×
Desideri ricevere notizie dal Centro di Ateneo per la dottrina sociale della Chiesa dell’Università Cattolica del Sacro Cuore?
Fascicolo 2022, 2 – Aprile-Giugno 2022
Prima pubblicazione online: Giugno 2022
ISSN 2784-8884
DOI 10.26350/dizdott_000087
Abstract:
ENGLISH
La schiavitù è un fenomeno antichissimo, riscontrabile in tutte le epoche storiche e diffuso in tutti i continenti. Lo schiavo è una proprietà legale, laddove sia presente la nozione giuridica di proprietà, e deve obbedienza al suo padrone. Si tratta anche di una condizione di tipo mentale che non implica necessariamente l’uso della violenza fisica. La schiavitù precede la colonizzazione europea; porosa e flessibile, non è mai cessata, si è ‘trasformata’ in altre forme di dipendenza, discriminazione e sfruttamento.
Parole chiave: Schiavitù, Tratta, Abolizione, Dipendenza, Sfruttamento, Africa
ERC: SH-6-7 The Study of Human Past. Colonial and post-colonial history, global and transnational history, entangled histories
ITALIANO
Slavery is a very ancient phenomenon widespread throughout all continents and all historical epochs. The slave is a legal property, where the legal notion of ownership is present, and he owes obedience to his master. It could be also a mental condition, that does not necessarily imply the use of physical violence. Slavery existed prior to European colonization; porous and flexible, ‘turned’ itself in numerous different dependencies forms and never ceased to exist.
Keywords: Slavery, Trafficking, Abolition, Dependency, Exploitation, Africa
ERC: SH-6-7 The Study of Human Past. Colonial and post-colonial history, global and transnational history, entangled histories
La schiavitù: un fenomeno difficile da definire
La schiavitù è un fenomeno antichissimo, diffuso in tutti i continenti e in tutte le epoche storiche. La schiavitù precede la colonizzazione europea; porosa e flessibile, non è mai cessata, si è “trasformata” in altre forme di dipendenza, discriminazione e sfruttamento. Essa è spesso intesa come sinonimo di non libertà. La schiavitù frequentemente terminava con la morte dello schiavo e non con la liberazione. La libertà è, da sempre, un privilegio.
Eppure, nonostante tale profondità storica, la definizione di schiavitù rimane oscura. Generalmente, però, si possono identificare quattro dimensioni del fenomeno:
1) Lo schiavo era un altro. Un gruppo dominante identificava nuove categorie ritenute inferiori attraverso progressivi processi di estraneità e marginalizzazione. Tali percorsi avvenivano attraverso quattro processi: a) sradicamento; b) deculturazione; c) desocializzazione; d) desessualizzazione (Michel, 2021).
2) Lo schiavo era un uomo posseduto da un altro uomo. Si trattava di una relazione duale padrone-schiavo. Uno schiavo era una proprietà legale – dove era presente la nozione giuridica di proprietà – e doveva obbedienza al proprio padrone. Si trattava di una condizione anche mentale, che non implicava necessariamente l’uso della violenza fisica (Grenouilleau, 2010).
3) Lo schiavo doveva avere un’utilità. Esso diveniva uno strumento di produzione, di potere e di influenza. Gli schiavi dovevano offrire un’ampia gamma di servizi; sebbene in epoche passate la condizione di schiavitù non implicasse sempre il lavoro, l’era industriale introdusse un nuovo legame tra il capitalismo globale e la schiavitù lavorativa. Vi erano schiavi considerati “talentuosi”, che potevano anche raggiungere posizioni socialmente privilegiate senza venir sottoposti a lavori di fatica (Toledano, 2014).
4) L’umanità dello schiavo veniva cancellata dal padrone. Gli schiavi erano considerati cose, semplici beni mobili, pari a denaro nelle proprie tasche. Uno schiavo poteva venir ceduto in cambio di cibo o di protezione ed era parte della dote matrimoniale.
