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Dizionario di dottrina
sociale della Chiesa

LE COSE NUOVE DEL XXI SECOLO

Fascicolo 2022, 2 – Aprile-Giugno 2022

Prima pubblicazione online: Giugno 2022

ISSN 2784-8884

DOI 10.26350/dizdott_000092

L'inflazione Inflation

di Luca Colombo, Gianluca Femminis

Abstract:

ENGLISH

L’inflazione condiziona l’economia, con effetti sulla diseguaglianza nei redditi e nella ricchezza e sulla crescita economica. I fenomeni inflattivi possono comportare costi economici e sociali significativi se sostenuti, ma benefici apprezzabili se modesti. Le principali banche centrali tengono conto di tali costi e benefici nella definizione della politica monetaria. Le conseguenze dell’inflazione sono rilevanti per la dottrina sociale della Chiesa, che sottolinea l’importanza di condizioni di vita e di lavoro in grado di favorire uno sviluppo umano integrale.

Parole chiave: Inflazione, Disuguaglianza, Crescita, Politica monetaria, Sviluppo umano integrale, Contrattazione collettiva, Salario
ERC: SH1 – Individuals, Markets and Organisations (SH1-1 Macroeconomics; monetary economics; economic growth)

ITALIANO

Inflation influences the economy, affecting income, wealth inequality and economic growth. Inflationary phenomena determine significant economic and social costs when high, and relevant benefits when low. Central banks account for these costs and benefits when defining their monetary policies. The consequences of inflation are relevant in the perspective of the social doctrine of the Church, which emphasizes the importance of living and labor standards that promote an integral human development.

Keywords: Inflation, Inequality, Growth, Monetary policy, Integral human development, Social bargaining, Salary
ERC: SH1 – Individuals, Markets and Organisations (SH1-1 Macroeconomics; monetary economics; economic growth)

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Cos’è, come origina e come si propaga

Il termine “inflazione” denota un processo di crescita continua del livello dei prezzi nel tempo. La sua misurazione richiede la definizione di un indice del livello generale dei prezzi in grado di catturare le variazioni del potere d’acquisto della moneta. Pur non esistendo misure ideali, è comunemente utilizzato l’indice dei prezzi al consumo, ma non mancano indici alternativi e nozioni più specializzate di inflazione.

L’inflazione ha un impatto sulla distribuzione del reddito e della ricchezza, nonché sul potere d’acquisto della moneta e sui rapporti di credito e debito. Ciò spiega perché la letteratura economica abbia a lungo dibattuto circa l’individuazione di un livello di inflazione ottimale. È opinione diffusa che l’inflazione debba essere stabile e relativamente bassa ancorché positiva, grosso modo compresa in un intervallo tra il 2% e il 5% annuo. Un’inflazione troppo alta (o volatile) distrugge risorse, genera incertezza e costi associati al declino del potere d’acquisto della moneta. Essa modifica gli incentivi degli intermediari finanziari, ostacolando la crescita economica. Tassi di inflazione più elevati sono associati a più bassi livelli di attività dei mercati finanziari, ancora una volta con effetti negativi sulla performance economica.

Un caso estremo è quello della cosiddetta iperinflazione, una situazione in cui – sulla base di una definizione arbitraria – il tasso di inflazione annuale eccede il 100% (o, addirittura il 50% su base mensile). L’iperinflazione – fenomeno non raro soprattutto nelle economie meno sviluppate – è determinata da una crescita eccessiva dell’offerta di moneta (tipicamente per il finanziamento della spesa pubblica attraverso i redditi da signoraggio) e ha un impatto distruttivo sull’intero tessuto economico.

All’altro estremo, l’inflazione non deve neppure essere troppo bassa o addirittura negativa. Più basso è il tasso di inflazione, più diviene probabile che l’economia sperimenti fasi in cui il livello dei prezzi tende a diminuire nel tempo. Quando ciò accade, ci si trova in una situazione di deflazione, le cui conseguenze sono potenzialmente negative. Ciò è particolarmente vero per le economie più sviluppate e mature, tipicamente caratterizzate da bassi tassi di interesse reali, per le quali è più probabile che la deflazione spinga i tassi di interesse nominali verso lo zero lower bound (emblematico da questo punto di vista il caso recente del Giappone). Quando i tassi di interesse sono vicini allo zero, la politica monetaria (perlomeno quella tradizionale) diviene sempre meno capace di stimolare l’economia. Inoltre, bassi tassi di interesse nominali potrebbero ridurre gli incentivi delle istituzioni finanziarie a prestare denaro, con implicazioni negative per l’espansione dell’attività economica.

