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Fascicolo 2021, 2 – Aprile-Giugno 2021
Prima pubblicazione online: Giugno 2021
ISSN 2784-8884
DOI 10.26350/dizdott_000050
di Erminio Trevisi, Giuseppe Bertoni
Abstract:
ENGLISH
Gli animali sono stati addomesticati perché soddisfacevano numerose esigenze umane. Ciò li ha protetti dalle “avversità” naturali e garantito un relativo benessere. Per la Chiesa Cattolica il loro uso è lecito, ma va assicurato rispetto e cura, essendo creature divine. Di recente gli animali sono stati riconosciuti esseri senzienti e protetti da specifiche normative. Ciò implica la definizione di modalità oggettive di valutazione delle loro condizioni di vita.
Parole chiave: Animali, Benessere, Etica, Allevamenti, Legislazione europea
ERC: LS9
ITALIANO
Animals have been domesticated because able to satisfy many human needs. Thus, they were protected from natural 'adversities', and enjoyed a relative welfare. For the Catholic Church their use is lawful, but respect and care must be ensured, as they are God creatures. Recently animals are recognized as sentient beings and a specific legislation protect them. The respect of these rules implies the definition of objective methods to assess the living conditions.
Keywords: Animals, Welfare, Ethics, Animal Breeding, European legislation
ERC: LS9
Introduzione
La definizione di benessere degli animali, in analogia a quanto accade per l’uomo, non è per nulla facile in quanto deve tener conto di diversi aspetti, molti dei quali sono soggettivi e, nel caso degli animali, neppure possono essere direttamente espressi. Il rischio è pertanto di pervenire a una definizione su basi antropomorfiche, secondo la quale l’uomo estende agli animali bisogni propri, senza peraltro la certezza che corrispondano alle loro esigenze.
Secondo un approccio scientifico, per benessere animale si intende la capacità dell’animale di evitare la sofferenza e di sostenere la propria fitness (mentale e fisica) in un ambiente naturale o artificiale, che mai è perfetto. Di maggiore immediatezza è invece la definizione che fa riferimento alle cinque libertà del rapporto Brambell (1965) come da Tabella 1.
Benché l’attenzione a questo aspetto dei rapporti uomo-animale sia relativamente recente, è opportuno richiamare il fatto che “da sempre” l’animale ha interagito con l’uomo in quanto competitore e/o sua preda. La competizione per la disponibilità degli alimenti vegetali o animali si è andata accrescendo dal momento in cui l’uomo ha avviato la domesticazione di alcune specie vegetali (dai cereali, a legumi, verdure, tuberose, fruttiferi) e di alcune specie animali (cani, capre, pecore, bovini, bufali, cavalli, suini, pollame ecc.).
Così è nata l’agricoltura che implica azioni volte a favorire le specie “allevate”, sottraendole alla competizione della natura (ad esempio, dalla predazione di animali selvatici) sia con idonee protezioni sia con l’eliminazione dei predatori. Contemporaneamente, per renderle sempre più idonee a soddisfare le proprie esigenze, per quantità e qualità, l’uomo le ha decisamente modificate (si pensi al cinghiale che è diventato un… suino).
Dunque, l’uomo ha reso gli animali domesticati sempre più dipendenti dal proprio intervento, ma allo stesso tempo si è reso conto che la loro performance (qualsiasi fosse la funzione utilizzata) era condizionata dal soddisfacimento delle loro esigenze: corrispondenti alle predette cinque libertà e comunque attuate nel proprio interesse. Che questa fosse mediamente la realtà nel passato, lo si deduce anche da molti riscontri di tipo letterario che mostrano spesso una sorta di simbiosi, anche affettiva, fra uomo e animale, tale da giustificare un sostanziale benessere.
Tabella 1 - Le cinque libertà da assicurare agli animali secondo rapporto Brambell, come sono ora codificate
Ragioni a favore del ricorso umano agli animali
Molteplici ragioni consentono di ritenere legittimo l’allevamento degli animali da parte dell’uomo. Ve ne sono di tipo ecosistemico, storico, ma anche di ovvia opportunità per la società umana. È certo tuttavia, che gli animali non possono essere considerati puri oggetti.
