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Dizionario di dottrina
sociale della Chiesa

LE COSE NUOVE DEL XXI SECOLO

Capitale

di Luigi Lodovico Pasinetti

1. Introduzione

L’apparire del capitale sulla scena economica della produzione industriale e delle relazioni sociali rappresenta una delle “cose nuove” che furono alla base della prima enciclica sociale della Chiesa: la Rerum novarum di Leone XIII.

Per millenni, il processo di produzione dei beni, di cui l’umanità ha bisogno, si era svolto con l’impiego di lavoro e risorse naturali (essenzialmente coltivazione della terra). Con la rivoluzione industriale, fine secolo diciottesimo- inizio secolo diciannovesimo, si è assistito all’apparire sulla scena economica di un nuovo fattore della produzione: il capitale, che si è aggiunto a lavoro e terra. “Capitale” è un nome collettivo che sta a rappresentare un insieme di beni materiali prodotti non già per l’immediato consumo, bensì per un uso strumentale ossia per essere impiegati nel processo produttivo, insieme al lavoro e alle risorse naturali, per ottenere i beni finali di consumo e per ottenere gli stessi beni capitali (i quali in parte devono essere periodicamente rimpiazzati e inoltre di norma necessitano di essere ampliati o, come si dice, accumulati). La trasformazione capitalistica del processo produttivo fu accompagnata dall’invenzione delle macchine, azionate non più da energia umana o animale, ma da tutta una serie di fonti energetiche, che si andavano via via scoprendo (la macchina a vapore, l’elettricità, il motore a scoppio, l’energia nucleare, etc.). Essa ha portato a un enorme aumento della produzione complessiva, ma non ha portato ad una equa o ragionevole distribuzione dei conseguenti benefici a tutti i partecipanti alla produzione. Si è verificata una concentrazione degli aumenti della ricchezza nelle mani di gruppi ristretti, in seguito ad un cambiamento radicale nei rapporti di produzione e nei rapporti sociali, determinato dalla costruzione delle fabbriche e dalla separazione del luogo di lavoro da quello delle famiglie. Una delle conseguenze è stata la formazione di classi sociali, che si sono trovate tra loro in contrapposizione: in particolare – nelle loro figure più estreme – la classe dei “capitalisti”, che direttamente o indirettamente organizzano e possiedono i beni di produzione, cioè il capitale, e la classe dei “proletari”, che non possiedono beni di produzione e hanno solo la possibilità di offrire il loro lavoro in cambio di un corrispettivo monetario (il salario), con l’obbligo di recarsi alle fabbriche o agli uffici in tempi prestabiliti e in posizione subordinata. Inizialmente le condizioni di lavoro furono anzi ovunque molto precarie, gli orari di lavoro molto lunghi e i salari al limite della sussistenza. Tutto questo ha determinato una contrapposizione tra capitale e lavoro, che ha caratterizzato i Paesi industriali e in via di industrializzazione durante tutto il secolo XIX e anche il secolo XX, sebbene con diverse intensità da Paese a Paese e, con attenuazioni o accelerazioni, al passare del tempo.

2. La funzione sociale del capitale

È importante rendersi conto che l’esistenza, e quindi l’accumulazione, del capitale in senso fisico è diventata un’assoluta necessità nei processi produttivi del mondo industrializzato. Senza capitale non ci può essere produzione competitiva, e quindi senza capitale non ci possono essere corrispondenti posti di lavoro. Capitale e lavoro sono complementari. Eppure non possono essere messi sullo stesso piano. Come ha osservato giustamente Giovanni Paolo II, il «concetto di “capitale” – in senso ristretto – è solamente un insieme di cose […]. L’uomo, egli solo, è una persona» (LE, 12). Ne segue però un’altra importante conseguenza: se i beni strumentali, cioè il capitale, sono così importanti nel processo produttivo, essi necessitano di uno statuto particolare. Non possono essere considerati alla stregua dei beni di consumo. A differenza di questi ultimi, la cui disponibilità può anche essere lasciata all’arbitrio di chi li possiede, i beni di produzione svolgono una funzione rilevante per la società nel suo insieme. Procurano posti di lavoro e quindi svolgono una funzione sociale che la società come tale non può ignorare (per le diverse conseguenze sociali dell’accumulazione di beni di produzione e beni di consumo, cfr. Pasinetti, 1983). Sta proprio qui il punto delicato, o forse possiamo dire cruciale, di tutta la questione che riguarda i rapporti tra capitale e lavoro.

