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Fascicolo 2026, 1 ‒ Gennaio-Marzo 2026
Prima pubblicazione online: Marzo 2026
ISSN 2784-8884
DOI 10.26350/dizdott_000202
Abstract:
ENGLISH
L’esortazione apostolica Dilexi te invita a un capovolgimento di prospettiva, a una vera e propria conversione dello sguardo sulla povertà. Questo contributo documenta alcuni percorsi di ricerca fondati fondano sulla priorità dell’essere “bisognosi di capire” la povertà, non “esperti” che possono facilmente scivolare in approcci tecnocratici. Occorre infatti imparare dai poveri e da chi, facendosi povero fra i poveri, ha impresso alla storia un dinamismo positivo di trasformazione, dal di dentro, della convivenza umana.
Parole chiave: Povertà, Paradigma tecnocratico, Immedesimazione, Lotta contro la povertà, Processi di uscita dalla povertà, Protagonismo dei poveri, Accompagnamento
ERC:
ITALIANO
The apostolic exhortation Dilexi te invites us to a reversal of perspective, to a true and proper conversion of the outlook on poverty. This contribution documents some research paths based on the priority of being "in need of understanding" poverty, not "experts" who can easily slip into technocratic approaches. In fact, it is necessary to learn from the poor and from those who, by making themselves poor among the poor, have impressed a positive dynamism of transformation, from within, of the history of human coexistence.
Keywords: Poverty, Technocratic paradigm, Intimacy, Fight against poverty, Processes to exit poverty, Protagonism of the poor, Accompaniment.
ERC:
Dio ci dà del “tu”: poveri, amati nella nostra povertà
Dio parla dando del “tu” a una piccola comunità cristiana, povera in tutti i sensi: senza potere economico e senza rilevanza pubblica. Eppure, le parla del suo destino glorioso: «li farò venire perché si prostrino ai tuoi piedi» (Dilexi te, 2025, 1). Questo punto di partenza ha avviato in me un percorso inatteso di riflessione sul mio essere un’economista che si occupa, da una vita, di cooperazione allo sviluppo e di lotta alla povertà. Si occupa, cioè, di comunità che non hanno né potere economico né rilevanza politica, per capire la povertà (una volta si diceva: il sottosviluppo), per studiare le possibili risposte alle più drammatiche forme di povertà (col tempo, abbiamo capito il loro stretto collegamento con fenomeni di disuguaglianza e di esclusione), per individuare soluzioni efficaci per il contrasto della povertà.
La dichiarazione d’amore per queste comunità, insieme all’annuncio del loro destino di centralità, mi ha forzato a riconsiderare l’origine del mio lavoro di ricerca: quale punto di partenza è più promettente, per dare risposta alla grande domanda su come sradicare la povertà? A questa domanda si possono dare risposte corrette, ma scontate (“non dare il pesce ma insegnare a pescare”); oppure risposte ineccepibili (“mettere la persona al centro”) che possono suonare astratte. Entrambe, comunque, aprono il problema del “come” possiamo fare.
Sorprendentemente, il titolo della esortazione apostolica ribalta la questione. Chi può parlare con cognizione di causa del “come” contrastare la povertà non siamo noi, i cosiddetti “esperti”. Le nostre risposte, quando riusciamo a formularle e a verificarne l’impatto, sono povere – ma non nel senso della povertà di spirito: sono proprio striminzite nel loro orizzonte. Ci sono più cose, nell’esperienza della povertà, di quelle che noi esperti sappiamo catturare; nella povertà sperimentata quotidianamente c’è qualcosa di prezioso, davanti a cui ha senso inginocchiarsi; dobbiamo imparare a farlo.
