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Dizionario di dottrina
sociale della Chiesa

LE COSE NUOVE DEL XXI SECOLO

Solidarietà

di Eros Monti

1. La solidarietà nella storia: l’elaborazione in prospettiva scientifico-filosofica – 2. La solidarietà nella storia: l’elaborazione in prospettiva credente – 3. Proposta sintetico-sistematica: apporti della solidarietà all’ermeneutica dell’agire sociale

Al diffuso impiego linguistico della solidarietà non corrispondono di solito né profondità né univocità di significato. Ad una sua appropriata ridefinizione ha contribuito non poco la dottrina sociale della Chiesa, che ha potuto a sua volta attingere al dialogo tra la sua elaborazione in prospettiva secolarizzata e le sue riprese in contesto credente. Di questi aspetti occorre rendere ragione seguendo le due principali direttrici, storica e teoretica, caratterizzanti l’intera dottrina sociale della Chiesa, in quanto «corpus dottrinale» storicamente costituitosi (SRS, 1).

1. La solidarietà nella storia: l’elaborazione in prospettiva scientifico-filosofica

Dalle origini all’impiego nelle scienze sociali. La solidarietà ha origini antiche. Nozione e terminologia derivano dal diritto romano privato, in cui “obbligazione solidale” (in solidum) designava quel vincolo giuridico indivisibile, che univa tra loro in modo profondo, stabile vari co-obbligati (ad es., più condebitori), così che ciascuno di essi fosse tenuto a rispondere per l’intero, e non soltanto per la propria parte. Con tale significato è entrata a far parte degli ordinamenti tuttora ispirati al diritto romano. Fu nel corso del periodo post-rivoluzionario francese che avvenne la trasposizione di un concetto di natura giuridica e privatistica alla sfera pubblica, intesa a considerare la generalità delle relazioni sociali nel loro aspetto basilare di fratellanza, interdipendenza, corresponsabilità universali. In quest’ultima e più rilevante accezione è presente in diversi ordinamenti costituzionali tuttora vigenti, quali quello francese, tedesco e italiano, oltre che in numerose istituzioni di diritto internazionale.

Questa radicale svolta semantica, in evidente connessione con le “grandi rivoluzioni” che avevano drasticamente mutato l’assetto economico, politico, culturale e sociale europeo tra XVIII e XIX secolo, ricevette un impulso ulteriore a partire dai nuovi modelli interpretativi della società offerti dalle scienze sociali, in primo luogo dalla sociologia, che vide tra i suoi protagonisti e iniziatori A. Comte (1798- 1857) ed É. Durkheim (1858-1917).

Comte (Cours de philosophie positive, vol. IV, 1839) impiegò tra i primi la terminologia della solidarietà per esprimere la legge fondamentale in grado di spiegare e connettere tra loro gli eventi sociali, secondo due diverse prospettive. Nel senso della «statica sociale», in quanto legame necessario in grado di rendere ragione della stretta interdipendenza che regola i rapporti tra i soggetti sociali, analogamente all’interconnessione sussistente tra fenomeni chimici o fisici. In senso «dinamico », la solidarietà avrebbe invece evidenziato il grado di dipendenza di una generazione dall’altra nell’ambito dell’unica vicenda umana. Una società intesa pertanto come un tutto organicamente concepito, destinato a precedere e perdurare di là della vita dei suoi singoli membri.

Durkheim, nell’opera De la division du travail social (1893), distinse i due modelli fondamentali di vita associata a partire dalla rispettiva forma assunta dalla solidarietà; si avranno così società a solidarietà «meccanica» e «organica». La prima sussisterebbe là dove gli individui sono fortemente aggregati, coesi, condividendo in modo pressoché unanime valori, fini, norme, religiosità: la coscienza collettiva, che si imporrebbe ai singoli, perpetuando la società oltre il loro stesso vissuto. È il caso delle società cosiddette primitive, in cui gli individui non possiedono ruoli e identificazioni nette, così da poter essere considerati tra loro interscambiabili. La «solidarietà organica» esprimerebbe invece il legame costitutivo delle società complesse, fortemente differenziate, dove la divisione del lavoro è generalizzata e ogni membro possiede ruoli ben definiti. L’unione al suo interno (organica, cioè funzionale, in analogia a quanto avviene negli organismi viventi, e non più meccanica, similmente a quanto accade a livello dei fenomeni fisici), è questa volta garantita dal consenso dei singoli individui, nei confronti dei quali la coscienza collettiva ha minore incidenza. In quest’ultima forma di organizzazione sociale è facilmente riconoscibile la moderna società industrializzata, bisognosa di ricercare nuove forme di coesione, raggiungibili mediante un rafforzamento della coscienza collettiva.

