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Dizionario di dottrina
sociale della Chiesa

LE COSE NUOVE DEL XXI SECOLO

Mercato (Sistema di)

di Edmond Malinvaud

La crescita economica mondiale sperimentata negli ultimi due secoli si è realizzata all’interno di forme alquanto diverse di organizzazione economica adottata dai diversi Paesi. Complessivamente, comunque, il sistema dei mercati vi ha giocato un ruolo determinante. Ovviamente la dottrina sociale cattolica ha posto questo sistema al centro delle sue riflessioni.

Nell’esordio della sua enciclica del 1891 Leone XIII, dopo aver ricordato il contesto dell’epoca, la condizione infelice degli operai e lo sviluppo della corrente di idee socialiste, spiega perché la Chiesa ha il diritto e il dovere di esprimersi sull’argomento della organizzazione economica, poiché «si tratta di questione di cui non è possibile trovare una risoluzione che valga senza ricorrere alla religione e alla Chiesa » (RN, 13). La soluzione non può risiedere né nella lotta di classe esaltata dal socialismo, né nell’ideologia del capitalismo liberale con le enormi concentrazioni di potere e le ingiustizie che garantisce. Le encicliche seguenti manterranno questa posizione.

Senza offrire una presentazione integrale della dottrina, il nostro scopo è mostrare, a partire dalle preoccupazioni permanenti per un secolo, come la Chiesa sia arrivata a definire, con la Centesimus annus, una dottrina relativa al sistema dei mercati. La maturazione è stata condotta grazie ad una ricerca che, ispirandosi ai principi etici progressivamente elaborati, ha accettato il quadro concettuale elaborato dalla scienza economica.

Quadro concettuale ed etico. Trattando il quadro concettuale, si porta l’attenzione verso l’economia di mercato, definita in contrapposizione ad una economia diretta o pianificata dallo Stato. Allo stato puro si tratta di una economia dove gli scambi avvengono sulla base della libertà dei contratti e dove la legge dell’offerta e della domanda porta alla determinazione dei prezzi di mercato. Ovunque il sistema effettivo dei prezzi si discosta più o meno dal modello puro; ma precisamente a causa di ciò, la scienza economica dispone di un quadro concettuale rigorosamente organizzato che spiega in che cosa e perché l’organizzazione economica reale è diversa dalla pura economia di mercato.

L’attenzione riservata al mercato del lavoro ha mostrato l’importanza attribuita dalla Chiesa, desiderosa di giustizia, a due grandi principi: la priorità del lavoro sul capitale e il diritto di associazione; ma ha anche mostrato che la Chiesa non ha per questo ignorato il principio di efficacia. Quest’ultima preoccupazione è particolarmente presente nei suoi giudizi sul sistema dei mercati.

Per una economia efficace. Nella Rerum novarum si legge: «I governanti dunque debbono in primo luogo concorrervi in maniera generale con tutto il complesso delle leggi e delle istituzioni politiche, ordinando e amministrando lo Stato in modo che ne risulti naturalmente la pubblica e privata prosperità» (RN, 26); lo stesso principio di efficacia si riscontra nella Laborem exercens.

È un tema antico degli economisti, da A. Smith, che il sistema dei mercati è favorevole alla efficacia. La tesi appariva in filigrana nella Quadragesimo anno dove si raccomanda «la giusta proporzione tra i salari; con la quale va strettamente congiunta la giusta proporzione dei prezzi, a cui si vendono i prodotti delle diverse arti, quali sono stimate l’agricoltura, l’industria e simili. Con la conveniente osservanza di queste cautele, le diverse arti […] si presteranno vicendevolmente aiuto e perfezione. Giacché allora l’economia sociale […] otterrà i suoi fini, quando a tutti e singoli i soci saranno somministrati tutti i beni che si possono apprestare con le forze e i sussidi della natura, con l’arte tecnica, con la costituzione sociale del fatto economico; i quali beni debbono essere tanti quanti sono necessari sia a soddisfare ai bisogni e alle oneste comodità, sia a promuovere tra gli uomini quella più felice condizione di vita, che, quando la cosa si faccia prudentemente, non solo non è d’ostacolo alla virtù, ma grandemente la favorisce» (QA, 76).

