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di Michele Colasanto
Lo Stato sociale (Welfare State) si configura come una particolare costruzione storica che ha avuto inizio tra gli anni ’30 e gli anni ’60 del XIX secolo. Esso diviene uno strumento attraverso il quale rispondere a una struttura di rischi storicamente specifica, definire un nuovo contratto sociale tra Stato e cittadini mediante l’assunzione di nuovi impegni politici, prevedere – nelle parole di Marshall – il riconoscimento dei diritti non solo civili e politici, ma anche sociali (di protezione, di sicurezza, di promozione e crescita sociale), contenenti la promessa di superare le disuguaglianze. In tal modo, soprattutto nel periodo del secondo dopoguerra, si sviluppa una particolare idea di Stato, basata sull’ipotesi di una relazione tra ente statale, struttura della famiglia e funzionamento del mercato del lavoro in grado di far fronte alle grandi questioni della sicurezza sociale, del lavoro, dell’accesso alle risorse socialmente rilevanti.
Il concetto di “Stato sociale”, così come viene elaborato dalle scienze sociali, compare nella dottrina sociale della Chiesa soltanto nelle encicliche più recenti, benché riferimenti a tematiche affini siano già presenti precedentemente, laddove viene messo a tema il nesso tra sicurezza sociale e compiti dello Stato. I documenti della dottrina sociale della Chiesa mostrano, fin dagli inizi, la preoccupazione di descrivere – e, al tempo stesso, di definire in maniera spesso prescrittiva – qual è il ruolo dello Stato e il suo rapporto con altri soggetti (individuali e collettivi, privati e pubblici) per quanto riguarda la gestione dei rischi sociali.
In tale direzione, la Rerum novarum esordisce sottolineando che lo Stato interviene solo laddove la famiglia si trova in «gravi strettezze che da se stessa non le è affatto possibile uscirne» (RN, 11). Il centro dell’attenzione della prima enciclica specificamente sociale rimane, tuttavia, la ricerca di risposte alle grandi sfide poste dal mutamento economico e produttivo delle società industriali del tempo, ponendosi in antitesi rispetto alla soluzione socialista. In questa luce viene letto anche il ruolo dello Stato, tra i cui compiti primari è annoverata la difesa del diritto di proprietà privata, aspetto che ricorrerà ripetutamente anche nei documenti successivi. La realtà statuale viene inoltre interpretata secondo una visione organicistica del sistema sociale, in linea peraltro con alcuni approcci emergenti all’interno della nascente disciplina sociologica della seconda metà del secolo, preoccupata anch’essa – seppur con motivazioni differenti – del disordine creato dall’avvento della società industriale: secondo tale visione, «lo Stato è una armoniosa unità che abbraccia del pari le infime e le alte classi» (ivi, 27). Ogni classe, così come ogni gruppo sociale, costituiscono una parte del tutto nei confronti della quale lo Stato deve prendersi cura applicando il principio della giustizia distributiva e garantendo l’integrazione del sistema nel suo insieme.
Tale approccio tende a sbilanciarsi su una visione paternalistica dello Stato, il quale deve intervenire con «paterna cura» (ivi, 28) se a una parte della società – o alla società nel suo complesso – è stato recato un danno. Dalla prima enciclica sociale sembra emergere dunque uno Stato che, da una parte, deve limitare il suo intervento, mentre, dall’altra parte, si configura come soggetto politico fortemente presente nell’arena della vita sociale e individuale, non solo nel perseguimento dei buoni costumi, del buon assetto della famiglia, del rispetto per la religione e la giustizia, del progresso economico (cfr. ivi, 26), ma anche al punto da dover «proteggere nell’operaio, prima di tutto i beni dell’anima» (ivi, 32).