Vanno menzionate, per completezza, altre accezioni in cui la voce capitale viene usata nel linguaggio comune: quello di patrimonio a disposizione di una persona o di un gruppo sociale e quello di capitale finanziario, che ne esprime il valore commerciale totale. In questo lemma ci occuperemo soltanto del capitale “fisico”, inteso come fattore di produzione.

3. La proprietà dei mezzi di produzione

Non c’è dubbio che il problema delicato che si presenta subito, quando si parla di una funzione sociale del capitale, è quello del diritto di proprietà dei mezzi di produzione. Mentre infatti non è molto difficile svolgere argomentazioni in favore della proprietà privata dei beni di consumo, molto più complessa si presenta la questione della proprietà privata dei beni strumentali, cioè del capitale come fattore di produzione. Non c’è – o non c’è ancora – generale consenso tra gli studiosi (economisti, sociologi, giuristi, filosofi) su questo punto. Quale sia l’ideale forma (o forme) di proprietà dei beni di produzione rimane tuttora una questione molto controversa. Né ci sono venute finora soluzioni definitive e indiscutibili dalla realtà e dalla pratica degli ultimi due secoli, sebbene le vicende storiche abbiano insegnato parecchie cose.

Nel corso del secolo XX abbiamo assistito alla pratica realizzazione di soluzioni radicalmente opposte. Da una parte, nei Paesi comunisti, si è praticata (o si è detto di praticare) la proprietà collettiva – o meglio la proprietà statale – del capitale; dall’altra parte, nei Paesi a economia di mercato, almeno inizialmente, si sono sperimentate forme liberistiche estreme di proprietà privata del capitale. Ma i conflitti, le lotte di classe, le contrapposizioni, anche violente, i fallimenti, hanno portato via via alla sperimentazione di forme più attenuate, o meglio di forme miste di proprietà privata e proprietà pubblica, in varie proporzioni e con varie modalità, da Paese a Paese e col passare del tempo.

Negli anni Ottanta del secolo XX c’è stata anche tutta una fioritura di letteratura economica (cfr. Weitzman, 1984; Meade, 1989), con proposte di forme nuove e originali di collaborazione tra capitale e lavoro, che comportino una partecipazione dei lavoratori sia ai rischi dell’organizzazione della produzione (salvo in ogni caso assicurare un livello minimo per il salario) sia agli utili derivanti dagli aumenti della produttività e dal successo delle imprese. Vanno inoltre menzionate le numerose ricerche economiche recenti che tendono a spingere l’analisi oltre il capitale fisico. Alcuni economisti hanno introdotto a questo riguardo il termine di “capitale umano”. Il termine è improprio, ma il concetto sottostante è fondamentale. Va riconosciuto che la conoscenza tecnica è la nuova forma (immateriale) che sta assumendo la ricchezza delle Nazioni (cfr. Pasinetti, 1984, pp. 312-315 e Pasinetti, 1993, pp. 265-267). Molti di questi temi si trovano recepiti nelle encicliche sociali più recenti. Nella Laborem exercens si incoraggiano «le proposte riguardanti la comproprietà dei mezzi di lavoro, la partecipazione dei lavoratori alla gestione e/o ai profitti delle imprese, il cosiddetto azionariato del lavoro, e simili» (LE, 14); arrivando anche ad auspicare «vari adattamenti nell’ambito dello stesso diritto della proprietà dei mezzi di produzione» (ibid.). Nella Centesimus annus viene indicato «un grande e fecondo campo di impegno e di lotta, [corsivo nell’originale] nel nome della giustizia, per i sindacati e per le altre organizzazioni dei lavoratori […] contro un sistema economico, inteso come metodo che assicura l’assoluta prevalenza del capitale, del possesso degli strumenti di produzione e della terra rispetto alla libera soggettività del lavoro dell’uomo» (CA, 35). Sempre in quest’ultima enciclica si afferma che «un’altra forma di proprietà esiste nel nostro tempo […] è la proprietà della conoscenza, della tecnica e del sapere. Su questo tipo di proprietà si fonda la ricchezza delle Nazioni industrializzate» (ivi, 32).