In relazione all’ecosistema si fa riferimento all’uso alimentare delle carni e di prodotti derivati dagli animali (es. latte, uova), poiché l’uomo è un onnivoro che include nella sua dieta anche gli animali.
In termini storici, gli animali sono diventati progressivamente un prezioso ausilio per l’umanità e per il suo sviluppo, dunque una vera e propria opportunità anche di tipo socio-economico. Oltre al cibo, gli animali forniscono lavoro nella preparazione del terreno, nel trasporto e in varie operazioni che necessitano energia cinetica (macinare, sollevare acqua, trebbiare i raccolti ecc.); forniscono fibre tessili e pellami, ma anche grassi, fertilizzanti organici ecc.; agiscono in difesa da vari nemici (altri animali pericolosi per l’uomo o nocivi ai suoi beni, come topi, ratti, serpenti, lupi, orsi ecc.).
Altre finalità, forse meno strettamente utilitaristiche, sono di grande rilevanza nel rapporto uomo-animale, come le relazioni che generano importanti riflessi sulla psiche umana. Non per nulla è in continua espansione il numero di animali da compagnia (pet), ormai inclusi tra i componenti delle famiglie e che sono anche impiegati nelle terapie di recupero di persone con varie disabilità.
Fra queste ultime finalità, non possiamo dimenticare l’impiego degli animali nella sperimentazione medico-scientifica, tanto criticato quanto essenziale per il progresso della scienza medica e soprattutto per la sperimentazione di farmaci e di nuovi ingredienti dietetici che necessitano di essere testati per la innocuità nei confronti dell’uomo cui sono destinati.
Come si vede, sono tutte motivazioni di primaria importanza per il bene di tutta l’umanità, anche per essa dunque si dovrebbe usare lo stesso criterio di giudizio espresso in precedenza per altre finalità di allevamento (Lintner, 2020).
Più difficile appare la giustificazione di usi che implicano la morte dell’animale, come la sperimentazione animale a fini medicali e, soprattutto, il sacrificio per la produzione di cibo. Nella dieta umana non dovrebbero tuttavia mancare alimenti di origine animale, in particolare la carne, pena il rischio di malnutrizione. Nei Paesi in via di sviluppo, dove non si dispone di prodotti vegetali idonei per una dieta appropriata e di integratori dietetici per correggerla, la carenza è spesso molto grave e causa seri problemi di salute fisica e di capacità cognitiva nei bambini.
Non va infine dimenticato che dopo la domesticazione l’uomo è diventato per varie specie animali garanzia di vita migliore, dunque di benessere, rispetto alle condizioni naturali (es. protezione da numerosi rischi, come predatori, stress climatici, malattie; ma soprattutto di costante disponibilità di alimenti/bevande).
Gli animali e la religione
A parte la religione indù – che considera sacre molte specie animali (i bovini in particolare), per cui non si possono uccidere e neppure mangiare carni di nessun tipo, ma consente il consumo di latticini e, in alcuni casi, di uova – le religioni non esprimono alcuna opposizione all’uso degli animali da parte dell’uomo.
In particolare, quella islamica si limita a parlare di cibi sani (halal) e per le carni (fatta eccezione per i suini e poche altre specie che sono esclusi) viene prescritta una macellazione rituale, halal. Peraltro tale procedura pone seri dubbi circa la garanzia di non sofferenza, vero è che la Corte di giustizia con sentenza del dicembre 2020 ha dichiarato legittima una legge delle Fiandre (Belgio) che impone il previo stordimento degli animali anche in caso di macellazione rituale.
Per la religione giudaico-cristiana, gli animali occupano un posto importante nella Bibbia fin dalla creazione, ma vi traspare un chiaro ordine secondo il quale l’animale appartiene all’uomo, il quale può servirsene sia come cibo sia come strumento di lavoro. La Bibbia riconosce dunque come lecita l’uccisione dell’animale non solo per scopi difensivi, ma anche per fini di utilità umana. Al tempo stesso, però, la Bibbia suggerisce il rispetto dell’animale in quanto creatura di Dio e a lui sottomessa. Dunque, dal pensiero biblico e dalla tradizione della dottrina sociale della Chiesa cattolica emergono i limiti riassunti nella tabella 2 (Bertoni, 2016).
Tabella 2 - Sintesi del pensiero biblico e della tradizione della dottrina sociale della Chiesa cattolica.
