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Dizionario di dottrina
sociale della Chiesa

LE COSE NUOVE DEL XXI SECOLO

Fascicolo 2021, 1 – Gennaio-Marzo 2021

Prima pubblicazione online: Febbraio 2021

ISSN 2784-8884

DOI 10.26350/dizdott_000021

Psicologia e robotica sociale: la Human-Robot Interaction Psychology and social robotics: human-robot interaction

di Antonella Marchetti, Davide Massaro

Abstract:

ENGLISH

Il crescente impiego di robot sociali nei contesti di vita quotidiana pone urgenti interrogativi sui ruoli e sulle funzioni che tali agenti robotici dovranno assumere e svolgere, nonché sulla natura della interazione che gli esseri umani dovranno avere con essi. Questa voce bibliografica descrive lo stato dell’arte della ricerca e ne valuta le prospettive alla luce di un approccio antropologico cristiano.

Parole chiave: Psicologia dello sviluppo, Robotica sociale, Human-Robot Interaction, Human-Centered Robotics
ERC: SH4

ITALIANO

The growing use of social robots in everyday life contexts raises urgent questions about the roles and functions that such robotic agents will have to assume and perform, as well as the nature of the interaction that human beings will have with them. This bibliographic entry describes the state of the art of research and evaluates its prospects in the light of a Christian anthropological approach.

Keywords: Developmental psychology, Social robotics, Human-robot Interaction, Human-Centered Robotics
ERC: SH4

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La robotica sociale

L’ambito della robotica sociale o Human-Robot Interaction (HRI) pertiene alla progettazione e all’utilizzo di agenti robotici per finalità sociali. In questo senso gli agenti robotici, che in molte circostanze – sebbene non sempre – assumono caratteristiche antropomorfe, sono detti robot sociali. I “robot sociali” vengono definiti come entità progettate e costruite affinché siano in grado di intrattenersi socialmente con gli esseri umani. La principale finalità di ricerca di suddetto ambito di studi è di stabilire quali siano le caratteristiche fisiche e comportamentali che, una volta attribuite al robot, possano favorire e supportare la sua interazione con gli esseri umani in termini di accettazione da parte di questi ultimi e spontaneità, efficacia e intuitività sul versante del partner robotico. Si studia cioè come rendere i robot dei partner sociali capaci di intrattenere con l’uomo uno scambio a medio-lungo termine che sia saliente ed efficace dal punto di vista relazionale.

La crescente presenza di robot sociali, spesso antropomorfi, nella vita quotidiana in contesti educativi, produttivi, clinici e assistenziali solleva diverse nuove questioni: filosofiche, etiche, politiche, economiche, giuridiche e assicurative. Ciò comporta la promozione di linee di ricerca che implicano necessariamente l’intersezione tra psicologia, scienze cognitive, scienze sociali, intelligenza artificiale, informatica, robotica, ingegneria. In questo senso ritornano attuali le tre leggi della robotica formulate nel “lontano” 1942 da Asimov che, attraverso una intuizione visionaria, già allora poneva la questione “etico-morale” della robotica e sollecitava una riflessione sulla opportunità di regolamentare la natura e le finalità della interazione tra uomini e robot.

I progressi che eventualmente consentiranno di disporre di partner robotici sociali altamente efficienti nel senso sopra delineato potrebbero essere contro-intuitivi. L’interazione/integrazione tra le caratteristiche umane – per loro stessa natura imperfette - e la funzionalità logica e razionale che contraddistingue la rappresentazione sociale dei robot costituisce una sfida importante. Alcune evidenze empiriche, infatti, mostrano già come gli uomini siano maggiormente propensi ad antropomorfizzare i robot quando questi mostrano, attraverso i loro comportamenti, un qualche grado di imprevedibilità e di incertezza (Waytz et al., 2010).

Human-robot interaction (HRI) e psicologia

La psicologia, che studia la mente umana e ne esplora le interconnessioni con il comportamento, assume un ruolo cruciale nel processo di individuazione e di supporto alla ingegnerizzazione delle caratteristiche più pertinenti, da un punto di vista relazionale, che dovrebbero caratterizzare un robot sociale. L’obiettivo di ricerca di quell’ambito della psicologia che si occupa di robotica sociale o HRI è stabilire le caratteristiche e le modalità di funzionamento della mente umana, che potrebbero essere riproposte all’interno della mente artificiale di un robot affinché quest’ultimo appaia come un partner sociale credibile a tutti gli effetti (Manzi et al., 2020).