4.L’insegnamento sociale della Chiesa

Nel suo insegnamento sul capitale, quale emerge dalle encicliche sociali, il pensiero della Chiesa è diventato sempre più analitico e argomentato: si cercherà qui di elencare, per sommi capi, i punti principali che lo contraddistinguono:

a) Leone XIII intervenne in materia sociale, per la prima volta nella storia della Chiesa, constatando di fatto che si era verificata una “ingiustizia distributiva” eticamente aberrante di proporzioni enormi e cioè «l’essersi accumulata la ricchezza in poche mani e largamente estesa la povertà» (RN, 1; cfr. anche QA, 103-108). Concetto ripreso da Giovanni Paolo II, il quale insiste sul «grande conflitto che nell’epoca dello sviluppo industriale […] si è manifestato tra “il mondo del capitale” e il “mondo del lavoro”, cioè tra il gruppo ristretto, ma molto influente, degli imprenditori, proprietari e detentori dei mezzi di produzione, e la più vasta moltitudine di gente che era priva di questi mezzi e che partecipava invece al processo produttivo esclusivamente mediante il lavoro» (LE, 11).

b) La condanna del materialismo storico e del comunismo e soprattutto della «dittatura del proletariato» (ivi, 14) ha implicato logicamente il rifiuto di ogni proposito rivoluzionario ed eversivo e il riconoscimento della proprietà privata, «anche quando si tratta dei mezzi di produzione» (ibid.) e quindi del capitale.

c) Viene fortemente affermata, tuttavia, «la priorità del lavoro umano in rapporto a ciò che, col passar del tempo, si è abituati a chiamare “capitale”» (ivi, 12), fino a sostenere che «debba essere il capitale a cercare il lavoro e non viceversa» (PT, 56). Si menziona inoltre esplicitamente e ripetutamente che la proprietà del capitale deve svolgere una funzione sociale, sottolineando che «la semplice sottrazione dei mezzi di produzione (il capitale) dalle mani dei loro proprietari non è sufficiente per socializzarli in modo soddisfacente. Essi cessano di essere proprietà di un certo gruppo sociale, cioè dei proprietari privati, per diventare proprietà della società organizzata, venendo sottoposti all’amministrazione e al diretto controllo di un altro gruppo di persone». Insomma: «Il solo passaggio dei mezzi di produzione in proprietà dello Stato, nel sistema collettivistico, non è certo equivalente alla “socializzazione” di questa proprietà» (LE, 14).

Concludendo: la dottrina sociale della Chiesa riconosce l’importanza, anzi la necessità del capitale «frutto del patrimonio storico del lavoro umano» (ivi, 12) e la sua complementarietà con questo. Insieme indica però i criteri morali della sua giustificazione e della sua legittimità: i mezzi di produzione «non possono essere posseduti contro il lavoro, non possono essere neppure posseduti per possedere, perché l’unico titolo legittimo al loro possesso – e ciò sia nella forma della proprietà privata, sia in quella della proprietà pubblica o collettiva – è che essi servano al lavoro» (ivi, 14). Questa sensibilità verso la persona umana che porta ad affermare la priorità del lavoro rispetto al capitale costituisce il tratto che maggiormente caratterizza la dottrina sociale della Chiesa rispetto sia alla visione “individualista” sia alla visione “collettivista”.


Autore
Luigi Lodovico Pasinetti

Luigi Lodovico Pasinetti (Zanica, 12 settembre 1930 – Milano, 31 gennaio 2023) è stato professore presso l'Università Cattolica del Sacro Cuore di Milano, vi ha anche svolto l'incarico di preside della Facoltà di Economia e Commercio negli anni 1980-1983. Ha insegnato presso l'Università di Cambridge. Dal 1974 ha fatto parte del Comitato scientifico della Fondazione Luigi Einaudi di Torino. I suoi contributi più rilevanti sono relativi alla distribuzione del reddito, la teoria del capitale, i modelli di crescita multisettoriale. Il suo nome è legato anche al teorema che afferma l'indipendenza del saggio di profitto dalla propensione di risparmio dei lavoratori.