In entrambi affiora un approccio organicista e deterministico; come tale, riduttivo sotto il profilo antropologico ed etico. La solidarietà vi appare infatti, specialmente in Comte, come legge nel senso prevalente delle scienze della natura; in Durkheim, come spiegazione generalizzata dei fatti sociali e dei relativi nessi, positivisticamente intesi.

La solidarietà nel dibattito filosofico-sociale ed etico-politico: liberalismo, socialismo, solidarismo. Il frutto più maturo della riflessione di area francese circa la solidarietà si ebbe con l’elaborazione di una teoria, o meglio di un sistema sociale, denominato “solidarismo”. Esso, sorto timidamente verso la metà dell’Ottocento parallelamente agli sviluppi della «solidarité» in ambito sociologico, conobbe la sua massima espansione tra l’ultima parte del secolo XIX e i primi due decenni del XX. Ad esso contribuì inizialmente P. Leroux (1797-1871), filosofo politico originariamente legato all’area del socialismo utopistico, che elaborò un pensiero sociale universalistico e romanticheggiante, non di rado eclettico. Suo tratto caratteristico è la netta presa di distanza tanto dal liberalismo quanto dal socialismo. Al primo egli imputa la mancata percezione dell’altro in nome dell’assolutismo di una libertà individuale non chiamata a rispondere di sé ad alcuno; al secondo, un’immagine di società massificante e organicista, in cui le singolarità personali sono vanificate. L’esito è un conflitto insanabile tra le opposte ragioni della libertà e della società. Allo stesso modo, rigetta altre forme di vita sociale, ispirate ad autoritarismo o al contrattualismo; ingiuste le prime, formali e insufficienti a costituire la realtà sociale le seconde. In recto, propone invece si riscopra il legame profondo e vitale che connette l’intera umanità (De l’humanité, 1840). Un vincolo effettivo, intrinseco, sostanziale e morale al tempo stesso, come quello che connette madre e figlio: ciascuno nasce e vive in una società e si nutre di essa, finché anche a lui sarà chiesto di prendersi cura di altri, di farli essere e di nutrirli (cfr. Individualismo e socialismo, 1833). I momenti originari e antitetici corrispondenti ad individuo e società sono così trascesi nel momento della sintesi triadica costituita dalla solidarietà.

Questo contributo ricevette gradualmente un’impronta sempre più precisa grazie all’apporto, tra gli altri, di filosofi, economisti e sociologi quali, rispettivamente, A. Fouillée (1838-1912), Ch. Gide (1847-1932) e C. Bouglé (1870-1940)’. iLmpulso decisivo venne tuttavia da Léon Bourgeois (1851-1925), uomo politico che nella sua opera principale (Solidarité, 11896-81914) espose fondamenti, contenuti essenziali e condizioni di praticabilità della teoria della solidarietà sociale o «solidarisme ». Essa suppone anzitutto la netta distinzione tra solidarietà-fatto e solidarietàdovere. La prima intende evidenziare l’aspetto di obiettiva, originaria interdipendenza tra tutti gli uomini, in quanto legame naturale e necessario. La seconda scaturisce dalla rilettura in prospettiva etico-sociale di quel vincolo, mostrando l’esigenza, questa volta di carattere morale e quindi da riconoscersi in forma pratica, nella libertà, di dover agire ciascuno a favore di tutti gli altri, in forza del comune debito accumulato verso la società, in particolare verso le passate generazioni. È la società infatti a mettere a disposizione della generazione presente un immenso quanto indivisibile patrimonio di beni, valori, cultura, di cui occorre riconoscersi solidalmente debitori, agendo a favore della società stessa, così che altri possano in futuro usufruirne. L’attuazione pratica del progetto, prevista dal Bourgeois, si limitava tuttavia a prevedere una sorta di redistribuzione dei beni economici, dal momento che i più favoriti dovevano essere ritenuti anche i maggiori debitori della società; saldato il proprio debito e riguadagnata da parte di tutti la propria libertà, le differenze residue sarebbero dovute corrispondere ai soli doni di natura di ciascuno. Un sistema sociale intenzionalmente distante dal liberalismo, ma anche dal socialismo, che riteneva di avere rintracciato nella solidarietà un valido fondamento “secolare”, come tale universalmente condivisibile, all’agire sociale.

