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Dizionario di dottrina
sociale della Chiesa

LE COSE NUOVE DEL XXI SECOLO

Fascicolo 2022, 1 – Gennaio-Marzo 2022

Prima pubblicazione online: Marzo 2022

ISSN 2784-8884

DOI 10.26350/dizdott_000007

Resilienza Resilience

di Cristina Castelli

Abstract:

ENGLISH

Il contributo introduce al lettore il concetto di resilienza, declinandolo nelle sue direttrici intrinsecamente umane, scientifiche ed ecclesiastiche. Di fronte alla possibilità di ferite connaturate all’esperienza umana, la resilienza vede la possibilità di una ripresa evolutiva, una nuova esistenza, grazie al ruolo svolto da fattori protettivi interni ed esterni all’uomo, che mitigano l’effetto degli eventi avversi. Tra questi vi è la fede in un Dio misericordioso e salvifico, che dona speranza e possibilità di rinascita, come rappresentato dal mistero stesso della risurrezione di Gesù. Tale rinascita vede oggi perno nella possibilità di sostegno e di relazione con l’altro, l’incontro con “tutori di resilienza” che possano prendersi cura della fragilità umana.

Parole chiave: Resilienza, Fede, Trauma, Risorse, Relazione
ERC: SH4

ITALIANO

The contribution illustrates the concept of resilience in its human, scientific and ecclesiastical meanings. Despite the possibility of traumas and wounds in life, resilience is conceptualized as a dynamic developmental process that involves drawing on both internal and external resources to achieve positive outcomes. Among these protective factors, the faith in a merciful God that may give hope for a rebirth, as presented by the mystery of Jesus’ Resurrection. During this time, the concept of rebirth is actualized by protective relationships, the encounter with “tutors of resilience” who can take care of the human fragility.

Keywords: Resilience, Faith, Trauma, Resources, Relation
ERC: SH4

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Il concetto di resilienza

La resilienza è la capacità di un individuo, di un gruppo o di una comunità d’affrontare e superare le avversità della vita. Il termine resilienza deriva dal latino “re-salio” che significa “rimbalzare” o “saltare indietro”; è stato inizialmente utilizzato dalla fisica per definire la capacità di un materiale di ritrovare la sua forma originale dopo aver subito una deformazione inferta da forti pressioni. Nel linguaggio psicologico la resilienza connota la capacità d’una persona o di un sistema sociale di svilupparsi e crescere trovando un nuovo equilibrio nonostante i duri colpi della vita. Nella comunità scientifica internazionale la sua espressione è diventata d’uso comune solo recentemente, ma, in quanto realtà umana, probabilmente la resilienza è nata con l’umanità stessa che ha potuto evolversi migliorando le sue condizioni esistenziali grazie ad essa.

Il costrutto di resilienza ha conosciuto molti sviluppi, purtroppo alcune volte con delle semplificazioni, quando definito come la pura “capacità di gestire uno stress” o la “capacità di riprendere la stessa vita di prima”. Per la comunità scientifica non sono queste le accezioni più confacenti, perché la resilienza non è solo un’attitudine di resistenza, ma ha a che fare con dei cambiamenti o degli adattamenti o, meglio ancora, un rigenerarsi delle persone e delle comunità che con forza d’animo e speranza provano a rialzarsi; pertanto riguarda “la capacità di riorganizzare in maniera positiva la propria vita individuale e sociale e procedere nonostante fratture o ferite dell’anima più o meno gravi” (cfr. Cyrulnik B. 2000; Castelli C. 2011; Vanistendael S. 2012; Sandrin L. 2018). Ferite che si possono ricucire grazie alla possibilità tutta umana di avvantaggiarsi delle situazioni problematiche per trasformarle in esperienze che aiutano a crescere e ripartire con speranza.