Dualismo fra pet e animali da reddito
Negli ultimi decenni, il rapporto fra uomo-cittadino e animale, selvaggio o allevato che sia, si è andato drasticamente modificando. In particolare, oggi se ne ha una visione dualistica in funzione alle finalità della relazione: giudizio positivo, nel valutare il confinamento dell’animale da compagnia (giudizio spesso viziato dalla visione antropomorfica, nel definire le esigenze dell’animale); giudizio negativo nel valutare le condizioni di vita dell’animale da reddito, pure confinato in ambienti non necessariamente meno idonei per lui. Indubbiamente, le finalità sono diverse essendo “da reddito” (cibo, fibre, lavoro, sport, sperimentazione ecc.), ma troppo spesso vengono svilite se non condannate a prescindere.
Questo dualismo è marcato nelle società più evolute soprattutto da un punto di vista socio-economico-culturale; per contro, tali richieste non sono presenti nei Paesi a più basso livello di sviluppo, dove peraltro esiste ancora un’elevata prossimità tra i sistemi di produzione animale e popolazioni umane. Comunque sia, nei Paesi ricchi esiste il rischio di un approccio “manicheo” che non aiuta a raggiungere il massimo livello di benessere possibile, sia negli allevamenti “da reddito” che in quelli “da compagnia”.
Ciò accade perché opponendosi in modo pregiuziale allo “sfruttamento” degli animali da parte dell’uomo si rischiano “effetti collaterali”. Ad esempio, la macellazione serve per la carne destinata all’uomo, ma anche per quella destinata ai “pet” carnivori; la sottrazione di risorse alimentari e dirottate agli animali, ma che potrebbero essere usate dall’uomo, si verifica anche allevando animali da compagnia; così come i pet contribuiscono all’inquinamento atmosferico e delle acque superficiali per il rilascio di azoto e fosforo. Non si tratta di dettagli, dato che una recente indagine rileva che negli USA l’impatto di cani e gatti incide fra il 20 e il 30% del cibo consumato e dell’emissione di gas serra.
Liceità d’uso e benessere degli animali
Il concetto del rispetto per gli animali, e in certa misura di tutte le creature, è insito nella natura umana, vero è che sono state proposte ipotesi di domesticazione facilitata dalla empatia destata soprattutto dai cuccioli. Infatti, si ritrova in tutte le religioni e l’ha evidenziato Papa Francesco nella Laudato si' al n° 69: “la Chiesa non dice […] che le altre creature sono completamente subordinate al bene dell’essere umano, come se non avessero un valore in sé stesse e noi potessimo disporne a piacimento”. Ciò peraltro senza precluderne l’utilizzo, ma contribuendo a motivarne la componente di protezione che porta l’uomo ad occuparsi seriamente dei propri animali, al pari dei propri “campi”.
In questo contesto di reciproca utilità, indipendentemente dalle differenze culturali e religiose, deve essere inquadrato (o meglio recuperato) il concetto di benessere per gli animali allevati, siano essi da “reddito” o da “compagnia”. Tuttavia, anche a causa della perduta dimestichezza di vita fra uomo e animali, appare opportuno che l’approccio al benessere degli animali si fondi su basi etiche preventivamente condivise. L’etica è infatti l’insieme di norme e di valori che regolano il comportamento dell’uomo in relazione agli altri, ma anche un criterio che permette all’uomo di giudicare i comportamenti, propri e altrui, rispetto al bene e al male.
In precedenza abbiamo indicato i valori (religiosi e non), su cui il giudizio etico era espresso in merito al rapporto uomo-animali. Nell’epoca moderna, le nazioni con le legislazioni più avanzate hanno introdotto norme sempre più articolate e stringenti sui sistemi di allevamento animale. L’Unione Europea è intervenuta con direttive, orizzontali e verticali, volte a dettare norme per la protezione degli animali (tabella 3) nei riguardi delle svariate attività umane. L’ultima direttiva UE del 2010 riguarda gli animali utilizzati ai fini scientifici ed è stata recepita dalla legislazione italiana che l’ha estesa ai fini educativi (d.lgs 26/214). Più recentemente, in Italia, sono state dettate norme d’intesa fra Ministeri della Salute e delle Produzioni Agricole e Forestali, Associazioni degli Allevatori e della società civile volte a garantire un costante controllo delle condizioni di benessere degli animali negli allevamenti da reddito e promuovere iniziative per aumentarne il livello.
