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Fascicolo 2024, 1 – Gennaio-Marzo 2024
Prima pubblicazione online: Marzo 2024
ISSN 2784-8884
DOI 10.26350/dizdott_000146
Abstract:
ENGLISH
Il contributo si concentra su una contraddizione latente, il tema del rispetto, che può annidarsi nell'animo di molti cosiddetti caregiver (informali e professionali). Poiché fanno molto per le persone di cui si prendono cura, essi esprimono "rispetto" nei loro confronti quasi per definizione. Allo stesso tempo, però, nel loro inconscio, il rispetto può coesistere con il sentimento opposto della disistima, radicato sia nell'ideologia dell'assistenzialismo che del liberismo. In questa sede verrà discusso un paradigma diverso, autenticamente relazionale.
Parole chiave: Reciprocità, Relazioni di cura, Fragilità, Dignità, Apprendimento esperienziale
ERC:
ITALIANO
The contribution focuses on a latent contradiction, about respect, that may lurk in the souls of many so-called caregivers (informal and professional). Because they do so much for the persons they care for, they express 'respect' to them almost by definition. At the same time, however, in their unconscious, respect can coexist with the opposite feeling of disesteem - rooted in both the ideology of welfarism and neo-liberalism. A different, genuinely relational paradigm will be discussed here.
Keywords: Reciprocity, Caring relationships, Fragility, Dignity, Experiential learning.
ERC:
Simone de Beauvoir, nel suo libro La terza età (1971), affermava: «I vecchi sono degli esseri umani? A giudicare dal modo con cui sono trattati nella nostra società, è lecito dubitarne».
Nonostante i molti progressi in campo medico e sociologico, sia teoretici che effettivi, quest’antico interrogativo rimane attuale. Esso fotografa un sentimento ancora prevalente nelle nostre società cosiddette sviluppate (sempre più lanciate verso l’utilitarismo, il consumismo, l’edonismo, il narcisismo, il salutismo, il nichilismo, l’abilismo, eccetera.). È l’atteggiamento secondo cui, se l’essere umano non è capace di produrre e consumare a pieno regime, se non serve alla prosperità economica generale misurata dal PIL, sarebbe ovvio (che altro se no?) considerarlo superfluo o, come denuncia Papa Francesco, uno scarto. Non più un vero essere umano, degno di esprimersi e di essere ascoltato. Magari un essere umano sì – ci mancherebbe! – ma di serie C.
1. Il disprezzo per la decadenza
Lasciando in disparte l’ossessione liberista per il denaro, scavando più a fondo, troviamo pure, in ogni società, non solo quelle a sfondo calvinista, un fenomeno – un istinto, si potrebbe dire – ancor più radicale: l’ammirazione incondizionata per ogni eccellenza. Le persone splendide, che esibiscono i loro punti di forza – siano la salute, la forza, il denaro, l’intelligenza, la bellezza, la bontà, ecc. – esercitano su di noi un’attrazione quasi ipnotica: ci piacciono! Neppure sforzandoci saremmo capaci di resistere loro. Ancora meno resisteremmo qualora i destinatari della nostra ammirazione fossimo… noi stessi. Poco male in ciò. Ammirare i modelli è una pulsione troppo umana – direbbe Nietzsche. Rigirando tuttavia la medaglia, sul retro di un tale incantamento, troviamo la… muffa. Parliamo dello speculare sottile ribrezzo verso ogni decadenza. I vecchi, i malati, i deboli, i poveri, gli emarginati, i devianti – in generale chiunque mostri difficoltà nel vivere – ci inducono spesso istintiva pena, e pure a volte un filo di poco cristiano disprezzo.
Suprematista o igienista può essere chiamato tale sentimento. Nella misura in cui il nostro animo lo avverte, esso resta indicibile: corre in genere «al di sotto del linguaggio» (Natoli e Semeraro, 2023, 9). Di tutte quelle innate repulsioni in fondo un poco ci vergogniamo – per fortuna. Esse, tuttavia, hanno radici profonde. Fanno spesso capolino tra altisonanti parole che maldestramente tentano di affermare il contrario.
