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Dizionario di dottrina
sociale della Chiesa

LE COSE NUOVE DEL XXI SECOLO

Fascicolo 2022, 3 – Luglio-Settembre 2022

Prima pubblicazione online: Settembre 2022

ISSN 2784-8884

DOI 10.26350/dizdott_000098

L’integrazione tra media e macchine: algoritmi e vita quotidiana The integration of media and machines: algorithms and daily life

di Simone Tosoni

Abstract:

ENGLISH

Una delle più recenti tendenze di trasformazione del sistema mediale consiste nella convergenza tra media – come strumenti di comunicazione – e macchine – come strumenti per operare nel mondo. L’intervento affronta le principali sfide etiche legate all’avvento delle media-macchine, focalizzando in particolare sul loro funzionamento algoritmico.

Parole chiave: Media, Macchine, Algoritmi, Digitalizzazione, Vita quotidiana
ERC: SH3_12

ITALIANO

One of the most recent transformation of our media system can be acknowledged in the convergence of media - as tools that mediate communication – and machines – as tools that mediate material agency in the world. This note addresses the main ethical challenges implied by the diffusion of media-machines, focusing in particular on their algorithmic functions.

Keywords: Media, Machines, Algorithms, Convergence, Privacy
ERC: SH3_12

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Negli ultimi anni, il mercato ha assistito a una diffusione sempre più importante di una nuova classe di dispositivi tecnologici ibridi, che hanno in comune la caratteristica di sommare alle funzioni comunicative tipiche dei media (dare accesso a contenuti, mettere in collegamento utenti) quelle operative tipiche delle “macchine”: termine con cui, in questa sede, facciamo riferimento a strumenti tecnologici con la funzione primaria di esercitare un’agency materiale nel mondo, ossia di compiere un’operazione sul piano materiale – come un aspirapolvere, un elettrodomestico, o uno strumento di misurazione.

È il caso, ad esempio, degli smart-speaker come Google Home o Alexa: questi dispositivi possono essere utilizzati per ascoltare musica e podcast, per interagire vocalmente con altri utenti, e posso anche essere interrogati vocalmente alla ricerca di informazioni. Allo stesso tempo, ci permettono di accendere o spegnere luci, di alzare e abbassare la temperatura di casa, e di controllare media predisposti come una smart TV e altre funzionalità domotiche. Attraverso gli smart-speaker è anche possibile programmare sequenze complesse e integrate di attività mediali e non, eseguite in automatico quando si verificano particolari condizioni: al nostro risveglio possono ad esempio riprodurre la nostra musica preferita, accendere lo scaldabagno, far partire la macchina del caffè ordinando le capsule in un negozio online nel caso stiano finendo, per poi leggerci le email o le notizie del giorno mentre facciamo colazione.

Altri esempi di media-macchine che assistono a una diffusione crescente sono gli smart toys (Mascheroni & Holloway 2019) – giocattoli intelligenti connessi in rete capaci di interagire con i bambini anche attraverso il linguaggio naturale – o i robot sociali (Tosoni, Mascheroni & Colombo 2022), umanoidi o meno: ossia, robot la cui funzione principale non è quella di eseguire uno specifico lavoro, ma di interagire comunicativamente con i propri utenti, per dare loro informazioni, assisterli in caso di bisogno, o semplicemente fare loro compagnia. Attualmente, la ricerca è impegnata nello studio delle possibili forme di applicazione di questa tecnologia: oltre al marketing e all’intrattenimento, uno dei più promettenti campi d’utilizzo sembra essere quello dell’assistenza agli anziani o ai soggetti ospedalizzati, o quello del trattamento di particolari patologie, come specifiche forme di autismo.

Radicalizzazione della convergenza

La diffusione delle media-macchine, nella loro forma più sofisticata, è oggi ancora nella sua fase aurorale, sebbene ben avviata. Per interpretare il loro possibile portato, e le problematiche etiche che questo pone, è dunque necessario interrogarne il carattere di novità alla luce dei più ampi processi di trasformazione che hanno caratterizzato e caratterizzano lo scenario mediale e tecnologico, individuando traiettorie di sviluppo e linee di continuità.

