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Dizionario di dottrina
sociale della Chiesa

LE COSE NUOVE DEL XXI SECOLO

Fascicolo 2023, 2 – Aprile-Giugno 2023

Prima pubblicazione online: Giugno 2023

ISSN 2784-8884

DOI 10.26350/dizdott_000121

I volti della dignità The Faces of Dignity

di Giovanni Bombelli

Abstract:

ENGLISH

Dal pensiero classico alla modernità la riflessione occidentale ha tematizzato la dignità come dimensione originaria dell'umano secondo paradigmi differenti. Il confronto tra alcuni snodi che connotano la linea filosofico-giuridica, incluso il crescente ruolo del diritto, e l’elaborazione magisteriale rivela punti di tangenza significativi. In un quadro postmoderno, essi confermano la natura ineludibile del riferimento alla dignità intesa come “umano comune” rivelandone i volti molteplici.

Parole chiave: Tradizione, Modernità, Diritto, Postmodernità
ERC: SH24 Constitutions, human rights, comparative law, humanitarian law, anti-discrimination law

ITALIANO

From classical thought to modernity, Western reflection has thematized dignity as original dimension of the human according to different paradigms. A comparison of some of the junctures that connote the philosophical-legal line, including the growing role of law, and magisterial elaboration, reveals significant points of tangency. In a postmodern framework, they confirm the ineludible nature of the reference to dignity understood as "common human" by revealing its multiple faces.

Keywords: Tradition, Modernity, Law, Postmodernity
ERC: SH24 Constitutions, human rights, comparative law, humanitarian law, anti-discrimination law

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La nozione di dignità appartiene alla tradizione filosofico-giuridica occidentale. Maturata in ambito classico, essa si radica nell’idea di megalopsichia (dignità o fierezza come axios) ascrivibile ad Aristotele e, dopo la sua ripresa in ambito stoico, attraversa le teorizzazioni medievali, che in chiave teologico-cristiana ne enfatizzano la struttura ontologica e la portata universalizzante sino agli albori della modernità.

Con l’Oratio de hominis dignitate (1486) Pico della Mirandola inaugura una parabola concettuale differente rispetto al contesto antico e che arriva all’epoca illuminista segnando, con la nozione kantiana di Würde, il dibattito successivo. L’approdo è rappresentato da un modello di dignità universale che, sganciandosi dai paradigmi elitario-aristocratici, consente di alimentare (per dirla con Charles Taylor) il binomio tutto moderno autenticità-riconoscimento.

Orizzonti profondamente eterogenei, attraverso i quali la tradizione occidentale ha concettualizzato una dimensione antropologica avvertita come originariamente irriducibile: in altre parole, un humanum inteso come il cuore del depositum consegnato al futuro. Tuttavia è con le drammatiche vicende del secolo scorso che l’evocazione della dignità diventa vieppiù stringente, rendendola un topos dello scenario culturale e giuridico intersecando sia la riflessione filosofica sia l’apporto offerto dal magistero ecclesiale.

Un processo segnato a ben vedere da una sorta di schizofrenia che innerva la post-modernità e sintetizzabile nel binomio istanze-fondamento. Da un lato l’ampliarsi delle istanze, talora rivendicazioni, ascrivibili alla sfera della dignità (anche solo per denunciarne l’assenza) e con riguardo sia alla platea dei soggetti (umani, senzienti, non senzienti) sia ai contesti (flussi migratori, diseguaglianze sociali, condizioni di lavoro, dimensioni esistenziali liminali, nuove forme di tortura, ecc.). Un insieme variegato di issues, dominato dal ricorso costante allo strumento giuridico, nel quale si intravede uno degli strumenti fondamentali per dare corpo all’ideale della dignità in quanto «diritto ad avere diritti» (Rodotà 2012). Dall’altro il problema del fondamento di tali istanze, che apre all’orizzonte speculativo e, in definitiva, teologico. Le radici del riconoscimento della dignità appaiono, infatti, ulteriori al mero agreement maturato nell’arena pubblica.

Di qui la dialettica tra l’evocazione della dignità e la difficoltà, talora come afasia radicale, nel reperirne le ragioni ultime. In questo interstizio alberga l’ambiguità che permea il ricorso, talora puramente strumentale, all’idea di dignità in quanto condizionato da contesti contingenti.

Muovendo da questa cornice, si proverà a rimarcare alcune linee di tensione che animano la teoria e la prassi della dignità, mettendone in luce l’apertura fondativa nonché il gioco di rimandi che opera tra modelli teorici e paradigmi antropologici anche in chiave politico-istituzionale.

