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Fascicolo 2024, 2 – Aprile-Giugno 2024
Prima pubblicazione online: Giugno 2024
ISSN 2784-8884
DOI 10.26350/dizdott_000156
Abstract:
ENGLISH
Questa voce presenta alcuni aspetti del rapporto tra dottrina sociale della Chiesa e democrazia, con particolare riferimento all’enciclica Fratelli tutti. La democrazia è necessaria per la tutela della dignità umana, ma ha bisogno di un’autentica partecipazione. Papa Francesco auspica il rafforzamento di processi partecipativi e di dialogo sociale che rendano la democrazia più popolare, inclusiva, orientata al bene comune. Per questo la Settimana Sociale intende essere un laboratorio di partecipazione e di democrazia aperto a tutti.
Parole chiave: Democrazia, Partecipazione, Popolo, Dialogo, Settimana Sociale
ERC:
ITALIANO
This entry presents some aspects of the relationship between social doctrine of the Church and democracy, with a particular focus on the encyclical Fratelli tutti. Democracy is necessary for protecting human dignity, but it needs authentic participation. Pope Francis hopes for the strengthening of participatory processes and social dialogue that will make democracy more popular, inclusive, and oriented towards the common good. In line with this teaching, the Social Week intends to be a laboratory of participation and democracy open to all.
Keywords: Democracy, Participation, People, Dialogue, Social Week
ERC:
La 50a Settimana Sociale dei cattolici in Italia si terrà a Trieste dal 3 al 7 luglio 2024 e avrà come tema “Al cuore della democrazia. Partecipare fra storia e futuro”. La cura della democrazia è una grande urgenza del nostro tempo. Viviamo un’epoca di «arretramento della democrazia» (vedi Democrazia: rischio di arretramento e opportunità di partecipazione). Ciò è evidente nei crescenti tassi di astensione registrati in Italia in occasione delle ultime tornate elettorali, particolarmente elevati nelle fasce sociali e nei territori più fragili, fra i giovani e fra le donne; ma anche in un certo “scetticismo” che si registra nei confronti delle istituzioni e delle procedure democratiche, nel rispetto delle prerogative dei diversi organi costituzionali, a partire dal Parlamento, nell’autonomia dell’informazione e degli organi indipendenti.
Si registra, inoltre, una certa difficoltà di adeguare linguaggi e stili di comunicazione alle esigenze di un mutuo riconoscimento nell’appartenenza ad una medesima comunità politica, necessariamente plurale, ma unita da una stessa identità e da uno stesso destino. Il dibattito pubblico appare sempre più diviso in opposte tifoserie, animato da personalismi, all’inseguimento di un consenso immediato che schiaccia l’orizzonte della politica e impedisce di cogliere e affrontare le interconnessioni fra problemi diversi che chiedono risposte strutturali e di lungo respiro. La comunicazione digitale e i social network, strumenti di per sé utili a democratizzare l’informazione, rischiano di amplificare percezioni, paure e pregiudizi, in una sorta di sala degli specchi che alimenta le bolle cognitive in cui siamo inseriti (cfr. Palano 2020), irrigidendo il dibattito pubblico e rendendo il conflitto irriducibile e talvolta violento, non solo sul piano verbale.
L’arretramento della democrazia non è un fenomeno solo italiano: esso colpisce tanti Paesi di antiche tradizioni liberal-democratiche, a partire dagli Stati Uniti, dall’Inghilterra e molti paesi europei. Esso si unisce agli attacchi frontali che i regimi autocratici e le cosiddette «democrazie illiberali» sferrano contro il concetto stesso di democrazia, presentandola come un regime ipocrita e inefficiente, che crea burocrazie e privilegi, che maschera il potere dei più ricchi e dei più forti sotto le mentite spoglie di un universalismo globalista, senza offrire al “popolo” alcun beneficio reale e allontanandolo da identità e valori tradizionali. Una narrativa che prende piede anche in Europa, alimentando il populismo all’interno e la conflittualità internazionale all’esterno, e rendendo più difficile la collaborazione fra Paesi, oggi necessaria per affrontare le grandi sfide globali del nostro tempo, dai cambiamenti climatici, alle guerre, alle pandemie, alle migrazioni.
Chiesa e democrazia
La crisi della democrazia preoccupa tanti cittadini e cittadine dentro e fuori il mondo cattolico ed è oggetto di un’estesa riflessione da parte del magistero. Un recente libro di Mons. Mario Toso affronta in modo sistematico il rapporto tra Chiesa e democrazia e mostra la crescente attenzione dei papi, soprattutto da Giovanni Paolo II a Francesco, per la salute, la qualità e la buona funzionalità della democrazia (Toso 2024) (per una trattazione sistematica si rinvia alla sezione VIII del Compendio della dottrina sociale della Chiesa ; si veda inoltre la "voce di particolare rilevanza" Democrazia).