Nella trappola di screditare chi non è conforme alle nostre attese, cadiamo tutti indistintamente, giovani e vecchi, operatori della cura e dilettanti. Per primi noi stessi studiosi dei pregiudizi sociali. Pur edotti da tante teorie contrarie, a volte tendiamo a svalutare persino… i target stessi dei nostri studi. Controprova ne è che, pur dichiarandoci, in quanto esperti, fieri paladini degli ultimi, degli oppressi o, usando termini vetusti, degli handicappati, mai accetteremmo uno scambio alla pari tra la nostra condizione di privilegiati e la loro di emarginati. Mai arriveremmo a pensare davvero che, se noi ipoteticamente fossimo loro, ne saremmo senz’altro… orgogliosi.
Alquanto disinvolti nel disprezzare i deboli sono più spesso i giovani. Spinti da una comprensibile naturale baldanza – e da una cultura estetizzante devota alla vanità – essi tendono a stupirsi di chiunque non esibisca una cartella clinica “a norma” come la loro. I giovani si percepiscono forti per essenza (vale a dire: come atto dovuto) e faticano perciò a trovare un senso all’evidenza che altre persone debbano arrancare e soffrire. Essi sanno bene che le miserie esistono, ma qualificano ogni regressione altrui come una disgrazia. Tanti giovani procedono incuranti che la questione li possa riguardare. Forse non hanno letto, e meno ancora meditato, il monito spesso presente all’ingresso dei cimiteri: «Quello che noi ora siamo, voi lo sarete. Quello che voi ora siete, noi lo siamo stati».
Pure in tanti anziani è facile trovare un certo discredito verso il decadimento legato all’età avanzata – sociologicamente indicato con il termine ageism. Persino lo riscontriamo a volte in tanti cosiddetti grandi vecchi, che di continuo si chiedono “ma quando e come lo siamo diventati?”. Taluni di loro, quasi affetti da una sorta di malattia auto-immune, si rivoltano contro il proprio esistere, e si biasimano mormorando: “che ci sto ancora a fare al mondo, se il mio corpo si è sformato e le mie gambe non reggono, se non ricordo quasi nulla e persino stento a riconoscere i miei figli? È vita questa?”.
2. Il sentire inconscio dei caregiver e degli operatori della cura
Forse all’unico scopo di lasciarsi studiare dalla sociologia e dalla psicoanalisi, si formano dunque, in tanti cuori di noi comuni esseri umani, all’insaputa delle nostre menti, sensazioni di un simile tenore. Ma se ci interrogassimo invece, più in specifico, circa gli analoghi sentimenti che si agitano dentro di noi in quanto addetti alle cure? Che dire se volessimo restringere l’attenzione ai pregiudizi di chi, a vario titolo interessati, operano nel campo del welfare?
Curiosi di capire che cosa succede davvero giù nel fondo delle nostre coscienze certamente solidali, la domanda di ricerca cui ci interessa rispondere, è perciò la seguente: “pure in noi così altruisti si possono generare certe inconfessabili dinamiche lontane dalla lettera e dallo spirito di ciò che facciamo? Se poi fossimo professionisti, persino così lontani dai Codici deontologici imparati in Università?”.
Proprio il fatto di sentirsi competenti a lavorare l’umanità degli altri richiede in prima istanza, a tutti i caregivers, una profonda conoscenza della propria. Pure una formale abilitazione come “esperti nell’aiuto” non garantisce di per sé. Meno ancora mette al riparo dall’incongruenza, cioè dal poter provare imbarazzanti sentimenti che contraddicono l’essenza di quell’agire. Mentre avrebbe poco senso chiedere a tutti di fare attenzione al proprio parlare o al proprio vivere, non così è per un operatore di cura.
2.1. Qualche domanda introspettiva
Chiunque si trovi impegnato nel lavoro di cura con le persone cosiddette fragili o non autosufficienti, così come gli esperti accademici che tali dinamiche le studiano, non sprecherebbero il proprio tempo qualora decidessero, a volte, di porsi in seria auscultazione della propria personalità. Il primo passo per qualsiasi cambiamento interiore è infatti avvertire un qualche insight rispetto a ciò che non va in fondo a sé stessi.