Per questa via emergerà anche la potenziale strumentalizzazione della dignitas, nel quadro della transizione da un paradigma personologico-comunitario ad uno schema imperniato sul trinomio individuo-dignità-diritti. In gioco è la struttura polifonica e l’intrinseca delicatezza della dignità, in cui etica e diritto sembrano intrecciarsi in modo indissolubile: solo un approccio criticamente avvertito consentirà di cogliere i “volti” molteplici della dignità.

2. Due sentieri: diritto e Magistero

Di seguito si orienterà l’attenzione su due percorsi: l’ambito giuridico-istituzionale e il magistero teologico-ecclesiale inteso come “dottrina sociale”. Ambiti distinti, ma che, considerati unitariamente, configurano una sorta di prisma con cui cogliere le tangenze che investono alcune categorie sottese alla nozione di dignità, segnatamente il concetto di persona e il suo orizzonte comunitario (vedi voce: Persona: origini, dimensioni, proiezioni). Occorre considerare distintamente i due livelli, rimarcando in conclusione alcuni orizzonti comuni.

2.1. Dignità e diritto: paradigmi

Limitando lo sguardo al secolo scorso, in chiave giuridica l’idea di dignità è andata configurandosi secondo alcuni passaggi legati alle tragiche vicende del Novecento, che ne hanno segnato i tratti peculiari. Sono distinguibili tre livelli circolarmente connessi (Bombelli 2021 e 2016) e corrispondenti ad altrettanti paradigmi definibili come universale, nazionale (statuale) e postmoderno.

Innanzitutto viene a tema il binomio dignità-diritti umani elaborato in sede internazionale o sovranazionale. A partire dal Preambolo della Dichiarazione universale dei diritti dell’uomo del 1948, secondo il quale «il riconoscimento della dignità inerente a tutti i membri della famiglia umana e dei loro diritti, uguali ed inalienabili, costituisce il fondamento della libertà, della giustizia e della pace del mondo», si origina un’ampia linea teorica. Passando per gli spunti offerti nel Patto internazionale relativo ai diritti civili e politici (1966, art. 16: la dignità della persona umana come diritto inviolabile), essa approda alla Carta dei diritti fondamentali dell’Unione Europea ove, all’art. 1, si precisa che «la dignità umana è inviolabile [e] deve essere rispettata e tutelata», conferendo ad essa una portata intrinsecamente universale.

Per questa via si salda il nesso tra dignità e categoria di diritti umani. Sul piano giuridico, l’articolazione di una teoria dei diritti umani (si badi: non meramente soggettivi) sancisce il cristallizzarsi della nozione di dignità all’interno di un modello a portata universale e come precipitato dei drammi novecenteschi, di cui i crimini contro l’umanità rappresentano il rovescio simmetrico.

A questo livello si situa la dimensione statuale o nazionale. Essa coincide con la stagione costituzionale fiorita intorno alla metà del secolo scorso, culminando nella predisposizione di “costituzioni sociali” segnate da una forte carica promozionale come avviene esemplarmente nella Costituzione tedesca e in quella italiana. Se nella prima l’idea di dignità (Würde, art. 1) sintetizza la riflessione risalente al pensiero kantiano, costituendo il perno dell’intero dispositivo costituzionale, nella Carta fondamentale italiana l’idea di dignità permea l’intera architettura normativa. Conservando il riferimento ai diritti umani (l’art. 2 parla di “diritti inviolabili”), essa si alimenta anche alla tradizione cristiana legata al binomio persona-orizzonte comunitario (artt. 3, 48, 68, 111, 119-120), facendo segnare tangenze significative con la riflessione magisteriale.

Il principio personalista origina un modello articolato di dignità (vedi voce: Persona: origini, dimensioni, proiezioni). Imperniato sull’orizzonte innovativo legato all’idea di dignità sociale e all’equazione eguaglianza-dignità (art. 3), esso origina un paradigma teso a coniugare armonicamente dignità statica e dignità dinamica. La prima attiene al riconoscimento di un dato originario in quanto fondato sul valore intrinseco della persona; la persona è degna, poiché rinvia ad una dimensione irriducibile ad altre qualificazioni antropologiche, come “uomo” o “cittadino”, peraltro presenti nel testo costituzionale. Tale riconoscimento si declina storicamente: la persona definisce la sua identità solo nel contesto delle trame relazionali che la definiscono. Muovendo dall’idea di lavoro, volano dell’impianto costituzionale (art. 1), la dignità assume natura dinamica in quanto calata in dimensioni comunitarie (con lessico costituzionale: formazioni sociali), di cui i principi di solidarietà (art. 2, art. 41, 2, art. 43 e art. 119) e sussidiarietà (art. 118 e art. 120) costituiscono proiezioni fondamentali.

