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Dizionario di dottrina
sociale della Chiesa

LE COSE NUOVE DEL XXI SECOLO

Fascicolo 2022, 2 – Aprile-Giugno 2022

Prima pubblicazione online: Giugno 2022

ISSN 2784-8884

DOI 10.26350/dizdott_000088

L’adozione: una forma peculiare di generatività familiare e sociale Adoption: a peculiar form of family and social generativity

di Rosa Rosnati

Abstract:

ENGLISH

L’adozione è una pratica molto antica che ricorre più volte nella Bibbia. Raccomandata anche in alcuni documenti del Magistero della Chiesa, può essere considerata una forma peculiare di generatività familiare e sociale, travalicando i confini del proprio gruppo familiare per accogliere un figlio altrui e costruire una comune appartenenza familiare. La dimensione sociale le è connaturata, in quanto risposta sociale al dramma dell'infanzia in stato di abbandono.

Parole chiave: Adozione, Abbandono, Generatività, Famiglia, Legami intergenerazionali
ERC: SH4_5 Social and clinical psychology

ITALIANO

Practise of adoption dates back to very ancient times and it is mentioned on many occasions in the Bible. It’s strongly recommended by the social doctrine of the Church, not only to infertile couples: it can be considered a peculiar form of family and social generativity that expands beyond the family boundaries to include a child coming from far away in order to build the family belongingness. The social dimension is intrinsic to adoption stemming form to the social responsibility to take care of abandoned children.

Keywords: Adoption, Abandonment, Generativity, Family, Intergenerational bonds
ERC: SH4_5 Social and clinical psychology

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L’adozione come scelta generativa

“Adottare” nel suo significato etimologico significa scegliere (dal latino “optare”, preceduto dal prefisso “ad” che indica un fine), anzi più precisamente scegliere per uno scopo. Interessante è inoltre ricordare che il sostantivo latino adoptio era ampiamente utilizzato in botanica con il significato di innesto, in cui due piante sono vitalmente unite, pur non perdendo le caratteristiche specifiche di ciascuna di esse: una metafora che ben rappresenta l’adozione, il cui obiettivo è legare e congiungere qualcuno che proviene da una differente origine. L’adozione si configura di fatto come una scelta, quella di accogliere un figlio di un’altra stirpe e innestarlo appunto in una nuova famiglia e nel suo albero genealogico, consentendo così il suo sviluppo e la costruzione della sua identità.

Se l’adozione è un evento puntuale, la costruzione del legame adottivo è un processo che si snoda nel tempo, che affonda le sue radici ben prima dell’evento stesso e che continua per tutta la vita con evidenti ricadute su più generazioni. Nella maggioranza dei casi origina da una duplice mancanza (l’assenza di una famiglia per un bambino e la mancanza di un figlio proprio per la coppia): obiettivo non è tanto colmarla, ma assumerla e trasformarla in un progetto generativo (Scabini - Iafrate, 2019). Se generare un figlio e svilupparne la sua più intima natura è espressione tipica di generatività, accogliere un figlio attraverso l’adozione ne è una forma peculiare che si pone nel punto di intersezione tra generatività parentale e generatività sociale (Snarey, 1993), in quanto impegno che travalica i confini del proprio gruppo familiare per costruire una comune appartenenza familiare. Il legame genitoriale si sviluppa in assenza di una continuità genetica (Rosnati, 2010), assumendo in quanto figlio proprio un figlio che viene da altrove e, nell’adozione internazionale, da un altro Paese e appartenente ad un altro gruppo etnico (Scabini, Iafrate, 2019).