C’è un risvolto personale di questa considerazione: mi sono convinta che non valgo come esperta di lotta alla povertà perché ritengo di saper dare una riposta alla domanda su come contrastare le povertà che mi sembra in qualche modo migliore delle altre riposte in circolazione. Valgo quando, operativamente, comincio a riconoscere che sono una “povera” economista, che ha bisogno conoscere la povertà per immedesimazione, ascoltando i poveri, prima di poterne parlare adeguatamente e – a maggior ragione – prima di poter elaborare o valutare politiche volte a ridurla, contrastarla e forse sradicarla. Mi viene spontaneo fare memoria di una ricerca sulla povertà che mi ha molto segnato, perché rappresentava una inversione a U rispetto agli studi mainstream sulla povertà. Una imponente ricerca della Banca Mondiale realizzata nel corso degli anni Novanta (Voices of the Poor, 2000) ha chiesto a persone in situazione di povertà estrema nei diversi paesi di descrivere la loro esperienza. Le risposte, di una freschezza e di una potenza impressionanti, descrivono la povertà usando parole come umiliazione, paura del futuro, vergogna, disperazione; e allo stesso tempo documentando la loro tenacia quotidiana nel resistere e impegnarsi. Di questo dovemmo occuparci.
Mi consola pensare che ogni mio (nostro) povero tentativo di capire le cause delle povertà e di immaginare politiche di contrasto possa essere apprezzabile, se il suo punto di origine non consiste nel fare affidamento sulla ricchezza di quel che so (sappiamo) già, ma nel riconoscere quel che mi manca, quello che ci manca. Di riconoscere una mia (nostra) povertà “professionale” davanti all’esperienza vissuta dalle persone in condizioni di povertà, che davvero conoscono le sue cause, i suoi effetti, i suoi possibili rimedi.
La radice popolare della dottrina sociale della Chiesa
Il cambiamento di prospettiva, da “esperta” a “bisognosa di capire”, mi sembra quanto mai appropriato. Occorre innanzitutto imparare dai poveri e da chi, facendosi povero fra i poveri, ha impresso alla storia un dinamismo positivo di trasformazione, dal di dentro, della convivenza umana. Come non restare affascinati dalla rivisitazione della Dilexi te di quanto l’amore ai poveri, carne di Cristo, ha saputo esprimere nei secoli, dai tempi dei Padri fino ai giorni nostri? Un movimento che ha generato multiformi opere di carità e trasformato la vita civile, con innovazioni istituzionali e azioni sociali che hanno efficacemente fatto fronte alle nuove forme di povertà via via emergenti. Grandi santi, grandi comunità religiose, ma anche movimenti popolari, descritti nella Dilexi te (80, 81) come realtà comunitarie di solidarietà che, nei secoli, hanno coinvolto gli esclusi nella costruzione del destino comune, lottando contro le cause strutturali della povertà e la negazione dei diritti dei poveri.
L’esortazione apostolica indica esplicitamente la “radice popolare” della dottrina sociale della Chiesa (Dilexi te, 82). Questa indicazione non è nuova: la dottrina sociale è infatti “della Chiesa” (Compendio della dottrina sociale della Chiesa, 2004, 79), vale a dire del popolo di Dio che cammina nella storia come un grande movimento per la difesa della persona umana e la tutela della sua dignità (Centesimus annus, 1991, 3). Tuttavia, nella Dilexi te questo viene espresso in modo inedito e molto suggestivo: «L’accelerazione delle trasformazioni tecnologiche e sociali degli ultimi due secoli, piena di tragiche contraddizioni, non è stata solo subita, ma anche affrontata e pensata dai poveri. I movimenti dei lavoratori, delle donne, dei giovani, così come la lotta contro le discriminazioni razziali hanno comportato una nuova coscienza della dignità di chi è ai margini. Anche il contributo della Dottrina Sociale della Chiesa ha in sé questa radice popolare da non dimenticare: sarebbe inimmaginabile la sua rilettura della Rivelazione cristiana entro le moderne circostanze sociali, lavorative, economiche e culturali senza i laici cristiani alle prese con le sfide del loro tempo» (Dilexi te, 82).
Anche oggi occorre che la realtà dei movimenti popolari esprima la natura sperimentale e pratica della dottrina sociale (Centesimus annus, 59), nella costruzione del destino comune. La democrazia, infatti, si atrofizza se lascia fuori il popolo, con la sua lotta quotidiana per la dignità, nella costruzione del suo destino (Dilexi te, 80-81). «Lo stesso si deve dire delle istituzioni della Chiesa», conclude Leone XIV: osservazione molto interessante.