Uno sguardo d’insieme

I livelli appena considerati vanno colti in rapporto all’odierno orizzonte postmoderno (Lyotard 1979). Contestando in radice le narrazioni filosofico-giuridiche, compresa la categoria di dignità, tale orizzonte è segnato da due tratti connessi: l’assolutizzazione dell’individuo e il ruolo della tecnica. L’interazione tra i due fattori determina torsioni sia sul piano concettuale sia dei modelli antropologici, particolarmente apprezzabili con riguardo ad alcune dimensioni esistenzialmente decisive (come il nascere e il morire) dominate da uno schema di dignità autoreferenziale. Per questa via, la sostanziale assimilazione della categoria di persona a quella di individuo comporta il tramonto progressivo del principio comunitario-personalistico peculiare al documento costituzionale: la dignità diventa questione meramente individuale.

Con uno sguardo d’insieme, emerge una metamorfosi dei modelli di comprensione della dignitas. Si conferma, innanzitutto, la circolarità tra paradigmi di dignità e modelli antropologici. L’afflato universalmente cooperativo-solidale, sotteso ai documenti internazionali o sovranazionali e ad alcune Carte fondamentali, postula una comprensione dell’umano alternativa al modello liberal-ottocentesco imperniato sull’assolutizzazione dell'idea di individuo.

Ne consegue lo stretto rapporto tra dignità ed eguaglianza. La sinergia tra modelli concettuali e schemi antropologici comporta la rilettura dei modelli egualitari e dell’idea stessa di giustizia. L’implementazione di un modello differente di dignità, come tratto costitutivo dell’umano, segna il congedo dalla dignitas come appartenenza cetuale di stampo liberal-borghese.

Per questa via emerge, infine, la natura dinamica della dignità. Sganciandosi dalla dimensione ontologica, la dignità si presenta secondo una declinazione progressivamente soggettivistica, i cui tratti solipsistico-autoreferenziali enfatizzano il binomio autenticità-riconoscimento legato a forme di identità e in cui, ancora una volta, il ricorso al diritto appare decisivo.

Rimane l’interrogativo di fondo: qual è la raison d’être della dignità e di quale formalizzazione giuridica essa è suscettibile? Il magistero ecclesiale, sviluppatosi anche in dialogo con il quadro abbozzato, offre indicazioni preziose.

2.2. Dignità e magistero ecclesiale: immagini di dignità

All’interno della riflessione filosofico-giuridica sin qui tratteggiata, non a caso sempre nel Novecento è emersa la rilevanza del magistero ecclesiale (su cui il quadro di Commission Pontificale “Justitia et Pax 1985) in grado di allestire alcune immagini della dignità. A partire dalle radici bibliche legate all’idea di uomo come «immagine di Dio» (Gn 1, 26), si dipana una ricca linea di riflessione i cui esiti maturano nella seconda metà del secolo scorso innanzitutto nella Gaudium et spes (1965).

L’attenzione ivi posta alla «dignità della persona umana» (cap. 1: in particolare 12 ss. e 41) si coniuga con l’inedita, anche per la Chiesa, riflessione sui diritti umani aprendo ai successivi affondi magisteriali dedicati a profili più specifici dell’universo della dignità.

In questa direzione si dispiega un’articolata trama concettuale lungo l’asse rappresentato dalle encicliche Populorum progressio (1967), Laborem exercens (1981) e Mulieris dignitatem (1988) che, anche in chiave giuridica, intersecano in modo significativo alcuni snodi cruciali dell’orizzonte postmoderno.

Quadro generale, sfera lavorativa e dimensione familiare.

Riprendendo motivi già presenti nella Mater et magistra (1961), la Populorum progressio porta a compimento i semi conciliari articolando un quadro multilivello teso ad enfatizzare la dignità. Colta come orizzonte dello sviluppo integrale dell’uomo (6) e dimensione squisitamente relazionale (dignità degli altri, 21), la dignità innerva i luoghi esistenziali in cui si radica l’umano: dal nascere (37) al lavoro (28) sino alla problematica definizione delle forme storiche della dignitas (30; 32). Di qui un ricco ventaglio di soluzioni, legate al contesto pluralista (39), che chiama in causa livelli molteplici: gli strumenti giuridici, i modelli di sviluppo (anche a livello internazionale) e i paradigmi di dignità (54, soprattutto nella parte dedicata allo «sviluppo solidale dell’umanità»).