Nell’alveo della collaborazione tra psicologia e HRI, sono al momento due i filoni di indagine più promettenti: la Developmental Cybernetics e la Developmental Robotics. La Developmental Cybernetics (Itakura, 2008) si occupa delle conoscenze e delle competenze psicologiche che i robot sociali dovrebbero possedere e manifestare. L’orientamento di questo approccio è di tipo simulativo: il robot sociale, per poter essere ritenuto un partner socialmente verosimile, deve essere in grado di riproporre in termini imitativi i principali pattern di matrice socio-relazionale che generalmente caratterizzano le interazioni umane di successo. La Developmental Robotics mette a tema la possibilità che i robot siano in grado di acquisire e sviluppare autonomamente capacità sensomotorie e mentali di complessità crescente, a partire da principi evolutivi umani (Cangelosi & Schlesinger, 2015). Soprattutto questo secondo approccio sembra voler esplorare la possibilità di quella “strong Artificial Intelligence” che Searle ritiene impossibile da realizzare perché gli stati mentali consci sarebbero intrinsecamente biologici. Infatti, in relazione alla ricerca sulla “intelligenza artificiale” Searle sostiene che essa non possa essere considerata che una “intelligence without reason”, a differenza dell’intelligenza umana che sarebbe invece una “intelligence with reason”. Le evidenze empiriche della Developmental Robotics sono indubbiamente molto circoscritte e faticano quindi a colmare la distanza descritta da Searle. D'altro canto l’efficacia di queste stesse evidenze nel riproporre, attraverso l’agente robotico, semplici, ma significativi snodi dello sviluppo psicologico umano ci mostra tutta l’urgenza di una riflessione che continui a mettere a tema la distinzione tra l’intelligenza umana (intelligence with reason) da quella artificiale (intelligence without reason). La Developmental Cybernetics e la Developmental Robotics trovano grande ispirazione soprattutto nella psicologia dello sviluppo, sebbene con alcune differenze significative nei modi in cui tali risultati vengono utilizzati da ciascuno di questi approcci. La Developmental Cybernetics prende in considerazione soprattutto quelle evidenze che illustrano quali siano le abilità psicologiche che sostengono le interazioni sociali tra persone e a tali abilità si ispira nella progettazione dei robot sociali. La Developmental Robotics mutua invece dalla psicologia dello sviluppo le conoscenze relative alle modalità di sviluppo e apprendimento delle abilità umane cumulative e progressivamente crescenti, principalmente basate su autoesplorazione e interazione sociale; essa, quindi, si propone di riprodurre tali modalità nei robot, affinché questi ultimi possano, in ultima istanza, apprendere autonomamente conoscenze e competenze che li rendano partner sociali simil-umani. Questi due approcci potrebbero essere opportunamente intesi come complementari alla luce di quel criterio organizzativo della ricerca robotica proposto da Dumouchel e Damiano che distinguono tra robotica esterna e robotica interna. Infatti, la Developmental Cybernetics sembra dedicarsi maggiormente a questioni riconducibili alla robotica esterna, mettendo in primo piano le competenze espressive dei robot, affinché essi possano risultare “partner sociali” soddisfacenti. La Developmental Robotics pare invece meglio collocarsi nella robotica interna, rivelandosi maggiormente interessata a riproporre nell’intelligenza artificiale alcune di quelle istanze intra-individuali proprie del funzionamento psicologico umano. Ancora, un (auspicabile) punto di incontro tra questi due approcci potrebbe rappresentare il tentativo di sostanziare empiricamente quanto proposto sempre da Dumouchel e Damiano attraverso la loro teoria; essi, infatti, soprattutto in relazione alla sfera emotiva, auspicano il superamento di una rigida distinzione tra robotica esterna e interna, a favore di una concezione relazionale delle emozioni che vede le dimensione intra-individuale degli stati emozionali profondamente interconnessa alla dimensione inter-individuale della espressione emozionale.

Il primato della persona

Due temi appaiono sempre più trasversali negli studi sulla HRI: quello della fiducia e quello della explainability. Il primo tema fa riferimento al fatto che accettazione ed efficacia di qualsiasi tipo di utilizzo dei robot sociali non può prescindere dalla creazione e dall’instaurarsi di una dimensione di fiducia nei confronti dell’agente artificiale; prerequisito che caratterizza le relazioni umane e che nella HRI assume fisionomie specifiche, dipendenti anche dai contesti relazionali considerati e dalla fase del ciclo di vita in cui si trova il partner umano. Il secondo tema citato – l’explainability – fa riferimento al fatto che istanze tanto psico-sociali quanto etico-legali orientano verso la progettazione di partner interattivi artificiali, il cui funzionamento e le cui decisioni siano basati su algoritmi non opachi (o quanto più possibile non opachi) per il partner umano.