La famiglia come diritto

Tutte le convenzioni a livello internazionale (vedi Convenzione ONU dei Diritti del Fanciullo del 1959; Convezione de L’Aja, 1993) sanciscono il diritto di ogni minore a crescere nella propria famiglia o, qualora ciò non sia possibile, in un nucleo familiare sostitutivo idoneo allo sviluppo fisico e psicologico, diritto recepito anche nell’ordinamento giuridico italiano (Legge 184 del 1983 e Legge 149 del 2001). Dunque, qualora si renda necessario l’allontanamento di un minore dal nucleo di origine, perché assente, carente o non adeguato, il best interest of the child si traduce nel collocamento in famiglia, sia essa affidataria o adottiva. Si tratta dunque di strumenti giuridici rivolti a proteggere il diritto del minore ad una famiglia (non della coppia) e fondati in ultima analisi sul riconoscimento che la famiglia risponde ad un bisogno connaturato dell’uomo e costituisce di fatto l’unico contesto adatto al suo sviluppo. L’inserimento in famiglia, dunque, è una scelta riconosciuta di gran lunga preferibile rispetto all’inserimento in struttura residenziale, scelta percorribile se temporanea o residuale. La ricerca psicologica ha infatti evidenziato già dalla metà del secolo scorso, i danni gravi e spesso irreversibili riconducibili alla permanenza in un contesto anonimo e trascurante non in grado di offrire cure adeguate, come quello dell’istituto. Più recentemente, alcuni studi hanno riscontrato che le differenze in termini di crescita psicofisica, competenze relazionali e quoziente intellettivo tra i bambini adottati e quei minori che rimangono in istituto o in comunità residenziale – e quindi con un background simile quanto a rischio genetico, trascuratezza e esperienze sfavorevoli pregresse – risultano essere decisamente a “vantaggio” dei primi (van IJzendoorn - Juffer, 2006).

Adozione come riparazione

L’adozione dunque costituisce effettivamente un’occasione favorevole alla crescita per quei bambini che sono privi di un contesto familiare adeguato, consentendo, come riscontrato in numerosissime ricerche, un ampio recupero, benché mai completo (Rosnati, 2010). Tale recupero appare ancora più consistente per quei bambini che presentano al momento dell’inserimento in famiglia rilevanti ritardi nella crescita psicofisica, riconducibili alle passate esperienze traumatiche e alle condizioni sfavorevoli. Tuttavia, qualora gli adottati siano posti a confronto questa volta con coloro che hanno sempre vissuto nella famiglia di origine, essi evidenziano un gap in diverse aree dello sviluppo (ad esempio crescita fisica, attaccamento, riuscita scolastica) e soprattutto hanno più probabilità di manifestare problemi comportamentali, in particolare di tipo esternalizzante, quali iperattività, disturbi dell’attenzione, oppositività e, diventati adolescenti, dipendenza da sostanze (van IJzendoorn - Juffer, 2006). È chiaro dunque come non sia sufficiente dare affetto e protezione, ma siano necessarie competenze specifiche per costituire un contesto favorevole all’elaborazione di eventuali traumi e al recupero più ampio possibile. Inoltre, le evidenze empiriche hanno sottolineato come la qualità delle relazioni familiari nel nucleo adottivo (sia tra i coniugi sia tra genitori e figli) e nella famiglia estesa (in particolare con i nonni) e un contesto sociale accogliente e non discriminante, costituiscano fattori protettivi di fondamentale importanza per l’adattamento psicosociale del minore.

L’adozione nella storia e nelle Sacre Scritture

L’inserimento in famiglia di un figlio altrui era una pratica diffusa anche nelle civiltà antiche. Il primo riferimento scritto sull’adozione è infatti contenuto nel codice di Hammurabi del XVII sec. a. C. e l’adozione era utilizzata dagli Egizi ai Greci alla Roma Imperiale con la finalità di assicurare una discendenza alla famiglia che ne era priva, garantendo la trasmissione del cognome e del patrimonio familiare.

L’Antico Testamento offre alcuni esempi anche illustri di figli adottivi: da Mosè, accolto come un figlio dalla figlia del Faraone (Es 2,1-10), a Ester, orfana di padre e di madre e adottata dallo zio Mardocheo (Est 2,7-15), a Efraim e Manasse cresciuti da Giacobbe (Gn 48,5). È bene sottolineare come in queste vicende l’adozione non costituisca solo un rimedio alle vicissitudini, spesso dolorose, di chi ne è coinvolto, ma venga immediatamente assunta in una prospettiva più ampia in quanto manifestazione della volontà salvifica di Dio. In altri termini, le ricadute dell’adozione non riguardano solo i diretti interessati, ma si dilatano fino ad abbracciare l’intero popolo e costituiscono una svolta nella storia della salvezza: contengono una valenza generativa che si dispiega nel tempo, contribuendo fattivamente alla realizzazione del progetto di Dio per l’uomo.

