×

Desideri ricevere notizie dal Centro di Ateneo per la dottrina sociale della Chiesa dell’Università Cattolica del Sacro Cuore?

Iscriviti alla Newsletter

Dizionario di dottrina
sociale della Chiesa

LE COSE NUOVE DEL XXI SECOLO

Fascicolo 2021, 2 – Aprile-Giugno 2021

Prima pubblicazione online: Giugno 2021

ISSN 2784-8884

DOI 10.26350/dizdott_000034

Welfare aziendale Company-based welfare

di Luca Pesenti

Abstract:

ENGLISH

Il tema dell’umanizzazione delle relazioni del lavoro si collega strettamente con i principi di equità, solidarietà e sussidiarietà. L’azienda è il luogo in cui si può costruire un nuovo patto, dentro il quale capitale e lavoro non sono più ostili, ma collaborano alla costruzione del bene comune. In questo senso, la responsabilità sociale dell’impresa sempre più associa alla tradizionale dimensione “esterna” (come cura dell’ambiente e della comunità) un’attenzione più “interna”, rivolta ai propri dipendenti, con adeguati interventi a sostegno delle esigenze sociali che essi manifestano. Soprattutto in Italia questa dinamica ha assunto nuova linfa negli ultimi anni, pur essendo radicata in una lunga storia.

Parole chiave: Welfare occupazionale, Benefit aziendali, Sussidiarietà, Attività economica, Sostenibilità
ERC: SH2

ITALIANO

The reflection on occupational welfare (and on employee benefits in specific) signals the spread of a new sensitivity, oriented to the “shared value paradigm”. These are experiences that in the light of the magisterium show a way to orient economic action according to the principles of subsidiarity, sustainability, solidarity and equality. At the same time contributing to the economic and social well-being of the community.

Keywords: Occupational welfare, Employee benefit, Subsidiarity, Economic action, Sustainability
ERC: SH2

Condividi su Facebook Condividi su Linkedin Condividi su Twitter Condividi su Academia.edu Condividi su ResearchGate

L’espressione welfare aziendale ha trovato un’ampia diffusione nel discorso pubblico soltanto in anni relativamente recenti, per indicare l’insieme di misure “sociali” (beni, servizi e prestazioni) che un’azienda può mettere a disposizione dei suoi dipendenti in via unilaterale (per libera decisione dell’impresa) e/o in via bilaterale (tramite accordo con i lavoratori o le OO.SS.), perseguendo predefiniti obiettivi in termini di ritorno di valore. Si tratta dunque di una delle componenti del più ampio concetto di welfare occupazionale, che nella letteratura internazionale indica l’insieme dei beni e servizi con finalità sociali messi a disposizione dei lavoratori in ragione della loro condizione occupazionale. Nel novero possono essere riconosciuti benefit tradizionalmente erogati da molte imprese (come quelli rivolti ai temi educativi, così come alla cura o alla gestione del tempo libero dei più piccoli), ma con sempre maggior rilevanza si ritrovano forme assicurative e/o rimborsuali in ambito sociale e sanitario, strumenti di sostegno al reddito, fino al settore (assai diffuso) dei beni e servizi per il tempo libero.

Un contributo al nuovo welfare sussidiario

Il tema è usualmente analizzato in modo specifico nell’ambito della riflessione sulle nuove relazioni industriali, ma si presta ad essere considerato (pur con le dovute cautele) in modo più ampio come una delle modalità potenzialmente più innovative per raggiungere gli obbiettivi di protezione, solidarietà sociale, equità, giustizia e (sopra ogni altro) dignità della persona più volte richiamati dalla dottrina sociale. Ciò appare tanto più rilevante quanto più ci si sottrae alla tentazione di pensare al tema del welfare come ad un ambito di esclusivo dominio dello Stato e delle sue articolazioni territoriali. In questo senso, anche le molteplici forme del welfare occupazionale (le tutele presenti all’interno dei contratti nazionali del lavoro, le forme neo-mutualistiche sviluppate dagli Enti bilaterali, e solo in ultimo i molteplici beni e servizi ascrivibili in senso stretto al welfare reso disponibile nell’ambito delle aziende) possono essere fatte ricadere all’interno della più ampia riflessione (così caratterizzante la dottrina sociale) sul principio di sussidiarietà e al suo ruolo chiave per la riformulazione ri-socializzante e pluralista dei sistemi di welfare contemporanei.