Nel solco della Populorum progressio si collocano le riflessioni dedicate alla sfera lavoristica e all’universo femminile, funzionali a mostrare le concrete dinamiche esistenziali così da superare i tratti di astrattezza che abitano talora i discorsi sulla dignità. La riflessione sviluppata nella Laborem exercens, in continuità con le prefigurazioni della Rerum novarum (1891), rimarca innanzitutto il nesso tra lavoro e dignità personale (n. 1). È sempre nella tesaurizzazione delle radici bibliche del senso del lavoro che riposa il riconoscimento della dignità di ogni lavoro (6), così come la comprensione del senso tragico della mancanza di lavoro (7-9; 18) e dei momenti costitutivi che segnano esistenzialmente la dimensione fabrile. Dalle forme di rappresentanza (20, circa il nesso sindacati-diritti-dignità del lavoro e 21 sulla dignità del lavoro agricolo) al mondo delle persone svantaggiate (22) sino, in modo preveggente, all’orizzonte migratorio nel quadro del binomio dignità e persona umana (23). Cruciale, come sempre, il riferimento all’orizzonte biblico che qualifica il lavoro umano in termini di partecipazione insostituibile all’opera della creazione (25; 27).

Altrettanto preziosa la riflessione intorno all’universo femminile consegnata alla Mulieris dignitatem. Colta la questione della donna come segno dei tempi (1), anch’essa va compresa in un quadro biblico con la conseguente declinazione in chiave personalista (7, sul nesso persona-comunione-dono, unitamente ai riferimenti successivi circa i diritti della donna). In tal senso, la dignità della donna va letta in rapporto alla dimensione cristologica (12), quasi come prisma con cui cogliere le dimensioni costitutive del femminile: la maternità (19), la “parità” con l’universo maschile (25), il ruolo sponsale (37) e, infine, l’ordine dell’amore (27).

La riflessione magisteriale restituisce, dunque, un ricco repertorio di immagini della dignità rimarcandone la natura poliedrica. Il riferimento fondamentale alla persona, come dimensione creaturale, si declina in rapporto alle sue proiezioni storiche, mostrando tangenze significative con il versante giuridico-istituzionale su cui occorre soffermarsi.

3. Per una conclusione “aperta”. Persona, comunità e la dignità come un “già e non ancora”

Raccogliendo la riflessione sin qui proposta, è possibile segnalare alcune dinamiche ricorrenti e auspicabilmente funzionali ad orientare la riflessione futura. Mantenendo come sfondo il binomio modelli di dignità-paradigmi antropologici, il confronto tra approccio giuridico e riflessione magisteriale rivela rifrazioni interessanti che, disponendosi su livelli differenti, disegnano i volti molteplici della dignità.

Ineludibile, innanzitutto, il circuito persona-comunità comune al percorso giuridico e magisteriale, in grado di fungere da stella polare per ragionare, anche in prospettiva, intorno alla dignità (vedi voce: Persona: origini, dimensioni, proiezioni). Una relazione fluida, ove la sfera personale si plasma storicamente secondo moduli differenti che ne disvelano anche i tratti di fragilità legati al capability approach, trovando nell’orizzonte lato sensu comunitario (famiglia, amicizia, associazione, ecc.) il luogo elettivo del suo compimento. In altre parole: la dignità come dimensione strutturalmente relazionale.

Per questa via si apre l’ampio ventaglio dei modelli antropologici concretamente praticabili originando l’alternativa tra dignità statica e dinamica: la prima legata a modelli formali o astratti, la seconda intesa invece come processo connesso alla complessità dell’esperienza storica. Da questa prospettiva l’intuizione del testo costituzionale (art. 2) appare singolarmente feconda. Essa, infatti, segnala come la dignità oscilli sempre tra il dato, legato alla dimensione privata o individuale, e la proiezione verso una dimensione collettiva. In sostanza, tra persona e comunità.

Questa griglia concettuale consente di riguardare i profili considerati, segnalando alcune linee di sviluppo enfatizzate in ambito postmoderno determinando (almeno apparentemente) una divaricazione radicale della polarità appena evocata.

Da un lato la dignità come autopercezione soggettiva. Radicalizzando il principio di autodeterminazione di ascendenza moderna, tale modello tende a far coincidere la sfera della dignità con forme di autocomprensione di natura narcisistica legate a standards prestazionali anche in ordine a momenti esistenzialmente decisivi (dalle questioni evocate del nascere e del morire sino alle forme di enhancement con il relativo corredo giuridico).