L’interesse e la fascinazione per i partner artificiali non rappresenta certo una novità nella storia del pensiero filosofico e scientifico, dell’arte e della tecnica. Si pensi, solo per fare alcuni esempi, all’Efesto dell’Iliade che forgia degli aiutanti simili a “giovinette vive” dotate di cuore, voce e vita, all’utilizzo dell’analogia tra animali e macchine all’interno del pensiero cartesiano, agli automi di Al-Jazari, ingegnere arabo del XIII secolo, al progetto leonardesco di meccanizzazione dell’uomo.

Ciò che a nostro parere caratterizza positivamente la ripresa attuale di questi temi è il loro inquadramento crescente all’interno della cornice concettuale della Human-Centered Artifical Intelligence/Robotics (Riedl, 2019). Anche la Pontificia Accademia per la Vita, in occasione della Rome Call for AI Ethics ha sottolineato fortemente l’importanza di tale approccio auspicando l’adozione di una prospettiva etica che responsabilizzi allo sviluppo di una intelligenza artificiale sempre al servizio della persona. D’altra parte, già San Giovanni Paolo II, in occasione della V Conferenza Internazionale, promossa dal Pontificio Consiglio della pastorale per gli operatori sanitari su “La mente umana” (1990), esprimendo grande apprezzamento per il lavoro di studio e ricerca di tutti coloro che si dedicano alla comprensione della psiche dell’uomo, ribadiva come l’allora emergente ambito della “intelligenza artificiale” e dei “cervelli elettronici” dovesse sempre presupporre la superiorità dell’intelligenza umana. Un invito che si ritrova, più esteso e articolato, nel Documento della Commissione Episcopale Europea (COMECE) intitolato “Robotisation of Life. Ethics in view of new challenges” (2019): la Commissione da una parte riconosce gli indubitabili benefici e vantaggi derivanti dalla robotizzazione e mette in guardia da una sterile demonizzazione e/o rifiuto dei progressi tecnologici; dall’altra ribadisce la crucialità di uno sguardo etico fondato sul primato dell’uomo attraverso il pieno riconoscimento della dignità umana. Solo in questo modo, le sfide scientifiche e tecnologiche potranno essere affrontate con la piena consapevolezza che tutti gli sforzi saranno profusi a vantaggio dell’uomo, secondo una visione antropologica cristiana.

Si tratta, in altre parole, di promuovere degli investimenti su quegli studi e su quelle ricerche nell’ambito della HRI che mettano la persona al centro della interazione con gli agenti artificiali. La scelta di un quadro di riferimento concettuale come quello della Human-Centered Artifical Intelligence/Robotics è tanto più necessaria alla luce delle inevitabili, sovramenzionate integrazioni tra gli aspetti logico-funzionali di progettazione dei robot e le questioni filosofiche, etiche, politiche, economiche, giuridiche, assicurative e psicologiche connesse alla HRI. Sembra quindi che nel medio e lungo termine gli studi su psicologia e robotica sociale si collocheranno nella promettente direzione di questo nuovo umanesimo che, come Papa Francesco ha sottolineato – in occasione del “World Economic Forum 2020” – dovrà interrogare i saperi “per una visione più integrale e integrante”.


Bibliografia
Cangelosi A., Schlesinger M. (2015), Developmental robotics. From babies to robots, MIT Press.
Itakura S. (2008), Development of mentalizing and communication. From viewpoint of developmental cybernetics and developmental cognitive neuroscience, “IEICE Transactions on Communications”, E91.B, 2109-2117.
Manzi F., Peretti G., Di Dio C., Cangelosi A., Itakura S., Kanda T., Ishiguro H., Massaro D., Marchetti A. (2020), A robot is not worth another. Exploring children’s mental state attribution to different humanoid robots, “Frontiers in Psychology”, 10:2011.
Riedl M.O. (2019), Human-centered artificial intelligence and machine learning, “Human Behavior and Emerging Technologies”, 1:33-36.
Waytz A., Morewedge C. K., Epley N., Monteleone G., Gao J.-H., Cacioppo J. T. (2010), Making sense by making sentient. Effectance motivation increases anthropomorphism, “Journal of Personality and Social Psychology”, 99(3), 410-435.


Autori
Antonella Marchetti, Università Cattolica del Sacro Cuore (antonella.marchetti@unicatt.it)
Davide Massaro, Università Cattolica del Sacro Cuore (davide.massaro@unicatt.it)