Schiavitù e origine delle multiple forme di dipendenza
Molte le forme di dipendenza: una persona poteva venire rispettata socialmente pur non essendo libera. Conflitti ed economia furono, e sono ancora oggi, le fonti principali di diffusione della schiavitù nel mondo. Guerre e reti mercantili dedite alla tratta hanno consentito la proliferazione di regimi militari fondati sul traffico e sul commercio di schiavi. Tali reti intersecarono e innescarono domande provenienti da altri percorsi e da molti continenti. Processi politici espansivi, clan guerrieri, nuovi centri di scambi mercantili e imperi diedero vita alla domanda di schiavi anche nel continente africano. Il colore della pelle non fu, e non è, connesso alla schiavitù. Vi fu una schiavitù asiatica che si “sostituì” durante alcune epoche storico-politiche a quella africana a causa dei progressivi provvedimenti e dei trattati per l’abolizione della tratta.
La tratta transatlantica verso le Americhe
La tratta degli schiavi non è mai cessata e costituisce un fenomeno storicamente antecedente alla presenza europea. Gli schiavi non vennero “inventati” dalla colonizzazione. L’evoluzione della tratta condusse a modificazioni dei percorsi e all’aumento della domanda di schiavi dall’interno dell’Africa occidentale verso le Americhe.
Già a partire dal VII secolo, la tratta che interessò l’Africa assunse dimensioni significative: si stima che circa 17 milioni di schiavi siano stati condotti fuori dal continente africano, 12 milioni solo tra XVII e il XIX secolo. Le fonti disponibili imputano la gran parte di tali traffici (e delle innumerevoli vittime a essi connessi) alla tratta transatlantica e al cosiddetto commercio triangolare, The Middle Passage, che prevedeva lo scambio di tessuti, provenienti dall’Europa, con gli schiavi dell’Africa occidentale, per poi trasportare questi ultimi nei Caraibi, in America del Nord e nell’America meridionale (Lovejoy, 2019). Una volta sopravvissuti alle traversate oceaniche e sbarcati nelle nuove destinazioni, gli schiavi subivano la cancellazione delle loro identità originali; i tatuaggi, la testa rasata, il taglio dell’orecchio oppure i marchi a fuoco erano tutte pratiche volte a ritualizzare la violenza da parte dei padroni. La riproduzione nelle società in cui erano inseriti gli schiavi era loro negata; l’unica autorità era quella arbitraria del padrone: nessuna parentela, nessun accesso o appartenenza alla società civile. Tramite questi processi la violenza fu inaudita e senza limiti.
Le tratte “orientali” nell’Oceano Indiano
A lungo si è considerata la tratta transatlantica come l’unica autenticamente brutale, con dimensioni e crescita della domanda esponenziali rispetto alla tratta “orientale” dell’Oceano Indiano. Le correnti monsoniche nell’Oceano Indiano favorirono la navigazione e gli scambi attraverso enormi distanze. Si è ritenuto a lungo che la tratta degli schiavi lungo le coste dell’Africa orientale fosse concentrata sul traffico e sulla vendita di eunuchi, di concubine e di schiavi domestici destinati alle corti arabe e asiatiche. Tale percezione è stata smentita da recenti ricerche e studi che hanno riesaminato a partire dal IX secolo il ruolo delle coltivazioni di riso e di mangrovie nel basso Iraq, dei datteri in Arabia, della pesca delle perle nel Golfo Persico/Arabico, della lavorazione dell’avorio e di numerose altre attività economiche, che contribuirono alla creazione del capitalismo globale in Asia e alla crescita di altre popolazioni in altri continenti. Di conseguenza, è probabile che le quantità di schiavi provenienti dall’Africa orientale fossero superiori alle stime attualmente disponibili.