La Chiesa «apprezza il sistema della democrazia, in quanto assicura la partecipazione dei cittadini alle scelte politiche e garantisce ai governati sia di eleggere e controllare i propri governanti, sia di sostituirli in modo pacifico, ove ciò risulti opportuno» (Centesimus annus, 1991, 46). Essa richiede la simultanea esistenza di uno Stato di diritto e di una retta concezione della persona, nel rispetto della sua libertà, per cui «la Chiesa rifiuta di sposare l’estremismo o il fondamentalismo che, nel nome di un’ideologia che sostiene di essere scientifica o religiosa, rivendica il diritto di imporre agli altri la sua idea di ciò che è giusto e buono» (Messaggio alla VI sessione plenaria della Pontificia Accademia di Scienze Sociali, 23 febbraio 2000, 3). Allo stesso tempo la Chiesa richiama l’esigenza che la democrazia sia fondata su un insieme di valori condivisi, rifiutando ogni deriva relativista o nihilista che pone tutte le opinioni sullo stesso piano ma impegnando la comunità politica ad una costante ricerca della verità, costruita attraverso il dialogo (cfr. Toso 2024, 107-110).
Nell’arco del suo pontificato Papa Francesco ha dedicato al tema della democrazia una costante attenzione. Già nel 2014, intervenendo dinanzi al Parlamento Europeo, Francesco ha sottolineato che la democrazia è condizione essenziale per garantire un ordinamento sociale che sia pienamente rispettoso della dignità della persona umana: «Quale dignità esiste quando manca la possibilità di esprimere liberamente il proprio pensiero o di professare senza costrizione la propria fede religiosa? Quale dignità è possibile senza una cornice giuridica chiara, che limiti il dominio della forza e faccia prevalere la legge sulla tirannia del potere? Quale dignità può mai avere un uomo o una donna fatto oggetto di ogni genere di discriminazione? Quale dignità potrà mai trovare una persona che non ha il cibo o il minimo essenziale per vivere e, peggio ancora, che non ha il lavoro che lo unge di dignità? Promuovere la dignità della persona significa riconoscere che essa possiede diritti inalienabili di cui non può essere privata ad arbitrio di alcuno e tanto meno a beneficio di interessi economici » (Discorso al Parlamento Europeo, 25 novembre 2014).
La democrazia è, dunque, necessaria per tutelare i diritti fondamentali e la libertà personale, senza negare ed anzi affermando i doveri di solidarietà sociale che rendono i cittadini parte viva di una comunità e di un popolo. Non basta, infatti, una affermazione puramente formale della libertà e della dignità della persona. Oltre al pieno godimento dei diritti civili e politici, la democrazia esige un’equa distribuzione dei beni, adeguate condizioni di vita, accesso al lavoro e ai beni essenziali, da realizzarsi con un uso responsabile delle risorse in vista del bene comune.
La partecipazione dei popoli alle scelte dei governi e l’attenzione di questi ultimi ai bisogni e alle attese dei loro popoli, è necessaria, come ci ricorda Papa Francesco in Fratelli tutti (2020)e in Laudate Deum (2023) a fondare un’autentica, leale e lungimirante cooperazione internazionale e ad affrontare i grandi temi del riscaldamento globale, delle migrazioni, del disarmo, delle povertà, dei rischi sanitari e ambientali.
Ecco che di fronte alle difficoltà degli ultimi anni, la democrazia ha bisogno di essere curata. Prendersi cura della qualità del nostro vivere democratico è un compito non solo dei politici e delle istituzioni, ma di tutti.
Al cuore della democrazia, la partecipazione
Così come la Settimana Sociale di Taranto è stata una grande occasione per riflettere, approfondire e mettere in pratica alcune indicazioni della Laudato si’ (2015), quella di Trieste trae ispirazione da Fratelli tutti. Al punto 169 Fratelli tutti offre una riflessione importante sul legame tra partecipazione e democrazia.
Senza partecipazione «la democrazia si atrofizza, diventa un nominalismo, una formalità, perde rappresentatività, va disincarnandosi perché lascia fuori il popolo nella sua lotta quotidiana per la dignità, nella costruzione del suo destino». E ancora: «Occorre pensare alla partecipazione sociale, politica ed economica in modalità tali «che includano i movimenti popolari e animino le strutture di governo locali, nazionali e internazionali con quel torrente di energia morale che nasce dal coinvolgimento degli esclusi nella costruzione del destino comune» (Fratelli tutti, 169).