Tabella 3 - Norme europee volte a regolare il benessere degli animali
(recepite dalla legislazione italiana con alcune variazioni).
L’ottemperanza di queste normative è sicuramente importante, ma rischia di limitarsi alla verifica delle prescrizioni minime, senza entrare nello specifico di come gli animali realmente percepiscono le condizioni di allevamento. È viceversa importante che chiunque possegga un animale, per una qualche ragione, possa comprendere cosa significhi benessere e come riconoscerlo direttamente dagli animali.
Diventa allora essenziale tentare di definire il benessere degli animali in modo facilmente recepibile, e quale sia il livello accettabile, senza cadere in inutili idealizzazioni. Indubbiamente il modo più semplice e suggestivo è quello di rappresentarlo con il soddisfacimento delle cinque libertà, in quanto includono tutte le esigenze fisiche e psichiche da rispettare per garantire le migliori condizioni di vita e per evitare qualsiasi causa di sofferenza ad un animale senziente.
Tuttavia, come affermò Webster (1994), noto studioso del benessere degli animali, riferendosi alle cinque libertà, “Absolute attainment of all five freedoms is unrealistic” nella consapevolezza che nella vita naturale alcune sono fra loro in contraddizione. Ad esempio, un comportamento di totale libertà come in natura pone gravi problematiche di tipo igienico per gli animali e per l’uomo secondo gli standard sanitari attuali (proviamo a pensare alle limitazioni imposte dalla diffusione del Covid-19). Per contro, è proprio su questo aspetto della piena libertà che esistono posizioni molto diverse su come debba essere definito il benessere degli animali. Vi è chi vorrebbe privilegiare la componente etologica (libertà di comportamenti naturali) e chi – senza trascurare la prima – punta soprattutto sul contenimento della sofferenza (fisica e mentale) e comunque sul “feeling” ottimale per l’animale.
Molto istruttive al riguardo paiono ancora le riflessioni di Lintner (2020): tener conto di tutte le esigenze da soddisfare per garantire il benessere degli animali, sarebbe impossibile anche qualora fosse allo stato libero, per cui “è sempre responsabilità del singolo allevatore fare in modo che non sia trascurata completamente nessuna delle esigenze specifiche fondamentali di un animale”. Un compromesso è quindi inevitabile, purché si realizzi la migliore condizione complessiva per l’animale, che deve tuttavia fondarsi su una corretta, ed il più possibile oggettiva, valutazione del livello di benessere.
Valutazione del benessere degli animali
È evidente dall’enunciazione delle cinque libertà che le sole condizioni strutturali di un allevamento da reddito (edifici, spazi disponibili, modalità di allevamento) non possono essere gli unici fattori da considerare per la valutazione del livello di benessere degli animali. Le modalità di gestione di un allevamento (ovvero tutte le condizioni che permettono di rispettare la libertà da fame, sete, distress, malessere, solitudine) sono ad esempio molto rilevanti nel favorire adeguate interazioni tra animali e tra uomo-animale, e consentono agli animali di adattarsi a condizioni diverse dal naturale.
Considerata la complessità dei fattori che contribuiscono al raggiungimento del benessere, si comprende quindi la straordinaria importanza della scelta dei metodi di valutazione di tale condizione fisiologica. Questi devono essere quanto più possibile oggettivi e basati su indicatori deducibili dagli stessi animali – che peraltro non li possono esprimere – e dovrebbero essere condivisi dalla comunità scientifica, ivi inclusi esperti in etica e filosofia, in modo da garantire una reale e condivisa valutazione dello stato di benessere degli animali.
Ciò renderebbe accettabili i sistemi di allevamento ben gestiti all’intera società civile e, al tempo stesso, contrasterebbe qualsiasi avversione al cambiamento da parte degli allevatori, poiché gli ovvi miglioramenti produttivi ne faciliterebbero l’attuazione. Nella figura 1 è riportato lo schema di valutazione del benessere proposto per gli allevamenti di bovine da latte, che si articola in 3 clusters e 7 componenti, ognuna delle quali include la valutazione di decine di indicatori.
