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Dizionario di dottrina
sociale della Chiesa

LE COSE NUOVE DEL XXI SECOLO

Fascicolo 2024, 1 – Gennaio-Marzo 2024

Prima pubblicazione online: Marzo 2024

ISSN 2784-8884

DOI 10.26350/dizdott_000151

Le organizzazioni nonprofit e il pluralismo nei tipi di impresa The nonprofit organizations and pluralism in business types

di Gian Paolo Barbetta

Abstract:

ENGLISH

Le organizzazioni nonprofit hanno acquisito un peso crescente nelle società occidentali e in Italia sono ormai un attore cruciale nella produzione di servizi di welfare, educativi, scolastici, culturali e ambientali, in combinazione con le istituzioni pubbliche che ne finanziano in parte le attività.

La teoria economica moderna spiega l’esistenza delle organizzazioni nonprofit attraverso una teoria unificata delle forme di impresa che sottolinea il ruolo del pluralismo istituzionale nel garantire la partecipazione al mercato dei diversi soggetti economici, in linea con gli insegnamenti della dottrina sociale della Chiesa.

Parole chiave: Nonprofit, Fallimenti del mercato, Impresa, Sussidiarietà, Volontariato
ERC:

ITALIANO

Nonprofit organizations have gained increasing importance in Western societies, and in Italy, they have become a crucial player in the production of welfare, educational, school, cultural, and environmental services. This is done in conjunction with public institutions that partially finance their activities.

Modern economic theory explains the existence of nonprofit organizations through a unified theory of business forms that emphasizes the role of institutional pluralism in ensuring the participation of various economic actors in the market. This is in line with the teachings of the social doctrine of the Church.

Keywords: Nonprofit, Market failures, Enterprise, Subsidiarity, Voluntarism
ERC:

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Il settore nonprofit: una definizione

Secondo la definizione adottata dalle Nazioni Unite nel 2018, le organizzazioni nonprofit: i) sono organizzazioni private, cioè non governate da entità pubbliche, ii) che non distribuiscono alcun profitto a soci, membri, fondatori o organi di governo, e iii) sono costituite volontariamente dai propri soci, membri o fondatori. Nella letteratura e nel dibattito, questi enti sono denominati in molti modi: non-governmental organizations (ngos), charities, organizzazioni dell’economia sociale, corpi intermedi (vedi voce Corpi intermedi), enti del privato sociale o dell’economia civile (come proposto da L. Bruni e S. Zamagni), e infine enti di terzo settore, la dizione adottata dal legislatore italiano nel 2017 quando ne ha approvato la riforma. Si tratta di nomi diversi per soggetti che, in molti Paesi, svolgono funzioni sociali ed economiche molto simili.

Le organizzazioni nonprofit sono attive in comparti in cui operano anche enti pubblici e, più raramente, imprese a fine di lucro. I principali settori di attività – che variano da Paese a Paese, anche in corrispondenza delle caratteristiche dei sistemi di welfare – sono la sanità, l’educazione, l’assistenza sociale, la cultura, lo sport, nonché la tutela dell’ambiente e dei diritti delle persone.

Le forme giuridiche adottate – pur nelle differenze degli ordinamenti nazionali – sono simili. Le più diffuse sono l’associazione (costituita da persone che perseguono una finalità comune) e la fondazione (fondata su un patrimonio dedicato a uno scopo specifico), ma non mancano né organismi informali né enti costituiti come cooperativa o società mutualistica. Un esempio è rappresentato dalle cooperative sociali, regolate in Italia dalla legge 381/1991. Tutte queste forme giuridiche vietano, o limitano fortemente, la possibilità di distribuire profitti ai soggetti che governano le organizzazioni. Le ragioni economiche di questa limitazione saranno illustrate in seguito.

Negli ultimi anni, ai margini del settore sono cresciute anche le cosiddette imprese sociali, organizzazioni che – pur adottando una forma giuridica societaria, ad esempio la società per azioni – perseguono finalità diverse dalla sola remunerazione del capitale investito, che tuttavia viene consentita in alcuni ordinamenti. La loro inclusione nel settore nonprofit è oggetto di discussione. Quello di cui parliamo è dunque un universo ampio e variegato, i cui confini appaiono in continua evoluzione.