La tesi è ripresa più esplicitamente nella Centesimus annus: «Sembra che […] il libero mercato sia lo strumento più efficace per collocare le risorse e rispondere efficacemente ai bisogni» (CA, 34). Il testo aggiunge immediatamente delle riserve che si ritroveranno cercando di definire più precisamente cosa bisogna intendere per libero mercato.

Istituzioni dell’economia di mercato. Nei testi pontifici l’istituzione in oggetto si applica a una società dove il diritto alla proprietà privata è riconosciuto come «fondamentale per l’autonomia e lo sviluppo della persona», ma anche come un diritto di carattere sociale, che deve essere esercitato in conformità con la «legge della comune [o universale] destinazione dei beni» (ivi, 30). Ciò non esaurisce evidentemente ciò che occorre dire per ben caratterizzare le istituzioni del mercato.

I giuristi insistono sulla importanza di specificazioni precise da dare al diritto di proprietà e al diritto dei con tratti, così come sulla importanza delle norme sociali per l’esercizio di tali diritti. «Esiste certo una legittima sfera di autonomia dell’agire economico, nella quale lo Stato non deve entrare. Questo, però, ha il compito di determinare la cornice giuridica, al cui interno si svolgono i rapporti economici, e di salvaguardare in tal modo le condizioni prime di un’economia libera, che presuppone una certa eguaglianza tra le parti, tale che una di esse non sia tanto più potente dell’altra da poterla ridurre praticamente in schiavitù » (ivi, 15; cfr. anche 48).

Gli economisti affermano che il libero mercato deve essere aperto alla concorrenza. Ugualmente l’enciclica sancisce: «Lo Stato […] ha il diritto di intervenire quando situazioni particolari di monopolio creino remore o ostacoli per lo sviluppo» (ivi, 48). Idee analoghe appaiono quando l’enciclica domanda che il mercato «sia opportunamente controllato dalle forze sociali e dallo Stato, in modo da garantire la soddisfazione delle esigenze fondamentali di tutta la società» (ivi, 35) e più avanti che sia riconosciuto il ruolo «della libera creatività umana nel settore dell’economia» (ivi, 42). Ma a diverse riprese Giovanni Paolo II ha voluto anche distinguere la concorrenza legittima dalla ricerca sfrenata della competitività che, adducendo esigenze di mercato, può essere generatrice di disoccupazione e di gravi ineguaglianze.

Gli economisti sanno d’altronde che, abbandonato a se stesso, il libero funzionamento dei mercati può condurre a una distribuzione dei redditi che emargina e mantiene nella povertà una parte della popolazione, a meno di realizzare una sufficiente redistribuzione, soprattutto mediante sussidi sociali finanziati dalle imposte. L’enciclica non ignora questa difficoltà che preoccupa la Chiesa. Per esempio la sezione 15 ricorda il principio di solidarietà e la sezione 33 denuncia un rischio particolarmente importante nell’epoca moderna in cui il fattore decisivo della produzione è la capacità di conoscenza del lavoratore e dove molti «non hanno la possibilità di acquisire le conoscenze di base, che permettono di esprimere la loro creatività e di sviluppare le loro potenzialità, né di entrare nella rete di conoscenze ed intercomunicazioni, che consentirebbe di vedere apprezzate ed utilizzate la loro qualità (ivi, 33).

Gli economisti insegnano, infine, che, oltre alle imperfezioni della concorrenza che derivano in particolare dai monopoli, oltre alle ingiustizie che può comportare la distribuzione dei redditi, esistono altri difetti dei mercati. Due sono esplicitamente citati nella enciclica: i mercati tollerano un utilizzo eccessivo delle risorse della terra, senza riguardo per le responsabilità ecologiche dell’umanità di oggi nei confronti delle future generazioni (cfr. CA, 37); lo Stato ha il dovere di ovviarvi. Esiste ugualmente il dovere di assicurare la produzione di beni collettivi e la fornitura di servizi collettivi qualora i normali incentivi creati dai mercati liberi siano troppo deboli, cosa che condurrebbe il sistema produttivo a trascurare questi beni e servizi (cfr. CA, 40).