A distanza di quarant’anni, la Quadragesimo anno riprende le indicazioni contenute nella Rerum novarum e pone l’accento, tra le altre questioni, sulla necessità di una riforma delle istituzioni, annoverando tra queste ultime innanzitutto lo Stato. La centralità dello Stato consegue al venir meno delle aggregazioni intermedie (associazioni, corporazioni, ecc.) per cui si afferma il binomio individuo-Stato, oltre ogni appartenenza circoscritta e solidarietà intermedia. La modalità con cui lo Stato può agire – secondo la dottrina sociale – deve essere rispettosa di quanto i livelli intermedi (le comunità minori e inferiori) e gli individui stessi possono fare, secondo il principio per cui l’aiuto non deve distruggere o assorbire totalmente le membra del corpo sociale, mentre devono comunque essere garantiti i compiti che ad esso spettano esclusivamente (direzione, vigilanza, repressione). Viene, in tal modo, enunciato il principio della funzione suppletiva dello Stato sui temi della protezione e sicurezza sociale, il cui significato anticipa il principio classico, nella dottrina sociale della Chiesa cattolica, della sussidiarietà: qualsiasi attività sociale è per sua natura sussidiaria; essa deve sostenere i membri del corpo sociale, non li può mai annullare o assorbire. Pertanto, non è compito dello Stato né del settore pubblico svolgere il maggior numero di competenze e gestire l’intera vita sociale in modo dirigistico e centrale. Il principio di sussidiarietà esige piuttosto che le autorità pubbliche deleghino tutto quanto è possibile e promuovano l’iniziativa privata.
Tale preoccupazione percorre anche la Mater et magistra che riprende e specifica la definizione di sussidiarietà in base alla quale «lo Stato ed altri enti di diritto pubblico non devono estendere la loro proprietà se non quando lo esigono motivi di evidente e vera necessità di bene comune, e non allo scopo di ridurre e tanto meno di eliminare la proprietà privata» (MM, 104). Ed è, in particolare, su quest’ultima che l’enciclica concentra nuovamente la sua attenzione nel trattare i compiti dello Stato: poiché il diritto di proprietà viene annoverato tra i diritti naturali e si fonda, quindi, sulla «priorità ontologica e finalistica dei singoli esseri umani nei confronti della società» (ivi, 96), lo Stato viene sollecitato non solo a garantirlo e a difenderlo, ma anche a diffonderlo. Laddove esso possiede in proprietà beni strumentali per via delle funzioni che la gestione del bene comune chiede allo Stato di svolgere, deve essere applicato, al pari delle articolazioni con i corpi intermedi, il medesimo principio di sussidiarietà.
Nella costituzione pastorale Gaudium et spes il compito dello Stato viene principalmente collegato al perseguimento della destinazione universale dei beni: i problemi e le sfide a livello internazionale – tra cui, in particolare, il divario tra Paesi ricchi e Paesi poveri – sollecita il Concilio Vaticano II a richiamare sia singoli che autorità pubbliche, affinché realmente vengano messi a disposizione i propri beni. Se la proprietà privata continua a essere incastonata tra i diritti a salvaguardia delle libertà individuali (di cui lo Stato deve preoccuparsi), spetta nondimeno all’autorità pubblica impedire che si abusi di tale diritto contro il bene comune, dato che la proprietà privata svolge innanzitutto una funzione eminentemente sociale che si fonda sulla legge della comune destinazione dei beni, al punto che si può esigere l’espropriazione della proprietà ogniqualvolta viene minacciato il fine cui essa deve mirare.
Di particolare importanza il legame stabilito all’interno del documento tra il fine della comune destinazione dei beni e la sicurezza di individui e società. Tale nesso viene sottolineato, in particolare, rispetto al grave problema delle proprietà latifondiste, responsabili di gravi squilibri in Paesi economicamente meno sviluppati: l’eccesso e l’abuso del diritto di proprietà, il suo venir meno rispetto allo scopo, diviene causa di dipendenza dei soggetti (i lavoratori e la popolazione) dato che ad essi viene interdetta ogni possibilità di agire di propria iniziativa e con personale responsabilità; da ciò discende l’impedimento a progredire nelle proprie capacità e a partecipare alla vita sociale e politica. L’esito diviene quello di una generalizzata condizione di insicurezza, individuale e sociale, il cui rimedio consiste nell’implementazione, da parte soprattutto dello Stato, di appropriate riforme.
