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Fascicolo 2025, 4 ‒ Ottobre-Dicembre 2025
Prima pubblicazione online: Dicembre 2025
ISSN 2784-8884
DOI 10.26350/dizdott_000197
Abstract:
ENGLISH
In questa intervista Riccardo Redaelli approfondisce il significato di “pace disarmata e disarmante” (Leone XIV) nel contesto attuale. La “pace disarmante” implica un’azione su più livelli, dal rilancio dell’ONU e delle istituzioni internazionali, alla promozione di programmi di riconciliazione e incontro. L’intreccio tra politiche dall’alto e percorsi dal basso può evitare che la risposta ai conflitti sia unicamente militare, e aprire a spazi reali di convivenza umana.
Parole chiave: Disarmo, Pace disarmante, Sicurezza, Difesa, Multilateralismo
ERC:
ITALIANO
In this interview, Riccardo Redaelli explores the meaning of a “unarmed and disarming peace” (Pope Leo XIV) in today’s context. A “disarming peace” requires action on multiple levels: from reviving the UN and international institutions to promoting programmes of reconciliation and encounter. The weaving together of top-down policies and bottom-up initiatives can prevent military force from becoming the only response to conflicts, and instead open up real spaces for human coexistence.
Keywords: Disarmament, Disarming peace, Security, Defence, Multilateralism
ERC:
Questo contributo parla di disarmo e di pace, in un momento storico dove la guerra imperversa (guerra mondiale a pezzi, mi i pezzi sono fra loro interdipendenti) e dove il riarmo e gli impegni al riarmo non sono solo un dato di fatto, ma vengono presentato come una opzione indispensabile, quasi doverosa, per far fonte a un “nemico”.
Desideriamo andare a fondo di cosa significhi disarmo, in una prospettiva di costruzione della pace.
Crediamo sia indispensabile approfondire, per poter distinguere fra il riarmo “bellicoso” e la realizzazione di una difesa finalizzata a sostenere l’umana convivenza, dentro i Paesi e fra i Paesi. «Un Paese ha il diritto di avere i militari per difendere la pace, per costruire la pace»: così ha detto Papa Leone XIV – un papa che instancabilmente ed energicamente grida al mondo la necessità di una pace «disarmata e disarmante» – nel corso di una breve conversazione coi giornalisti il 4 novembre, giorno in cui in Italia si celebra la giornata delle Forze Armate.
In questa intervista del 5 novembre 2025 abbiamo approfondito i temi del disarmo e di una pace “disarmata e disarmante” chiedendo aiuto al professor Riccardo Redaelli, studioso illustre di storia internazionale e grande esperto del Medio Oriente allargato, che per decenni ha svolto anche attività sul campo coordinando diversi programmi di riconciliazione nazionale e institution building post-conflitto.
Il “no alla guerra” ha una lunga storia nei messaggi dei Papi (c’è una interessante ricostruzione di questa storia, a cura di Andrea Tornielli, nel volume di Papa Francesco, Contro la guerra. Il coraggio di costruire la pace, LEV-Solferino 2022). Ma anche il problema della legittima difesa ha sempre attraversato la storia umana, non solo quella del cristianesimo, ma di tutte le civiltà. Anche nella Fratelli tutti (2020), al punto 258, si fa riferimento alla questione della «legittima difesa mediante la forza militare». Quali strumenti ha il “bene” per combattere il “male”, l’aggredito per difendersi dall’aggressore, con strumenti che però non siano simili a quelli dell’aggressore?
Questo è un punto dirimente. Durante il periodo della Guerra Fredda, perlomeno in Europa, non si è mai combattuto militarmente, non perché vi fosse la pace, ma per l’assenza di conflitto. Un’assenza di conflitto garantita dalla minaccia della distruzione reciproca assicurata dalla deterrenza nucleare. Quindi, la difesa da un’aggressione si basava quasi esclusivamente sulla forza militare.
Finito quel periodo, dopo il 1991, si è cercato di trasformare il concetto di sicurezza puntando sulla sicurezza umana, e considerare non solo la sicurezza delle frontiere degli Stati, ma la sicurezza delle popolazioni che vivevano interno a quegli Stati (vedi voce Vera pace o assenza di conflitto?). Era un tentativo di affermare che lo strumento militare non può servire come offesa, o come difesa da una minaccia militare, ma deve avere uno scopo politico, che è quello di aiutare le popolazioni a stabilizzarsi.