È importante comprendere quali siano le cause dell’inflazione. Trattandosi di un fenomeno complesso non è possibile individuare un’unica causa fondamentale. Dal lato della domanda, può originare da aumenti nel consumo, degli investimenti e della spesa pubblica. Da quello dell’offerta, può essere legata a fattori di costo: aumenti nei salari, nei profitti o nei prezzi dei beni e servizi importati. Elementi di offerta, quali la struttura salariale, la frequenza nella revisione dei contratti – soprattutto di lavoro –, il loro grado di indicizzazione, contribuiscono poi a determinare il livello dell’inflazione e la sua persistenza. Vi possono anche essere cause legate all’intervento pubblico nell’economia (e.g. modifiche della struttura impositiva) o a interventi straordinari per fronteggiare le conseguenze di catastrofi naturali o eventi bellici. Una posizione piuttosto diffusa ritiene, inoltre, che il processo di globalizzazione abbia contribuito a ridurre l’inflazione, anche se l’evidenza disponibile sembra suggerire che gli effetti di importazioni ed esportazioni sui prezzi siano limitati e diluiti nel tempo.

Importante è poi il ruolo delle aspettative di inflazione: nella misura in cui l’inflazione è anticipata, gli agenti sono in grado di incorporarla nella definizione dei contratti, inclusi quelli di lavoro (in questo senso, quando anticipata, l’inflazione ha costi sociali modesti). Allo stesso tempo, le aspettative di inflazione delle imprese hanno un impatto significativo sulla dinamica macroeconomica delle variabili nominali e reali e quindi, indirettamente, sulla definizione della politica monetaria ottimale.

I costi dell’inflazione

Nell’approccio tradizionale della teoria economica, l’inflazione è vista come un’imposta sulla detenzione di contante, imposta la cui base imponibile si estende ai depositi bancari in tutti i casi in cui essi non siano remunerati. Tale forma di imposizione è scorretta dal punto di vista del rapporto tra Stato e cittadino, in quanto non è l’esito di un dibattito democratico e non è dichiarata esplicitamente: è una forma di tassazione senza rappresentanza. Proprio questi elementi – oltre alla sostanziale assenza di costi di gestione dal punto di vista amministrativo – possono rendere l’imposta da inflazione attraente per un sistema politico debole, soprattutto se la società è polarizzata. Il gettito di tale imposta è di fatto incamerato dalla Banca centrale (che emette moneta per ripristinare i saldi monetari detenuti dal pubblico ed erosi dall’inflazione) ed è poi normalmente trasferito al Tesoro per il finanziamento del deficit del settore pubblico.

Vale la pena osservare che la detenzione di contante (o di depositi) è in proporzione maggiore rispetto al reddito e alla ricchezza per le famiglie meno abbienti e per chiunque sia finanziariamente poco sofisticato. Come confermato empiricamente da Mulligan e Sala-i-Martin (2000) e per il caso italiano da Attanasio et al. (2002), chi si trova in condizioni di svantaggio, non avendo risparmio ed essendo tipicamente meno istruito, è scarsamente in grado di proteggersi dall’inflazione.

Più in generale, l’inflazione rende meno chiaro il quadro economico in cui si muovono famiglie e imprese. Quando il livello dei prezzi è stabile, è facile interpretare l’aumento del prezzo di uno specifico bene in termini di aumento del suo valore rispetto a quello degli altri beni. È, quindi, agevole adottare decisioni di produzione e di consumo che tengano conto della scarsità relativa di quel bene, segnalata appunto dall’aumento del suo prezzo. È facile intuire, invece, come sia più difficile prendere decisioni in contesti nei quali l’inflazione è incerta. In una situazione ideale, nella quale tutti i prezzi aumentano della stessa percentuale e in cui tutti i decisori ne sono consapevoli, i problemi allocativi non potrebbero che essere estremamente limitati. Tuttavia, un’elevata inflazione induce incertezza circa il suo livello, anche perché non sempre è chiaro come (e in che misura) i policy maker intendano intervenire per contrastare il fenomeno. In generale, la presenza di elevata inflazione aumenta l’incertezza sui prezzi relativi, rendendo più complicate le scelte di produzione e consumo di imprese e famiglie (Cukierman, 1982).