L’intervento dello Stato si rende dunque necessario poiché la sola iniziativa individuale risulta inadeguata di fronte agli squilibri socio-economici: i programmi per «incoraggiare, stimolare, coordinare, supplire e integrare l’azione degli individui e dei corpi intermedi » (PP, 33) spettano ai poteri pubblici. Sulla scia del precedente documento, anche la Populorum progressio di Paolo VI ribadisce quindi la necessità di un intervento pubblico, che rimanga però a servizio dell’uomo: alla persona, infatti, viene subordinato ogni programma, obiettivo, mezzo deciso dai poteri pubblici nei diversi ambiti; la persona deve essere messa in grado di divenire attore responsabile del proprio miglioramento.
Il riferimento esplicito allo “Stato sociale” viene inserito nella Centesimus annus: tale enciclica si colloca in un periodo storico di profonde trasformazioni politiche a livello internazionale e analizza i profondi mutamenti socioeconomici definiti con i termini di “globalizzazione” e “mondializzazione” dell’economia. In tale scenario si precisa il ruolo dello Stato, articolandolo rispetto alla sfera economica e a quella sociale. Nel primo caso, a partire dalla constatazione per cui l’attività economica non può svolgersi in un vuoto istituzionale, il principale compito dello Stato viene individuato nel garantire la sicurezza circa la libertà individuale e la proprietà, nell’intervenire laddove si verificano particolari monopoli che possono ostacolare lo sviluppo, nel sorvegliare e guidare l’esercizio dei diritti umani nel settore economico (la cui prima responsabilità rimane degli attori individuali e collettivi della società).
Per quanto concerne la sfera sociale, l’enciclica riconosce che l’intervento dello Stato a difesa e tutela della sicurezza sociale è sfociato in un modello consolidatosi come Welfare State (Stato del benessere). Il sorgere del Welfare State ha rappresentato nel ’900, soprattutto nelle sue forme più avanzate, il compromesso tra democrazia e capitalismo, in cui accanto ai diritti civili e politici vengono riconosciuti i diritti sociali. Il modello dello Stato definito sociale resta lo strumento per la difesa delle fasce più deboli anche secondo il successivo insegnamento della dottrina sociale della Chiesa: nel discorso ai membri della Pontificia accademia delle scienze sociali del 1997, Giovanni Paolo II definisce tale modello – quando non sbilanciato su una eccessiva assistenza – «una manifestazione di civiltà autentica, uno strumento indispensabile per la difesa delle classi sociali più sfavorite, spesso schiacciate dal potere esorbitante del “mercato globale”» (Il modello di uno Stato sociale moderno come manifestazione di autentica civiltà e strumento per la difesa dei più poveri, 4).
Il tema dello Stato sociale ricorre, dunque, nei documenti più recenti attraverso la sottolineatura del nesso tra pace, sicurezza sociale e garanzia per un’economia equilibrata, tra diffusione di un sistema di previdenza sociale e tutela in particolare del lavoro. Ed è il lavoro a diventare, in realtà, «la chiave essenziale, di tutta la questione sociale » (LE, 3), dato che la sua finalità principale è quella di rendere la vita umana più umana, ponendo al centro dell’attenzione la dignità dell’uomo, da cui consegue la necessaria garanzia e tutela – da parte dello Stato sociale – di condizioni adeguate. Tuttavia, all’interno della società contemporanea, post-industriale e post-moderna, è proprio sul tema del lavoro e della sicurezza sociale – come mostrano le scienze sociali – che si coagulano le mancate grandi promesse del Welfare State e si palesa la sua triplice crisi, fiscale, di razionalità e di legittimazione. A ben vedere, già la Centesimus annus richiama gli eccessi che hanno condotto alle degenerazioni verso il cosiddetto Stato assistenziale, derivanti «da un’inadeguata comprensione dei compiti propri dello Stato» (CA, 48), da cui sono discesi fenomeni di deresponsabilizzazione della società, di crescita sproporzionata di apparati pubblici dominati da logiche burocratiche e di trascuratezza delle grandi questioni sociali. Per contrastare ciò, la Centesimus annus sostiene la necessità di promuovere politiche sociali che abbiano come obiettivo primario il sostegno ad attori sociali indispensabili nel processo di costruzione di reti di solidarietà: in primis, la famiglia e, in second’ordine, gli altri soggetti intermedi, ai quali la persona si riferisce e che possono contribuire alla crescita della «soggettività della società» (ivi, 49). Peraltro, l’enfasi sul ruolo della famiglia, fino ad attribuirle il compiti di ammortizzatore sociale, ha supportato – soprattutto in alcuni Paesi dell’Europa continentale – una visione dello Stato sociale che ha fatto proprio un approccio familistico, in cui al soggetto sociale famiglia (a differenza degli altri attori del welfare) sono stati assegnati quanti più doveri e compiti possibili in tema di prevenzione e di sicurezza sociale, con il rischio conseguente di un carico eccessivo, che accresce la marginalità laddove le condizioni di partenza sono già di per sé problematiche.