Negli ultimi anni è cambiato tutto con una velocità impressionante. Pensiamo solo a cosa sia successo in questo breve lasso di tempo: l’aggressione russa in Ucraina del febbraio 2022; l’orrendo attacco di Hamas a Israele il 7 ottobre 2023 e la reazione spropositata di Israele con i crimini contro l’umanità commessi contro i civili palestinesi; la breve guerra di Israele contro l’Iran nel giugno 2025, un bombardamento senza autorizzazione ONU. La guerra non dichiarata fra India e Pakistan, quella fra Pakistan e Afghanistan. In Africa, una serie di conflitti che sono sempre dimenticati: le guerre civili, le violenze in Sudan. Le stragi di civili che continuano ad essere compiute dalle milizie sostenute, anche dagli Emirati Arabi Uniti.
Di fronte a questo scenario di guerra, si ripropone ancora di più la questione di come difendere i civili. È difficile dare una risposta. La Chiesa dà una risposta con la dottrina sociale, di recente è intervenuto anche Papa Leone XIV esprimendo l’idea di «una pace disarmata, una pace disarmante». Tuttavia, per gli Stati e le alleanze, si pone necessariamente anche un discorso militare.
Secondo i più recenti dati SIPRI (Stockholm International Peace Research Institute), la spesa militare mondiale ha raggiunto i 2718 miliardi di dollari nel 2024, con un aumento del 9,4% in termini reali rispetto al 2023. Si tratta dell’aumento più marcato su base annua almeno dalla fine della guerra fredda. La spesa militare è aumentata in tutte le regioni del mondo, con una crescita particolarmente rapida sia in Europa che in Medio Oriente. La spinta al riarmo si sta affermando prepotentemente in Europa. Con la guerra in Ucraina al suo terzo anno, la spesa militare in Europa (Russia compresa) è aumentata del 17% nel 2024, raggiungendo i 693 miliardi di dollari e diventando il principale contributore all’aumento globale. La spesa dei Paesi dell’Unione Europea, secondo le notizie più recenti (cfr. European governments are fuelling a rearmament boom, «The Economist», 12 novembre 2025), aumenterà complessivamente di 700-800 miliardi di euro tra il 2022 e il 2028. La sola Germania prevede di spendere 215 miliardi di euro all’anno per costruire il suo esercito.
Sì, e su questo influiscono vari fattori. L’Europa negli scorsi decenni ha investito poco nella difesa militare, sia perché poteva contare sulla protezione da parte di una potenza nucleare come gli Stati Uniti, sia per un rifiuto del militarismo dopo le enormi sofferenze della Seconda guerra mondiale; pensiamo, ad esempio, al ripudio del nazismo in Germania, l’idea che un soldato tedesco non potesse più varcare i confini se non in missioni di pace. Anche in Italia era maturata la convinzione che le forze armate servissero solo per la difesa entro i confini NATO o per aiutare le missioni di peacebuilding.
Oggi è venuta meno la protezione statunitense, inoltre si è diffusa la retorica secondo cui “il nemico” è tornato, e ciò giustificherebbe un investimento nella difesa militare da parte dell’Europa. Ciò in parte è vero, perché la Russia di Putin ragiona nei termini ottocenteschi di guerra, anche se è dubbio che abbia la capacità di attaccare la più grande alleanza militare esistente al mondo, ossia l’Alleanza Atlantica. In parte, quindi, è il tentativo ideologico di convincere gli europei che non solo bisogna riarmarsi, ma bisogna anche riadottare una cultura della guerra.
Quindi, insieme ai numeri del riarmo, c’è anche una cultura del riarmo, che si fa forte di una narrazione dove i Paesi hanno solo interessi contrapposti, dove gli “altri” sono naturalmente mal disposti nei nostri confronti, dove mors tua vita mea. Da dove proviene questa narrazione?