Interessante poi rimarcare come nel Nuovo Testamento ricorra più volte il termine “adozione” ad indicare la partecipazione di tutti gli uomini alla salvezza offerta da Dio in Gesù Cristo (cfr. Rm 8,15; Ef 1,5-6; Gal 4,1-7).

Inoltre, la paternità stessa di san Giuseppe evidenzia alcune dimensioni connaturate alla paternità in generale che ben si addicono alla paternità nell’adozione, come ha di recente ricordato Papa Francesco: «Padri non si nasce, lo si diventa. E non lo si diventa solo perché si mette al mondo un figlio, ma perché ci si prende responsabilmente cura di lui» (Patris corde, 2020). L’esercizio della paternità umana in tutte le sue molteplici forme è inteso come segno della paternità di Dio in quanto in essa affonda le sue radici.

Con la diffusione del cristianesimo, l’adozione di un figlio è considerata una forma specifica dell’amore familiare e un’espressione di reale carità. Viene così messo in evidenza un aspetto fondamentale della pratica adottiva, ovvero quello dell’accoglienza di un minore privo di cure familiari, aspetto che nel tempo è diventato sempre più rilevante e che si affianca (oggi fino quasi ad oscurarlo) a quello della trasmissione del patrimonio familiare.

L’adozione nel Magistero

L’apertura all’adozione ritorna poi più volte nel Magistero della Chiesa, come scelta di accoglienza familiare, certamente raccomandata in assenza di figli, ma non solo, sostenuta e caldeggiata anche in quanto apertura alla vita e spinta propriamente generativa. Nella esortazione apostolica Familiaris consortio si dice a questo proposito: «Non si deve, tuttavia, dimenticare che anche quando la procreazione non è possibile, non per questo la vita coniugale perde il suo valore. La sterilità fisica infatti può essere occasione per gli sposi di altri servizi importanti alla vita della persona umana, quali ad esempio l’adozione» (Familiaris consortio, 1981, 14).

Anche Papa Francesco nell’Amoris laetitia (2016, 180) ne parla espressamente e precisa: «La scelta dell’adozione e dell’affido esprime una particolare fecondità dell’esperienza coniugale, al di là dei casi in cui è dolorosamente segnata dalla sterilità. […] A fronte di quelle situazioni in cui il figlio è preteso a qualsiasi costo, come diritto del proprio completamento, l’adozione e l’affido rettamente intesi mostrano un aspetto importante della genitorialità e della figliolanza, in quanto aiutano a riconoscere che i figli, sia naturali sia adottivi o affidati, sono altro da sé ed occorre accoglierli, amarli, prendersene cura e non solo metterli al mondo. L’interesse prevalente del bambino dovrebbe sempre ispirare le decisioni sull’adozione e l’affido».

Il valore profetico dell’adozione

L’adozione, così come l’affido, racchiudono in sé un valore profetico, capace di illuminare la natura più profonda in generale dell’essere genitori e dell’essere figli e di evidenziarne alcuni aspetti che nella genitorialità “biologica” appaiono spesso sbiaditi e lasciati sullo sfondo, a maggior ragione oggi. A fronte di un contesto culturale attuale contrassegnato dal puerocentrismo narcisistico, in cui il figlio è scelto e cercato (a volte anche pervicacemente) come figlio “per sé”, come prolungamento dei propri desideri, come oggetto su cui riversare le proprie aspettative (Scabini - Iafrate, 2017), i genitori nell’adozione e nell’affido sono chiamati fin da principio ad accogliere un figlio come “altro da sé”, portatore di una differenza data ed evidente fin da subito, visibile nei tratti somatici e spesso anche nella differenza etnica, di lingua e di cultura che rimanda alla sua specifica storia, al suo essere nato “altrove”. In particolare nell’adozione, i genitori e con loro tutta la famiglia estesa sono chiamati a plasmare nel tempo la somiglianza e a costruire una comune appartenenza familiare.