La povertà non è (solo) questione di reddito: uno sguardo ravvicinato
L’affermazione che «la realtà si vede meglio dai margini» (Dilexi te, 82) mi sembra particolarmente importante, nella prospettiva dell’esperto “povero” che si riconosce bisognoso di capire. Operativamente, viene ribaltata la prospettiva di ricerca sulla povertà (dal basso e non dall’alto) in un modo che non si può dare per scontato. Guardando un paesaggio dall’alto, per esempio, si possono cogliere a colpo d’occhio la struttura complessiva e le connessioni fra i diversi punti di un territorio: informazioni assai utili per potersi muovere. Domandiamoci allora cosa si vede, guardando la povertà dall’alto, e se la “mappa” delle situazioni di povertà può essere utile a formulare efficaci politiche di contrasto.
Per rispondere ai quesiti non servono discussioni astratte: bisogna mettere le mani in pasta, anche alla luce dei progressi fatti nell’ambito della ricerca sulla povertà negli ultimi decenni. Innanzitutto, la consapevolezza che la povertà non sia solo una questione di reddito (la grande lezione di Voices of the poor) è diventato patrimonio comune. Per convincersene, basta guardare all’esperienza degli Obiettivi di Sviluppo del Millennio (MDGs, 2000-2015): se la crescita del reddito “catturasse” in modo sintetico l’uscita dalla povertà estrema (come definita dalla comunità internazionale), non si spiegherebbero i divari di raggiungimento fra tre sotto-obiettivi (target) di quello che era considerato un unico, primo obiettivo (MDG1, Sradicare povertà e fame). Tale obiettivo prevedeva di dimezzare, nel confronto tra il 1990 e il 2015, la percentuale di persone con reddito inferiore a un dollaro al giorno; di dimezzare la percentuale di persone che soffrono la fame; di raggiungere piena occupazione e un lavoro dignitoso per tutti. Come risulta dal rapporto conclusivo (The Millennium Development Goals Report, 2015), si è raggiunto il primo sotto-obiettivo ma non il secondo e il terzo: da un lato non si è ridotto il numero di persone in condizioni di grave insicurezza alimentare, dall’altro quasi la metà degli occupati nel mondo ha continuato a lavorare in condizioni di vulnerabilità; nel frattempo le difficoltà di accesso al lavoro si sono aggravate, specie nei Paesi a basso reddito con una forte percentuale di popolazione giovane.
Dunque non basta agire sul reddito; ma anche considerando unicamente i dati sul reddito pro-capite, la mappa dell’incidenza della povertà riferita a un certo territorio ci permette di cogliere la complessità e la difficoltà a trovare soluzioni di intervento. Fin dai primi studi geolocalizzati della povertà monetaria, risalenti agli anni Novanta, si nota una distribuzione a “grana fine” dell’incidenza della povertà, che occorre studiare da vicino.

Figura 1 - Madagascar, Incidenza della povertà a livello comunale
Fonte bibliografica: Matekenya D., Mulangu F., Newhouse D. (2024), Malnourished but Not Destitute: The Spatial Interplay Between Nutrition and Poverty in Madagascar, «Journal of International Development», 37. 554-569, 10.1002/jid.3975
[Fonte dei dati: Banca Mondiale (2023). La figura a colori può essere vista su wileyonlinelibrary.com]
Oggi, la complessità del fenomeno povertà a livello locale può essere esaminata grazie alla accessibilità pubblica del Geospatial Poverty Portal della Banca Mondiale, che mette a disposizione i dati subnazionali più recenti su povertà, disuguaglianza e povertà multidimensionale. Anche la Oxford Poverty and Human Development Initiative (OPHI) sviluppa misure di povertà e benessere multidimensionali basate sull’approccio delle capacità di Amartya Sen, mettendo a disposizione una piattaforma di informazioni disaggregate che permettono di guardare più da vicino l’esperienza della povertà. Insomma, non mancano gli sforzi per capire la povertà, e tutti i risultati portano alla conclusione che la realtà della povertà va studiata guardandola da vicino, da molto vicino; di conseguenza, per individuare azioni che la contrastano occorre un’analoga “grana fine”.