Da questo punto di vista, le media-macchine appaiono principalmente come una radicalizzazione del processo di convergenza dei media legato alla digitalizzazione. Si tratta di un processo ben noto e studiato da chi si occupa di trasformazioni del sistema dei media. La convergenza e la riflessione scientifica che la accompagna hanno infatti avvio a cavallo tra gli anni ’70 e gli anni’80, quando i differenti segnali analogici tipici del vecchio sistema dei media di massa (le onde radio e quelle televisive, ma anche i solchi di un vinile, o le tracce elettromagnetiche incise su un nastro) iniziano a essere affiancati, e poi sostituiti, da un comune segnale di tipo digitale. Se i differenti segnali analogici necessitavano di device specializzati per la loro decodifica e fruizione, il segnale digitale è invece processato da un unico strumento tecnologico, il microprocessore, sebbene questo risulti incorporato in dispositivi mediali anche molto diversi tra loro (il computer, il telefono cellulare, il tablet, un lettore e-reader, etc): in questo senso, il microprocessore si trova oggi a mediare tutti gli altri media, e si pone al cuore del sistema mediale contemporaneo in qualità di meta-medium.

La convergenza al comune codice digitale si è poi tradotta, dietro spinte di ordine economico, ma anche estetico e culturale, in una processo di progressiva riconfigurazione del sistema mediale: i media hanno infatti preso a ibridarsi, a confondere i propri confini, scambiando contenuti e funzioni. Ne è un esempio lo smartphone, dispositivo che oggi integra e ibrida funzioni che erano un tempo quelle della telefonia, della televisione, del libro, della fotografia, delle consolle da gioco, dei dispositivi di riproduzione musicale, e della telematica – sfumandone ogni rigida distinzione. L’avvento delle media-macchine può dunque essere letto come radicalizzazione di questo processo: oggi non sono più solo i media a scambiare funzioni e a ibridarsi, ma nel processo hanno preso a entrare anche le macchine.

Tale fenomeno è facilitato da due processi antecedenti e paralleli, che hanno preparato la svolta attuale avvicinando media e macchine. Da una parte abbiamo infatti assistito alla “bottizzazione” dei media: i media infatti funzionano sempre più come bot, ossia come sistemi automatici di tipo algoritmico. In un processo di vera e propria intermediazione algoritmica (Colombo, Murru & Tosoni 2018), ad esempio, i motori di ricerca, i social media, o le piattaforme di accesso ai contenuti online selezionano per noi contenuti scelti sulla base dell’analisi algoritmica delle nostre preferenze e dei nostri comportamenti online osservati, raccolti e processati in forma di dati: è il cosiddetto processo di “datificazione”. Dall’altra, le macchine si sono andate sempre più “mediatizzando”: ad esempio, dotandosi di interfacce programmabili sempre più sofisticate, finanche di tipo vocale; comunicando con il proprio utente (e con altre macchine) in modo sempre più sistematico riguardo il proprio stato, l’avanzamento nell’esecuzione del proprio programma, o eventuali malfunzionamenti; soprattutto però, le macchine hanno preso a connettersi tra loro, utilizzando la stessa infrastruttura dei media bottizzati, ossia la rete internet: è la cosiddetto Internet of Things.

Questioni etiche e riferimenti dottrinali

Se le media-macchine emergono dunque dalla coincidenza dei due processi appena descritti, è a questi che occorrerà guardare per prevederne, assieme alle potenzialità, anche i possibili portati di problematicità, in linea con l’impostazione data dalla dottrina sociale fin dal Decreto sugli strumenti di comunicazione sociale Inter Mirifica del 1963 (su cui vedi voce Comunicazioni sociali e Magistero: parole che risuonano). In questa sede se ne evidenziano in particolare due.