Questa narrazione fa parte delle cosiddette profezie che si autoavverano, per cui se pensi che la forza sia l’unico strumento per dialogare con l’avversario, finisci per crederlo. Se pensi che dopo un incidente in macchina in cui l’altro autista ha torto, l’unico modo di aver ragione sia prenderlo a pugni per mostrare di essere più aggressivo di lui, si realizza la massima di quel generale coloniale inglese che diceva: “dimostriamo a questi selvaggi che sappiamo essere più selvaggi di loro”. Si torna all’idea che alla minaccia di aggressione reagisci solo dimostrando una forza e una determinazione aggressiva.
Mi sembra che le opinioni pubbliche europee siano assolutamente convinte del contrario, per cui è evidente che vi sia il tentativo da parte dell’Unione Europea e dei governi europei di convincere i cittadini che è necessario tornare ad armarsi, e tornare a una cultura della guerra. In questo senso si inserisce il dibattito anche in Italia sulla necessità di reintrodurre la leva obbligatoria, che non è giustificato dal punto di vista militare, perché oggi le guerre ibride sono fatte da specialisti che richiedono anni di addestramento, oltre che essere cyber war o i fatte con i droni, ma rientra nella necessità di convincere gli europei che lo strumento militare è utile, necessario e perciò va nobilitato. Pensiamo anche al video in cui la commissaria europea Hadja Lahbib promuove l’utilizzo di un kit di sopravvivenza per fronteggiare un’eventuale emergenza bellica nucleare, un tentativo patetico di enfatizzare la paura in un continente in cui l’idea di morire per difendere le “sacre frontiere” della nazione non esiste più. Di recente, il capo di stato maggiore dell’Esercito italiano, il generale Carmine Masiello, si è lamentato dicendo che oggi solo un italiano su cinque sarebbe disposto a combattere per il proprio Paese. A me preoccupa di più che decine di migliaia di giovani laureati italiani lascino il Paese perché offriamo loro poche prospettive, salari spesso vergognosi, case inarrivabili per via dei costi, senza che vi sia una seria riflessione politica su questo brain drain continuo.
Pensare che l’unica soluzione per risolvere i conflitti sia utilizzare lo strumento militare, significa negare la possibilità del dialogo con l’avversario.
Questo accade perché l’avversario viene disumanizzato, così si taglia volutamente ogni ponte, per quanto sia oggettivamente difficile entrare oggi in dialogo con Mosca. L’Europa per prima ha rinunciato a parlare dell’importanza di difendere e sostenere le istituzioni internazionali. Ad esempio, l’ONU viene accusata di essere inefficiente, ma è stata resa tale dagli stessi governi che muovono questa accusa, ovvero dai membri permanenti del Consiglio di Sicurezza. In Europa, i governi stessi hanno sabotato l’idea di una vera Unione Europea, a favore di una Europa delle nazioni, e si muovono in termini di meschina rivalità interna. Ma se non esiste un’idea di solidarietà comune, non può esistere una politica estera europea di difesa comune.
In questo senso l’attuale modello di difesa europeo nasce vecchio e inefficiente, e serve solo all’industria militare e alle forze armate nazionali. Lo scenario delle guerre ibride, combattute con droni, rende inefficiente enfatizzare l’importanza di puntare sulle forze pesanti e costose come quelle corazzate. Inoltre, l’obiettivo del riarmo deve essere anzitutto politico, per favorire il mantenimento della pace, per cui gli strumenti non possono essere solo militari. La forza militare non dovrebbe essere un fine in sé, ma uno strumento. Inoltre, la difesa militare armata deve essere l’ultima ratio, e accompagnata da tutta una serie di altre misure che invece non solo non vengono sostenute, ma vengono volutamente denigrate.
Il Papa parla della possibilità di “avere i militari per difendere la pace, per costruire la pace”. Si può fare qualche esempio di cosa significa? Come può un paese difendere i suoi cittadini e di fare security, anche militare se necessario, ma con un obiettivo di pace e buona convivenza?
Come accennato, per fare questo bisognerebbe puntare anzitutto su una riforma delle istituzioni internazionali, a partire dall’ONU. Inoltre, è necessario ridare centralità al multilateralismo, che viene attaccato da coloro che hanno una visione egoistica e aggressiva dei presunti interessi nazionali.