Per curare la democrazia occorre, dunque, passare da una visione formale della democrazia, intesa come sistema di regole, procedure e tutele, ad una sostanziale e popolare, attenta ai bisogni e alle attese dei più deboli, tesa a realizzare il bene comune e a favorire la partecipazione di tutti i lavoratori, come indicato all’art. 3 della nostra Costituzione: una democrazia “ad alta intensità”, capace di appassionare i cittadini e intrecciarsi con la loro quotidianità; una democrazia coinvolgente, inclusiva, non elitaria; una democrazia autenticamente popolare, capace cioè di veicolare le istanze e i bisogni del popolo e comporle per costruire un progetto di bene comune.
Ecco che Papa Francesco invita a riscoprirsi popolo. Un invito che è frutto di una lunga riflessione sul concetto di popolo, come mette bene in luce il libro di Dante Monda, Papa Francesco e il popolo. La Fratelli tutti spiega con parole illuminanti non solo cosa sia un popolo, ma anche come questo si formi, si mantenga unito ed evolva nel tempo.
«Essere parte del popolo è far parte di un’identità comune fatta di legami sociali e culturali. E questa non è una cosa automatica, anzi: è un processo lento, difficile… verso un progetto comune» (Fratelli tutti, 158). «Un popolo vivo, dinamico e con un futuro è quello che rimane costantemente aperto a nuove sintesi assumendo in sé ciò che è diverso» (Fratelli tutti, 160).
Prendendo le distanze dalle opposte narrative populiste o tecnocratiche, Papa Francesco ricorda che il popolo non è una massa indistinta di individui (cfr. Fratelli tutti, 157), e non è neppure una identità chiusa in se stessa e data per sempre; il popolo è fatto di persone in relazione tra di loro, che abitano uno stesso territorio, condividono una storia e insieme costruiscono il loro destino. Il popolo cresce, dunque, nei quartieri, nei sobborghi, nei luoghi della nostra quotidianità, grazie alla convivenza di persone di età, culture, estrazioni sociali, lingue diverse, che tuttavia condividono un’esperienza di vita, fatta di problemi, preoccupazioni, risorse, bellezze o dolori comuni. Da questa esperienza fondamentale crescono, attraverso incontri e sintesi successive nuove e più grandi appartenenze. Un popolo che dovrebbe includere tutti e che, almeno in principio, crea una società coesa, aperta e plurale, secondo un’immagine che è quella del poliedro. «Il poliedro rappresenta una società in cui le differenze convivono integrandosi, arricchendosi e illuminandosi a vicenda, benché ciò comporti discussioni e diffidenze. Da tutti, infatti, si può imparare qualcosa, nessuno è inutile, nessuno è superfluo. Ciò implica includere le periferie. Chi vive in esse ha un altro punto di vista, vede aspetti della realtà che non si riconoscono dai centri di potere dove si prendono le decisioni più determinanti» (Fratelli tutti, 215).
Tutti possono essere parte del popolo, a meno che non se ne tirino fuori, che si rendano indifferenti al destino di tutti: chi crea un recinto intorno a sé, estraniandosi dal popolo e guardandolo dall’alto in basso, oppure chi cerca di sfruttare il lavoro del popolo e accaparrarsi le risorse comuni, o di strumentalizzare manipolandoli i bisogni, la voglia di riscatto, la capacità di sognare di tanti per le proprie mire di potere, questo, dice Francesco, tradisce il popolo (cfr. Fratelli tutti, 52 e 99).
Papa Francesco ci ricorda anche che il popolo cresce e matura nella misura in cui è animato da una tensione e da un desiderio di bene. «Il desiderio e la ricerca del bene degli altri e di tutta l’umanità implicano anche di adoperarsi per una maturazione delle persone e delle società nei diversi valori morali che conducono ad uno sviluppo umano integrale. Nel Nuovo Testamento si menziona un frutto dello Spirito Santo (cfr. Gal 5,22) definito con il termine greco agathosyne. Indica l’attaccamento al bene, la ricerca del bene. Più ancora, è procurare ciò che vale di più, il meglio per gli altri: la loro maturazione, la loro crescita in una vita sana, l’esercizio dei valori e non solo il benessere materiale» (Fratelli tutti, 112).
