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Fascicolo 2023, 1 – Gennaio-Marzo 2023
Prima pubblicazione online: Marzo 2023
ISSN 2784-8884
DOI 10.26350/dizdott_000118
Abstract:
ENGLISH
L’internamento dei militari italiani nei lager nazisti dopo l’8 settembre 1943 pone ancora oggi diverse questioni di analisi storiografica; tra queste, assume particolare rilevanza il tema della pace visto sia come lo strumento attraverso cui i prigionieri hanno contrastato il nazifascismo sia come lo stato interiore raggiunto attraverso la preghiera e l’introspezione spirituale. Parimenti importante, inoltre, il tema della resistenza non armata come fondamento del futuro stato repubblicano.
Parole chiave: Pace, Guerra, Internati militari italiani, Resistenza, Repubblica, Campi di prigionia nazisti
ERC: SH2_3; SH6_9; SH6_11; SH6_13; SH6_14
ITALIANO
The imprisonment of the Italian soldiers in Nazi lagers after 8th September 1943 still raises various questions of historiographical analysis. Among them, the topic of peace assumes specific relevance and it is seen both as the tool used by prisoners to contrast Nazi fascism and as the inner state achieved through prayer and spiritual introspection. Moreover, it is equally important the topic of non-armed resistance as the foundation of the future Italian republican State
Keywords: Peace, War, Italian Military Internees, Resistenza, Republic, Nazi lagers
ERC: SH2_3; SH6_9; SH6_11; SH6_13; SH6_14
La questione dell’internamento dei militari del Regio Esercito Italiano dopo l’8 settembre 1943, pur avendo segnato le esistenze di quasi un milione di uomini, è stata volutamente dimenticata dalla storiografia e dalla memoria ufficiale dello Stato repubblicano per lunghi decenni; soltanto dalla fine degli anni Ottanta cominciano ad apparire le prime pubblicazioni che, superando la dimensione memorialistica, danno ragione dell’effettivo contributo fornito dagli internati alla causa resistenziale e indagano le ragioni che hanno spinto a resistere nei lager nazisti per venti mesi quasi il 90 per cento di coloro che vennero catturati nelle ore successive all’Armistizio.
L’essenza della prigionia dei militari italiani, infatti, consiste proprio nella inusuale possibilità di scelta insita nell’internamento: in qualunque momento si può decidere di collaborare militarmente con il nazifascismo, chiudendo con l’umiliante condizione di carcerati e, in alcuni casi, perfino rientrando in patria. Ad abbandonare le gelide baracche dei campi saranno circa 103 mila “optanti”, la maggior parte tra i primi mesi di detenzione e dopo il primo, terribile, inverno del 1943-44. Gli altri 650 mila, invece, resistono. Resistono alla fame – il massimo supplizio degli internati, il pensiero costante di tutte le ore di veglia e non solo – al freddo, alle umiliazioni, alle percosse, in alcuni casi anche alle estenuanti ore di lavoro coatto nelle fabbriche tedesche.
Raccontare la resistenza fisica degli internati – una resistenza, sia chiaro, incredibile: torneranno a casa pesando anche meno di quaranta chili e i morti saranno più di 50 mila, una percentuale altissima confrontata ai prigionieri di guerra di altre nazionalità – non deve, però, oscurare la grandezza della resistenza morale e spirituale. Perché hanno continuato a scegliere, ogni giorno, una prigionia volontaria? Perché si sono rifiutati così ostinatamente di venire a patti con i nazifascisti? Comprendere i motivi questa scelta ci permette di gettare una luce sui valori che hanno sostenuto gli internati nel loro deliberato sacrificio per quasi due anni.