Guardare la realtà “dai margini”, non solo “da vicino”
Fin qui, tuttavia, non abbiamo ancora affrontato il nocciolo della indicazione di Dilexi te, 82: guardare “dai margini” è infatti cosa diversa rispetto al guardare “da vicino”. La differenza ha a che fare con chi è il soggetto che conosce e qual è la dinamica della conoscenza. Il tema meriterebbe ben altro approfondimento, ma la questione si può delineare per sommi capi così: la conoscenza deriva dall’azione investigatrice di un soggetto “esperto” che guarda (magari da vicinissimo, ma comunque dal di fuori) l’oggetto della sua ricerca? O deriva dall’entrare in relazione con quanto si indaga, in un processo di conoscenza “intima”, di immedesimazione, di condivisione profonda?
Mentre la prospettiva scientifica che prevede un processo di conoscenza “oggettivo”, dal di fuori, ci è molto familiare, nella prospettiva orientale (Kasulis, 2002) la conoscenza richiede una relazione personale, affettiva, con ciò che si studia - perché le relazioni sono un elemento costitutivo dell’identità personale. Nella prospettiva scientifica dominante le relazioni si possono raffigurare come connessioni esterne tra entità autosufficienti e “integrali” (come una freccia che collega due persone, o il ricercatore con l’oggetto della sua ricerca); nella prospettiva orientale del kokoro (del cuore, dell’intelligenza dell’anima) le relazioni implicano una “intimità” che incontra l’altro – persona o oggetto – attraverso dinamiche di condivisione, compenetrazione, interdipendenza (raffigurabili come intersezioni fra entità forgiate dalle loro stesse interazioni).
Questa seconda strada appare in curiosa sintonia con la dottrina sociale cristiana, in cui gli orizzonti della ricerca e della conoscenza si radicano nella unità costitutiva fra intelligenza e amore (Caritas in veritate, 2009, 30), dove pensiero e azione sono aperti alla sperimentazione, in una prospettiva dinamica che non si identifica né con una particolare analisi né con specifiche soluzioni. Non «una dottrina monolitica difesa da tutti senza sfumature» (Evangelii gaudium, 2013, 40), ma un «luogo positivo e propositivo, (che) orienta un’azione trasformatrice, … segno di speranza che sgorga dal cuore pieno d’amore di Gesù Cristo» (Evangelii gaudium, 183). La sintonia fra tradizione culturale orientale e dottrina sociale, caratterizzate ognuna a suo modo da un «approfondimento critico e valoriale della categoria della relazione» (Caritas in veritate, 53), porta a una convergenza operativa: la diffidenza nei confronti delle soluzioni tecnocratiche che tengono a debita distanza la “carne” della realtà. Nella dottrina sociale, proprio la consapevolezza dell’interdipendenza, assunta come categoria morale, accende il dinamismo della solidarietà (Sollicitudo rei socialis, 1987, 38).
La dottrina sociale ha più volte preso esplicitamente le distanze dall’approccio tecnocratico, anche il meglio intenzionato (vedi voci: Technocratic Paradigm: Selected Christian Texts ; Elements of the Technocratic Paradigm before Laudato si’; The Radical Critique of the “Technocratic Paradigm” in Laudato si’). Lo aveva fatto già Paolo VI, nella Populorum progressio, 1967, 33,34 – in tempi nei quali la convinzione comune era che occorresse un massiccio sforzo di programmazione e di intervento pubblico per contrastare la povertà e perseguire lo sviluppo. In modo ancora più esplicito, papa Francesco ha parlato di «globalizzazione del paradigma tecnocratico», identificandone la radice proprio nella separazione fra soggetto e oggetto della conoscenza: «in tale paradigma risalta una concezione del soggetto che progressivamente, nel processo logico-razionale, comprende e in tal modo possiede l’oggetto che si trova all’esterno. … È come se il soggetto si trovasse di fronte alla realtà informe totalmente disponibile alla sua manipolazione» (Laudato si’, 2015, 106).