2. La solidarietà nella storia: l’elaborazione in prospettiva credente

La vicenda del “solidarismo cristiano”. A fronte degli sviluppi del movimento solidarista francese e in corrispondenza alla fase della sua massima espansione, un’altra corrente di pensiero facente capo alla solidarietà (denominata anch’essa “solidarismo” o “solidarismo cristiano”) iniziò a svilupparsi in area tedesca, ad opera soprattutto dei filosofi e teologi gesuiti H. Pesch (1854-1926), che ne fu il fondatore, di O. von Nell-Br euning (1890-1991) e G. Gundlach (1892-1963), che contribui80 rono a svilupparne il pensiero fin oltre la prima metà del Novecento. Questa riflessione, contrapposta sia al collettivismo totalitario che al liberalismo individualista, non semplicemente equidistante da essi ma tesa alla correzione e al superamento di entrambi, prese forma in un sistema radicato nella tradizione cristiana, attento ai recenti sviluppi della filosofia sociale ed elaborato secondo i canoni della «filosofia cristiana» (cfr. Aeterni Patris, 1879). Con questo solidarismo è stata infatti ricercata una elaborazione filosofico-sociale in grado di legittimarsi universalmente, in modo adeguato alle esigenze del tempo, nella più alta coerenza con le istanze della fede cristiana. I suoi capisaldi sono rintracciabili anzitutto nella centralità e nel primato assoluto della persona umana, nella sua relazione imprescindibile e reciproca con la società, definita appunto dal “principio di solidarietà”. L’intero progetto di “ordine sociale” in senso ontologico ed etico, dal quale avrebbero dovuto derivare le successive strutturazioni della società in senso legislativo e istituzionale, comprendeva anche il principio di sussidiarietà, ritenuto speculare e complementare alla solidarietà. La società era pertanto fondata sulla persona e finalizzata ad essa; a partire dalle due dimensioni personali fondamentali di individualità (alla cui tutela ed espansione era posta la sussidiarietà) e di socialità (sviluppata invece in chiave di solidarietà), l’intera vita sociale poteva essere costantemente orientata al bene comune, fine complessivo di tutti e di ciascuno. Al solidarismo così elaborato non mancarono critiche, soprattutto da parte della scuola detta della Ganzheit (totalità), rappresentata per lo più da domenicani – si pensi a E. Welty (1902-1965) e ad A.F. Utz (1907-2001) – che, in una più letterale fedeltà a san Tommaso, evidenziavano maggiormente l’orientamento al bene comune delle singole componenti la società, in base al presupposto della finalizzazione di ogni parte al “tutto” sociale, da cui il nome della corrente. Di fatto, di là di ogni lettura semplicistica della questione come pure nella considerazione dei prevedibili rischi di una simile diretta trasposizione del pensiero tommasiano in un contesto contrassegnato dall’avvento dei totalitarismi, fu il solidarismo a esercitare i maggiori influssi sugli sviluppi a lui coevi del magistero sociale della Chiesa: Nell-Breuning e Gundlach furono diretti collaboratori di Pio XI e Pio XII. Se occorre certamente distinguere tra solidarismo cristiano e dottrina sociale della Chiesa, il primo, come di seguito si vedrà, offrì ad essa un contributo non secondario.

L’apporto del magistero sociale della Chiesa. Il graduale esplicitarsi della solidarietà: da Leone XIII a Pio XII (1878-1958). Il percorso della solidarietà entro la recente vicenda del magistero sociale universale si presenta all’insegna di una marcata continuità- discontinuità, terminologica e contenutistica. L’indagine inerente al suo intero arco storico è legittimata non soltanto dai criteri ermeneutici più generali inerenti alla stessa dottrina sociale della Chiesa (SRS, 1), ma anche da luoghi specifici quali CA, 10, che ne riconosce espressamente la presenza già a partire dal pontificato leoniano.