A partire dal XIX secolo, l’aumento della domanda di schiavi intensificò i percorsi della tratta nell’Oceano Indiano. Questi partirono dalla regione africana dei Grandi Laghi, dove alcuni gruppi come gli Nyamwezi divennero a loro volta reclutatori di schiavi. Le carovane schiavistiche condussero gli schiavi verso i litorali degli attuali Kenya, Tanzania e Mozambico. Dalle isole di Zanzibar e Pemba (Unguja in kiswahili), si diressero su veloci e leggere navi dalla vela triangolare, dhows, verso la Penisola Arabica, il Golfo, fino all’Asia centro-meridionale e centrale. I mercanti di schiavi commerciavano in talleri di Maria Teresa d’argento e uno schiavo acquistato per 3 talleri a Zanzibar poteva valere fino a 30 talleri una volta venduto a Bushehr, in Persia. Tratte schiavistiche avvennero anche dalla costa occidentale dell’India verso l’Africa orientale sub-sahariana composte da giovani donne destinate alle élite arabe stabilitesi in Africa dal 1832, quando la capitale omanita venne spostata da Muscat in Arabia a Zanzibar in Africa: la data segna un nuovo corso storico-politico nell’oceano Indiano
Schiavitù e religione: prospettive articolate
Inevitabilmente, il fenomeno della schiavitù finì con l’interessare direttamente le posizioni di alcune delle maggiori confessioni religiose dell’area compresa tra l’Oceano Atlantico e quello Indiano. In ambito cristiano cattolico, numerose furono le condanne papali. Papa Eugenio IV (1383-1447) emise una bolla in data 17 dicembre 1434 indicata come Creator omnium che fu tra le prime bolle papali legate alle colonizzazioni europee. La bolla imponeva la scomunica immediata e irrevocabile degli schiavisti che non avessero liberato gli schiavi nelle isole Canarie entro 15 giorni. Al contrario, la bolla emessa nel 1452 da papa Niccolò V, Dum diversas, concesse ad Alfonso V detto l’Africano (1432-1481), re del Portogallo, di soggiogare e di sottomettere in schiavitù i pagani nei territori conquistati. Nel 1537 Paolo III Farnese, con la bolla Sublimis Deus o Veritas ipsa, condannò la schiavitù degli indios, veri uomini in grado di accogliere la fede cristiana. In linea con tali posizioni, l’enciclica In plurimis di papa Leone XIII (1810-1903), emessa il 5 maggio 1888, condannò gli abissi di degradazione degli schiavi nelle Americhe: «Ora, fra tante miserie, è da deplorare duramente la schiavitù a cui da molti secoli è sottoposta una parte non esigua della famiglia umana, riversa nello squallore e nella lordura, contrariamente a quanto in principio era stato stabilito da Dio e dalla Natura».
Tale insegnamento è stato più volte riaffermato nel corso del XX secolo dal Vaticano, come evidenziato anche dal riferimento alla schiavitù nella sezione dei delitti contro la vita e la libertà umana (can. 1397) nel Codice di diritto canonico vigente (1983). Degno di nota fu anche il viaggio apostolico di papa Giovanni Paolo II il 22 febbraio 1992 nell’isola degli schiavi a Gorée, in Senegal, dove il Santo Padre si inginocchiò per sette lunghi minuti pregando per la tragedia della schiavitù passata e presente (Reggi & Zanini, 2016).
In tale occasione Giovanni Paolo II disse: «Queste generazioni di neri, di schiavi mi fa pensare che Gesù Cristo si è voluto rendere schiavo, che è diventato un servitore. Egli ha portato la luce della rivelazione di Dio nella schiavitù. La rivelazione di Dio che vuol dire “Dio-amore”. Qui si vede soprattutto l’ingiustizia. È un dramma della civiltà che si diceva cristiana. Il grande filosofo antico Socrate diceva che quelli che subiscono l’ingiustizia si trovano in una situazione migliore di quelli che ne sono causa. È l’altro lato della realtà dell’ingiustizia vissuta in questo luogo. È un dramma umano: il grido delle generazioni, esige che noi ci liberiamo per sempre da questo dramma, perché le sue radici sono in noi, nella natura umana, nel peccato. Sono venuto per rendere omaggio a tutte le vittime sconosciute. Non si sa esattamente quante sono state. Non si sa esattamente chi sono state. Purtroppo, la nostra civiltà che si diceva e che si dice cristiana, è tornata per un momento, anche durante il nostro secolo, alla pratica della schiavitù. Sappiamo cosa furono i campi di sterminio. Qui ce ne è un modello. Non possiamo immergerci nella tragedia della nostra civiltà della nostra debolezza, del peccato. Dobbiamo rimanere fedeli a un altro grido, quello di San Paolo che ha detto: “Ubi abundavit peccatum, superabundavit gratia» (Visita alla Maison des esclaves, 1992).