Il peso economico del settore

Informazioni statistiche ufficiali sulle organizzazioni nonprofit sono disponibili per un numero limitato di paesi. Infatti, i sistemi di contabilità nazionale hanno a lungo trascurato il settore, considerandolo marginale. Così, le prime informazioni comparabili sul peso di queste organizzazioni sono state prodotte da una iniziativa privata, il Comparative Nonprofit Sector Project (CNP) lanciato nel 1991 dal Center for Civil Society Studies della Johns Hopkins University di Baltimore (USA), sotto la guida di Lester Salamon, il pioniere in questo campo di studi. Durante la sua attività, il progetto ha prodotto stime sulle dimensioni economiche del settore nonprofit per oltre 40 Paesi.

I dati prodotti dal CNP sono oggi sorpassati ma, partendo dalle definizioni e dalle metodologie sviluppate dal progetto, l’ONU ha aggiornato i sistemi di contabilità nazionale e adottato un manuale per la redazione di un “conto satellite della contabilità nazionale” relativo al settore nonprofit, così da rilevarne la consistenza e le caratteristiche in maniera sistematica e coerente. Tuttavia, poiché la versione finale del manuale è stata rilasciata solo nel 2018, pochissimi Paesi hanno costruito i conti satellite. L’Istat, ad esempio, non ha ancora prodotto quello per l’economia italiana, pur avendo rilasciato a diverse scadenze (2001, 2011, 2015, 2023) informazioni censuarie o campionarie sulle dimensioni e le caratteristiche del settore nonprofit italiano.

I primi dati prodotti dal CNP, relativi al 1990, evidenziavano il diverso peso del settore nonprofit nei primi Paesi analizzati (Salamon e Anheier, 1996). L’Italia occupava posizioni di coda, preceduta sia dagli USA che dai principali partner europei (Francia, Germania e Regno Unito). Considerando il totale dei lavoratori occupati, il settore nonprofit ne raccoglieva l’1,8% in Italia, mentre negli USA raggiungeva il 6,8% (Germania 3,7%, Regno Unito 4% e Francia 4,2%). Anche la composizione settoriale dell’occupazione mostrava forti disparità, con i settori nonprofit di Stati Uniti e Germania molto focalizzati sul comparto sanitario, il Regno Unito sull’educazione e Francia e Italia sui servizi sociali. Le specializzazioni settoriali, che segnalano diverse relazioni tra il settore e il welfare pubblico, spiegavano anche la differente composizioni delle fonti di entrata, con i settori nonprofit americano e inglese più dipendenti da fonti private e quelli continentali più legati al finanziamento pubblico.

Per le ragioni già dette, non è oggi possibile mostrare dati comparativi analoghi a quelli prodotti dal CNP. Però, si può dire che il settore italiano è molto cambiato negli ultimi trenta anni. Infatti, il suo peso occupazionale è più che raddoppiato, passando dai 416.000 occupati stimati nel 1990 dal gruppo di ricerca italiana del CNP, ai 488.000 censiti dall’Istat nel 2001, agli oltre 680.000 del 2011, per raggiungere infine gli 870.000 addetti indicati per il 2020. In questa crescita, un ruolo molto rilevante è stato svolto dalle cooperative sociali, poco sviluppate nel 1990 e che, trenta anni dopo, danno lavoro ad oltre il 50% degli occupati del settore.

Il nonprofit italiano resta fortemente concentrato nel comparto dei servizi sociali (oltre 420.000 addetti), seguito dall’educazione (130.000) e dalla sanità (oltre 100.000). L’impatto occupazionale di altri comparti – come lo sport, la ricreazione e la cultura – è molto più modesto, ma in essi operano gratuitamente molti volontari che, a fronte della progressiva professionalizzazione del settore, contribuiscono a mantenere e rinsaldare l’originaria spinta mutualista e altruista alle origini del nonprofit italiano.