Limiti alla logica del mercato. A questo punto l’enciclica allarga il discorso enunciando: «Ci sono esigenze umane importanti che sfuggono alla sua logica [del mercato]; ci sono dei beni che, in base alla loro natura, non si possono e non si debbono vendere e comprare » (CA, 40). Tale principio non è contestabile. Non sono forniti esempi, ma è facile citare casi estremi: la persona umana, adulta o infante; le decisioni di giustizia che condannano o assolvono; i voti, che non devono essere acquistati dal candidato più generoso; i diritti legali che il detentore non è autorizzato a cedere contro denaro. In tali casi, qualunque analogia con una merce sarebbe evidentemente immorale. Ma ci sono casi meno netti: per esempio, nella maggior parte dei Paesi il dono del proprio sangue è gratuito e utilizzato in seguito dalla amministrazione sanitaria, liberamente secondo i propri criteri; tuttavia in altri Paesi questo dono dà diritto a una indennità, se non a un commercio. Viceversa, ci sono casi in cui la distribuzione dello Stato di questi servizi detti collettivi è così cieca o così carica di considerazioni politiche che i fallimenti rispetto all’efficacia o alla giustizia sono evidenti, e che la privatizzazione dei servizi allora concessa può in definitiva costituire un male minore. Si percepisce anche che, nella scelta fra decisione statale e decisione del mercato, il pragmatismo possa talvolta essere invocato per saper come rispettare al meglio i buoni principi.

Dal complesso di queste considerazioni l’enciclica trae una conclusione con la risposta che dà alla domanda: si può dire che il capitalismo è il sistema sociale che si porta a modello? «La risposta è ovviamente complessa. Se con “capitalismo” si indica un sistema economico che riconosce il ruolo fondamentale e positivo dell’impresa, del mercato, della proprietà privata e della conseguente responsabilità per i mezzi di produzione, della libera creatività umana nel settore dell’economia, la risposta è certamente positiva, anche se forse sarebbe più appropriato parlare di “economia d’impresa”, o di “economia di mercato”, o semplicemente di “economia libera”. Ma se con “capitalismo” si intende un sistema in cui la libertà nel settore dell’economia non è inquadrata in un solido contesto giuridico che la metta al servizio della libertà umana integrale e la consideri come una particolare dimensione di questa libertà, il cui centro è etico e religioso, allora la risposta è decisamente negativa» (ivi, 42). Questa conclusione è riassunta in una frase della sezione successiva: «A tale impegno la Chiesa offre, come indispensabile orientamento ideale, la propria dottrina sociale, che – come si è detto – riconosce la positività del mercato e dell’impresa, ma indica, nello stesso tempo, la necessità che questi siano orientati verso il bene comune» (ivi, 43).

Mondializzazione dei mercati. Il commercio internazionale gioca un ruolo economico importante già da molto tempo. Si sviluppò fortemente nel XIX secolo fino alla prima guerra mondiale, quando anche i mercati finanziari giocavano un ruolo crescente, a livello nazionale e internazionale. Lo slancio fu interrotto durante la prima metà del XX secolo dal ritorno dei nazionalismi, da due guerre e dalla grande crisi. In compenso, dopo il 1950 la mondializzazione, o globalizzazione, ha fatto rapidi progressi non solo nei mercati delle materie prime e dei prodotti di base, in cui era una realtà consolidata: essa oggi incide molto sui mercati dei manufatti e domina i mercati finanziari.

Il fenomeno viene variamente giudicato ai giorni nostri. Alcune sue manifestazioni preoccupano la Chiesa, soprattutto nei Paesi poveri. Al suo riguardo la dottrina sociale, che d’altronde insiste sull’unità della grande famiglia umana, aggiunge due corollari alle sue posizioni in merito all’economia di mercato. Da una parte, la coscienza cristiana deve essere particolarmente attenta al pericolo che il dominio del mercato diventi inumano, specie per il fatto del cresciuto divario tra coloro che decidono e coloro che subiscono. Dall’altra parte, bisogna operare per l’instaurazione di una regolamentazione giuridica ed etica del mercato globale. Per rendere conto di questa parte della dottrina sociale attuale, il modo migliore è riprodurre lunghi estratti dal discorso indirizzato dal Santo Padre alla Pontificia accademia delle scienze sociali il 25 aprile 1997.