Gli effetti distorsivi della volatilità nei tassi di inflazione sono rilevanti anche per il mercato del lavoro. La contrattazione salariale – essendo un processo costoso per i suoi potenziali effetti sulle relazioni industriali – si svolge a cadenza annuale o pluriennale. Ciò richiede che la determinazione dei salari nominali tenga conto dell’inflazione attesa. In tutti in casi in cui le aspettative di inflazione non sono corrette, le retribuzioni effettivamente corrisposte sono diverse da quelle concordate: se maggiori, le imprese devono fronteggiare un costo del lavoro più elevato del previsto; se minori, i lavoratori dipendenti sono “espropriati” di parte della retribuzione effettivamente concordata.

Come già ricordato, l’incertezza circa l’effettivo livello dell’inflazione ha un impatto negativo sull’attività creditizia. Variazioni inattese nel tasso di inflazione modificano il valore degli asset, elemento potenzialmente critico per il sistema bancario. Inoltre, in presenza di incertezza circa l’inflazione non è possibile erogare credito a lungo termine sulla base di tassi di interesse fissi, il che può disincentivare gli investimenti e danneggiare la crescita economica. Barro (1998) stima che un aumento del 10% nel tasso di inflazione riduce in media la crescita annua dello 0,3%. Tale effetto non è significativo per i Paesi a bassa inflazione, mentre è superiore alla media per quelli con inflazione tra il 15% e il 40%.

Infine, un elevato tasso di inflazione può aumentare la diseguaglianza sfavorendo le componenti più deboli della società. Tuttavia, gli effetti negativi per le fasce a basso reddito sono parzialmente compensati dal “drenaggio fiscale” causato dall’inflazione. L’inflazione, infatti, tende ad aumentare la progressività della tassazione in quanto l’incremento puramente nominale dei redditi ad essa associato fa aumentare la pressione fiscale in misura maggiore per i redditi alti rispetto a quelli bassi. Le conseguenze distributive dell’inflazione sono più complesse quando ci si focalizza sulla distinzione tra inflazione effettiva e inflazione attesa. È, infatti, principalmente un aumento inatteso dell’inflazione a ridurre il valore dei crediti, danneggiando i creditori a favore dei debitori. In questo senso, sono sfavoriti soprattutto i risparmiatori e tra essi, in particolare, gli anziani appartenenti alle classi medie, il cui stock di ricchezza è più elevato.

I benefici dell’inflazione

Se gli aspetti problematici dei processi inflazionistici sono innegabili, non mancano neppure gli aspetti potenzialmente positivi. La presenza di inflazione inattesa può beneficiare il settore pubblico dei Paesi con elevato debito, riducendone il valore in termini reali. Inoltre, una moderata inflazione positiva può contribuire all’efficacia della politica monetaria e contribuire al buon funzionamento del mercato del lavoro.

L’autorità di politica monetaria influenza il livello reale di attività economica determinando i tassi nominali a breve termine e condizionando i tassi a lungo termine. Ciò che però rileva principalmente per i settori produttivi non sono i tassi nominali, ma quelli reali, determinati dalla differenza tra tassi nominali e aspettative di inflazione. Anche se la Banca Centrale non può tenere perfettamente sotto controllo l’inflazione nel breve periodo, a lungo andare, il controllo della crescita monetaria è determinante nel definirne il livello medio. Per questa via, influenza anche le aspettative di inflazione e di conseguenza i tassi di interesse nominali. Si noti che il tasso nominale di mercato (a differenza di quello al quale la Banca Centrale remunera la liquidità delle banche commerciali, potenzialmente anche negativo) non può essere inferiore a zero: se lo fosse nessun operatore privato avrebbe motivo di dare denaro a prestito. Pertanto, la differenza tra il target di inflazione e lo zero lower bound definisce – in media – la capacità di stimolare l’attività economica da parte della Banca Centrale. Da questo punto di vista, target di inflazione relativamente elevati costituiscono un beneficio per il sistema economico. Essi consentono, infatti, all’autorità di politica monetaria maggiori margini per interventi di stabilizzazione che riducano la disoccupazione involontaria. Tale azione diventa di particolare importanza a fronte di momenti recessivi di rilevante entità, come quelli che a più riprese, per motivi diversi (bolle finanziarie, crisi di fiducia nei debiti sovrani, pandemia), hanno colpito le economie avanzate nei primi venti anni del ventunesimo secolo. Proprio per dare spazio agli interventi di policy, Ball (2014) ha suggerito che il target di inflazione delle banche centrali dovrebbe essere fissato attorno al 4% (al momento, le principali banche centrali sono orientate su target vicini al 2%).