Alla luce dell’attuale consolidato della ricerca sociale è possibile, al di là di una lettura meramente cronologica dei documenti del magistero sociale della Chiesa, tracciare sinteticamente una linea interpretativa che vede lo Stato, in un primo tempo, ancorato ad una visione restitutiva e ricostruttiva piuttosto che preventiva rispetto ai temi della sicurezza sociale e dei diritti sociali. In una fase successiva, che coincide a grandi linee con le encicliche Quadragesimo anno e Mater et magistra, tale concezione di tipo paternalistico comincia a cambiare, in particolare, attraverso l’esplicitazione del principio di sussidiarietà, in base al quale viene riconosciuto un compito anticipatorio allo Stato stesso, ben visibile con la configurazione che esso assume nel secondo dopoguerra, di cui parlano poi le più recenti encicliche. In generale, il Magistero evidenzia la forte interdipendenza tra compiti politici dello Stato nazionale e problemi internazionali che vengono ad assumere valenze sempre nuove nel corso del tempo, e tra lo Stato e gli attori sociali intermedi alla luce del principio di sussidiarietà.
La riflessione del Magistero sembra però non trarre ancora compiutamente le conseguenze di tale principio di sussidiarietà, sviluppando, per esempio, quanto solo accennato nella Centesimus annus a proposito di una maggiore valorizzazione di altri attori (oltre la famiglia e al di fuori del mercato), quali la società civile, di cui riconoscere la soggettività e il protagonismo proprio in relazione alla sua capacità di azione sociale. Su quest’ultimo aspetto, le scienze sociali – pur se solo ultimamente e in modo anch’esso circoscritto – offrono un contributo importante e, per alcuni aspetti, complementare allo stesso Magistero, aprendo la possibilità di uno scambio proficuo in un’ottica di necessaria reciprocità.
La valorizzazione della società civile discende, in parte, dalla crisi dello Stato sociale seguita all’aumento della spesa pubblica di welfare, alla burocratizzazione dello Stato, alla distanza percepita tra il cittadino e l’ente pubblico; crisi che è stata infatti interpretata sia come contraccolpo rispetto a diffuse inadempienze pubbliche e sia come esito di azioni pro-sociali cariche di senso etico-valoriale, conseguenti ad una rapida espansione delle organizzazioni sociali attive nell’erogazione di servizi di rilevanza sociale dal punto di vista del benessere e della sicurezza dei cittadini. In passato, tuttavia, gli studi sullo Stato sociale hanno spesso trascurato il ruolo di questi attori sociali appartenenti a un settore diverso dal mercato e dallo Stato (e della famiglia), riconoscendo uno statuto esclusivamente pubblico alla fornitura di servizi di sicurezza e benessere sociale. Anche gli studi comparati tra modelli nazionali hanno fornito contributi importanti nell’evidenziare le varianti delle forme di protezione sociale costruite soprattutto in ambito europeo, ma hanno lasciato fuori dal loro raggio di interesse l’intervento delle agenzie non statali di welfare. A tale emarginazione ha contribuito anche la teoria economica, spiegando l’esistenza delle cosiddette organizzazioni del terzo settore o dal punto di vista dei fallimenti dello Stato o dei limiti del mercato.