In effetti, entro l’insegnamento sociale compreso tra Leone XIII e Pio XI, la soli81 darietà è presente quasi esclusivamente in modo implicito, con espressioni ad essa equivalenti. Cautela del tutto comprensibile dato l’uso corrente della solidarietà in ottica laicista, orientato a soppiantare carità o anche fraternità; così ad es. in contesto francese, specialmente nel corso della Terza Repubblica (1870-1940). Ciò non impedisce tuttavia a Leone XIII, nei confronti di una società dilaniata dal conflitto tra classe operaia e detentori del capitale e priva di un adeguato intervento statale in merito, di riferirsi più volte implicitamente ad essa, sia prima della Rerum novarum (cfr. Humanum genus, 1884; In plurimis, 1888) che in seguito (Permoti nos, 1895; Graves de communi, 1901), richiamandosi più volte con fermezza alla nativa fraternità e reciprocità sussistente tra tutti gli uomini. In Rerum novarum in risposta a liberalismo e socialismo emerge l’esigenza di un utilizzo dei beni della terra ispirato a condivisione non negatore del diritto alla proprietà privata (cfr. RN, 7 e 19), di un incontro tra le rispettive, ma non contrapposte esigenze del lavoro e del capitale (cfr. ibid., 15), di un’unione e armonizzazione tra tutti i membri del corpo sociale in uno spirito di vera fratellanza, fondato su un vincolo originario di natura e di grazia (cfr. ibid., 21), di un attivo intervento riequilibratore dello Stato, soprattutto a favore dei più deboli (cfr. ibid., 26-29), di un intenso associazionismo cooperativistico per la promozione e la tutela dei lavoratori (cfr. ibid., 36-44). Esigenze riprese e approfondite dalla Quadragesimo anno di Pio XI; si pensi alla proposta ivi contenuta di un “ordine sociale” in senso ontologico ed etico, ispirato a solidarietà e sussidiarietà (cfr. QA, 77-82), da costituirsi nella cooperazione armonica della proprietà, del capitale e del lavoro (cfr. ibid., 49-60), delle classi e delle professioni (cfr. ibid., 83-88). Un ordine “solidaristico”, unitario e articolato al tempo stesso, in grado di opporsi e trascendere la massificazione spersonalizzante a base ideologica e/o nazionalistica indotta dai regimi totalitari esistenti (ved. i numerosi, altri interventi riferiti alla situazione in Italia, Spagna, Germania, Messico, Russia).

È con Pio XII, tuttavia, che il disegno di un socialis ordo in senso solidaristico, fondato sulla singolare comunanza di tutti quanto a origine, natura, fine prossimo, abitazione, fine soprannaturale e mezzi per conseguire tale fine giunge a peculiari sviluppi, arricchito ormai dall’esplicito utilizzo della terminologia della solidarietà già a partire dalla sua prima enciclica (Summi pontificatus, 1939). Un ordine a base personalista – la persona è «soggetto, fondamento e fine» di tutta la vita sociale (cfr. Il problema della democrazia) –, finalizzato al bene comune, orientato ad un equilibrato bilanciamento tra unitarietà e articolazione della società al suo interno, e tra esigenze del singolo Stato e della comunità delle nazioni (cfr. i 19 radiomessaggi natalizi, 1939-1957, dedicati in gran parte al tema della pace e dei rapporti internazionali, da ricostruirsi nella solidarietà). Una solidarietà ormai definita in quanto «legge» o «principio» di ordine morale naturale, come tale universalmente normativo dei rapporti umani, che avrebbe dovuto tradursi sia in relazioni di reciproco aiuto, fiducia e collaborazione in ogni ambito della vita sociale sia, soprattutto, in forme istituzionali, in grado di ridisegnare il quadro giuridico, politico ed economico esistente.