Nella sua vigorosa e profonda ripresa del significato della dottrina sociale della Chiesa, anche papa Leone XIV (Discorso ai membri della Fondazione Centesimus Annus Pro Pontifice, 2025) lo ribadisce: «la dottrina sociale della Chiesa, con il suo proprio sguardo antropologico, intende favorire un vero accesso alle questioni sociali: non vuole alzare la bandiera del possesso della verità, né in merito all’analisi dei problemi, né nella loro risoluzione. In tali questioni è più importante saper avvicinarsi, che dare una risposta affrettata sul perché una cosa è successa o su come superarla. L’obiettivo è imparare ad affrontare i problemi, che sono sempre diversi, perché ogni generazione è nuova, con nuove sfide, nuovi sogni, nuove domande».
Guardare la realtà “dai margini”, dunque, significa coinvolgersi personalmente, intelligenza e affetto, in un processo dialogico che sa superare le frammentazioni disciplinari e sa “avvicinarsi” ai problemi con quello sguardo antropologico (ultimamente, l’amore) che – con tutti i nostri limiti – possiamo assimilare rimanendo alla presenza di Cristo, Colui che rivela l’uomo all’uomo (Gaudium et spes, 1965, 22). A niente meno di questo ci sfida la Dilexi te.
Chi ci libererà dal paradigma tecnocratico (inconcludente)?
In punta di ragionevolezza, una “buona” antropologia dovrebbe portare a una “buona” analisi dell’agire personale e delle relazioni sociali e ad individuare “buone” soluzioni politico-istituzionali; al contrario di visioni parziali destinate a produrre analisi carenti e politiche inappropriate. Siccome possiamo riconoscere l’albero dal frutto, un giudizio critico sulle qualità delle politiche di contrasto alla povertà – inclusi i loro esiti concreti – getta luce anche sulla appropriatezza dello sguardo antropologico che le ha mosse.
Ora, i limiti degli approcci tecnocratici alle politiche di sviluppo e di contrasto alla povertà sono molto evidenti; il che ci porta a considerare la concretezza operativa del giudizio che “non di solo pane vive l’uomo”. Incidere sui processi umani e sociali, infatti, è ben altra cosa rispetto alla manipolazione delle realtà materiali. La tecnocrazia può “funzionare”, producendo gli specifici esiti materiali programmati, sia pure col rischio di drammatici effetti collaterali – effetti spesso ignorati per scelta o per ignoranza. Ma incidere in maniera sostenibile su povertà ed esclusione delle persone e delle comunità è ben altra cosa. La realtà è “testarda”: non sempre basta il nudging (incentivi mirati a influenzare le scelte personali) per spingere le persone ad agire nel modo desiderato dai policymakers; non sempre le soluzioni formali di ingegneria istituzionale riescono a correggere le strutture ingiuste che moltiplicano il numero dei poveri e approfondiscono l’esclusione.
Ad esempio, l’aiuto pubblico allo sviluppo internazionale, così come gli interventi di welfare assistenziale nazionali, sono normalmente gravati da enormi problemi di efficacia. A riprova di ciò, basta osservare che la letteratura su come raggiungere la aid effectiveness è sterminata: all’evidenza, non sappiamo “produrre” lo sviluppo. Quanto alla lotta alla povertà, nel caso del nostro paese, sia i dati ISTAT, sia le rilevazioni “dal basso” (Caritas, 2025) confermano un trend crescente della povertà nonostante il massiccio aumento della spesa assistenziale.
Per uscire dalle secche di approcci tecnocratici, che sono facili da “appropriare” politicamente e da comunicare ma normalmente inefficaci e poco sostenibili, occorre davvero mettere al centro la persona e la sua dignità – un principio che non si traduce in anonime soluzioni tecniche. Possiamo anche delineare il “come”: andando per tentativi, con lo sguardo umile, “dai margini”, frutto della consapevolezza della nostra interdipendenza e del valore prezioso si quello che si può imparare dai poveri: «Va nuovamente riconosciuto che la realtà si vede meglio dai margini e che i poveri sono soggetti di una specifica intelligenza, indispensabile alla Chiesa e all’umanità» (Dilexi te, 82).