Lo spartiacque dell’8 settembre
Fin dall’indomani della caduta di Mussolini, gli Alleati – attraverso il messaggio radio di Eisenhower trasmesso il 29 luglio 1943 – avevano esortato i militari italiani a contribuire ai piani di Washington e Mosca smettendo di sostenere lo sforzo bellico nazista: «il vostro ruolo consiste nel cessare immediatamente ogni assistenza alle forze armate tedesche nel vostro paese. Se farete ciò, noi vi libereremo dai tedeschi e dagli orrori della guerra». Tuttavia, è solo con il tragico armistizio dell’8 settembre e la conseguente attuazione da parte tedesca dell’operazione Achse – l’occupazione della penisola e il disarmo e la cattura delle Forze Armate – che i soldati si trovano di fronte ad una scelta possibile. Smistati nei territori occupati dal Reich, dopo interminabili e brutali settimane di viaggio, agli italiani deportati viene offerta la libertà in cambio dell’adesione al nazifascismo. Un’intera generazione – generazione ribelle, è stata definita (Avagliano, 2006) – cresciuta nel culto fascista della guerra, nel mito bellicista dell’Italia gloriosa e della dominazione dei popoli inferiori, si rifiuta di tornare a combattere, lascia le armi, consegnate al momento della cattura, ed esprime il proprio profondo dissenso scegliendo di rimanere prigioniera nei lager. Perché?
Le ragioni del “no”
Le ragioni sono molteplici: alcuni lo fanno per senso dell’onore, per il desiderio di tenere fede alla parola data con il giuramento militare al Re, altri per amore di una Patria ideale, sfrondata dalla retorica fascista, moltissimi per il rigetto istintivo del Nazismo e della sua ideologia paganeggiante, tanti per la volontà di non protrarre oltre una guerra assurda e perduta, delusi nei confronti di tutto ciò in cui avevano creduto e che si era dissolto. Le parole del capitano Giuseppe De Toni esplicitano chiaramente i motivi che sostengono la scelta dell’internamento: «noi non vogliamo restare qui, come qualcuno insinua, per vigliaccheria, quasi imboscati, siamo tutti ex combattenti, molti decorati, molti volontari, e del resto noi abbiamo i nostri morti e questa è forse peggio che una prima linea di combattimento, noi non siamo degli attendisti, non è per calcolo, per capriccio, né per puntiglio, ma solo per coerenza, per un principio di dignità, di amore, di giustizia» (De Toni, 1980, 178-180).
Colpiscono, inoltre, nelle memorie degli internati i continui rimandi al futuro dell’Italia – oltre che a quello personale, familiare – come se fosse presente la consapevolezza che, proprio nel tormento dell’internamento, si stia andando a formare la nuova coscienza nazionale che si sostanzierà poi nella forma repubblicana; si condivide, cioè, pur nella quasi totale assenza di contatti con la madrepatria, il progetto politico di ricostruzione democratica portato avanti parallelamente dai movimenti attivi della Resistenza.
La resistenza senz’armi
Proprio in una ingiustificata antitesi con l’esperienza dei movimenti partigiani in Italia, ci si riferisce spesso al fenomeno dell’internamento con la definizione di “resistenza senza armi”; se da un lato tale espressione indica il lodevole merito di includere l’internamento all’interno del panorama resistenziale, dall’altro sembra voler sottolineare una supposta debolezza intrinseca legata all’assenza di scontro armato. L’unica vera lotta di liberazione – sembra sottintendersi, così come parvero pensare anche l’opinione pubblica e le forze politiche dopo la guerra – è quella delle brigate partigiane.
A distanza di ottant’anni, invece, risulta evidente la potenza della resistenza non armata degli internati che, andando contro quanto richiesto al loro ruolo di militari, si trovarono a tener fede a una posizione solo attraverso il reiterarsi dei loro “no”, mettendo in crisi gli apparati nazisti e repubblichini con la forza dei convincimenti e degli ideali. Gli internati militari italiani, infatti, rivendicano diritti e dignità in nome di un’Italia che non esiste ancora al di fuori di loro, un’Italia interiore, nuova, diversa da quella in cui hanno vissuto; guardano oltre ai reticolati, a un futuro di libertà, personale e nazionale. Per loro è quantomai appropriato il riconoscimento di Paolo VI: «noi non possiamo non lodare coloro che, rinunciando alla violenza nella rivendicazione dei loro diritti, ricorrono a quei mezzi di difesa che sono, del resto, alla portata anche dei più deboli» (Gaudium et spes, 1965, 78).