Brevi cenni storici

Pur nella sua novità semantica, il tema richiama esperienze più antiche che in Italia presentano elementi di indubbio interesse nell’ambito della storia economica. Immediatamente dopo la II Guerra Mondiale molte imprese italiane – anche sulla scorta di esperienze maturate in precedenza – tornarono a occuparsi del benessere dei lavoratori, dopo la lunga fase di statalizzazione delle iniziative a favore del mondo operaio avvenuta durante il fascismo. Non fu soltanto l’epoca del nome certamente più noto, quello di Adriano Olivetti, che proprio nel secondo dopoguerra diede vita all’esperienza utopistica della fabbrica come “comunità”. L’azienda di Ivrea fu probabilmente il punto più alto di una dinamica, che accompagnerà la ricostruzione del Paese nel corso dell’intero “Trentennio glorioso” (1945-1975), in cui si sommarono le premesse per l’edificazione di un moderno sistema di welfare State. Furono anche gli anni dello sviluppo delle cosiddette company town, come quella della Dalmine, e della spinta delle grandi imprese a mantenere attive strutture dedicate alle famiglie dei lavoratori (le “colonie climatiche”) e a costruire villaggi per i propri dipendenti. Un elenco piuttosto ampio di casi che, soprattutto nelle regioni del Nord, fecero di molte grandi imprese un punto di riferimento per le famiglie alle prese con le difficoltà legate alla ricostruzione.

La recente riscoperta

La recente riscoperta del tema dell’occupational welfare, originariamente presente nella riflessione del sociologo inglese Richard Titmuss (pioniere degli studi sui sistemi di welfare), si inserisce nel lungo dibattito sulle relazioni tra economia e società e in particolare del ruolo sociale ricoperto dall’impresa capitalista. Quale sia il movente dell’agire economico e lo scopo ultimo dell’impresa è domanda che si è posta con sempre maggiore forza proprio nel momento in cui la progressiva rimozione dei vincoli imposti storicamente dagli Stati al mercato ha portato a una liberazione delle forze imprenditoriali su scenari globali. Molti osservatori in questi anni si sono spinti a ipotizzare l’esistenza di una tendenza culturale innovativa delle imprese, che in maniera crescente si orientano verso l’assunzione di una prospettiva di corporate citizenship, già anticipata dalle riflessioni internazionali sullo scopo del fare impresa, dapprima nell’ambito della cosiddetta stakeholder theory (E. Freeman), in seguito all’interno del più recente dibattito sulla creazione di valore condiviso (shared value) lanciato dagli economisti Michael Porter e Mark Kramer. Si tratta insomma di un tentativo di uscire dallo schema utilitarista neoclassico della massimizzazione del profitto, per aprirsi a una riflessione più ampia sugli elementi che partecipano alla catena di creazione del valore in azienda.

Oltre la responsabilità sociale d’impresa

Nella prassi di questi decenni il dettato etico della corporate social responsability (CSR), pur contenuto in quella proposta, non sembra aver trovato sufficiente diffusione nell’ambito della cultura manageriale, dove continua a prevalere una prospettiva della CSR che in qualche modo si presenta solamente ‘a valle’ della definizione delle strategie aziendali tese alla creazione di profitto, più legata alle strategie di marketing che a un’effettiva riformulazione culturale orientata alla sostenibilità dell’impresa non soltanto in termini ambientali, ma anche (e più specificamente) economici e sociali. La teoria del “valore condiviso” di Porter e Kramer pone in modo più radicale il problema della necessità, da parte delle imprese, di ripensare la propria identità e configurazione organizzativa per essere capaci di produrre non soltanto valore economico, ma anche valore sociale, in ragione del fatto che il benessere della comunità rappresenta un’esigenza dell’impresa stessa. La contemporaneità di questi due valori di produzione, che occorre per l’appunto pensare come valori condivisi, diventa attraverso questi autori un salto di qualità nella riflessione sul tema della responsabilità sociale dell’impresa. La teoria del valore condiviso, insomma, suggerisce alle aziende di sviluppare strategie di convergenza tra gli interessi – altrimenti contrapposti – degli azionisti e degli stakeholder, ovvero di creare valore economico secondo modelli di sviluppo capaci di rispondere al tempo stesso alle necessità dell’impresa e ai bisogni sociali (dei propri dipendenti e della società nel suo complesso). L’azienda “buona”, dentro queste prospettive, appare non soltanto attenta ai “beni comuni” esterni (ambiente, territorio, comunità), ma innanzitutto orientata alla valorizzazione delle risorse umane e dei loro bisogni fondamentali. Il ripensamento dell’impresa capitalistica si presta in questo modo a essere proposta come fondamentale apporto a quella “ecologia integrale” più volte richiamata da papa Francesco.

Motore di innovazione sociale

Proprio all’interno di questa riflessione in pochi anni si è assistito alla crescita, per certi versi impetuosa, del welfare aziendale, presentatosi come uno dei più promettenti motori di innovazione sociale. Una crescita agevolata non soltanto da culture aziendali maggiormente attente alle dinamiche del “capitale umano”, ma anche da altri concomitanti fattori che qui è possibile solo accennare: la riforma della normativa, che ha reso particolarmente vantaggioso sul piano fiscale l’utilizzo di questo strumento; l’aumento di domanda da parte dei lavoratori, a causa della crescente scopertura del welfare pubblico; l’accentuazione del tema della contrattazione aziendale nell’ambito delle relazioni industriali (e dunque un atteggiamento di maggior disponibilità soprattutto da parte sindacale). Una pluralità di fattori che – è bene aggiungere – non sempre hanno trovato la capacità di orientare in modo adeguato lo sviluppo degli strumenti del welfare aziendale, spesso piegati a logiche opportunistiche. Così come occorre ricordare l’inevitabile tendenza di questi strumenti a essere diffusi in modo disomogeneo, rafforzando storiche diseguaglianze tra lavoratori, essendosi infatti sviluppati soprattutto nelle medio-grandi imprese del Nord e nei settori storicamente dotati di più robuste tutele.