Non solo “contare” i poveri, ma “farli contare” nei processi di contrasto alla povertà
Vorrei sottolineare un aspetto dell’attuale panorama di ricerca sulla povertà: gran parte delle eccellenti risorse impegnate in questo ambito si prefigge giustamente di mappare la povertà, nei suoi aspetti quantitativi e qualitativi, confrontando i risultati relativi a periodi diversi o a diverse caratteristiche locali in vista di conclusioni operative. Questo lavoro è molto importante, senza dubbio, ma presenta un chiaro limite: ad esempio, se i poveri erano tre e sono rimasti tre, non sappiamo ancora cosa è successo. Due potrebbero essere usciti dalla povertà (per ragioni che vorremmo conoscere!) e altri due entrati (anche qui, per ragioni tutte da scoprire).
Operativamente, la centralità della persona suggerisce un’analisi che, oltre ai numeri, possa intercettare quali sono i processi in atto e attraverso quali processi le azioni di contrasto alla povertà hanno funzionato, se hanno funzionato. Per inciso, questa mi pare una fra le molteplici implicazioni del principio che «il tempo è superiore allo spazio» (Evangelii gaudium, 222-225). Un tentativo in questo senso (Contrastare le povertà. Percorsi di vita e accompagnamento al lavoro, a cura di S. Beretta, P. Rizzi, Vita e Pensiero, Milano, 2025) ha cercato di verificare, con approfonditi studi di caso multidisciplinari, l’intuizione che investire in relazioni personalizzate e durature (accompagnamento, cura) con le persone che vivono in povertà possa permetter loro, normalmente attraverso l’accesso alla formazione e al lavoro, di uscire dalla povertà in modo efficace e sostenibile (con uno slogan, working out of poverty).
Gli studi di caso, diversi per luoghi, tempi e tipologia di attori, si sono concentrati non solo sugli esiti, ma soprattutto sui processi di attuazione delle iniziative di contrasto, in particolare sulla qualità delle relazioni e delle istituzioni formali e informali. Ne sono risultate diverse narrazioni che portano alla conclusione che l’accompagnamento, personale e comunitario, costituisce un punto chiave per l’efficacia nel contrasto alla povertà. Tale efficacia non dipende solo da “cosa” viene realizzato, ma anche dal “come” (processi) e “perché” (motivazione) lo si fa: con un approccio assistenziale, dove i poveri restano destinatari passivi dell’aiuto, o con un approccio dove i poveri contano davvero, «agenti dignitosi del loro stesso destino» (papa Francesco alla Assemblea Generale delle Nazioni Unite nel 2015, in occasione dell’approvazione dei Sustainable Development Goals 2015-2030). I casi considerati non costituiscono una galleria di best practice da replicare meccanicamente, ma permettono di imparare da esperienze reali cosa significa investire nell’accompagnamento e come evitare che l’accompagnamento stesso ricada in forme di “tutorato” prevaricatrici del protagonismo dei poveri.
«Diciamolo, siamo cresciuti in tanti aspetti ma siamo analfabeti nell’accompagnare» (Dilexi te, 105; Fratelli tutti, 2020, 64).
Le implicazioni politiche dell’imparare dai poveri
Apprezzare i poveri, la loro esperienza, intelligenza e cultura (Dilexi te, 100, 101) aiuta anche a comprendere meglio il nesso fra le “micro” iniziative di contrasto alla povertà e il ruolo “macro” delle politiche pubbliche. il protagonismo dei poveri può fiorire più facilmente quando il quadro istituzionale si de-burocratizza e si de-tecnocratizza, abbandonando la pretesa di risolvere “a tavolino” le singole problematiche (istruzione, formazione professionale, avviamento al lavoro, salute, welfare…) dimenticando che ciascuna persona, specie se vulnerabile, vive in un modo del tutto specifico la connessione fra queste problematiche.