Innanzitutto, come media, le media-macchine ripropongono il funzionamento basato sulla profilazione degli utenti, la traduzione in dati dei loro comportamenti, e il loro processamento algoritmico già ben studiato per quanto riguarda i media digitali. In questo modo, social media e motori di ricerca arrivano a proporci contenuti simili a quelli che hanno già una volta colpito la nostra attenzione (come testimoniato ad esempio da azioni come seguire un link, aggiungere un commento o una reazione a un contenuto) o quella di utenti simili a noi: tra questi contenuti, ovviamente, figurano anche contenuti pubblicitari altamente targettizzati – in un vero e proprio sfruttamento commerciale dell’attenzione. La consapevolezza della rilevanza degli effetti di rete che derivano da questo principio di funzionamento sul valore dei processi comunicativi come occasioni di sviluppo umano emerge in diversi testi dedicati alla comunicazione digitale, come ad esempio nel Messaggio per la XLV Giornata mondiale delle comunicazioni sociali del 2011, dove si ricorda che «dobbiamo essere consapevoli che la verità che cerchiamo di condividere non trae il suo valore dalla sua ‘popolarità’ o dalla quantità di attenzione che riceve»; o nel Messaggio per la XLVIII Giornata mondiale delle comunicazioni sociali (2014) dove si avverte che sui social «è anche possibile chiudersi in una sfera di informazioni che corrispondono solo alle nostre attese e alle nostre idee, o anche a determinati interessi politici ed economici». Nel Messaggio per la LIII Giornata mondiale delle comunicazioni sociali (2019) Papa Francesco fa anche direttamente riferimento a «un uso manipolatorio dei dati personali, finalizzato a ottenere vantaggi sul piano politico o economico, senza il dovuto rispetto della persona e dei suoi diritti».

Le media-macchine come media

Le media-macchine estendono però l’ambito di applicazione di tale principio di funzionamento oltre i confini dello schermo: non sono più solamente i nostri comportamenti online a essere tradotti in dati, analizzati, e utilizzati in sofisticate strategie di targettizzazione, ma potenzialmente tutte le pratiche e le routine che compongono la nostra vita quotidiana, o almeno quelle che svolgiamo con il supporto delle media macchine. Un robot-aspirapolvere, ad esempio, produce una mappa dettagliata della nostra casa; un termostato smart registra i nostri consumi energetici; uno smart speaker può tenere traccia di tutte le attività per cui è utilizzato. Non si tratta però semplicemente di un’estensione ulteriore del processo di datizzazione e intermediazione algoritmica, che perfeziona ulteriormente la nostra individuabilità come target di servizi e prodotti commerciali. Si tratta, in realtà, anche di un suo rilancio a un livello più complesso: le media-macchine infatti non mediano unicamente contenuti, come i media, ma contribuiscono anche a trasformare le pratiche e routine in cui intervengono con funzione di supporto, in modi che richiedono un attento vaglio critico. Si pensi ad esempio all’uso dello smartphone come interfaccia per la vita urbana, ad esempio nel suo uso come navigatore per cercare luoghi, percorsi o eventi in città: qui, la logica dell’intermediazione algoritmica ci propone suggerimenti sulla base delle nostre precedenti esperienze, e che quindi tende a metterci in contatto con situazioni e persone a noi simili: come osservato nell’esortazione apostolica post-sinodale del 2019 Christus vivit «il funzionamento di molte piattaforme finisce spesso per favorire l’incontro tra persone che la pensano allo stesso modo, ostacolando il confronto tra le differenze». Tale tendenza all’omofilia – ossia, alla preferenza per il simile – investe immediatamente l’esperienza della città nella sua dimensione sociale ossia, storicamente, come luogo pubblico dell’incontro con il diverso e lo straniero, rischiando di approfondire ulteriormente la frammentazione sociale. A ciò va anche aggiunto come dalla ricerca emerga in modo sempre più chiaro che gli stessi algoritmi sono tutt’altro che neutri nei loro meccanismi di funzionamento, e dunque nelle conseguenze su chi li usa. Essi, al contrario, riflettono i bias culturali (etnici, relativi al gender o alla classe sociale, ad esempio) e le precomprensioni di chi li ha programmati e calibrati. Uno studio pubblicato su «Science» ha ad esempio dimostrato come l’algoritmo utilizzato dal sistema sanitario americano presenti distorsioni sistematiche – per quanto non intenzionali – che finiscono per assegnare alla popolazione di colore una classe di rischio superiore a quella assegnata al resto della popolazione, con importanti conseguenze sull’accesso alle cure (Obermeyer, Powers, Vogeli, & Mullainathan 2019). Se da una parte, dunque, la dottrina sociale della Chiesa richiama «la necessità che le nuove tecnologie rispettino le legittime differenze culturali» (Compendio della dottrina sociale della Chiesa, 2004, 415), dall’altra l’estensione del dominio dell’intelligenza algoritmica legato all’avvento delle media macchine rischia di rilanciare e approfondire gli effetti di tali precomprensioni sulla vita di chi le usa.