Potrebbero allora provare a rispondere a domande come le seguenti:
a) Sono io consapevole di quell’eventuale mood interiore che mi potrebbe portare a disprezzare il decadimento e la difficoltà, a “inorridire” sottilmente di fronte alla persona bisognosa, paradossalmente forse nello stesso momento in cui io la prenda in cura?
b) So dominare al mio interno, se vi sono, certi morbosi godimenti – “maligni” li definirebbe Tom Kitwood (2005) – a diagnosticare i disfunzionamenti altrui, per poi andare, forse a volte un poco spavaldamente, ad attaccarli?
c) So percepire dentro di me il tintinnio di certe sottili incongruenze – direbbe C. Rogers – tra ciò che dico, ciò che faccio e ciò che sento?
d) Quando mi alzo in pubblico per parlare di rispetto, dignità e diritti (beninteso: dicendolo in tutta sincerità, non come slogan politicamente corretti) mi accorgo se quel mio accorato parlare sia invece, a volte, sottilmente… falso?
e) Quando stigmatizzo con forza il diffondersi dell’ageism tra la mia gente, nella comunità in cui io vivo, so capire che sono io stesso forgiato nel medesimo brodo di quella cultura?
2.2. C’è rispetto e rispetto
A noi tutti, studiosi e operatori, piace pensare che le parole che usiamo per rivolgerci alle persone assistite, intenzionati a trasmettere loro cortesia e simpatia, per definizione si incarnino armoniosamente nei nostri atteggiamenti, i quali poi ecco che, in automatico, trasferiscono ai destinatari il nostro indiscutibile rispetto!
Ma c’è rispetto e rispetto. C’è un rispetto di superficie, che luccica al di fuori. E c’è un rispetto profondo, che non si lascia sentire se non toccandolo con mano. “Rispettare e rispettare” – potremmo dire parafrasando Kierkegaard – “non sono la stessa cosa”.
Nelle relazioni umane, un vero rispetto non lo si parla. Lo si pratica. Ogni affermazione dei diritti è doverosa solo nelle sue formulazioni astratte, quando è pronunciata in favore della intera umanità. Nel momento in cui la si personalizza, cioè la si punta verso questo o quel gruppo sociale, o verso questa o quella persona in particolare, può trasmettere un rispetto apparente, che rasenta l’opposto. La sfera impersonale del diritto, giusto per riconoscere la dignità di cura ad una persona, e per poterle formalmente attribuire le corrispondenti prestazioni di welfare (indennità, pensioni, benefit vari, ecc.) deve prima dequalificarla tramite una diagnosi, classificandola entro una speciale categoria di disabilità/vulnerabilità. Dicendo o pensando di qualcuno: “io ti rispetto in ottemperanza ad un grande principio astratto, anche se invece tu qui ora…”, affermiamo da un lato una doverosa intenzione e dall’altro la contraddiciamo in pratica.
Da coloro che ci cureranno, oltre ad essere ben ‘assistiti’, vorremmo essere genuinamente rispettati. Nessun rimbombo di teorie, o di parole pseudo-affettuose, ci rassicurerebbe. Vorremmo dagli operatori un rispetto intuitivo, immediato e profondo: una care che si tocca con mano.
In sintesi: se gli operatori della cura riformulassero su di loro il classico interrogativo di Simone de Beauvoir, esso suonerebbe così: “è possibile che pure noi, forgiati da tanti contatti con l’umanità che soffre, finiamo a volte per lasciarci indurre a ritenere scontato, al pari della nostra società, che la disabilità e le sofferenze siano sciagure, e che esse in fondo non servano a nulla?”
Per rispondere, ognuno dovrà seguire la propria “conversazione interiore” (cfr. Archer, 2006) così come essa fluisce dal proprio interno, e come meglio riterrà. Volendo trivellare con sonde statistiche l’animo degli esperti delle cure, come di recente, pur nelle limitazioni del Covid, ci siamo ingegnati a fare (Folgheraiter e Raineri, in press), si trovano, impilati idealmente uno sopra l’altro, tre distinti strati di senso.
2.3. Tre concezioni del rispetto
Gli innumerevoli accenti e toni delle nostre distinte sensibilità possono essere ricondotti infatti entro il canovaccio di tre potenti sentimenti-guida o mood inconsci, tutti ragionevoli e in parte condivisibili, ma non tutti dotati della stessa potenza e fecondità.