L’apporto del magistero sociale della Chiesa. I successivi sviluppi: dalla stagione conciliare a Giovanni Paolo II. In questo periodo di notevoli incrementi di riflessione, Giovanni XXIII tratta della solidarietà, che rintraccia già presente nella Rerum novarum (cfr. MM, 15), per lo più in riferimento alla questione economico-sociale, ormai dilatata anch’essa a dimensioni mondiali, in vista dello sviluppo dei meno favoriti e del costituirsi di una comunità politica mondiale. Ancora più marcatamente, la Pacem in terris afferma che i rapporti tra le comunità politiche «vanno regolati nella verità, nella giustizia, nella solidarietà operante, nella libertà» (PT 47; cfr. 54-63); così che la solidarietà, insieme con gli altri tre pilastri fondamentali per l’edificazione della pace a raggio universale assume, nell’ambito dei rapporti internazionali, la stessa collocazione della carità, in precedenza riferita alle relazioni interpersonali (cfr. ibid., 18).

L’analisi storico-induttiva promossa da Giovanni XXIII (cfr. il metodo vederegiudicare- agire in MM, 217 e la lettura dei segni dei tempi in PT), acquisita dal Concilio Vaticano II (cfr. GS, 4, che tra le aspirazioni più urgenti dell’uomo d’oggi pone proprio la solidarietà) e ulteriormente riletta in chiave storico-salvifica, ha condotto a interpretare l’intera vicenda dell’umanità, sul versante delle sue relazioni sociali, nel suo compimento in Cristo in quanto espressione di piena solidarietà di Dio con l’uomo (cfr. GS, 32), fondamento di ogni altra solidarietà. Una riflessione che accompagna a più riprese l’intero svolgersi della Gaudium et spes (cfr. 30.35.42.57.66.69.75) fino all’appello conclusivo alla pace nella solidarietà (cfr. ibid., 85.89.90) e che nella fede cristiana riconosce un livello non aggiuntivo, ma ultimo, veritativo. Nella fede sarà anzi possibile promuovere e rinnovare ogni vera forma di solidarietà esistente, contribuendo a purificare e integrare le sue espressioni ambigue o riduttive (cfr. la prospettiva di GS, 37-45).

Nell’ambito del percorso post-conciliare, Paolo VI riserva attenzione peculiare alla solidarietà in Populorum progressio dedicata allo sviluppo dei popoli o, meglio, allo «sviluppo solidale dell’umanità», come titola la sua seconda parte (PP, 43-87), a compimento della prima, «per uno sviluppo integrale dell’uomo» (ibid., 6-42). La solidarietà è infatti esigenza intrinseca dell’umanità, così fondata: «Eredi delle generazioni passate e beneficiari del lavoro dei nostri contemporanei, noi abbiamo degli obblighi verso tutti […]. La solidarietà universale, che è un fatto, per noi è non solo un beneficio, ma altresì un dovere» (ibid., 17). Essa è originaria evidenza che si manifesta nell’obiettiva interdipendenza tra i popoli, dono che costituisce tutti reciprocamente debitori, da cui la coscienza di un corrispondente dovere morale universale, come più volte ribadito (cfr. ibid., 44.48.67). Anche in Octogesima adveniens papa Montini auspica un’«azione solidale» (OA, 5) corale in risposta alle aspirazioni e ai problemi del mondo contemporaneo (cfr. ibid., 23.26.31.41.43); una solidarietà in grado di divenire impegno, responsabilità comune, partecipazione (cfr. ibid., 47).

È tuttavia con Giovanni Paolo II che la solidarietà raggiunge uno straordinario sviluppo. Essa, possibile cifra sintetica dell’intero suo insegnamento sociale, ricor- re oltre 64 mila volte negli interventi pontifici compresi tra il 1979 e il 1994. Identificata già nella Redemptor hominis (1979) come «principio» che «deve ispirare la ricerca efficace di istituzioni e di meccanismi appropriati» a favore della dignità di ogni uomo (RH, 16), si articola nelle successive tre encicliche sociali anzitutto in quanto esigenza irrinunciabile dell’uomo, chiamato al lavoro per l’edificazione propria e di tutta la società (cfr. la solidarietà «degli» e «con gli uomini del lavoro» in LE, 8). In Sollicitudo rei socialis, nell’intento di evidenziare il «carattere morale» dello sviluppo (SRS, 33) emerge il ruolo peculiare della solidarietà in quanto virtù etico-sociale per eccellenza. Essa rappresenta infatti «la determinazione ferma e perseverante di impegnarsi per il bene comune: ossia per il bene di tutti e di ciascuno, perché tutti siano veramente responsabili di tutti» (ibid., 38) in grado di esprimere oggi le esigenze della giustizia e di condurre alla pace (cfr. ibid., 39). Nell’ottica della fede essa «tende a superare se stessa, a rivestire le dimensioni specificamente cristiane della gratuità totale, del perdono e della riconciliazione», evidenziando «numerosi punti di contatto» con la carità (ibid., 40) di cui è declinazione in ambito sociale ed istituzionale, così che ogni altro uomo possa essere raggiunto attraverso la sua mediazione, grazie anche all’abbattimento delle «strutture di peccato» cui essa mira primariamente (ibid.). In Centesimus annus la solidarietà, rintracciata entro l’intero arco di sviluppo centenario del magistero sociale della Chiesa (cfr. CA, 10), è intesa come principio che tende al diretto intervento sociale, complementare alla modalità indiretta invocata dal principio di sussidiarietà (cfr. ibid., 15) e si esprime in forme peculiari nel lavoro (cfr. ibid., 29), nel volontariato (cfr. ibid., 49), entro la cultura (cfr. ibid., 51) e in un globale rinnovamento dell’ordine sociale (cfr. ibid., 61).