Prospettive di resilienza negli scritti ecclesiastici

In particolare la scienza ha iniziato ad interessarsi a questo concetto dalla seconda metà del 20° secolo, mentre gli scritti ecclesiastici, pur non contemplando il termine resilienza, ne interpretano da sempre lo spirito e il significato. Ne sono permeati i molti documenti che riflettono prospettive di speranza pur in presenza di sofferenze e che esprimono profonda fiducia nelle forze positive di cui l’essere umano dispone, tra le quali la fede: “ti ricordo la buona notizia che ci è stata donata il mattino della Risurrezione che in tutte le situazioni buie e dolorose di cui parliamo c’è una via d’uscita” (Christus vivit, 2019, 103); “in tal modo potrà compiersi, in pienezza il vero sviluppo, che è il passaggio, per ciascuno e per tutti, da condizioni meno umane a condizioni più umane” (Populorum progressio, 1967, 20). Si tratta qui di enunciazioni che interpretano il senso più profondo del termine resilienza, anche senza nominarlo, in quanto riconoscono il coraggio e la speranza come risorse fondamentali per affrontare le difficoltà che la vita riserva. “Ci è stata donata la speranza, una speranza affidabile, in virtù della quale noi possiamo affrontare il nostro presente: il presente, anche presente faticoso, può essere vissuto ed accettato se conduce verso una meta e se di questa meta noi possiamo essere sicuri, se questa meta è così grande da giustificare la fatica del cammino” (Spe salvi, 2007, 1). Resilienza è quindi intesa come forza d’animo per operare e proseguire nonostante le fatiche e gli ostacoli “nella sicura speranza che Dio tiene il mondo nelle sue mani e che nonostante ogni oscurità Egli vince… Esso è la luce – in fondo l’unica – che rischiara sempre di nuovo un mondo buio e ci dà coraggio di vivere ed agire” (Deus caritas est, 2005, 39).

Ripresa evolutiva di fronte al dolore: il ruolo dei fattori protettivi

La condizione umana è intrinsecamente attraversata dalla fatica e dal dolore. Eventi traumatici come lutti, violenze, guerre, migrazioni forzate o l’esposizione a fattori di rischio come povertà, separazioni, malattie, maltrattamenti possono avere effetti destabilizzanti e paralizzanti sulla crescita di una persona, relegandola ad uno status permanente di vittima. Ma, come la ricerca in campo psico-socio-educativo ha dimostrato, esiste la possibilità di una ripresa evolutiva e di uno sviluppo equilibrato, appunto resiliente, grazie a fattori di protezione rapportabili all’individuo stesso, cioè al suo patrimonio genetico, e ai sostegni culturali, sociali e spirituali che incontra nel suo ambiente, lungo tutto il corso della vita. In particolare i fattori evidenziati con riferimento alle caratteristiche dell’individuo riguardano soprattutto l’essere attivi, partecipando con il proprio contributo alla soluzione dei problemi, il saper dotare di nuovi significati gli eventi critici che si stanno vivendo, il mantenere sempre viva la speranza e risorse psichiche quali l’ottimismo, la fiducia nelle proprie possibilità e forti convinzioni morali e religiose, valori ed ideali.

Lo sviluppo della resilienza non dipende però solo dalle proprie forze, ma anche dal saper chiedere aiuto e trovare chi lo può offrire in famiglia, nella comunità e nella società. I legami sociali e amicali rappresentano un fattore protettivo importante, ma in certe situazioni drammatiche ancor di più la fede in un Dio misericordioso e salvifico. Un esempio per tutti, Giuseppina Bakhita, oggi santa, rapita a 8 anni da mercanti arabi, torturata e venduta, il cui coraggio, la fede e la carità verso il prossimo le hanno permesso di non sentirsi più schiava, ma, in serenità, libera figlia di Dio (citata da Benedetto XVI in Spe salvi).