L’evoluzione del settore nonprofit in Italia

Se il nonprofit italiano è molto cresciuto, lo si deve anche alla progressiva integrazione delle sue attività nel welfare pubblico, fenomeno che ha contributo a creare un “sistema di welfare” in cui ente pubblico e organizzazioni private operano in maniera integrata. In alcuni settori, le organizzazioni nonprofit hanno preceduto, storicamente, l’intervento dello stato; basti pensare agli ospedali o alle istituzioni scolastiche gestite da ordini religiosi sorti in tutto il paese sin dalla prima età moderna per impulso della dottrina sociale della Chiesa, ribadita in epoca successiva nelle encicliche Rerum novarum (1891) e Quadragesimo anno (1931).

Nel secondo dopoguerra, in corrispondenza con la crescita del welfare pubblico, gli enti pionieri nei settori della sanità e dell’educazione hanno ridotto il proprio peso e la propria rilevanza. Tuttavia, a partire dagli anni Ottanta del secolo scorso, una nuova generazione di organizzazioni nonprofit ha introdotto innovazioni nelle modalità di erogazione dei servizi in alcuni ambiti specifici. Basti pensare all’area sociale (con l’introduzione dei servizi per le tossicodipendenze, la malattia mentale, la disabilità), oppure all’area educativa (con i doposcuola pomeridiani o il sostegno di soggetti fragili), a quella culturale (in particolare nelle arti performative, ma anche nel settore museale) e della protezione e tutela dell’ambiente. Lo svolgimento di queste funzioni innovative (che individuano bisogni non soddisfatti dall’ente pubblico e sperimentano modalità innovative per rispondervi) ha indotto le stesse amministrazioni ad allargare la sfera della propria responsabilità, sostenendo il costo di nuovi servizi e affidando proprio alle organizzazioni nonprofit l’erogazione materiale degli stessi. Si è così creato un sistema di welfare misto che coinvolge una pluralità di attori con funzioni complementari.

Questo processo ha certamente portato alla crescita del numero delle organizzazioni nonprofit, così come delle loro dimensioni, anche grazie alle risorse pubbliche destinate all’erogazione dei servizi; allo stesso tempo però, il processo rischia di trasformare il settore nonprofit in un semplice erogatore, flessibile ed economico, di servizi disegnati e finanziati dalle amministrazioni pubbliche, riducendo la carica innovativa ed emancipatoria che lo caratterizzava al suo secondo esordio novecentesco. Conservare la forza innovativa garantendo la sostenibilità economica dei propri interventi resta una sfida per il futuro: la co-progettazione degli interventi con le amministrazioni pubbliche potrebbe essere parte della risposta. Allo stesso tempo, proprio la co-progettazione, sperimentata in alcuni contesti, potrebbe aprire nuovi problemi, legati – ad esempio – alla determinazione dei criteri di scelta dei soggetti con cui l’amministrazione pubblica decide di pianificare i servizi, nonché alla necessità di garantire sia trasparenza nei processi sia concorrenza tra le diverse soluzioni (e i diversi attori) coinvolti.

Una sfida connessa, che riguarderà certamente il settore nonprofit ma percorrerà l’intera filiera dei servizi di welfare, sarà legata alla capacità di individuare le soluzioni più efficaci nel rispondere ai bisogni delle persone. In Italia, contrariamente ai paesi anglosassoni in cui la tradizione empirista è più sviluppata, questa capacità pare mancare, tanto che la bontà di molte politiche di welfare viene spesso giudicata sulla base delle risorse erogate piuttosto che della loro efficacia. Mentre si sviluppa la “retorica dell’impatto” delle organizzazioni (che, a rigore, non è possibile stimare mancando completamente un possibile controfattuale) si trascura sistematicamente la stima degli effetti medi degli interventi sui beneficiari finali, che invece non sarebbe impossibile da ottenere, come mostrano le esperienze anglosassoni (What Works Clearinghouse, Education Endowment Foundation) e, ultimamente, anche francese (JPal).

Perché nascono le organizzazioni nonprofit? Verso una teoria unificata delle forme di impresa

Se quelle appena descritte sono le principali dimensioni degli enti nonprofit, le caratteristiche e le sfide legate alla loro attività, resta da spiegare quali siano le ragioni che spingono le persone a costituire questo tipo di organizzazioni, anziché società commerciali più tradizionali.