3. Proposta sintetico-sistematica: apporti della solidarietà all’ermeneutica dell’agire sociale

La parabola storica della solidarietà evidenzia con efficacia le principali peculiarità che la connotano. Sorta nel tentativo di restituire ad una società ormai orientata alla complessità, alla frammentazione e alla instabilità nuove basi al suo stesso costituirsi, mediante la riscoperta di un più profondo e universale vincolo sociale, essa può a tutt’oggi sviluppare la propria efficacia interpretativa anzitutto in base alla propria vocazione dialogica, osmotica, in grado di suscitare consensi a vastissimo raggio, che l’ha posta in grado di attraversare i più svariati contesti, dall’originario ambito giuridico a quelli sociologico, politico ed etico-sociale, arricchendoli e incrementandosi a sua volta. È tuttavia nell’ambito della dottrina sociale della Chiesa, a sua volta costitutivamente luogo di incontro interdisciplinare (cfr. CA, 59), che ha potuto manifestare il proprio apporto alla ricerca della verità della società a due distinti livelli, da tenersi in stretta circolarità, rispettivamente fondativo e contenutistico.

Solidarietà, fondamento dell’agire sociale. Quanto al primo aspetto, la solidarietà, oltre ad aver interessato l’intero spettro dei rapporti sociali, da quelli brevi ai più alti livelli della mediazione istituzionale (cfr. le relazioni internazionali, globali), è potuta essere intesa tra Pio XII e Giovanni Paolo II in quanto legge, dovere, valore, virtù, e in tutte queste fasi come principio irrinunciabile dell’agire sociale. Sotto questo profilo essa assume il compito di dire, nel suo modo proprio, la verità e il senso complessivo di ogni relazionarsi sociale; un ruolo fondativo, in cui alla solidarietà compete di svelare non soltanto il vincolo nativo di ciascuno verso ogni altro, ma di leggerlo dinamicamente come debito originario, corrispondente al patrimonio inestimabile di valori, cultura, conoscenze, che obiettivamente la società, con tutte le sue articolazioni, mette a disposizione di ciascuno già al suo nascere, prima ancora che sia possibile prevederne gli apporti, positivi o negativi. Un debito di natura antropologica, di sé, ultimamente perché senza altri (l’altro e, ultimamente, l’Altro) l’umanità non sussisterebbe; l’altro è costitutivamente presente in ogni sé, mai ultimamente separabile dalla comune vicenda sociale. Un debito per sé irredimibile e indivisibile, che esige di essere da tutti riconosciuto in forma pratica nella modalità di un agire non restitutivo quanto ispirato a gratuità, attuato a favore di altri che di quel dono potranno a loro volta fruire.

Dono che non esclude le forme dello scambio sociale (cui anche reciprocità e cooperazione alludono), ma mette in luce, al loro fondamento, quell’aspetto di gratuità (di moralità, di verità) originaria che soltanto può attivare pienamente la libertà dell’uomo, il cui agire in società non può essere ristretto alla pura necessità o utilità; egli ha bisogno, ultimamente, di verità, di senso, di intravedere un bene cui dedicarsi, che prometta un compimento possibile. Chi lavora necessita certo di un salario, ma quel salario non motiva ultimamente la sua dedicazione, come pure la qualità del servizio obiettivamente offerto – ad altri, a tutti – attraverso quel lavoro. Non casualmente, Giovanni Paolo II rintraccia proprio nel lavoro, simbolo di ogni agire associato finalizzato, uno dei luoghi caratteristici in cui si rende percepibile la solidarietà, in cui è possibile quotidianamente e universalmente scoprire il proprio comune essere non soltanto tra e in mezzo ad altri, ma più radicalmente da, con e per gli altri (cfr. LE, 8).