Somiglianza e differenza sono i poli all’interno dei quali si snoda in tutti i casi il legame genitori e figli, e ciò accomuna la genitorialità biologica a quella adottiva. È il punto di partenza che è differente. Nella genitorialità biologica la somiglianza è data fin dal principio ed è visibile nei tratti somatici e nel tempo i genitori si trovano a fare i conti con la differenza e a riconoscere il figlio come “altro da sé”, nella sua unicità, con talenti e inclinazioni proprie. Nell’adozione, al contrario, la differenza è posta fin dall’origine, mentre la somiglianza e l’appartenenza familiare devono essere costruite nel tempo. In particolare, la sfida nell’adozione consiste nel com-prendere (cioè “prendere dentro” e rendere familiare) e valorizzare la differenza di cui il figlio è portatore, senza cancellarla, per costruire una comune appartenenza familiare.

Nell’affido, invece, i genitori affidatari assumono una “genitorialità a termine” e sono chiamati a proteggere e rafforzare il legame del figlio alla famiglia di origine, di cui conserva il cognome, presente sul piano della realtà. Anche nell’adozione la famiglia di nascita rimane presente, ma solo sul piano simbolico. La famiglia adottiva infatti non è propriamente sostitutiva, come spesso si dice, ma più propriamente consecutiva, in quanto viene “dopo”, qualora la famiglia d’origine non sia in grado di occuparsi adeguatamente di quel figlio.

Il compito dei figli: accogliere il bene di origine

Nel tempo i figli adottivi saranno chiamati ad assumere e fare propria la scelta dell’adozione, legittimando quell’uomo e quella donna come i propri genitori a tutti gli effetti. Compito peculiare che vede sia i genitori sia i figli attivi protagonisti fin dall’inizio è la ricostruzione della storia dell’adozione, la condivisione degli aspetti emotivi e del dolore ad essa connesso e l’attribuzione di senso, ovvero trovare quel filo rosso che lega presente e passato in modo che la storia dell’adozione possa diventare un capitolo della storia familiare. Sarà in ogni caso importante aiutare il figlio a riconoscere e dare valore al bene primario ricevuto, cioè al dono della vita che gli è stato in ogni caso garantito. Infatti, la nascita, bene di origine, donato ad ogni essere umano che vede la luce, è sempre un “miracolo stupefacente”, come sottolinea anche Hanna Arendt (The Human condition, 1958): la coscienza di questo dono, così spesso dato per scontato, può essere per tutti una risorsa di senso cui aggrapparsi e su cui far leva nei momenti più bui ed è a maggior ragione importante per coloro che, come nel caso dei figli adottivi, devono affrontare il “male” dell’abbandono e delle molteplici perdite ed evitare quelle non infrequenti derive rancorose e rivendicative che possono rendere difficile riconoscere con gratitudine quanto ricevuto dalla famiglia adottiva.

Genitori e figli si trovano poi impegnati in un percorso di riconoscimento dello scambio reciproco del dono: certamente i genitori offrono gratuitamente al figlio un contesto di crescita adeguato, ma sono anche chiamati ad accogliere il figlio, in quanto dono in sé e in quanto offre loro la genitorialità. Non di rado, invece, essi si pongono nella posizione di coloro che hanno salvato il figlio da una sorte avversa, oscurando la reciprocità dello scambio, schiacciando il figlio nella posizione di perenne debitore e impedendogli di nutrire un autentico senso di gratitudine per quanto ricevuto.

Gli esiti generativi di questo processo di valorizzazione del bene di origine, di rielaborazione del passato doloroso e di inserimento nel nuovo ceppo familiare si rendono particolarmente evidenti quando i figli adottivi transitano all’età adulta e si trovano a compiere, a loro volta, scelte affettive, tra cui quella di mettere al mondo una nuova generazione: fare esperienza della cura e del legame con il figlio offre agli adulti adottati nuove opportunità per rileggere e risignificare la propria storia e apre orizzonti da un lato per accettare e perdonare le mancanze, dall’altro per nutrire gratitudine per quanto ricevuto. D’altra parte, l’adozione è propriamente un life long process.