Si parla spesso di una crisi dell’ordine liberale internazionale. Ma il Global South riconosce nell’instabilità attuale la crisi dell’ordine creato dall’Occidente tra Ottocento e Novecento, e cioè di un ordine che avvantaggiava l’Occidente. La Cina, ad esempio, è uno dei Paesi che ha pagato di più l’aggressione coloniale europea con le guerre dell’oppio; perciò, vuole ristabilire il proprio ruolo di attore primario. Quindi non rappresenta tanto una minaccia al cosiddetto ordine liberale (che spesso ha molto poco di liberale), ma alla supremazia dell’ordine occidentale. Per ricostruire la possibilità di un multilateralismo, bisogna rinunciare all’idea che sia possibile “make the West great again”, un’idea ossessiva e aggressiva, ormai irragionevole, della difesa di privilegi europei in un mondo che è profondamente cambiato. Anche la demografia va in un’altra direzione. Nel 1950 il 22% degli abitanti del mondo era europeo, oggi gli europei sono solo il 10%, e all’interno della stessa Europa il numero di abitanti che non hanno nazionalità europea è molto alto, in un continente sempre più anziano.
La costruzione di una pace autentica appare una sfida più lunga e ambiziosa, basata su una narrazione diversa, più realistica, di cosa significhi “umana convivenza”, non fermandoci alla sola percezione di minaccia. Non si tratta di ipotizzare una impossibile armonia, ma di “abitare” i conflitti in modo realistico.
La risposta alle minacce, reali o percepite, non può essere mai solo militare. Faccio un esempio. Di recente, Donald Trump ha minacciato un intervento militare in Nigeria, dove le comunità cristiane sono vittime di politiche di sterminio da parte dello stato islamico di Boko Haram. Però non si può pensare di risolvere questa situazione con la minaccia di un bombardamento. Bisogna indagare in profondità le ragioni del conflitto, che sono radicate anche in questioni economiche ed ecologiche, con il disastro del lago Ciad, la perdita di terre per la pastorizia e per l’agricoltura, le conseguenti lotte tra comunità che prima coesistevano.
Per cui lo strumento militare può essere usato, anche in senso repressivo, ma come ultima ratio, e all’interno di una prospettiva più ampia che contempli in questo caso anche la lotta alla desertificazione, ad esempio, finanziando il progetto della Grande Muraglia Verde, o investimenti nell’istruzione e nell’educazione dal basso alla convivenza sullo stesso territorio fra comunità diverse.
Se il puro intervento militare non può che accrescere il senso di minaccia e innescare una spirale di violenza e stragi, può esistere la possibilità di una pace davvero disarmata?
La “pace disarmata” è uno strumento che ha funzionato nella storia, seppur in casi rari, ad esempio in India con Gandhi. Non ha funzionato successivamente con l’esplosione della violenza fra musulmani, hindu e sikh. In quel caso, è stato lo shock derivante dall’uccisione di Gandhi da parte di un fanatico hindu a permettere al governo indiano neo-indipendente di fermare le violenze. Affinché la pace disarmata possa funzionare, deve esistere un minimo comune denominatore, una narrativa comune.
La “pace disarmante” è molto più impegnativa. Non è passiva, ma attiva. Cerca tutte le strade per evitare il conflitto e rimuoverne le radici. In questo senso, è doveroso ricordare le parole di Papa Francesco, che ci invitava a diventare “artigiani della pace”. Il compito di costruire la pace non è assegnato solo ai governi e alle istituzioni, ma a tutti i livelli deve esistere una cultura della pace. Il livello politico-istituzionale è fondamentale, ma lo è anche quello sociale, grassroots, nella vita di tutti i giorni.
Non dovremmo sottostimare la potenza delle narrazioni: la loro potenza di morte, ma anche la loro potenza di risanamento. Per fare la guerra con le armi (forse addirittura, come condizione necessaria per l’accettabilità sociale di una guerra), occorre aver preparato il terreno con una narrazione, spesso frutto di menzogna (riscrivere la storia nei libri scolastici, cancellare la memoria). Specularmente, occorre dare spazio alle narrazioni di fatti veri, verificabili, che documentino dove, come e quando è – o è stato – possibile convivere, riconoscere nel volto dell’altro la comune umanità. Che è stato possibile costruire istituzioni durevoli, sempre imperfette ma dove i conflitti potevano esser messi a tema in un contesto non violento. Forse è in questo senso che, nella Laudate Deum (2023), Papa Francesco ha invitato a realizzare un “multilateralismo dal basso”.