È chiaro che il popolo in se stesso vive, diventa popolo, solo se ricerca il bene comune e se pratica quella «solidarietà tanto speciale che esiste fra quanti soffrono, tra i poveri, e che la nostra civiltà sembra aver dimenticato, o quantomeno ha molta voglia di dimenticare»; la solidarietà è data dal «pensare e agire in termini di comunità, di priorità della vita di tutti sull’appropriazione dei beni da parte di alcuni. È anche lottare contro le cause strutturali della povertà, la disuguaglianza, la mancanza di lavoro, della terra e della casa, la negazione dei diritti sociali e lavorativi. È far fronte agli effetti distruttori dell’Impero del denaro […]. La solidarietà, intesa nel suo senso più profondo, è un modo di fare la storia, ed è questo che fanno i movimenti popolari» (Fratelli tutti, 116).
L’arte dell’incontro e dell’amicizia sociale
Ma come si possono superare l’individualismo e il particolarismo, l’arroccamento sul proprio interesse e sul proprio punto di vista, la sfiducia, che spesso impedisce di essere e agire insieme agli altri per un bene superiore?
Si tratta di un problema oggi molto sentito, che mina la coesione sociale e fiacca la capacità di organizzazioni, associazioni, istituzioni di lavorare per il bene comune. Non esistono ricette già pronte e applicabili in tutte le situazioni. Papa Francesco invita, piuttosto, a mettersi in cammino per coltivare l’arte dell’incontro, aprire spazi di dialogo, alimentare l’amicizia sociale e costruire insieme, con pazienza, il bene comune.
Sul piano personale, Fratelli tutti invita a vivere l’esperienza del buon samaritano: farsi prossimo e decentrarsi dalle proprie urgenze, per prendersi cura dell’altro. Facendo questa esperienza, che è alla portata di ciascuno, è possibile scoprirsi vicini e accomunati da uno stesso destino, capaci di soffrire e di gioire gli uni con gli altri, fratelli tutti, legati da una stessa appartenenza. La solidarietà sperimentata crea e ricrea continuamente il legame sociale, lo rende concreto ed efficace. La carità individuale porta i suoi frutti anche nella “carità politica”, attivando l’intelligenza, la creatività e il senso di comunità, insieme con la compassione, la generosità e la responsabilità personale:
«Nei dinamismi della storia, pur nella diversità delle etnie, delle società e delle culture, vediamo seminata […] la vocazione a formare una comunità composta da fratelli che si accolgono reciprocamente, prendendosi cura gli uni degli altri» (Fratelli tutti, 96).
«Il servizio guarda sempre il volto del fratello, tocca la sua carne, sente la sua prossimità fino in alcuni casi a “soffrirla”, e cerca la promozione del fratello. Per tale ragione il servizio non è mai ideologico, dal momento che non serve idee, ma persone» (Fratelli tutti, 115).
Passaggio altrettanto importante a cui ci invita Papa Francesco è quello di coltivare l’arte dell’incontro (cfr. Fratelli tutti, 215), riscoprendo il dialogo e l’amicizia sociale (per un approfondimento si rinvia a Grandi, 2024).
«L’autentico dialogo sociale presuppone la capacità di rispettare il punto di vista dell’altro, accettando la possibilità che contenga delle convinzioni o degli interessi legittimi. A partire dalla sua identità, l’altro ha qualcosa da dare ed è auspicabile che approfondisca ed esponga la sua posizione perché il dibattito pubblico sia ancora più completo». […] Infatti, «in un vero spirito di dialogo si alimenta la capacità di comprendere il significato di ciò che l’altro dice e fa, pur non potendo assumerlo come una propria convinzione. Così diventa possibile essere sinceri, non dissimulare ciò in cui crediamo, senza smettere di dialogare, di cercare punti di contatto, e soprattutto di lavorare e impegnarsi insieme» (Fratelli tutti, 203).
È solo il dialogo autentico e rispettoso dell’identità dell’altro che può portare frutti di pace e di amicizia sociale che rafforzano la democrazia e la partecipazione:
«La pace sociale è laboriosa, artigianale. Sarebbe più facile contenere le libertà e le differenze con un po’ di astuzia e di risorse. Ma questa pace sarebbe superficiale e fragile, non il frutto di una cultura dell’incontro che la sostenga. Integrare le realtà diverse è molto più difficile e lento, eppure è la garanzia di una pace reale e solida. […] Quello che conta è avviare processi di incontro, processi che possano costruire un popolo capace di raccogliere le differenze. Armiamo i nostri figli con le armi del dialogo! Insegniamo loro la buona battaglia dell’incontro!»(Fratelli tutti, 217).
