e in particolare di quella dignitosa. Papa Giovanni Paolo II accennò a questa questione affermando che “le difficoltà, alle quali soggiacciono interi gruppi di lavoratori (e, in particolare, certe generazioni, come la gioventù) mettono alla prova i sistemi economici delle diverse nazioni, nonché i rapporti dei popoli tra loro» (Laborem exercens, 1981, 18). In questa enciclica la disoccupazione (si veda la voce Disoccupazione per un approfondimento) è considerata un vero disastro sociale primariamente per i gravi impatti sulla dignità personale e il tessuto sociale, ma anche dal punto di vista economico, e per questo richiede la creazione di opportunità di lavoro come priorità nelle strategie di crescita e sviluppo sostenibile. Il diritto al giusto salario, un principio fortemente sostenuto fin dalla Rerum novarum (1891), non è fondamentale solo per garantire un tenore di vita adeguato alla dignità umana delle persone, ma si traduce anche in uno strumento di sviluppo economico quando permette acquisti che vanno al di là della mera sopravvivenza, senza necessariamente cadere nel consumismo sfrenato.

Nella Centesimus annus la responsabilità dello Stato nel provvedere a coloro che non sono in grado di assicurarsi il proprio sostentamento, compresi i disoccupati e i lavoratori poveri, non è solo un’attenzione al rispetto della dignità umana, ma è anche uno strumento di prevenzione della delinquenza che ha costi economici, oltre che sociali, elevati. Tali fenomeni impoveriscono le imprese, soggette a furti e costrette a investire in sistemi di sicurezza, e costringono lo Stato ad aumentare la spesa pubblica per contrastare la criminalità, con conseguenze anche sull’equilibrio di bilancio e sulla crescita economica nel lungo periodo.

Sotto questa luce, come opportunamente segnalato nella voce del «Dizionario» Povertà e diseguaglianza: una prospettiva globale, acquista un senso maggiore l’esortazione all’uguaglianza e contro lo sfruttamento delle persone, oltre che delle risorse ambientali, di Papa Francesco: «Lo sviluppo non dev’essere orientato all’accumulazione crescente di pochi, bensì deve assicurare “i diritti umani, personali e sociali, economici e politici, inclusi i diritti delle Nazioni e dei popoli”. Il diritto di alcuni alla libertà di impresa o di mercato non può stare al di sopra dei diritti dei popoli e della dignità dei poveri; e neppure al di sopra del rispetto dell’ambiente, poiché “chi ne possiede una parte è solo per amministrarla a beneficio di tutti» (Fratelli tutti, 122).

Per contro, non è affatto scontato che l’ampia disponibilità di posti di lavoro produca vantaggi realmente desiderabili per l’economia, intesa come l’insieme dei processi di produzione, distribuzione e consumo di beni e servizi orientati a un benessere sostenibile nel lungo periodo. Esistono infatti settori – come la sanità pubblica o il gioco d’azzardo – in cui, pur generando un iniziale ritorno economico per alcuni operatori, i costi sociali ed economici a carico della collettività possono rivelarsi controproducenti, talvolta persino per coloro che ne avevano tratto vantaggio.

Questa prospettiva trova un parallelo nelle riflessioni di Caritas in veritate, dove Benedetto XVI sottolinea che la globalizzazione può realmente favorire lo sviluppo economico solo se si fonda sull’etica e sul rispetto dei diritti umani, compresi quelli del lavoro, allo scopo di prevenire sfruttamento e disuguaglianza. In tale ottica, i governi dovrebbero «considerare un onore salvaguardare e incoraggiare un lavoro veramente dignitoso, riconoscendo il valore del lavoro come fondamento dello sviluppo delle persone e della società» (32).

Si tratta di una visione che collega strettamente la dignità del lavoratore alla sostenibilità economica del lavoro, generando benefici duraturi per l’intero sistema produttivo. Come ribadisce la medesima enciclica, infatti, «lo sviluppo delle persone e della società» non è soltanto un principio astratto, ma implica «un approfondimento critico e valoriale della categoria della relazione. Si tratta di un impegno che non può essere svolto dalle sole scienze sociali, in quanto richiede l’apporto di saperi come la metafisica e la teologia, per cogliere in maniera illuminata la dignità trascendente dell’uomo» (Caritas in veritate, 53). Seguendo questa prospettiva, l’economia si fonda su relazioni autenticamente umane, capaci di tutelare la persona e, contemporaneamente, di garantire la stabilità economica nel lungo periodo.