In dialogo con il Magistero

Questi elementi, molto sommariamente riassunti, hanno sviluppato dunque nel corso dell’ultimo decennio una visione delle relazioni tra economia e società, e in particolare una rilettura del ruolo dell’impresa e delle sue relazioni con i “propri” lavoratori, che con ogni evidenzia può utilmente entrare in dialogo con la sensibilità espressa dalla dottrina sociale della Chiesa, impegnata fin dal tempo della Quadragesimo anno (1931) a trasformare l’impresa da “problema” a oggetto di una composita riflessione magisteriale, nell’alveo della più ampia discussione sui rapporti tra capitale e lavoro. Un lungo cammino di affinamento di una concezione cristiana dell’impresa capitalistica, giunto all’articolazione più compiuta con il magistero di Benedetto XVI. Al punto 40 dell’enciclica Caritas in veritate (2009) si introduce così in modo esplicito il grande tema della responsabilità sociale dell’impresa: “Uno dei rischi maggiori è senz’altro che l’impresa risponda quasi esclusivamente a chi in essa investe e finisca così per ridurre la sua valenza sociale. […] È però anche vero che si sta dilatando la consapevolezza circa la necessità di una più ampia ‘responsabilità sociale’ dell’impresa. Anche se le impostazioni etiche che guidano oggi il dibattito sulla responsabilità sociale dell’impresa non sono tutte accettabili secondo la prospettiva della dottrina sociale della Chiesa, è un fatto che si va sempre più diffondendo il convincimento in base al quale la gestione dell’impresa non può tenere conto degli interessi dei soli proprietari della stessa, ma deve anche farsi carico di tutte le altre categorie di soggetti che contribuiscono alla vita dell’impresa: i lavoratori, i clienti, i fornitori dei vari fattori di produzione, la comunità di riferimento”. Se da un lato echeggia qui, in implicito, proprio il tema del “valore condiviso” discusso in precedenza, in modo più ampio è possibile cogliere – nella lunga scia delle encicliche sociali – il tema dello sviluppo integrale, che giunge a evidenziare in modo più preciso il ruolo positivo che l’azienda (e l’imprenditore) “responsabile” possono assumere su una pluralità di versanti. Un integrale sviluppo della persona umana che anche nell’ambito lavorativo, come ci ha ricordato san Giovanni Paolo II, “non contraddice, ma piuttosto favorisce la maggiore produttività ed efficacia del lavoro stesso” (Centesimus annus, 43).

Prospettive

A questo cammino fa evidentemente riferimento anche Papa Francesco, che in una lunga intervista apparsa sul “Sole 24 Ore” citò anche (e per la prima volta in modo così esplicito) il welfare aziendale come uno degli “elementi importanti che tengono viva la dimensione comunitaria di un’azienda” al fine di “perseguire uno sviluppo integrale” (Intervista a Papa Francesco: “I soldi non si fanno con i soldi ma con il lavoro”, “Il Sole 24 Ore”, 7 settembre 2018). Un richiamo diretto forse sorprendente, che può utilmente aprire la strada a una riflessione più specifica circa la possibilità che alcuni diritti sociali (come quelli legati alla salute, alla cura, all’assistenza, ma anche i nuovi “rischi” legati alla conciliazione cura-lavoro, alle non autosufficienze, alle transizioni tra istruzione e lavoro, alla casa) possano trovare anche all’interno dell’impresa, e nel solco del principio di sussidiarietà, una sponda utile per creare nuove culture aziendali finalizzate allo sviluppo integrale della persona. In questo modo, per altro, l’azienda aumenterebbe la propria capacità di porsi come soggettività non estemporanea nell’ambito di un welfare responsabile realizzabile a livello territoriale attraverso sempre più strutturate partnership tra soggetti pubblici, grandi imprese, piccole e medie imprese e soggetti del terzo settore, che possono giungere fino alla definizione di modalità ibride, mutualistiche e co-operative capaci di rimettere in discussione le antiche distinzioni tra pubblico e privato nell’ottica di un bene comune costruito dalla comunità nel suo complesso.


Bibliografia
Cesareo V. (ed.) (2017), Welfare responsabile, Vita e Pensiero.
Pesenti L. (2019), Il welfare in azienda, Vita e Pensiero.
Porter M., Kramer M. (2011), Creating shared value, in “Harvard Business Review”, January-February: 3-17.
Titmuss R. (1958), Essays on the Welfare State, George Allen and Unwin LTD.
Treu T. (ed.) (2020), Welfare aziendale, IPSOA.


Autore
Luca Pesenti, Università Cattolica del Sacro Cuore (luca.pesenti@unicatt.it)