Dall’altro, in modo solo apparentemente distonico, l’idea di dignità come costruzione sociale che, nel passaggio postmoderno e intrecciandosi al profilo appena evocato, sembra radicalizzarsi. Le nuove forme di interazione (si pensi al ruolo dei nuovi media) comportano, infatti, la progressiva assolutizzazione della sfera individuale con il conseguente oblio dell’orizzonte comunitario-relazionale. Si inaugura, così, la transizione inizialmente segnalata da un modello di dignità personologico-comunitario ad uno schema centrato sul trinomio individuo-dignità-diritti.

La tensione tra dignità come mera autopercezione soggettiva o, dall’altro, come dimensione socio-comunitaria conferma il ruolo centrale ascritto al diritto, nel quale si intravede uno degli strumenti fondamentali per proteggere il nesso tra dignità e diritti della persona (Commissione teologica internazionale 1983), in un contesto caratterizzato da aporie legate alle diverse modulazioni o priorità conferite al binomio dignità-persona (come avviene, ad esempio, nella Convenzione europea dei diritti dell’uomo e nel “sistema UE”).

Per concludere

Ad ogni modo, stretta nella sua proiezione immediatamente pragmatica tipica dei contesti post-moderni, la questione della dignità permane problematica. Si ripropone, allora, l’interrogativo: quali sono le ragioni della dignità?

Il continuum tra persona e diritti umani non si risolve nel cerchio muto dell’autoreferenzialità, anche ove lo si consideri in rapporto alle costruzioni (narrazioni) sociali della dignità che, per loro natura, sono sempre esposte alle strumentalizzazioni storico-culturali. A ben vedere, la dignità non può che radicarsi nell’universo dei vissuti, che strutturano il nesso persona-diritti umani rendendo nuovamente plausibile, in contesti profondamente mutati, l’apertura ad un profilo ontologico (anche nella variante biblico-teologica).

In tal senso la rilevanza conferita alle categorie di persona e diritto umano (talora riletto come diritto fondamentale) rinvia a un livello ontologico, in cui la ripresa di istanze risalenti allo ius gentium sembra convergere con il quadro disegnato in ambito magisteriale.

Da questa prospettiva, ove colta nella sua istanza originaria, la categoria di fraternità evocata nell’enciclica Fratelli tutti (2020), ma già appartenente al pantheon della modernità filosofico-giuridica, può rappresentare un significativo punto di orientamento. Anche in ragione dei puntuali echi giuridici (22-23), essa orienta la riflessione in prospettiva universale (8) aprendo ad una dimensione plurilivello: l’attenzione, ad esempio, alla dignità dell’ecosistema proietta la questione in un orizzonte costitutivamente internazionale (17-122, 257) e tesaurizza il continuum tra la Fratelli tutti e la Laudato si’ (2105). Superando l’astratto universalismo talora presente nei modelli legati all’idea di soggetto, essa consente di saldare alcune istanze di matrice giusnaturalista elaborate nella modernità (Grozio) alle radici biblico-teologiche che innervano la tradizione occidentale.

Si conferma, in definitiva, l’intrinseca delicatezza e polifonia della sfera della dignità. Nei contesti odierni l’evocazione della dignità individuale sembra costituire l’unico strumento disponibile per riproporre i profili identitari appartenenti alla tradizione personalistica e comunitaria e lato sensu sottesi anche alla modernità. Di qui l’esigenza di un ricorso alla dignità sempre criticamente avvertito, così da evitare che una lettura strumentale delle aspirazioni soggettivistiche conferisca loro i contorni di un “volto” della dignità con il conseguente sigillo giuridico.

A ben vedere, al passaggio del ventunesimo secolo, la transizione dal modello persona-comunità a un paradigma di dignità autoreferenziale riattualizza un orizzonte radicalmente antropologico. Legato a un umano universale o comune, esso appartiene alla riflessione filosofico-giuridica occidentale così come alla tradizione magisteriale in attesa di assumere nuove forme storiche.

Lungi dal costituirne un accidente storico o un’aporia, i volti molteplici assunti dalla dignità ne attestano una dimensione strutturale: il suo essere già e non ancora.

Si veda anche la voce Identità femminile.


Bibliografia
• Bombelli G. (2016), Persona, comunità e il problema della dignità, in «Jus«, 3, 349-382.
• Bombelli G. (2021), (Ri)pensare la persona, in C. Calogero (a cura di), Persone, parole, incontri. Itinerari per una filosofia della persona, Mimesis, 115-119.
• Commissione teologica internazionale (1983), Dignità e diritti della persona umana.
• Lyotard J.F. (1979), La Condition postmoderne: rapport sur le savoir, Editions de Minuit.
• Rodotà S. (2012), Il diritto di avere diritti, Laterza.


Autore
Giovanni Bombelli, Università Cattolica del Sacro Cuore (giovanni.bombelli@unicatt.it)