Secondo gli economisti di scuola neoclassica, in una economia caratterizzata da mercati concorrenziali perfetti le imprese potrebbero non esistere affatto poiché tutti gli scambi economici (di beni, lavoro e capitale) potrebbero realizzarsi direttamente tra individui sui mercati. Nella riflessione economica più recente (Hansmann, 1996), l’esistenza delle imprese viene spiegata facendo ricorso sia ad imperfezioni nei mercati (ad esempio la presenza di potere monopolistico o monopsonistico, oppure di asimmetrie informative) sia al costo (di transazione) legato all’utilizzo dei mercati stessi. In presenza di mercati imperfetti, gli individui potrebbe trovare conveniente creare un’impresa che agisca da struttura giuridica centrale (nexus of contracts) e stipuli contratti con tutti gli stakeholder che possono dare un contributo utile a produrre beni e servizi (i lavoratori, i fornitori, chi apporta capitali, i clienti, ecc.). Uno specifico stakeholder governerà l’impresa diventandone proprietario, acquisendo sia il diritto di effettuare le scelte non vincolate contrattualmente sia quello di percepire il “reddito residuo”, ciò che resta in cassa una volta saldati gli obblighi contrattuali. Poiché anche l’esercizio del governo di impresa comporta costi (che devono essere sostenuti dal proprietario), la teoria prevede che diverrà proprietario dell’impresa lo stakeholder che minimizza la somma dei costi di contratto e di governo per l’intera società; per questo, l’impresa viene interpretata come una risposta sociale efficiente ai fallimenti del mercato.

Nella pratica, la classe di stakeholder che più frequentemente governa le imprese è rappresentata da coloro che conferiscono capitale di rischio (li chiameremo i “capitalisti”), così che le imprese stesse assumono spesso la forma della società di capitali. Il governo dei capitalisti è spiegato dalle difficoltà che, in alternativa, le imprese sperimenterebbero nel reperire capitale sul mercato, unitamente ai bassi costi di governo per i proprietari, determinati dal fatto che essi perseguano un obiettivo semplice e comune: il rendimento del capitale investito, cioè il profitto.

Esistono però anche imprese che non sono governate dai capitalisti. Basti pensare, alle cooperative di lavoratori, il cui obiettivo è offrire occasioni di lavoro ai soci, oppure alle cooperative di consumatori, che mirano a favorire acquisti a prezzo calmierato da parte dei clienti, e ancora ai consorzi di produttori, il cui fine è massimizzare il prezzo a cui i beni dei soci sono acquistati dal consorzio stesso. In questi casi, il perseguimento dell’obiettivo principale dell’impresa (il benessere dei lavoratori, dei clienti o dei fornitori, rispettivamente) confligge con il raggiungimento del massimo profitto per l’impresa stessa. Pertanto, in queste circostanze, il governo dell’impresa non viene assegnato ai capitalisti (che diventano puri prestatori di capitali a debito), ma viene di volta in volta esercitato da altri stakeholder: i lavoratori, i clienti o i fornitori, rispettivamente. Il governo dell’impresa da parte di ciascuno di questi soggetti, in considerazione degli specifici fallimenti di mercato che si verificano, consente di minimizzare la somma dei costi del governo e dei costi di contratto per la società.

Questa “teoria unificata” della proprietà delle imprese (Hansmann, 1996), che si è sviluppata a partire dal contributo seminale di R. Coase (1937), dialoga con la dottrina sociale della Chiesa che rimarca come diverse tipologie di impresa contribuiscano a esprimere differenti capacità imprenditoriali (Caritas in veritate, 2009, 41). Analogamente, la teoria economica e la dottrina sociale della Chiesa (Caritas in veritate, 46) sottolineano come il profitto non rappresenti necessariamente l’unico obiettivo dell’impresa.