Figura 1 - Organizzazione del sistema di valutazione del benessere per bovine da latte denominato SDIB (Sistema Diagnostico Integrato di Benessere) proposto dal Dipartimento di DIANA dell’Università Cattolica del S. Cuore di Piacenza.
I tre clusters (ambiente, alimentazione, animale) contribuiscono rispettivamente per il 30%, 30% e 40% del valore finale dell’indice.

Pur riconoscendo che molto rimane da fare, tale approccio appare promettente ed è già utilizzato. Certamente potrebbe aiutare il cittadino-consumatore a ritenere accettabili alcune limitazioni delle libertà – inevitabili negli allevamenti – in specifici momenti della vita animale. In particolare si pensi all’espressione di alcuni comportamenti del repertorio naturale, quali quelli riproduttivi, che sono largamente incompatibili con la gestione umana in allevamento, anche per l’incolumità degli stessi animali. D’altra parte, tali comportamenti rispondono a rigide gerarchie sociali anche in natura, per cui non tutti i soggetti li possono esercitare in piena libertà.
È verosimile che non per tutti questo approccio sarà accettabile, ma non esistono alternative: allevare – per qualsiasi ragione, inclusa quella di affezione – significa modificare la natura. Non si dimentichi, inoltre, che la domesticazione ha pure modificato l’indole e le esigenze degli animali, per cui risulta del tutto illogico un confronto con la vita in natura che è un susseguirsi di fasi favorevoli e avverse. Viceversa, nel caso degli animali da reddito, l’uomo ha interesse a garantire sempre le condizioni di elevato benessere in quanto assicurano buona produzione (quantità e qualità), efficienza e salubrità dei prodotti.
Analoghe motivazioni valgono anche per gli animali utilizzati nella sperimentazione, anche se in questo caso l’interesse per l’uomo è la maggiore certezza di risultati scientificamente attendibili e trasferibili all’uomo. Per queste ragioni, le segnalazioni di situazioni di crudeltà negli allevamenti non vanno generalizzate, come risultano prive di fondamento scientifico i rischi di pandemie connesse agli allevamenti intensivi (ad esempio il documento WHO del 12/04/2021, ha attributo la diffusione del virus COVID-19 agli animali selvatici catturati vivi nelle foreste). Al contrario, gli allevamenti intensivi si caratterizzano per ridurre i rischi sanitari, specie le zoonosi.
Conclusioni
L’allevamento animale è certamente un’attività umana lecita se realizzato per migliorare la vita umana e non comporta sofferenze inutili agli animali. L’uomo è tuttavia responsabile degli animali, specie senzienti, ma non solo – che subiscono inutili sofferenze se maldestramente gestiti, anche senza dolo – e deve garantire loro una vita adeguata con la minore sofferenza possibile, compatibilmente con le condizioni di vita possibili sulla terra. Valutare oggettivamente il livello di benessere degli animali è dunque il modo per comprendere se questa responsabilità sia esercitata correttamente. Si tratta tuttavia di attività complessa che richiede un’apposita e condivisa metodologia, già disponibile ma da raffinare.
L’uomo, credente o meno, ha il compito di realizzare questa convivenza armonica sulla Terra con ogni essere vivente. Per un credente si tratta del disegno preconizzato da Dio, che lo ha designato come co-creatore, usando il dono della scienza, ma a condizione che, come suggeriva Giovanni Paolo II (Redemptor hominis, 1979, 16):
- l’etica guidi la tecnica,
- la persona venga prima delle cose
- lo spirito guidi la materia.
Bibliografia
• Bertoni G. (2016), Etica e allevamento animale, Franco Angeli.
• Broom D.M. e Fraser A.F. (2007), Domestic animal behaviour and welfare, CABI Publishing.
• Lintner M.M. (2020), Etica animale. Una prospettiva cristiana, Queriniana.
• Tettamanzi D. (2002), Dizionario di Bioetica, Piemme, 46-49.
• Webster J. (1994), Animal Welfare. A Cool Eye Towards Eden, Blackwell Science.
Per un approfondimento, vedi allegato: L’animale come soggetto.
Autori
Erminio Trevisi, Università Cattolica del Sacro Cuore (erminio.trevisi@unicatt.it)
Giuseppe Bertoni, Università Cattolica del Sacro Cuore (giuseppe.bertoni@unicatt.it)