È interessante, inoltre, notare come questa particolare forma di resistenza pacifica avvenga come risposta alla violenza più bieca, sperimentata sulla propria pelle durante il tragitto e la prigionia o osservata nelle campagne militari dei tre anni precedenti; si tratta, dunque, di un rifiuto della guerra, opposto da chi ha già provato cosa sia realmente un conflitto armato.
Tale resistenza contro un militarismo becero e ottuso, ancora più straordinaria se si dà conto del clima culturale fascista in cui i soldati si erano formati, non può che essere in larga parte debitrice dell’opera svolta nel corso del Ventennio dall’Azione Cattolica – la cui forzata chiusura delle sedi porterà Pio XI alla redazione della durissima Non abbiamo bisogno (1931) – e da molti di coloro che negli anni Cinquanta diventeranno poi esponenti del pacifismo italiano, come don Primo Mazzolari e la sua “ostinazione della pace” e Giorgio La Pira, accompagnato nelle sue riflessioni dal cardinale Elia Dalla Costa. Aldo Capitini, altro pioniere del pacifismo e antifascista convinto, ha detto che sul piano storico non è vero che il non violento perde sempre e il violento vince: esistono, invece, vittorie senza violenza. L’esperienza degli internati militari rappresenta la vittoria di coloro che, scientemente, hanno fatto proprio il comando evangelico: «rimetti la spada nel fodero, perché tutti quelli che mettono mano alla spada periranno di spada» (Mt 26, 52).
La vita religiosa nei campi
L’internamento, dunque, può essere analizzato come una forma di resistenza pacifica al nazifascismo e tale resistenza è quotidianamente corroborata dall’esperienza religiosa nei campi, di cui rimangono molteplici testimonianze. La vivissima vita spirituale nelle baracche dei lager – ne sono testimonianza le fotografie di celebrazioni eucaristiche assai partecipate, inusuali messe di Natale, somministrazioni collettive dei sacramenti dell’iniziazione cristiana – non può essere declassata a blando conforto nelle asperità, ma ci restituisce un’immagine di consapevole sacrificio sorretto dalla fede. L’universo variegato dell’internamento annovera, inoltre, al suo interno voci lucide di resistenza spirituale e testimonianze preziose di fede: solo per citarne alcune, tra le tante, quella del martire Renato Sclarandi (1919-1944), del venerabile Giuseppe Lazzati (1909-1986), dell’educatore Pino Arpioni (1924-2003), ma anche quella del beato Teresio Olivelli (1916-1945).
Il tempo eterno nell’universo concentrazionario induce alla riflessione, alla preghiera, stimola un’ascesi dello spirito, unico ambito che i carcerieri non possono insidiare. Don Josè Cottino, cappellano nel campo di Wietzendorf, riflettendo sull’esperienza della prigionia, ricorda: «molti sono veramente maturati badando all’essenziale, dimenticando le cose che compongono la cornice e andando al centro della vita. Molti altri hanno avuto un miglioramento spirituale, anche se poi la vita ha ripreso con tutti i suoi diritti, e questo filone aureo è stato sepolto nella sabbia. Una minoranza è rimasta irrigidita patendo in sé quella sofferenza che non sembrava dar frutti immediati» (ANEI 1967, 66).
La figura del cappellano internato rappresenta una novità nella pratica ecclesiastica del primo Novecento: volontariamente recluso insieme ai suoi commilitoni, il sacerdote, soffrendo e condividendo la condizioni di vita inumane del lager, abbatte quella tradizionale barriera tra gerarchia e fedeli in una inedita anticipazione di quelle novità che saranno poi introdotte dal Concilio Vaticano II e, in particolare, dalla Lumen gentium del 1964: «una nuova dimensione del sacerdozio diviene visibile e concreta attraverso la presenza di preti tra gli arrestati, tra i condannati e tra i resistenti torturati» (De Bernardis, 2017, 66).

"Cerimonia della Cresima", lager di Sandbostel, 1° ottobre 1944, fotografia di Vittorio Vialli appartenente all'Archivio Vialli e conservata presso l'Istituto Storico Parri.