La “teoria unificata” della proprietà delle imprese contribuisce a spiegare anche l’esistenza di organizzazioni nonprofit. Esistono infatti circostanze in cui i consumatori, a causa delle caratteristiche del mercato, possono soffrire di grave asimmetria informativa nei confronti dell’impresa da cui potrebbero acquistare il bene desiderato. Si pensi, ad esempio, a quel particolare consumatore rappresentato da chi vuole donare a favore di una causa benefica, ma non è in grado di controllare l’uso che viene fatto del suo denaro; oppure al consumatore che acquista servizi a favore di una terza persona non in grado di valutare la qualità del servizio ricevuto, ad esempio il figlio di un anziano ricoverato in una casa di riposo. In queste circostanze, l’organizzazione che raccoglie le donazioni o eroga il servizio all’anziano avrebbe un forte incentivo a ridurre la qualità della prestazione, intascandosi i denari risparmiati.

Per sfuggire all’asimmetria informativa, il consumatore potrebbe scegliere di governare egli stesso l’impresa, ma l’operazione avrebbe un costo molto elevato per il singolo donatore o per il figlio di genitore anziano. Pertanto, la presenza di una classe di stakeholder che sperimenta sia elevati costi di contratto con l’impresa (a causa dell’asimmetria informativa) sia alti costi di governo dell’impresa può spiegare l’esistenza delle organizzazioni nonprofit. Poiché non possono distribuire profitti, queste organizzazioni riducono l’incentivo a sfruttare l’asimmetria di cui godono verso i consumatori e sono governate da manager che operano a favore degli stakeholder.

Altre teorie sulle origini del settore nonprofit

La presenza di asimmetrie informative non è l’unica spiegazione dell’esistenza di organizzazioni nonprofit. Altre teorie sottolineano come questi enti possano soddisfare la domanda di beni pubblici o collettivi dei consumatori sovra-mediani, non adeguatamente serviti dalla produzione delle amministrazioni pubbliche (Weisbrod, 1975). Altri ancora sottolineano come le organizzazioni nonprofit rappresentino un’implicita struttura di incentivi, attraendo i lavoratori motivati da obiettivi non strettamente economici, come il desiderio di contribuire al bene comune o di perseguire una causa sociale. Ciò potrebbe rappresentare un vantaggio per enti che offrono servizi con una forte componente di altruismo. Il ruolo delle motivazioni intrinseche dei cittadini nello spiegare i comportamenti altruistici (come le donazioni) è stato sottolineato da Titmuss (1970) in uno dei primi contributi che hanno originato la letteratura sul settore nonprofit.

Oltre agli economisti, anche sociologi e politologi hanno contribuito a spiegare l’esistenza delle organizzazioni nonprofit. In questo caso, gli autori sottolineano elementi quali il pluralismo istituzionale garantito dalle organizzazioni nonprofit (e dunque la loro funzione di “nutrimento” dei sistemi democratici) o il loro ruolo nella riproduzione del capitale sociale. Secondo il primo approccio, le nonprofit rappresentano sia veicoli per rappresentare gli interessi e la partecipazione dei cittadini verso le istituzioni politiche, sia un modo per dare spazio a interessi e valori non adeguatamente rappresentati entro la sfera delle istituzioni, o nel mondo delle imprese. Il secondo approccio sottolinea invece come le organizzazioni nonprofit possono rappresentare luoghi in cui le persone si uniscono per perseguire scopi comuni, realizzando così reti sociali relazionali che contribuiscono ad aumentare e promuovere il capitale sociale. Questo capitale sociale può costituire una risorsa cruciale per risolvere problemi collettivi, promuovere la cooperazione e migliorare la coesione sociale.

Il nonprofit nella dottrina sociale della Chiesa

La dottrina sociale della Chiesa si è a lungo occupata delle organizzazioni non lucrative, influenzando e venendo influenzata dalle riflessioni teoriche a cui abbiamo accennato.