«Nel quadro della “globalizzazione” […] dell’economia, il facile trasferimento delle risorse e dei sistemi di produzione, realizzato unicamente in virtù del criterio del massimo profitto e in base a una competitività sfrenata, se da un lato accresce le possibilità di lavoro e il benessere di alcune regioni, dall’altro esclude altre regioni meno favorite e può aggravare la disoccupazione in Paesi di antica tradizione industriale. L’organizzazione “globalizzata” del lavoro, approfittando dell’estrema indigenza delle popolazioni in via di sviluppo, porta spesso a gravi situazioni di sfruttamento, che offendono le esigenze fondamentali della dignità umana. […] Come sottovalutare i rischi di questa situazione, non solo in funzione delle esigenze della giustizia sociale, ma anche in funzione delle più ampie prospettive della civiltà? Di per sé un mercato mondiale organizzato con equilibrio e una buona regolamentazione possono portare, oltre al benessere, allo sviluppo della cultura, della democrazia, della solidarietà e della pace. Ci si deve però aspettare effetti ben diversi da una mercato selvaggio che, con il pretesto della competitività, prospera sfruttando a oltranza l’uomo e l’ambiente. Questo tipo di mercato, eticamente inaccettabile, non può che avere conseguenze disastrose, per lo meno a lungo termine […]. Tutto sommato, la realtà della “globalizzazione” considerata in modo equilibrato nelle sue potenzialità positive, così come nei suoi aspetti preoccupanti, invita a non rinviare un’armonizzazione fra le “esigenze dell’economia” e le esigenze dell’etica» (Il modello di uno Stato sociale moderno come manifestazione di autentica civiltà e strumento per la difesa dei più poveri, 4-5).

«Occorre tuttavia riconoscere che, nell’ambito di un’economia “mondializzata”, la regolamentazione etica e giuridica del mercato è obiettivamente più difficile. Per giungervi efficacemente, in effetti, le iniziative politiche interne dei diversi Paesi non bastano; occorrono la “concertazione fra i gran di Paesi” e il consolidamento di un ordine democratico planetario con istituzioni in cui “siano equamente rappresentati gli interessi della grande famiglia umana” (CA, 58). Le istituzioni non mancano a livello regionale o mondiale […]. È urgente che, nel terreno della libertà, si consolidi una cultura delle “regole” che non si limiti alla promozione del semplice funzionamento commerciale, ma che si occupi, grazie a strumenti giuridici sicuri, della tutela dei diritti umani in ogni parte del mondo. Più il mercato è globale, più deve essere equilibrato da una cultura “globale” della solidarietà attenta ai bisogni dei più deboli» (ivi, 6).


Autore
Edmond Malinvaud

[Scheda autore ripresa da Dizionario di dottrina sociale della Chiesa. Scienze sociali e Magistero, 2004, e non aggiornata]

Ha lavorato sia come statistico e consigliere economico per la Pubblica Amministrazione francese, sia come docente universitario. Attualmente è professore onorario al Collège de France. Ha iniziato le sue ricerche negli anni Cinquanta, occupandosi principalmente di teoria microeconomica e di econometria. Successivamente si è dedicato a temi di carattere macroeconomico, con particolare riferimento ai problemi della disoccupazione. È presidente della Pontificia Accademia delle Scienze Sociali. Tra le recenti pubblicazioni: Dilemmes concernant les salaires et l’emploi, in Toward Reducing Unemployment, Pontificia Accademia delle Scienze Sociali, 1999; Macroeconomic Theory, 3 voll., Elsevier, 1998 e 2000; Which economic system is likely to serve human societies the best? The scientific question, in Science and the Future of Mankind, Pontificia Accademia delle Scienze, 2001.