I primi due atteggiamenti d’aiuto sono riconducibili ad un paradigma convenzionale di tipo unilaterale top-down, vagamente suprematista, il che involontariamente porta tali sentimenti a contraddire il rispetto che invocano. Il terzo atteggiamento è invece riconducibile ad un paradigma controintuitivo di tipo orizzontale, che favorisce una tendenziale piena coerenza tra le emozioni e le relative parole.
Si possono identificare quindi:
a) una mentalità liberista (efficientista e moralista) che dice “nonostante certi anziani siano indubbiamente degli scarti, molti altri invece sono stati capaci di restare ancora agili e sani e intraprendenti consumatori (cioè, essi sembrano ancora giovani, vale a dire nello stato tipico della vitalità: quello della autonomia e della salute)”. In questo senso, il vero rispetto è riservato ai sani e ai forti, mentre le persone vulnerabili risulterebbero indirettamente percepite come dei minus.
b) una mentalità welfarista (o dei diritti), che dice: “nonostante tanti anziani siano indubbiamente degli scarti, noi li rispettiamo (non solo li curiamo) perché ogni essere umano resta umano, così come resta un cittadino titolare di diritti, fino alla fine (anche al latente scopo di consentire alla nostra società di sentirsi civile)”. In questo senso, l’iterazione delle parole rispettose con cui insistiamo a ribadire teoricamente il valore e i diritti delle persone fragili possono configurarsi come un’excusatio non petita e proiettare perciò inconsapevolmente un’intrinseca concezione svalutante della vulnerabilità umana da parte di noi parlanti.
c) un paradigma relazionale (o della reciprocità), che dice: “nonostante certi anziani abbiano le sembianze di uno scarto, essi sono pienamente umani proprio in virtù delle loro menomazioni e limitazioni, che li elevano spiritualmente ai nostri occhi e li rendono esempi e modelli (anche cristiani) di accettazione, sopportazione e glorificazione della vita”.
3. Rispetto e cura: il paradigma relazionale
Questa terza posizione – ispirata ai principi della “Sociologia relazionale” (Donati, 2022) e del “Relational social work” (Folgheraiter, 2018) – ingloba il buono della cultura dei diritti e al contempo prova a depurarne le sottili scorie. Mentre mai nega – per disattenzione, fretta o malinteso buonismo – le gravi difficoltà altrui, il nuovo paradigma consente di compiere un radicale passo avanti. Esprime un rispetto integro, che sempre presuppone, in ogni rapporto di aiuto consistente, per quanto possibile, una effettiva parità umana, pur tra interlocutori (il caregiver e l’utente) ciascuno depositario di un’umanità – per così dire – in apparenza tanto diversa. L’operatore prova qui un rispetto che va oltre ogni pur commendevole obbligo professionale, così come oltre ogni pur necessaria obbedienza a protocolli o procedure di autorità esterne. Il paradigma della relazione apre ad una sensibilità umanistica spiritualmente più profonda. Una visione che presuppone una certa capacità naturale (fosse anche di professionisti super addestrati) di incontrare Alter tale quale egli è come umano, e di apprezzarne seriamente, senza sforzo, per acclarate evidenze e motivazioni, la dignità che gli appartiene nella relazione.
Ma – ci chiediamo – in che modo, e con quali motivazioni razionali, è possibile sentire il valore di coloro che, istintivamente, il nostro animo ci induce a percepire come deprivati di valore, se non addirittura privi di valore? Una risposta, allo stesso tempo semplicissima e, per così dire, misteriosofica, sembrerebbe essere la seguente: per attribuire dignità ai nostri simili dobbiamo innanzitutto sentire, e rispettare, la nostra. Occorre che il nostro inconscio si predisponga ad incontrare la diversità/sofferenza dei nostri interlocutori – custodita nello scrigno di menti a noi sempre parzialmente estranee – vivendola come se essa fosse proiettabile circolarmente, profondamente, su noi stessi. «Il genio della malattia è più umano di quello della salute», scriveva Thomas Mann in Nobiltà dello spirito (pag. 54).