Si noti come questi tratti fondamentali della s. mostrano da un lato il possibile superamento, che in essa si dà, della giustizia (cfr. SRS, 39), intesa in senso classico, di là delle sue recenti versioni contrattuali, come «dare a ciascuno il suo»; dove, rendendo all’altro il dovuto, si ristabilirebbe una nuova condizione di equilibrio, attuando così un obiettivo «svincolarsi» dall’altro; cosa impossibile in un’ottica di solidarietà, che viceversa intravede nel ricevere e nel dare non un attenuarsi, ma un continuo consolidarsi del vincolo. Dall’altro, evidenziano la stretta parentela tra la solidarietà e la carità (cfr. ibid., 40). Se infatti la carità resta indiscutibilmente la «regina di tutte le virtù» (RN, 45), la solidarietà correttamente intesa ne rappresenta la versione caratteristicamente sociale, da tutti udibile e praticabile, in forma personale, associata e soprattutto – questo il suo apporto più specifico – iscrivibile entro ogni possibile mediazione istituzionale: giuridica, economica, politica, così che vere strutture di solidarietà favoriscano il realizzarsi di relazioni “fraterne”, significative, anche verso colui che non sarà mai possibile direttamente incontrare (cfr. SRS, 38.40). Si pensi, in questo senso, alle nuove modalità relazionali possibili in una società in via di globalizzazione.

Solidarietà e discernimento storico-pratico. Correlativo al significato fondante della solidarietà è il suo manifestarsi entro mediazioni storiche perennemente da ricercarsi. La coscienza della solidarietà universale suggerisce anzitutto si giunga a fare causa comune con gli ultimi e con ciascuno di essi, elevando la loro condizione e fronteggiando le situazioni di grave ingiustizia, malattia o miseria che affliggono ovunque gran parte dell’umanità, percependole come fossero proprie (cfr. ibid., 38), a partire dalla consapevolezza della immeritata condizione di chi è favorito. In particolare nell’ambito della società civile promuove l’associazionismo, il volontariato, le imprese senza fini di lucro e gli organismi intermedi che contribuiscono all’edificazione di un tessuto sociale vitale (cfr. CA, 49). A livello economico essa orienta a una più equa redistribuzione dei beni (sui nessi tra solidarietà e destinazione universale dei beni, cfr. SRS, 39a), a una tutela a favore di tutti e nel tempo dei beni indivisibili, ad es. ambientali e culturali (cfr. CA, 40), a una gestione più partecipata delle risorse comuni come pure del lavoro e delle imprese, superando conflitti di classe o di categoria (cfr. ibid., 43). Nella sfera politica, a livello di singole nazioni, la solidarietà richiama l’esigenza della partecipazione e di coordinamento armonico tra tutte le sue componenti, orientandole indistintamente al bene comune. In particolare, auspica una attività politica in grado di creare le condizioni per il superamento del conflitto sociale e di socializzare, cioè di ripartire sull’intera società i principali rischi sociali (ad es. per malattia, handicap, infortunio, vecchiaia). A livello internazionale essa promuove, nello sforzo di superare ogni logica di contrapposizione (cfr. SRS, 37), il pieno sviluppo e la pace fondata sull’ «eguaglianza di tutti i popoli» e «il rispetto delle loro legittime differenze» (ibid., 39).