In definitiva, emerge come il lavoro, se non è accompagnato da condizioni dignitose e da un’adeguata tutela di tutti i lavoratori, possa perdere la sua valenza di “motore di sviluppo” e rivelarsi, nel tempo, persino controproducente per l’economia. È dunque necessario che le opportunità lavorative – a ogni livello e in ogni settore – siano pensate per promuovere la persona, in modo che i benefici iniziali non si trasformino nel tempo in costi sociali e finanziari. Solo quando l’equità e il rispetto della dignità del lavoro diventano priorità, il sistema economico riesce a garantire la propria tenuta e a produrre effetti realmente positivi e duraturi per la collettività.

Sostenibilità sociale

È comune considerare il lavoro come strumento di produzione di beni e servizi. All’opposto, si è meno soliti pensare a quanto il lavoro possa essere uno strumento per rendere la società più sostenibile per le persone, quindi più in grado di riconoscere e rispondere a bisogni individuali o di categorie di persone e di sviluppare relazioni sane e giustizia sociale.

Anche se il termine “sostenibilità sociale” non è sempre usato esplicitamente nei documenti della dottrina sociale della Chiesa, il ruolo del lavoro nella promozione di questo tipo di sostenibilità è un tema chiave dell’insegnamento sociale cattolico: “esiste un’interazione così forte tra benessere materiale e virtù sociale, che la sostenibilità dell’ambiente non può essere separata da quella sociale” (Laudato si’, 150).

Un lavoro significativo contribuisce alla stabilità e alla salute delle società, promuovendo dignità umana, inclusione sociale e il bene comune: «il lavoro umano è una chiave, probabilmente la chiave essenziale, dell’intera questione sociale, se cerchiamo di vederla davvero dal punto di vista del bene dell’uomo. Il bene dell’uomo non consiste nel fatto che egli è il beneficiario dei frutti del lavoro altrui, ma nel fatto che egli stesso ne è l’autore ed è legato in modo solidale agli altri in quel lavoro» (Laborem exercens, 3).

Papa Giovanni Paolo II ci ricorda che il lavoro non è solo uno strumento fondamentale per l’esistenza dell’uomo sulla terra, ma anche una dimensione indispensabile della società, sia per lo sviluppo economico che per il progresso umano: «è attraverso il lavoro che l’uomo, usando la sua intelligenza ed esercitando la sua libertà, riesce a dominare la terra e a farne una casa adeguata. In questo modo, il lavoro porta un’impronta particolare dell’uomo e dell’umanità, l’impronta di una persona che opera in una comunità di persone» (Centesimus annus, 31). L’individuo, con la sua dignità ontologica congiunta alla sua unicità e irripetibilità, trova realizzazione solo attraverso il principio di solidarietà, cioè il suo impegno per il bene comune con la partecipazione attiva alla vita della comunità, a partire dal lavoro che crea comunità potenzialmente in grado di generare bene comune dando spazio al valore e alla valorizzazione dell’unicità dei suoi membri.

Questo concetto trova un’ulteriore evoluzione nell’accenno al ruolo del lavoro nello sviluppo della società evolute di Papa Benedetto XVI, che sostiene che «lo sviluppo dei popoli dipende soprattutto dal riconoscimento che il genere umano è un’unica famiglia che lavora insieme in vera comunione, non semplicemente un gruppo di soggetti che vivono fianco a fianco» (Caritas in veritate, 53).

La sua visione si concentra su una profonda trasformazione della comunità in comunione, che va oltre la semplice socialità o appartenenza istituzionale per toccare il cuore della fede cristiana e dell’esperienza ecclesiale. Se la comunità può avere senso anche solo alla luce della condivisione di obiettivi o valori e della cooperazione per raggiungere fini comuni, è solo con la comunione che i suoi membri raggiungono un’unità spirituale. È solo quando la comunità dei lavoratori di un’azienda riconosce l’appartenenza a una comunità più ampia e produce comunione al suo interno e verso l’esterno che questa potrà riconoscere l’urgenza di un’attenzione agli effetti sociali del proprio operato e sentirà la necessità di generare relazioni di valore.

Nella dottrina sociale della Chiesa è chiara l’idea che il lavoro è più di una semplice attività economica: è un mezzo di sviluppo sociale e un modo per contribuire alla comunità più ampia generando comunione e responsabilità verso il prossimo. L’accento è posto sul valore del lavoro, che non risiede solo nel provvedere ai bisogni materiali degli individui e delle loro famiglie ma contribuisce al benessere e alla sostenibilità della società nel suo complesso.