Un sistema economico trae beneficio da un (modesto) tasso di inflazione anche per via della riluttanza dei lavoratori ad accettare tagli nei salari nominali. In assenza di inflazione, una riduzione dei salari reali (dovuta, per esempio, alla pressione della concorrenza internazionale o all’introduzione di legislazioni ambientali che aumentano i costi) dovrebbe risolversi in una riduzione dei salari nominali difficilmente realizzabile. Situazioni di questo tipo si determinano con una certa frequenza e in assenza di inflazione indurrebbero un aumento della disoccupazione e una distorsione nell’allocazione intersettoriale delle risorse.

L’inflazione e la dottrina sociale della Chiesa

Fin dalla sua origine, l’impianto della dottrina sociale della Chiesa delineato dalla Rerum novarum pone come obiettivo prioritario di ogni sistema economico la capacità di garantire condizioni di vita e di lavoro dignitose per tutti i membri della società. Nella Mater et magistra si osserva che «sono da considerarsi esigenze del bene comune su piano nazionale: dare occupazione al maggior numero di lavoratori; evitare che si costituiscano categorie privilegiate, anche tra i lavoratori; mantenere una equa proporzione fra salari e prezzi e rendere accessibili beni e servizi al maggior numero di cittadini» (Mater et magistra, 1961, 66). È quindi ben presente l’idea che il progresso materiale associato a un’economia di mercato sia desiderabile nella misura in cui consenta di perseguire la piena dignità dell’uomo, riaffermata come inviolabile.

Tale obiettivo è stato declinato in modo sempre più preciso nelle encicliche sociali successive, in cui si sottolinea l’esigenza di correggere modelli di crescita incapaci di garantire uno sviluppo umano integrale e rispettoso dell’ambiente (come indicato da San Giovanni Paolo II e poi da Benedetto XVI), promuovendo un’economia inclusiva in particolare rispetto alle fasce più deboli della società (come esorta Francesco). Si tratta di una prospettiva ben più ampia di quella tipica degli economisti.

L’esigenza di un’adeguata remunerazione è centrale nelle encicliche sociali più recenti. Nella Laborem exercens, San Giovanni Paolo II sottolinea a più riprese l’esigenza che nel lavoro si realizzi la piena dignità di ogni individuo e ciò passa anche attraverso un salario che consenta di soddisfare i bisogni della famiglia. Non v’è un riferimento diretto all’inflazione – e l’enfasi è altrove – ma è chiaro che un’elevata inflazione che erode il potere d’acquisto dei redditi e quindi peggiora le condizioni di vita dei lavoratori non è compatibile con l’esigenza di garantire la piena dignità dell’uomo.

Lo stesso punto è enfatizzato nella Centesimus annus. Nel secondo capitolo, ma il punto è centrale in tutta l’enciclica, San Giovanni Paolo II afferma che la libertà e il valore di ogni uomo possono realizzarsi solo in presenza di un lavoro dignitoso, con salari in grado di sostenere adeguatamente la vita della famiglia. È necessario «sottrarre il lavoro alla condizione di “merce” e garantire la possibilità di svolgerlo dignitosamente» (Centesimus annus, 1991, 19). Inoltre si legge che «sotto alcuni aspetti si assiste ad uno sforzo positivo per ricostruire, dopo le distruzioni della guerra, una società democratica e ispirata alla giustizia sociale […]. Tali tentativi in genere cercano di mantenere i meccanismi del libero mercato, assicurando mediante la stabilità della moneta e la sicurezza dei rapporti sociali le condizioni di una crescita economica stabile e sana, in cui gli uomini col loro lavoro possano costruire un futuro migliore per sé e per i propri figli» (Centesimus annus, 19). Anche in questo caso, l’inflazione non è menzionata direttamente, ma il riferimento al controllo dell’inflazione per limitare l’impatto di una crescita eccessiva del livello dei prezzi sul tenore di vita dei lavoratori (e conseguentemente sulla realizzazione della loro piena dignità e libertà, almeno per ciò che attiene la sfera economica) e sulla crescita è facile da cogliere.

Il richiamo della Rerum novarum all’importanza della proprietà privata come strumento per garantire l’autonomia e lo sviluppo umano, ripreso sistematicamente dalle encicliche successive (ad esempio in Centesimus annus, 30-31), si presta a un’ulteriore riflessione circa la valutazione dei fenomeni inflattivi nella prospettiva della dottrina sociale della Chiesa. L’inflazione è per molti versi un’imposta che grava soprattutto sui soggetti svantaggiati e che “espropria” una frazione della remunerazione del lavoro (per la differenza tra inflazione attesa e inflazione effettiva). Anche dal punto di vista della distribuzione della ricchezza, l’inflazione tende ad avere un impatto minore sulle classi più abbienti, in grado di assicurarsi contro i fenomeni inflattivi. Queste sue caratteristiche non possono che costituire elementi di giudizio negativo nella prospettiva della dottrina sociale.