Nella riflessione delle scienze sociali sta tuttavia prendendo corpo una visione maggiormente dinamica dello Stato sociale; un esempio in tale direzione è il richiamo all’importanza dei processi di defamilizzazione e di demercificazione delle politiche di welfare, ossia – nel primo caso – di riduzione non certo dell’importanza della famiglia, ma dei carichi familiari nella gestione dei rischi sociali e di riduzione – nel secondo caso – della dipendenza degli individui da servizi sociali erogati in base a criteri economici di mercato. Inoltre, è entrato nel dibattito anche il concetto di welfare mix, o – secondo alcuni – di welfare plurale, in cui le modalità di rapporto tra Stato e settore non statale divengono più articolate e complesse. Il richiamo alla rete di attori e di istituzioni diverse, attive nella ricerca di risposte a problemi sociali, tende a esprimere l’idea della sinergia tra istituzioni pubbliche e altre forze nella produzione di servizi sociali. L’ambizione di una copertura universalistica ed egualitaria del Welfare State cede, in tal modo, il passo ad una valorizzazione della autonomia della società civile: ed è qui che viene recuperato, nelle stesse scienze sociali, anche il principio di sussidiarietà, sebbene soggetto a differenti interpretazioni, al fine di dare rilievo alla mobilitazione dei cittadini in risposta ai problemi sociali, anziché attendere soluzioni programmate centralmente.
Un sistema di welfare che ricorre alle energie della società civile non indica che il ruolo dello Stato diventa irrilevante, bensì che la mobilitazione di energie solidaristiche coinvolge soggetti e organizzazioni di vario tipo per uno sviluppo delle politiche di welfare sempre più differenziate e pluralistiche, finalizzate ad affrontare un insieme complesso di bisogni sociali e ad allargare la partecipazione dei cittadini alla realizzazione del sistema di protezione sociale. Pubblico e privato si coordinano secondo un nuovo assetto, in cui allo Stato rimane la responsabilità della programmazione e del finanziamento delle politiche di welfare (secondo un approccio meno autoritativo) e al terzo settore viene affidato un ruolo sempre maggiore nella gestione diretta dei servizi.
In tale direzione si potrebbe parlare anche di una Welfare Society, ovvero di una società che si prende cura da sé dei soggetti più deboli, piuttosto che di un Welfare State dove è la mano pubblica che decide e gestisce: da questa idea deriva la centralità di una società civile e di una Welfare Society non semplicemente a sostegno o in sostituzione delle istituzioni, ma come luogo della libertà, della solidarietà in cui si dispiegano le potenzialità dei soggetti sociali, in un’ottica di autonomia e responsabilità, nella piena valorizzazione del già richiamato principio di sussidiarietà fatto proprio dal Magistero e ribadito, peraltro, più recentemente dalle stesse linee di politica sociale dell’Unione Europea.
Autore
Michele Colasanto
[Scheda autore ripresa da Dizionario di dottrina sociale della Chiesa. Scienze sociali e Magistero, 2004, e non aggiornata]
Professore ordinario di Sociologia presso l’Università Cattolica del Sacro Cuore, Facoltà di Economia, sede di Piacenza; preside della Facoltà di Sociologia; pro-rettore dell’Università Cattolica dal 1998 al 2002. È stato segretario dell’Associazione italiana di sociologia e direttore del Dipartimento di Sociologia e ricerca sociale dell’Università di Trento e, negli stessi anni, direttore della Scuola diretta a fini speciali di servizio sociale. Fra le attività svolte, si segnalano la direzione della rivista «Professionalità» e la partecipazione alle redazioni delle riviste «Vita e pensiero» e «Studi di sociologia»; la presidenza dell’ISFOL (Istituto per lo sviluppo della formazione professionale dei lavoratori) di Roma, dal 1996 al 2001; la presidenza della Fondazione “G. Pastore” dal 2002. Fra le più recenti pubblicazioni: Paradigmi dello sviluppo. La spiegazione e la programmazione dello sviluppo nella prospettiva sociologica, Vita e Pensiero, 1993; (con V. Cesareo, a cura di), Imprenditori senza mercato, Vita e Pensiero, 1996; La nuova sfida: la formazione continua, in E. Besozzi (a cura di), Navigare tra formazione e lavoro, Carocci, 1998; Pianificazione e governo del mercato del lavoro, in B. Bertelli (a cura di), La pianificazione sociale, Angeli, 1998; (con M. Martinelli e E. Zucchetti), Formazione professionale enti locali e immigrazione, in «Quaderni ISMU», 2000, 1.