Sostenibilità personale

Il tema della sostenibilità personale ci riconduce facilmente a quello del lavoro dignitoso che, come affermato in precedenza, si riferisce solitamente alla garanzia di adeguate opportunità lavorative, al rispetto dei diritti dei lavoratori e a interventi di protezione sociale. In questo contesto, invece, vogliamo focalizzarci su altri aspetti del lavoro che hanno a che fare con il benessere per l’individuo (Boerchi, 2024). Ci riferiamo, nello specifico, all’equilibrio tra lavoro e vita privata, al rispetto della salute psico-fisica, alle opportunità di sviluppo professionale e alla costruzione di senso e soddisfazione.

L’attenzione a bilanciare lavoro e vita privata richiede che si adotti un approccio integrato che consideri entrambi gli aspetti come interconnessi. Gli spazi della vita privata e di quella lavorativa sono sempre più sovrapposti, soprattutto in relazione all’utilizzo di tecnologie che non garantiscono quello che è stato denominato come il “diritto di disconnessione”, ovvero alla possibilità dei dipendenti di disconnettersi dal lavoro e di non ricevere o rispondere a qualsiasi e-mail, chiamata, o messaggio al di fuori del normale orario di lavoro. La questione è molto più ampia e richiede un approccio specifico: «un approccio integrato al bilanciamento tra lavoro e vita personale richiede di vedere il lavoro e la vita familiare come interdipendenti e di considerare entrambi quando si prendono decisioni e si sviluppano politiche aziendali» (Kossek e Lautsch, 2018, 1). Questo significa che le aziende devono sviluppare politiche e pratiche che tengano conto delle esigenze dei dipendenti sia sul lavoro che a casa. Un tale approccio non solo favorisce il benessere individuale dei dipendenti, ma può anche portare a una maggiore soddisfazione lavorativa, a una migliore retention del personale e a una maggiore produttività complessiva.

Nelle encicliche questa tematica è affrontata in più punti soprattutto in relazione alla vita familiare che, si sostiene, «ha un ruolo essenziale nella società e, pertanto, la politica sociale generale deve garantire che le condizioni non creino ostacoli alla sua vita e al suo sviluppo» (Laborem exercens, 10), Più specificatamente, il focus è sulla gestione del tempo quando si sostiene che «gli orari di lavoro devono essere regolati in modo da permettere ai cittadini di adempiere ai loro doveri familiari con maggiore facilità ed efficacia» (Familiaris consortio, 1981, 23) e che «gli orari di lavoro che non sono adatti alla famiglia [...] ostacolano la vita familiare» (Amoris laetitia, 2016, 50).

Un lavoro, inoltre, è considerato sostenibile per una persona quando promuove e rispetta la sua salute sia fisica che mentale: «è necessario fare in modo che il lavoro non arrechi danno al lavoratore in quanto persona, che non pregiudichi la sua salute o la sua integrità spirituale e morale» (Laborem exercens, 23). Le politiche di salute e sicurezza dovrebbero essere progettate per prevenire malattie e infortuni, e al contempo creare ambienti socialmente sani e garantire un adeguato supporto psicologico quando necessario.

In un ambiente lavorativo sano, le esigenze e le capacità individuali sono bilanciate con le richieste del lavoro, evitando così il sovraccarico e lo stress eccessivo. Quando si tratta di gestione dello stress, è cruciale comprendere che lo stress non è solo una reazione diretta agli eventi esterni, ma piuttosto una relazione complessa tra l’individuo e l’ambiente circostante. Come sottolineato da Richard Lazarus, «lo stress è una relazione tra la persona e l’ambiente, che è valutato da quella persona come rilevante per i suoi obiettivi e benessere» (Lazarus e Folkman, 1984, 19). Questa prospettiva mette in evidenza l’importanza della percezione individuale nella valutazione delle situazioni stressanti, ma anche il ruolo che l’azienda come istituzione e le relazioni possono avere per eliminarlo o gestirlo al meglio. La gestione efficace dello stress, quindi, riguarda contemporaneamente la riduzione degli stimoli esterni e lo sviluppo di strategie personali per affrontare e adattarsi alle sfide che la vita lavorativa presenta.

È importante considerare anche il fatto che un lavoro è sostenibile per il lavoratore quando offre opportunità di sviluppo professionale. Quando i lavoratori percepiscono di avere opportunità di sviluppo professionale che consentono loro di acquisire nuove competenze, migliorare il proprio controllo sulle attività da svolgere e progredire nella propria carriera, è più probabile che si sentano motivati, impegnati e soddisfatti sul posto di lavoro. Promuovere un ambiente di lavoro che favorisca lo sviluppo professionale attraverso programmi di formazione, mentoring, job rotation e progetti stimolanti non solo beneficia i singoli lavoratori, ma può anche contribuire al successo complessivo dell’organizzazione. Investire nelle persone, consentendo loro di crescere e di raggiungere il loro pieno potenziale, è essenziale per mantenere la vitalità e la sostenibilità del lavoro nel lungo termine.