Esiste una inter-comunicabilità tra i due livelli, basso e alto. Una delle ragioni del conflitto è che, nelle relazioni noi-altro, il “noi” ritiene l’altro aggressivo e minaccioso, perché non lo conosce. Quindi accanto al multilateralismo dall’alto, gli incontri istituzionali, le conferenze di pace, bisogna agire dal basso. Altrimenti non si può ottenere una reale pacificazione, pensiamo alla Bosnia, dove dopo gli accordi di Dayton del 1995 fu posta fine alla guerra, ma il Paese è rimasto diviso in tre comunità, che non si parlano né si frequentano.
In Europa, il programma Erasmus – faccio un esempio perfino banale - ha costruito una generazione per cui è naturale avere amici in altri Paesi europei, che aiuta la comprensione delle nostre radici comuni e rende le differenze, che sono evidenti dentro l’Unione, un valore e non un pericolo.
In Italia, mi piace citare lo sforzo di certe realtà come Rondine Cittadella della Pace. Perché il nemico si deve incontrare. Bisogna incoraggiare programmi di riconciliazione, in cui parlarsi e incontrarsi, perché lo spazio disarmato crea legami, uno spazio in cui si rispetta l’altro, si va oltre la tolleranza reciproca, per raggiungere il vero rispetto e la tensione a conoscere l’Altro per quello che è realmente, non distorto dal pre-giudizio. Per questo è richiesto l’impegno di tutti, dei governi, delle strutture sociali intermedie, università, centri di ricerca, centri culturali, ma anche teatri, giornali, ogni strumento di produzione di conoscenza.
È per questo che sono contrario ai boicottaggi. L’identificazione di un popolo nei crimini del loro leader è la disumanizzazione di un popolo. Si sceglie di dialogare perché l’altro è percepito come una minaccia, e quindi si usa la forza. Questo è un linguaggio folle, che si sta affermando anche in Europa e va contrastato.
Lo sforzo dell’incontro con l’altro è tanto più necessario in contesti in cui il rischio di radicalizzazione è concreto, ad esempio nelle nostre città, dove ai margini il malcontento dilaga.
Nelle grandi città europee, in particolare pensiamo a Francia o Belgio, esistono sacche di povertà dove regna il malcontento, e lì la minaccia è quella del radicalismo islamico, del jihadismo. Ma il terrorismo jihadista non si può combattere solo con la repressione, la deradicalizzazione necessita di investimenti civili, di rafforzare l’integrazione.
Il disagio dei giovani di seconda o terza generazione che si sentono disorientati e anzi sradicati non si contrasta certo con lo strumento repressivo militare o di polizia.
Ritornando alle politiche di riarmo europee e in particolare alle scelte del nostro paese, è anche giusto preoccuparsi di investire nella direzione di una difesa non strettamente militare, che renda possibile (o meno impossibile) la vita quotidiana in caso di guerra. Ad esempio, nella robustezza delle infrastrutture energetiche, informatiche, di comunicazione… Nell’attuale scenario di guerre ibride, in quali attività di difesa sarebbe opportuno investire?
Pur non essendo un esperto di sistemi d’arma, mi sembra che il contestato Rearm Europe sia anche un’operazione industriale che non punti tanto a massimizzare l’efficienza della difesa europea, ma che vada a tutelare le varie industrie nazionali, spesso in un’ottica miope di rivalità e diffidenze nazionaliste. Ci sono altri campi in cui la guerra ibrida richiede investimenti. Ad esempio, l’Italia è molto vulnerabile a livello informatico, quindi bisogna pensare sia ad investimenti civili per difendere l’infrastruttura cyber, ma anche per diffondere una cultura di sicurezza informatica.