In particolare, «tra le questioni strutturali che non si può immaginare di risolvere dall’alto e che al più presto domandano di essere prese in carico c’è quella dei luoghi, degli spazi, delle case, delle città dove i poveri vivono e camminano» (Dilexi te, 96).
Questo riferimento all’abitare dei poveri mi ha molto colpito. Fra i progetti di sviluppo più interessanti che mi sia capitato di conoscere, uno in particolare merita di essere raccontato. Si tratta di un progetto di riabilitazione urbana delle favelas di Belo Horizonte, scaturito da una presenza missionaria innamorata di Cristo e dei poveri, e maturato nell’esperienza di comunità cristiane divenute “punti di resistenza culturale e sociale”, a partire dai quali i favelados hanno potuto incidere anche nei “tavoli” del lavoro politico sulle esigenze e sulle possibili soluzioni dei problemi delle favelas, territorialmente incluse nella città ma socialmente segregate, a perenne rischio di abbattimento d’autorità. La loro mobilitazione ha portato all’approvazione della legge “pro-favela” 3532 del 6 gennaio 1983, deliberata dal Consiglio municipale di Belo Horizonte. Sostanzialmente, la legge ha riconosciuto, nel piano regolatore della città, le favelas come forme di urbanizzazione specifica, destinata alle abitazioni popolari e caratterizzata dall’occupazione spontanea. Un risultato che ha fatto storia; ma l’aspetto più affascinante della storia è come sia potuta accadere: per questo, rimando alla lettura di un testo bello da togliere il fiato, scritto nel maggio 1982 (Città e futuro, di Pigi Bernareggi e Virgilio Resi). Non è un caso che “don Piggi”, come era chiamato, avesse fatto del lavoro sistematico sulla dottrina sociale della Chiesa il suo nutrimento quotidiano.
La realtà (tutta intera) si vede meglio dai margini
Per i cristiani, i poveri sono la stessa carne di Cristo (Dilexi te, 110) (vedi voce: I poveri e la carne di Cristo); da loro e con loro possiamo imparare: «Solo la vicinanza che ci rende amici ci permette di apprezzare profondamente i valori dei poveri di oggi, i loro legittimi desideri e il loro modo di vivere la fede … Alla luce del Vangelo ne riconosciamo l’immensa dignità e il valore sacro agli occhi di Cristo, povero come loro e escluso tra loro» (Dilexi te, 100).
Non solo possiamo imparare cos’è la povertà e come contrastarla; possiamo imparare a vivere con realismo, riconoscendo la precarietà e la vulnerabilità delle nostre esistenze e smascherando l’inconsistenza di una vita “ricca”, apparentemente protetta dalle sicurezze materiali (cfr. Dilexi te, 109). Possiamo anche riscoprire che ha senso mettere i nostri soldi nell’elemosina (cfr. Dilexi te, 115-121). Vedere con realismo la realtà dipende infatti dal punto di giudizio originale: se facciamo affidamento sulla ricchezza di quel che abbiamo e che sappiamo, oppure se partiamo dal riconoscimento di quello che ci manca, da un sano atteggiamento di povertà e di domanda.
Bibliografia
• Beretta S., Rizzi P. (a cura di)(2025), Contrastare le povertà: Percorsi di vita e accompagnamento al lavoro, Vita e Pensiero, Milano 2025.
• Caritas Italiana (2025), Rapporto Povertà 2025: “Fuori Campo. Lo sguardo della prossimità”, (e rapporti precedenti).
• Deepa N., Patel R., Schafft K., Rademacher A., Koch-Schulte S., (2000), Voices of the Poor: Can Anyone Hear Us?, Oxford University Press, Oxford 2000.
• Kasulis, Thomas P. (2002), Intimacy or Integrity: Philosophy and Cultural Difference, University of Hawaii Press, Honolulu (HI) 2002.
• Matekenya D., Mulangu F., Newhouse D. (2024), Malnourished but Not Destitute: The Spatial Interplay Between Nutrition and Poverty in Madagascar, «Journal of International Development», 37. 554-569, 10.1002/jid.3975.
Autore
Simona Beretta, Università Cattolica del Sacro Cuore (simona.beretta@unicatt.it)