Nei riguardi di tutti questi casi, occorre ricordare come il cammino dell’autentica solidarietà esiga da parte di tutti un elevato profilo morale, trattandosi di ricerca della verità dell’agire sociale, ed è chiamato a far fronte almeno a due grandi ostacoli. In primo luogo, la vicenda storica della società pone l’umanità di fronte a strutture, istituzioni, espressioni del costume corrente già pesantemente segnate dal peccato, che si manifesta spesso come grave omissione, come tali strutture di anti-solidarietà; primo compito della solidarietà sarà di rimuoverle e trasfigurarle (cfr. ibid., 36-38). Secondariamente, ostacolo ad una vera solidarietà sono le riduttività in cui può incorrere la prassi ad essa ispirata: si pensi alle solidarietà “ristrette”, ovvero parziali, corporative, tese alla difesa del proprio gruppo magari contro altri o limitate ad alcuni aspetti soltanto della solidarietà (la cosiddetta solidarietà chiusa o orizzontale); tra queste, vanno considerate anche quelle forme che, pur positive, tendono al consolidarsi di una relazione immediata con l’altro, ma non sanno giungere o confrontarsi con i livelli ampi, istituzionali e universali cui una piena solidarietà aspira sempre. Proprio su questi aspetti, già a suo tempo denunciati dalla Pontificia Commissione «Iustitia et Pax» (Self-Reliance, 1978), pongono l’accento quanti intravedono nella solidarietà un sospetto residuo di assistenzialismo, nocivo ad una politica mirata alla responsabilizzazione di tutti i membri della società o, nei rapporti tra i popoli, del mondo intero. Da quanto si è detto, emerge tuttavia che soltanto una solidarietà fraintesa potrebbe allontanare da quella universale corresponsabilità, che ne costituisce invece parte integrante.

In riferimento al dibattito circa i grandi principi sociali, costituitivi dell’immagine di società da ascriversi alla dottrina sociale della Chiesa, affiora invece la possibile contrapposizione tra solidarietà e sussidiarietà, quasi logiche alternative, ciascuna, oltre che apportatrice di valori propositivi, con funzione “limitativa”, di correzione degli “eccessi” dell’altra. Viceversa, se correttamente intese, oltre al ruolo propositivo di ciascuna e alle rispettive, notevoli singolarità da salvaguardare, che non consentono in ogni caso diretti accostamenti ispirati a simmetria (si noti che, anche su questo, il “solidarismo cristiano” fu assunto criticamente dai testi magisteriali), emerge semmai la necessaria compresenza e complementarietà di entrambe (cfr. CA, 15); dell’una e dell’altra, sviluppate ciascuna al meglio possibile e nella considerazione delle esigenze dei singoli contesti, ogni forma sociale ha bisogno, in quanto entrambe espressione della dignità della persona umana, a servizio del bene comune.

In sintesi, di là e attraverso tutte le possibili manifestazioni storiche della solidarietà, ad essa spetta di evidenziare che al fondamento delle relazioni sociali sta la percezione di un vincolo da intendersi in quanto obiettivo beneficio, già dato entro il loro stesso accadere e da riconoscersi nel suo pieno significato per l’uomo, per la libertà che lo costituisce e lo qualifica come corresponsabile; di sé, verso e con ogni altro, nel mondo e nel tempo, a partire dai più deboli. Un vincolo che, ultimamente, rimanda per la sua piena ed eccedente esplicazione all’Evento storico-salvifico e alla sua rivelazione in Gesù di Nazareth (cfr. GS, 32). In Lui, la solidarietà si è fatta storia; una storia singolare, in cui è testimoniata (cfr. soprattutto il Mistero pasquale) la piena assunzione del bene dell’altro come criterio del proprio; una vicenda sulla quale misurare, ultimamente, ogni altra solidarietà.


Autore
Eros Monti

[Scheda autore ripresa da Dizionario di dottrina sociale della Chiesa. Scienze sociali e Magistero, 2004, e non aggiornata]

Presbitero della diocesi di Milano dal 1986, ha conseguito la laurea in Scienze economiche e bancarie presso l’Università Cattolica del Sacro Cuore e il dottorato in Teologia morale presso la Pontificia Università Gregoriana in Roma. Tra le sue principali pubblicazioni: La dottrina sociale della Chiesa e il suo insegnamento, in «La scuola cattolica», 1998, 126; Alle fonti della solidarietà. La nozione di solidarietà nella dottrina sociale della Chiesa, Glossa, 1999 e, in collaborazione con E. Combi, Fede cristiana e agire sociale, Centro Ambrosiano, 1994. Attualmente insegna Etica sociale presso il Seminario arcivescovile di Milano, nella sede di Venegono Inferiore (Varese).