Le media-macchine come macchine

La seconda sfida etica cui le media-macchine ci mettono di fronte deriva invece dalla loro dimensione di macchine programmabili, in particolare di macchine programmabili e dotate di intelligenza algoritmica o artificiale. A proposito del processo di automazione e robotizzazione, l’enciclica Laudato si’ del 2015 ha messo in guardia sui rischi della delega alle macchine di compiti un tempo svolti dagli essere umani, con perdita e trasformazione di posti di lavoro, e con le relative importanti ricadute sull’esclusione sociale. Nel caso delle media-macchine ci troviamo però, ancora una volta, di fronte a un rilancio del fenomeno a un livello più complesso: esse, infatti, si propongono sempre più come veri e proprio partner comunicativi dell’essere umano, invitandolo a un’interazione che si vuole la più “naturale” possibile, e sempre più spesso di tipo vocale. Come si è visto nel caso degli smart toys, degli smart speakers o della robotica sociale umanoide applicata alla cura della persona, in questi casi la delega alla macchine rischia di essere non più quella di operazioni lavorative ripetitive, ma quella di aspetti irrinunciabili della relazione sociale e umana, come la cura, l’attenzione, l’ascolto, il riconoscimento. Con ciò, non si intende negare le grandi potenzialità aperte da queste nuove tecnologie: semmai si vuole richiamare l’attenzione sui rischi inevitabili implicati da politiche di implementazione e modalità d’uso che perdano di vista come valore orientante la valorizzazione e lo sviluppo integrale della persona.

Da un punto di vista della regolazione normativa, questi aspetti delle media-macchine sono al momento normati a livello europeo principalmente dalla stessa legislazione che regola la raccolta e il trattamento di dati, compreso il recente Data Act che mira proprio «a introdurre regole che assicurino equità nell’uso dei dati generati dall’Internet of Things (IoT)» mentre non è ancora del tutto chiaro quanto la natura mediale di questi dispositivi ibridi ne implicherà la regolamentazione anche sotto il recente Digital Services Act, che mira in particolare a regolamentare le piattaforme online.


Bibliografia
• Colombo F. (2019), È iniziata l’era delle media-macchine. Algoritmi, piattaforme e smart speaker: luci e ombre dei sistemi ibridi fra media, robot e intelligenza artificiale, in: Arrivano i robot. Riflessioni sull’intelligenza artificiale, «Vita e Pensiero», 9-13.
• Colombo F., Murru M.F., Tosoni S. (2018), The Post-Intermediation of Truth. Newsmaking from Media Companies to Platform, in «Comunicazioni sociali», 3, 448-461.
• Mascheroni, G., Holloway D. (2019), The Internet of Toys: Practices, Affordances and the Political Economy of Children’s Smart Play, Springer International Publishing.
• Obermeyer Z., Powers B., Vogeli C., Mullainathan S. (2019), Dissecting racial bias in an algorithm used to manage the health of populations, «Science», 366(6464), 447-453.
• Tosoni S., Mascheroni G., Colombo F. (2022), A Media-Studies Take on Social Robots as Media-Machines: The Case of Pepper, in Riva G., Marchetti A. (a cura di), Humane Robotics. A Multidisciplinary Approach Towards the Development of Humane-centered Technologies, Vita e Pensiero, 265-286.


Autore
Simone Tosoni, Università Cattolica del Sacro Cuore (simone.tosoni@unicatt.it)