In primo luogo, attraverso l’attività svolta da queste organizzazioni si realizza praticamente il principio di sussidiarietà che la dottrina, sia pure con accenti diversi, ha richiamato molte volte negli anni, dalla enciclica Quadragesimo anno del 1931 fino alla Fratelli tutti del 2020. Se negli anni Trenta del secolo scorso l’accento veniva posto in particolare sull’esigenza di evitare che le organizzazioni statuali conculcassero le sfere di azione e le libertà delle organizzazioni sociali, nel pensiero più recente si sottolinea come la stessa vitalità delle organizzazioni sociali possa contribuire ad integrare l’azione pubblica (cfr. Fratelli tutti, 175) e quanto il principio di sussidiarietà e quello di solidarietà siano inseparabili (cfr. Fratelli tutti, 187).

In secondo luogo, la dottrina ha sottolineato la rilevanza del pluralismo nei tipi di imprese, «ben oltre la sola distinzione tra “privato” e “pubblico”. [Ogni tipo di impresa] richiede ed esprime una capacità imprenditoriale specifica. Al fine di realizzare un’economia che nel prossimo futuro sappia porsi al servizio del bene comune nazionale e mondiale, è opportuno tenere conto di questo significato esteso di imprenditorialità» (Caritas in veritate, 41). È una visione che sottolinea come la presenza di forme istituzionali diverse (e in continua evoluzione, talvolta anche in assenza di precisi trattamenti normativi) possa favorire una più ampia inclusione sociale, consentendo ad ogni soggetto attivo entro una economia di mercato, di fornire il proprio contributo specifico alla creazione del benessere collettivo. In tal senso, come è stato sottolineato da Grillo (vedi voce Antitrust) in riferimento alla tutela della concorrenza, il mercato (che offra spazio a diverse forme di impresa) può rappresentare un meccanismo inclusivo e non solo il teatro di una lotta darwiniana tra diversi tipi di imprese.

In maniera del tutto coerente, il Compendio della Dottrina Sociale della Chiesa (2004), al n. 419, sottolinea come le organizzazioni del terzo settore rappresentino «le modalità più adeguate per sviluppare la dimensione sociale della persona, che in tali attività può trovare spazio per esprimersi compiutamente. La progressiva espansione delle iniziative sociali al di fuori della sfera statale crea nuovi spazi per la presenza attiva e per l’azione diretta dei cittadini, integrando le funzioni svolte dallo Stato [e] […] dando vita a modalità nuove e positive di esercizio dei diritti della persona che arricchiscono qualitativamente la vita democratica».

Inoltre, e in maniera connessa, la dottrina sociale ha fortemente sottolineato come il profitto possa rappresentare «uno strumento per raggiungere finalità di umanizzazione del mercato e della società» e come forme di impresa diverse da quelle lucrative, «senza nulla togliere all’importanza e all’utilità economica e sociale delle forme tradizionali di impresa, fanno evolvere il sistema verso una più chiara e compiuta assunzione dei doveri da parte dei soggetti economici. Non solo. È la stessa pluralità delle forme istituzionali di impresa a generare un mercato più civile e al tempo stesso più competitivo» (Caritas in veritate, 46).

Infine, diversi degli elementi sottolineati dalle teorie sociologiche, economiche e politologiche trovano riscontro nell’enciclica Fratelli tutti, in cui papa Francesco richiama alla solidarietà globale e alla fraternità umana. In questo documento, il Papa sottolinea l’importanza di lavorare insieme per affrontare le sfide globali, molte delle quali sono affrontate dalle organizzazioni nonprofit che spesso hanno tra le proprie finalità proprio la promozione della pace, della giustizia e della dignità umana.


Bibliografia
• Coase R. (1937), The nature of the firm, in «Economica», 4(16), 386-405.
• Hansmann H. (1996), The Ownership of Enterprise, Belknap Press of the Harvard University Press.
• Salamon L.M. e Anheier H.K. (1996), The emerging sector. An overview, Manchester University Press.
• Titmuss R. (1970), The gift relationship, The New Press.
• Weisbrod B.A (1975), Toward a Theory of the Voluntary Nonprofit Sector in a Three-Sector Economy, in Phelps E. (Ed.), Altruism, Morality and Economic Theory, Russell Sage, 171-195.


Autore
Gian Paolo Barbetta, Università Cattolica del Sacro Cuore (gianpaolo.barbetta@unicatt.it)