Un ultimo aspetto da considerare quando si parla di sostenibilità personale è che, per il benessere e l’adattamento psicologico dei lavoratori, il lavoro deve essere percepito come significativo perché ha uno scopo e genera soddisfazione. Come sottolineato da Abraham Maslow, «ciò di cui abbiamo bisogno è un senso di significato e di scopo, una sensazione di appartenenza e di valore» (Maslow, 1962, 84). Il riferimento è a una visione eudemonica del lavoro, che traduce un senso di realizzazione e benessere derivante dal vivere in accordo con la propria “virtù” o eccellenza personale. In questo contesto, il lavoro non è visto solo come mezzo per guadagnare o progredire professionalmente, ma come una parte fondamentale del benessere complessivo di un individuo, offrendo l’opportunità di realizzare il proprio potenziale e contribuire significativamente alla società. Un’occupazione eudemonica è quindi intrinsecamente gratificante, permette lo sviluppo personale e incoraggia l’individuo a perseguire i propri obiettivi autentici in armonia con i propri valori e aspirazioni.

Questo approccio al lavoro enfatizza l’importanza della motivazione intrinseca, dell’engagement, e della sensazione di contribuire al bene comune, considerandoli essenziali per una vita lavorativa piena e soddisfacente.

In più occasioni, papa Giovanni Paolo II ha affrontato questo argomento, sottolineando come sia importante che il lavoro consenta al lavoratore di svilupparsi e realizzarsi in esso e attraverso di esso, lasciandogli anche il tempo e l’energia per una vita personale, familiare e sociale.

Conclusioni

La sostenibilità del lavoro non si esaurisce nel riconoscimento di condizioni dignitose per i lavoratori, pur essendo quella una premessa imprescindibile. Si tratta infatti di un approccio più ampio, che contempla quattro dimensioni strettamente connesse: ambientale, economica, sociale e personale. Quando il lavoro è orientato a un uso responsabile delle risorse naturali, inserito in un sistema economico che considera i costi umani come costi economici, attento alle dinamiche di coesione sociale e rispettoso dell’equilibrio psico-fisico di ciascuno, diventa realmente sostenibile.

Sul piano ambientale, un lavoro sostenibile si preoccupa dell’impatto che la produzione di beni e servizi esercita sul Creato, adottando pratiche e tecnologie che riducono sprechi e inquinamento. Dal punto di vista economico, si sottolinea come la creazione di posti di lavoro, se priva di una visione di lungo termine e di un’adeguata tutela dei lavoratori, possa rivelarsi controproducente, generando costi sociali e finanziari maggiori dei benefici immediati. La sfera sociale enfatizza l’importanza del lavoro nel tessere legami e nel promuovere la solidarietà, evitando che fasce di popolazione rimangano escluse o che le imprese ignorino i loro impatti negativi sulla collettività. Infine, la dimensione personale richiama l’attenzione su aspetti come l’equilibrio tra lavoro e vita privata, la salute psico-fisica e la possibilità di trovare nel lavoro non solo mezzi di sostentamento, ma anche motivazione e realizzazione di sé.

In questa prospettiva, la sostenibilità del lavoro diviene un concetto integrato che coinvolge contemporaneamente persone, istituzioni, imprese e ambiente. I documenti della dottrina sociale della Chiesa ribadiscono la necessità di considerare tutti questi elementi in modo sinergico, per evitare che l’attività lavorativa, anziché apportare benefici durevoli, finisca per impoverire sia l’uomo sia il contesto in cui opera. Solo quando l’azione lavorativa è pensata in un orizzonte di rispetto per il Creato, sviluppo economico di lungo periodo, coesione sociale e autentica valorizzazione della persona, il lavoro può definirsi davvero sostenibile.


Bibliografia
• Boerchi D. (2024) (a cura di), Orientamento e consulenza di carriera per la soddisfazione lavorativa, Studium, Roma.
• Kossek E.E., Lautsch B.A. (2018), Work–family balance, health, and well-being, in C.L. Cooper and J. C. Quick (eds.)The Handbook of Stress and Health: A Guide to Research and Practice, 143-158), Wiley.
• Lazarus R.S., Folkman S. (1984), Stress, Appraisal, and Coping, Springer Publishing Company.
• Bandura A. (1977). Self-efficacy: Toward a unifying theory of behavioral change, Psychological Review, 84(2), 191-215.
• Maslow A.H. (1962), Toward a Psychology of Being, Van Nostrand.


Autore
Diego Boerchi, Università Cattolica del Sacro Cuore (diego.boerchi@unicatt.it)