Nella Caritas in veritate, Benedetto XVI, pur ricordando – in piena continuità con la Centesimus annus – che «senza forme interne di solidarietà e di fiducia reciproca, il mercato non può pienamente espletare la propria funzione economica» (Caritas in veritate, 2009, 35) e che il funzionamento dei mercati può essere orientato in modo negativo (Caritas in veritate, 36), conferma un giudizio sostanzialmente positivo sul ruolo del mercato. Ne consegue che gli ostacoli al funzionamento del mercato potrebbero finire con l’intralciare uno sviluppo umano integrale. Da questo punto di vista, un’eccessiva inflazione aumentando l’incertezza nel quadro economico in cui famiglie e imprese assumono le proprie decisioni non può che essere considerato problematico. È difficile pensare che un’inflazione elevata possa contribuire a una maggiore equità o capacità di soddisfacimento dei bisogni umani fondamentali.

Il punto è qualificato, in una prospettiva molto più ampia, da Francesco che nella Fratelli tutti sottolinea che «ci sono regole economiche che sono risultate efficaci per la crescita, ma non altrettanto per lo sviluppo umano integrale. È aumentata la ricchezza, ma senza equità, e così ciò che accade è che “nascono nuove povertà”» (Fratelli tutti, 2020, 21).

Il perseguimento dello sviluppo umano integrale, che sta saldamente alla base della dottrina sociale della Chiesa, suggerisce quindi una valutazione fortemente negativa nei confronti di un’inflazione eccessiva. Non si può dire lo stesso per un’inflazione modesta, che costituisce un obiettivo prioritario delle autorità di politica economica di molti paesi. Un tasso di inflazione moderato, ma positivo, favorisce le opportunità di stabilizzazione dell’economia, rendendo meno acute le fasi negative dei cicli economici e generando quindi effetti favorevoli, innanzitutto sul mercato del lavoro. Ciò ha una valenza certamente positiva nella prospettiva della dottrina sociale della Chiesa. Nella lettera enciclica Laborem exercens si osserva che «mediante il lavoro l’uomo non solo trasforma la natura adattandola alle proprie necessità, ma anche realizza sé stesso come uomo ed anzi, in un certo senso, “diventa più uomo”» (Laborem exercens, 1981, 9). Facendo riferimento alla figura del “datore di lavoro indiretto” (di fatto il decisore pubblico), San Giovanni Paolo II argomenta che «si deve prima di tutto rivolgere l’attenzione a un problema fondamentale. Si tratta del problema di avere un lavoro, cioè, in altre parole, del problema di un’occupazione adatta» (Laborem exercens, 18). Il compito del datore di lavoro indiretto è quello di «agire contro la disoccupazione, la quale è in ogni caso un male e, quando assume certe dimensioni, può diventare una vera calamità sociale» (Laborem exercens, 18). Lo stesso concetto è stato successivamente ribadito nella Caritas in veritate (ad esempio nn. 25 e 32) e da Francesco, che ha più volte sottolineato come il diritto fondamentale al lavoro non possa essere dipendente dai mercati finanziari e monetari. Nella misura in cui un modesto tasso di inflazione è in grado di stimolare l’occupazione e la crescita economica, essa può quindi contribuire alla realizzazione della piena libertà e dignità dell’uomo invocata dalla dottrina sociale della Chiesa.


Bibliografia
• Attanasio O., Guiso L., Jappelli T. (2002), The demand for money, financial innovation, and the welfare cost of inflation: an analysis with households’ data, «Journal of Political Economy», 110 (2), 317-351.
• Barro R. (1998), Determinants of Economic Growth – A Cross-country Empirical Study, The MIT Press.
• Ball L. (2014), The Case for a Long-Run Inflation Target of Four Percent, IMF WP 14/92.
• Cukierman A. (1982), Relative price variability, inflation and the allocative efficiency of the price system, «Journal of Monetary Economics», 9(2), 131-162.
• Mulligan C., Sala-i-Martin X. (2000), Extensive margins and the demand for money at low interest rates, «Journal of Political Economy», 108 (5), 961-991.


Autori
Luca Colombo, Università Cattolica del Sacro Cuore (lucava.colombo@unicatt.it)
Gianluca Femminis, Università Cattolica del Sacro Cuore (gianluca.femminis@unicatt.it)