L’adozione come generatività sociale

Generare un figlio è sempre un atto non solo privato/familiare, ma al contempo un atto sociale (si dice infatti “mettere al mondo”), anche se, nell’attuale contesto connotato – come abbiamo ricordato poc’anzi – dal puerocentrismo narcisistico, questa dimensione risulta assai offuscata.

Tale aspetto sociale, invece, è connaturato sia all’adozione sia all’affido non solo perché essi si inquadrano entro un preciso ordinamento giuridico e il sociale interviene nelle funzioni di controllo e di supporto, ma in quanto entrambi costituiscono una risposta sociale al dramma dell’infanzia in stato di abbandono o inadeguatezza.

Possiamo inoltre dire che adozione e affido sono espressione peculiare di quella che abbiamo chiamato generatività sociale (Scabini - Iafrate, 2019). A ben vedere sempre la genitorialità contiene in sé una dimensione sociale in quanto impegno nel crescere una nuova generazione, che è al tempo stesso familiare e sociale (vedi voce Relazione tra uomo e donna nella coppia e nella genitorialità). Nell’attuale contesto socio-culturale, tale dimensione è del tutto offuscata per una eccessiva enfasi sulle dimensioni più propriamente affettive e per un diffuso appiattimento sul presente. Nell’adozione e nell’affido è più evidente che i genitori svolgano un compito socialmente rilevante, ovvero quello di garantire a un minore che ne è privo un contesto di crescita adeguato. Questi due istituti giuridici si fondano pertanto sulla profonda e reciproca connessione tra famiglia e sociale, anzi si collocano proprio nel punto di intersezione tra questi due ambiti strettamente interdipendenti. In altre parole, a fronte del problema dell’infanzia in stato di abbandono o in contesti di fragilità e inadeguatezza, il sociale oggi – come un tempo – non può non fare appello alla risorsa “famiglia” per rispondere a tale emergenza.

La responsabilità del sociale

Da qui scaturisce anche la responsabilità che il sociale è chiamato ad assumere nel sostenere le famiglie attraverso le diverse tappe del percorso adottivo e di affido. Si tratta di sostenere una accoglienza corale del minore e della sua famiglia da parte del sociale e di promuovere percorsi di accompagnamento mediante interventi preventivi di enrichment familiare al fine di promuovere quelle risorse necessarie ad affrontare le sfide poste da queste scelte di accoglienza familiare (Scabini - Iafrate, 2019). Al riguardo fondamentali risultano le reti di genitori e il ruolo delle associazioni familiari che possono fornire quel supporto e quel confronto di cui i genitori adottivi e affidatari necessitano nelle diverse fasi del ciclo di vita. Tutti i professionisti coinvolti, ma anche insegnanti, catechisti e operatori di pastorale familiare, necessitano poi di una preparazione specifica su queste tematiche, affinché adozione e affido possano essere considerati dalle famiglie come strade percorribili per realizzare il proprio progetto di “fare famiglia”.


Bibliografia
• Rosnati R. (a cura di) (2010), Il legame adottivo. Contributi internazionali per la ricerca e l’intervento, Unicopli.
• Scabini E., Rossi G. (a cura di) (2014), Allargare lo spazio familiare. Adozione e affido, Studi interdisciplinari sulla famiglia, 27, Vita e Pensiero.
• Scabini E., Iafrate R. (2019), Psicologia dei legami familiari, Il Mulino.
• Snarey J. (1993), How fathers care for the next generation. A four decade study, Harvard University Press.
• van IJzendoorn M.H., Juffer, F. (2006), The Emmanuel Miller Memorial Lecture 2006. Adoption as intervention. Meta-analytic evidence for massive catch-up and plasticity in physical, socio-emotional, and cognitive development, «Journal of Child Psychology and Psychiatry», 47, 1228-1245.


Autore
Rosa Rosnati, Università Cattolica del Sacro Cuore (rosa.rosnati@unicatt.it)