Ricercare la pace e l’amicizia sociale non significa, d’altra parte, negare le realtà e anche, talvolta, la necessità del conflitto (cfr. Fratelli tutti, 240-245), ma piuttosto mantenere il senso della dignità dell’altro, lottando contro le ingiustizie senza per questo fomentare l’odio e il risentimento.
Papa Francesco è anche molto esplicito nel distinguere l’autentico dialogo sociale dalle “mere trattative” fra interessi particolari o settoriali: «La mancanza di dialogo comporta che nessuno, nei singoli settori, si preoccupa del bene comune, bensì di ottenere i vantaggi che il potere procura, o, nel migliore dei casi, di imporre il proprio modo di pensare. Così i colloqui si ridurranno a mere trattative affinché ciascuno possa accaparrarsi tutto il potere e i maggiori vantaggi possibili, senza una ricerca congiunta che generi bene comune. Gli eroi del futuro saranno coloro che sapranno spezzare questa logica malsana e decideranno di sostenere con rispetto una parola carica di verità, al di là degli interessi personali. Dio voglia che questi eroi stiano silenziosamente venendo alla luce nel cuore della nostra società» (Fratelli tutti, 202).
La settimana sociale di Trieste
Alla luce di queste riflessioni, possiamo comprendere meglio la forma assunta da questa edizione della Settimana Sociale dei cattolici in Italia: non un convegno, ma un esercizio concreto di partecipazione, per aiutare a riscoprirci popolo e a ritrovare il gusto della democrazia.
La Settimana Sociale è pensata per tutti: non solo per gli italiani, ma per quanti vivono e lavorano in Italia. Una tappa di un percorso, aperto a tutti coloro desiderano condividere un impegno per il bene comune. Esso parte dai territori attivando le tante formazioni sociali di cui è ricco il nostro Paese: le diocesi, le associazioni, il terzo settore, i movimenti, le università, le imprese, il vasto mondo dell’economia civile, ecc. Nei territori esso anche vuole ritornare, portando frutti di collaborazione e di partecipazione.
La Settimana Sociale si propone come uno spazio aperto di confronto fra esperienze e di ricerca condivisa. Nelle strade di Trieste le “Piazze della democrazia” ospiteranno momenti di riflessione, incontri, spettacoli, eventi teatrali e concerti aperti al pubblico; i “Villaggi delle buone pratiche” ospiteranno gli stand e le tavole rotonde proposte da gruppi, associazioni, imprese, cooperative, università, movimenti. Fra le buone pratiche ci saranno grandi organizzazioni cattoliche e non, con una storia consolidata di servizio sociale, culturale ed educativo, ma anche realtà nuove, più piccole, che animano un territorio introducendo germi di innovazione e di partecipazione sociale. Nei Villaggi, le buone pratiche si presenteranno ai partecipanti e dialogheranno tra di loro cercando strade comuni per essere una presenza più viva nel Paese.
Nei “Laboratori della partecipazione”, esperti e delegati attivi nei diversi ambiti di impegno e provenienti da realtà e territori diversi, confronteranno le loro esperienze, cercando forme di collaborazione e proposte da presentare nel dibattito pubblico e nel dialogo con le istituzioni locali e nazionali. I laboratori si svolgeranno secondo un metodo preciso, che trae ispirazione dal cammino sinodale, teso a facilitare il raggiungimento di sintesi e proposte condivise, senza per questo annullare la ricchezza della diversità e dell’apporto di ciascuno.
La 50a Settimana Sociale si pone, quindi, come un luogo di incontro, laboratorio e acceleratore di partecipazione. Essa vuole avere il gusto e gli ingredienti di una esperienza di popolo, aperta a tutti. Una Settimana Sociale che, speriamo, consentirà di far emergere nuovi orizzonti e modalità più efficaci di presenza, di prossimità e di costruzione del bene comune, per scoprirci ed essere sempre di più fratelli tutti.
Bibliografia
• Grandi G. (2024), Democrazia e amicizia sociale. Superare la crisi della partecipazione, AVE, Roma.
• Monda D. (2022), Papa Francesco e il popolo. Una sfida per la Chiesa e la democrazia, Morcelliana, Brescia.
• Palano D. (2020), Bubble Democracy. La fine del pubblico e la nuova polarizzazione, Morcelliana, Brescia.
• Toso M. (2024), Chiesa e democrazia, Società Cooperativa Sociale Frate Jacopa, Roma.
Autore
Sebastiano Nerozzi, Università Cattolica del Sacro Cuore (sebastiano.nerozzi@unicatt.it)