Papa Giovanni Paolo II nel 1992 nella Porta del non ritorno della Casa degli schiavi sull’Isola di Gorée (Senegal).
In questi ultimi anni, le ripetute condanne da parte di papa Francesco si sono espresse anche nella dichiarazione contro la schiavitù da parte dei leader religiosi il 2 dicembre 2014, in cui papa Francesco rammentò che la schiavitù moderna continua ad essere un flagello atroce che è presente, su larga scala, in tutto il mondo.
Per quanto attiene al variegato ambito islamico, le posizioni hanno subito una significativa evoluzione nel corso del tempo. Nella primigenia società islamica la schiavitù non era proibita. Nel Corano, infatti, si ritrovano puntuali disposizioni; l’uguaglianza di tutti gli uomini davanti ad Allah implica doveri precisi anche verso gli schiavi, ma non la soppressione della schiavitù, anche se è proibito ridurre in schiavitù un correligionario. Sempre in linea di diritto, nessuna funzione politica o religiosa può essere esercitata da uno schiavo; poiché i padroni possono delegare a uno schiavo qualsiasi mansione connessa alla pratica della loro autorità, gli schiavi di un personaggio importante poteva, però, godere di uno status privilegiato. Essi erano spesso in grado di raggiungere posizioni di potere molto più elevate degli uomini liberi, e non furono casi eccezionali quelli in cui gli schiavi divennero principi o governatori a loro volta.
Nonostante siano esistite figure e movimenti che combattevano per l’abolizione della schiavitù anche nel mondo musulmano, la schiavitù rimase per secoli un elemento cardine della società islamica. Fu solo a partire dal XVIII secolo, e in larga parte in seguito alla pressione esercitata dalle potenze occidentali, che il fenomeno subì una crescente limitazione, per poi giungere alla successiva sostanziale messa al bando nei diversi ordinamenti giuridici dei Paesi islamici, come ad esempio in Arabia Saudita nel 1962 e in Mauritania nel 2007.
Abolizione della schiavitù
Dalla fine del XVIII secolo in Europa occidentale, così come in Nord America, si iniziò a parlare di abolizione della tratta e della schiavitù come istituzione. Ciò nonostante, tra il 1815 e il 1860 gli schiavi neri negli Stati Uniti passarono da 1,4 milioni a circa 4 milioni. La guerra di secessione americana (1861-1865) vide la sconfitta degli Stati schiavistici del Sud e lo sviluppo dei movimenti abolizionistici, con esponenti come W. Philips e W.L. Garrison, che furono tra i fondatori della Società antischiavista americana di Boston. Il tredicesimo emendamento della Costituzione statunitense proibisce la schiavitù a livello federale (1865).
In Europa, fu la Gran Bretagna il primo Stato a dare inizio, nel 1807, ad una campagna internazionale con obiettivi umanitari. Rimaneva tuttavia una questione fondamentale: come sarebbe stato possibile combattere per l’abolizione della tratta degli schiavi e, al tempo stesso, allearsi con i più noti trafficanti di schiavi, i quali traevano dalla tratta schiavistica le loro più laute entrate? Questo tema fu politicamente ed economicamente destabilizzante per lungo tempo a partire dalla prima metà del XIX secolo. Il trattato che proibì la schiavitù nelle nazioni cristiane fu firmato nel 1815 a Vienna per essere poi abolito ufficialmente nel 1833. Nondimeno, la tratta proseguì su navi battenti bandiere di Paesi non cristiani. In seguito all’abolizione della tratta, gli indentured labourers, provenienti dall’India, coolies, furono impiegati nell’impero britannico come manodopera.