La pace tra i reticolati
Anche dal punto di vista dottrinale l’esperienza dell’internamento sembra suggerire le successive trasformazioni che porteranno la Chiesa cattolica a rifiutare ufficialmente il criterio della guerra giusta nel 1963 con la Pacem in terris di Giovanni XXIII e a decretare la piena incompatibilità tra cristianesimo e guerra moderna. Ed è sempre Roncalli, segnato dai suoi anni come sergente di sanità e cappellano militare, a evidenziare «quale sia il desiderio di pace dell’uomo, specialmente di chi, come il soldato, confida di prepararne le basi per il futuro col suo personale sacrificio, e spesso con l’immolazione suprema della vita» (Ai cappellani militari in congedo, 1959, 2). Parole quanto mai appropriate per gli internati militari italiani.
L’esperienza religiosa all’interno dei lager permette loro di sperimentare la vera pace – innumerevoli le testimonianze che riferiscono della sensazione di pace accostandosi ai sacramenti – e non è un caso che proprio al Dio della pace faccia riferimento anche Giovanni Guareschi nella sua commovente Favola di Natale, scritta per i compagni di prigionia di Sandbostel e letta la sera della vigilia del 1944 nella baracca del campo adibita a teatro, in cui a un Gesù appena nato nella tradizionale capanna fa da contraltare il dio della guerra, un bambinello dalle fattezze ariane che nasce in una culla corazzata, scaldato dal fiato di un lanciafiamme e dallo scappamento di un carrarmato (Guareschi, 1946).
Pace dentro e fuori
Gli spunti presentati ci suggeriscono, quindi, una lettura duplice del fenomeno dell’internamento dei militari italiani dopo l’8 settembre 1943; da un lato, la coraggiosa “resistenza senz’armi” si pone tra i propri obiettivi quello prioritario di ottenere – attraverso l’ostinato rifiuto a fornire collaborazione militare ai nazifascisti – una pace politica, legata, cioè, al termine delle operazioni belliche condotte dalle forze dell’Asse. In quest’ottica gli internati hanno offerto un proprio, immane, contributo su più piani: dallo sforzo, economico e militare, che la gestione della mole di prigionieri ha imposto al Reich – sottraendo risorse per lo scontro diretto con gli Alleati – alla evidente delegittimazione politica che la presenza stessa dei militari, nonché le loro pessime condizioni di vita, ha causato alla Repubblica Sociale Italiana. Dall’altro, risulta meritevole di ulteriori indagini l’analisi dell’universo spirituale di riferimento degli internati, plasmato in larga misura dalla formazione religiosa della maggior parte dei prigionieri, dalla cultura cattolica in cui erano cresciuti, nonostante la propaganda fascista del Ventennio, e dallo sforzo assistenziale e spirituale dei cappellani militari. Da questo punto di vista, il categorico rifiuto della guerra contenuto nell’articolo 11 della Costituzione repubblicana sembra aver portato avanti l’eredità dell’esperienza, anche religiosa, dell’internamento e per alcuni internati sembra sia stato possibile sperimentare proprio nei lager «l’interna pace, quella che viene dalla piena e chiara consapevolezza di essere dalla parte della verità e della giustizia, e di combattere e soffrire per esse, quella pace che solo il Re divino sa dare e che il mondo, come non sa dare, così non può togliere» (Non abbiamo bisogno, I).
Bibliografia
• ANEI (Associazione Nazionale Ex Internati) (1967), Quaderni del Centro Studi sulla deportazione e l’internamento, 4.
• Avagliano M. (a cura di) (2006), Generazione ribelle. Diari e lettere dal 1943 al 1945, Einaudi.
• De Bernardis A. (2017), I cappellani militari e la tematica etico-religiosa nelle memorie dell’internamento italiano nei Lager nazisti (1943-1945), in Carte italiane, vol. 11, pp. 63-91.
• De Toni G. (1980), Non vinti. Hammerstein, Stalag II B, 1° Blocco, La Scuola.
• Guareschi G. (1946), La favola di Natale, Edizioni Riunite.
Autore
Valentina Villa, Università Cattolica del Sacro Cuore (valentina.villa@unicatt.it)