Saper concepire il valore sapienziale di ogni sofferenza è la capability più alta in ogni relazione di cura. Il rispetto di quel valore porta gli operatori ad accostare i propri assistiti, e in generale tutte le persone che incontrano, con atteggiamento fiducioso, mirando alle loro qualità pur se esse a volte se ne stanno nascoste sotto una scorza o una superficie oscurante, o addirittura deformante.
4. Cosa ci insegna il paradigma relazionale
Una lezione metodologica: un operatore è relazionale quando sente che ogni aiuto si realizza sempre (e solo) se va a buon fine l’incontro di più volontà associate, cioè se si costruisce in relazione. Nessun operatore può mai credere che il suo lavoro sia relazionale solo perché cerca di essere diplomatico e tattico o perché riesce a fare le belle faccette o le moine alle persone che ha davanti. Si dovrebbe piuttosto rammaricare, qualora sotto i propri modi sempre garbati sentisse di far loro sottilmente mancare, senza intenzione, il rispetto autentico. Se io non trovo nel mio interlocutore motivi per rispettarlo in sé – se credo davvero pur in buona fede che egli sia uno scarto – io non potrò mai sostare con lui (e di riflesso: con me stesso) in una relazione umana.
Una lezione esistenziale: un operatore di cura relazionale sa percepire in ogni persona sofferente l’occulta forza della sua manifesta inferiorità. Vede in tale forza un potenziale insegnamento per la propria intera personalità. Il principio relazionale ci porta ad accettare che, nelle situazioni delle cure estreme, come quelle palliative, ad esempio, le logiche ordinarie del determinismo vengono progressivamente in gran parte, se non del tutto, a perdere di senso. L’operatore sociale e sanitario sensibile gode del vantaggio indiretto di poter comprendere e di poter «esprimere fino in fondo la verità della propria vita» (Natoli e Semeraro, 2023, 34). Tutto questo insight appaga e rasserena ben oltre gli ordinari, non di per sé disprezzabili ancorché spesso dozzinali, piaceri/godimenti dei sensi stessi. Tale intuizione fornisce un senso trascendente a tutto ciò che semplicemente accade. Un operatore sociale, vivendo e mostrando una tale serenità, per non dire una tale beatitudine, testimonia l’alto laico valore spirituale del proprio mestiere. Ciò che gli operatori, compresi gli stessi medici, offrono meccanicisticamente, sempre più fatica ad arrivare a segno o addirittura, può tornare indietro come veleno. Il mestiere dell’umano concede ai professionisti di poter davvero dare solo aprendosi in recezione, ossia: sentendosi al contempo appagati e felici di ricevere. Al di là delle affermazioni di principio, possiamo trasmettere rispetto al nostro interlocutore solo consentendogli di poter dare lui, a noi, insegnamenti altrettanto esclusivi dei nostri.
E una lezione sociale: ogni sofferenza accettata e rielaborata diviene un bene sapienziale che assume una inevitabile caratura collettiva. Diviene un bene di tutti: di chi quella sofferenza la vive e di chi, da provvisoriamente sano, si apre a quel contatto. Ogni esperienza di contatto profondo con l’umanità dolente trasuda poi verso gli “altri significativi” dell’operatore involontaria sapienza riguardo a ciò che il vivere umano “è”.
Nel pdf allegato, una trattazione più ampia del tema dal titolo: Il rispetto per gli anziani. Note per gli operatori di cura.
Bibliografia
• Archer M. (2006), La conversazione interiore, Come nasce l’agire sociale, Erickson, Trento.
• Donati P., (1991), Teoria relazionale della società, Angeli, Milano.
• Folgheraiter F. (2017), Manifesto del Metodo Relational social work, Erickson, Trento.
• Folgheraiter F., Raineri M.L., La relazione con Alter sofferente: analisi degli atteggiamenti degli operatori sociali riguardo al rispetto per le persone anziane (in corso di pubblicazione).
• Kitwood T. (2015), Riconsiderare la demenza, Erickson, Trento.
• Natoli S., Semeraro M.D. (2023), Il dolore, Il Margine, Trento.
Autore
Fabio Folgheraiter, Università Cattolica del Sacro Cuore (fabio.folgheraiter@unicatt.it)