Anche riguardo la questione energetica, l’obiettivo deve certamente essere quello di tendere a un’autosufficienza, ma anche in questo l’Europa deve essere credibile. Non si può giustificare la sostituzione delle forniture di gas russo, dicendo che Mosca ha attaccato militarmente l’Ucraina (e quindi il decoupling dal loro gas avviene anche per motivi morali) e rivolgersi all’Azerbaijan, che ha attaccato i cristiani armeni nel Nagorno Karabach. L’Europa non può difendere solo i propri interessi, ma deve essere credibile, in ogni situazione. Il double standard è tra i fattori che ha messo in crisi il cosiddetto ordine internazionale (voluto dall’Occidente), perché continuiamo a essere ciechi di fronte alle azioni dei nostri amici, mentre demonizziamo le azioni dei nostri presunti nemici. Tutto questo deve cambiare. La “pace disarmante” dev’essere anche la pace dell’onestà intellettuale, dell’onestà etica.
Anche nella cooperazione allo sviluppo, come ad esempio nei rapporti con l’Africa, bisogna anzitutto favorire l’idea di sviluppo condiviso, non portare un aiuto o dei finanziamenti dall’esterno, per di più applicando il doppio standard. Questa idea ha portato al fallimento del processo di Barcellona, avviato nel 1995. Si può chiedere ai Paesi di applicare condizioni per ricevere aiuti o fondi, ma la condizionalità non può essere caratterizzata dal doppio standard.
Torniamo sul concetto, originale, di pace “disarmata e disarmante”. Nel solco della dottrina sociale della Chiesa, tutti sono chiamati ad una responsabilità per la pace – come risulta chiaro dai cinquantotto Messaggi per la Giornata Mondiale della Pace che, da Paolo VI in poi, i Pontefici consegnano al mondo. Messaggi rivolti ai piccoli e ai grandi della terra: «ai Capi di Stato e di Governo, ai Capi delle Organizzazioni Internazionali e ai leader delle diverse religioni. A tutti gli uomini e donne di buona volontà … come artigiani della pace» (Francesco, Messaggio della Giornata Mondiale della Pace 2023 ). In questi messaggi, alcune grandi parole fanno da leitmotiv: vita, verità, memoria, giustizia, perdono. Tutte parole che, si potrebbe dire, chiamano a una resistenza quotidiana contro l’odio. Quali strumenti possono sostenere questa resistenza? Quale può essere il ruolo del mondo universitario, in particolare?
La proposta di una pace “disarmata e disarmante”, ci invita davvero a una responsabilità condivisa, che parte dalle persone comuni per arrivare ai decisori politici e religiosi. Vita, verità, memoria, giustizia e perdono non sono parole astratte: sono concetti che “smontano” e depotenziano la logica perversa del nemico come altro ontologico. È un approccio che alimenta una cultura della pace capace di trasformare prima le coscienze, poi i sistemi politici.
In questa prospettiva, lascia sconcertati la rapidità con cui parte dell’Europa ha messo da parte i principi che ne avevano fondato l’identità internazionale: il multilateralismo, la centralità delle Nazioni Unite, il primato del negoziato e della diplomazia. Le difficoltà dell’ONU, infatti, non sono un fallimento dell’idea stessa di cooperazione globale, ma il risultato del boicottaggio di chi persegue politiche di pura potenza, cercando di invertire, con ipocrisia, causa ed effetto. Allo stesso modo, la demonizzazione del dialogo appare miope: è proprio con l’avversario ostile e con chi sembra sordo alla ragione che occorre negoziare, cercando con pazienza soluzioni possibili. Questo non significa rinunciare alla difesa, né ignorare la necessità di investire nel settore militare, ma ricordare che le armi non sono mai un fine, soltanto un estremo mezzo.
In questo scenario, le università assumono un ruolo cruciale: sono luoghi dove si educa al pensiero critico, al rispetto delle differenze e alla capacità di dialogo. L’università non deve semplicemente “insegnare la pace”, ma formare artigiani di pace, capaci di riconoscere la complessità, smascherare le retoriche della paura e costruire ponti laddove altri innalzano muri. È qui che si disarma la mente e il cuore, affinché la pace, prima di essere proclamata, venga compresa, scelta e praticata.
Bibliografia
Autore
Riccardo Redaelli, Università Cattolica del Sacro Cuore (riccardo.redaelli@unicatt.it)