La crescente opposizione alla tratta favorì anche l’emergere di reparation movements (movimenti di giustizia riparativa) che oggi chiedono ai singoli governi compensazioni economiche per gli enormi vantaggi ottenuti con secoli di manodopera a costo zero; tali richieste si basano su risarcimenti versati dal 1807 dalla Corona britannica ai mercanti schiavistici inglesi in seguito all’abolizione della tratta: 20 milioni di sterline.
Dipendenze e sfruttamenti in epoca contemporanea
Seppur a livello internazionale il fenomeno della tratta sia stato formalmente abolito nel corso dell’Ottocento, in Europa durante la Seconda Guerra Mondiale si assistette a fenomeni drammatici di lavoro coatto. Il Terzo Reich (1933-1945) sfruttò a fini bellici oltre 20 milioni di lavoratori, i cosiddetti “schiavi del Reich”. Il regime nazista distinse quattro categorie di lavoratori: a) Ostarbeiter, circa 2,5 milioni, dall’Est Europa; b) prigionieri di guerra stranieri; c) prigionieri dei campi di concentramento; d) ebrei europei. Lo sterminio degli ebrei non fu mai una soluzione alternativa alla schiavitù del lavoro coatto. L’obiettivo era la distruzione dell’ebraismo e nessun ebreo venne risparmiato per la sua condizione di lavoratore. Il regime di Stalin in Unione Sovietica fece largo uso di lavori forzati con la creazione dei gulag nei quali, dal 1929 al 1953, furono internate fino a 18 milioni di persone.
Forme contemporanee di schiavitù esistono tuttora sotto superfici di legalità, sfruttando sistemi di regolamentazione del lavoro dei migranti. Tali sistemi espongono numerosi migranti a sfruttamento e abusi privandoli di strumenti di difesa. Nel mondo arabo-musulmano il sistema kafala (dalla radice araba kfl, fideiussione, inteso oggi come sponsorship) si diffuse soprattutto durante il XX secolo nella Penisola Arabica, nei paesi del Golfo e in Medio Oriente a causa delle economie petrolifere che aumentarono la domanda di manodopera. La kafala prevede uno sponsor che deve provvedere al lavoratore, il kafeel. Tale rapporto crea iniquità fino agli abusi di una schiavitù legalizzata.
Altre forme di schiavitù in epoca contemporanea
Nuove forme di schiavitù sono individuate nei traffici di esseri umani che riguardano circa 25 milioni di persone. I matrimoni forzati, il lavoro minorile sono oggi forme di dipendenza e di relazioni asimmetriche assimilate alla schiavitù. A questo riguardo, gli indebitamenti e l’usura, i traffici sessuali soprattutto di donne e di bambini, i lavori forzati sono considerati dalle Nazioni Unite come i tre maggiori fenomeni da combattere (l’Organizzazione Internazionale del Lavoro calcola dai 25 ai 40 milioni di schiavi moderni; vedi: https://www.ilo.org/rome/risorse-informative/comunicati-stampa/WCMS_575493/lang--it/index.htm).
Papa Francesco, durante la 21a sessione plenaria della Pontificia Accademia delle Scienze Sociali, nel 2015, condannò tutti quei fenomeni causati dalla brutalità del capitalismo globale, come le tratte di migranti, gli sfruttamenti, i traffici di organi, la prostituzione, i lavori forzati. La necessità di contrastare questi mercati disumani deve tradursi in maggiori interventi da parte delle autorità giudiziarie competenti e in investimenti nei percorsi di riabilitazione e d’inclusione delle vittime per lo sviluppo umano.
Bibliografia
• Grenouilleau P. (2010), La tratta degli schiavi. Saggio di storia globale, Il Mulino.
• Lovejoy P. (2019), Storia della schiavitù in Africa, Bompiani.
• Michel A. (2020), Il bianco e il negro. Indagine storica sull’ordine razzista, Einaudi.
• Reggi R. - Zanini F. (2016), La Chiesa e gli schiavi, EDB.
• Toledano E.R. (2014), The Ottoman Slave Trade and Its Suppression: 1840-1890, Princeton University Press.
Autore
Beatrice Nicolini, Università Cattolica del Sacro Cuore (beatrice.nicolini@unicatt.it)