Resilienza e risurrezione: un punto di vista cristiano

Un visibilissimo filo rosso della speranza, della possibilità di ricominciare, di tornare a vivere che certamente raggiunge lo zenit nella vicenda della risurrezione di Gesù, troviamo nel patrimonio biblico giudaico-cristiano. A questo e agli scritti successivi guarda la dottrina sociale della Chiesa quando insegna, con costante sollecitudine verso i gravi problemi del mondo contemporaneo, che nel cuore di ogni essere umano alberga una scintilla che lo spinge ad agire in un modo corrispondente alla propria dignità e che non può essere del tutto spenta da forze di segno opposto.

L’ora della prova è sempre la più preziosa, se vissuta nella fede e nell’amore, perché ci permette di non cadere in un caos esistenziale, di porre ordine alle nostre priorità ed alle conseguenti scelte e di inserire la pagina della nostra storia nell’unico e meraviglioso progetto di Dio” (card. Gualtiero Bassetti, Introduzione alla sessione autunnale del Consiglio Episcopale Permanente, 2020).

Gesù Cristo ci ha rivelato che, qualsiasi cosa succeda, la vita è più forte della morte, che anche le ferite possono ricucirsi e rigenerarsi in una nuova vita, che la speranza fa realmente parte della vita. Ciò non giustifica, né glorifica la sofferenza ma può contribuire ad alleggerire la disperazione per le ferite che altrimenti sarebbero pura distruzione. L’immagine di Tommaso che incontra Gesù dopo la risurrezione ne è la potente dimostrazione: tutte le ferite del Cristo permangono, ma sono diventate una nuova strada inattesa, cui attendere (Gv 20,27).

La Chiesa come “ospedale da campo”

La possibilità che la vita ferita da eventi nefasti si trasformi in una nuova esistenza, insperata, è nel cuore del messaggio cristiano e al tempo stesso presente al centro delle dinamiche della resilienza. Come le ricerche scientifiche confermano, le situazioni dolorose non sono da ritenersi un destino ineludibile: di fronte alle prove della vita l’uomo è in grado di trovare strade nuove e mitigare le dimensioni traumatiche grazie ai sostegni umani, culturali e sociali che incontra. Pertanto non si può non essere colpiti dalla coerenza sorprendente tra le deduzioni teoriche e pratiche presenti negli studi sulla resilienza da una parte e i testi evangelici dall’altra. Tanti documenti ecclesiastici, e papa Francesco oggi, invitano a non arrendersi e indicano nella forza della speranza la chiave per vincere le paure, le insicurezze, le ansie dell’umanità: “non avere paura dei fallimenti; non avere paura delle cadute. Nel camminare quello che importa non è di non cadere, ma di non rimanere caduti. Alzarsi presto, subito e continuare ad andare” (Discorso agli studenti delle scuole gestite dai Gesuiti in Italia e Albania, 7 giugno 2013). Resilienza non significa sedersi aspettando che passi il dolore, ma continuare ad andare avanti, camminando in comunità, confidando nella Provvidenza. Da qui si parla di percorsi di resilienza non lineari, ma con alti e bassi, riprese e ricadute legate all’intensità, alla durata dell’evento traumatico vissuto e alla presenza di risorse istituzionali al servizio di chi ha bisogno d’aiuto. In questo senso Francesco nell’incontro internazionale “Il progetto pastorale di Evangelii gaudium” del 19 settembre 2014 a Roma definisce la Chiesa “ospedale da campo” dove si dà priorità ai feriti e si pone attenzione alle esigenze del prossimo.

Il valore della relazione: i “tutori di resilienza”

La dottrina sociale della Chiesa è intrisa nel senso più profondo della carità, nella consapevolezza che la promozione della resilienza, di chi vive situazioni di vulnerabilità e paga per ingiustizie, derubato della propria dignità, è data da un intreccio di fattori protettivi che riguardano sia le caratteristiche proprie dell’individuo ferito, ma anche e soprattutto l’attenzione e la vicinanza di persone capaci di empatia ed affetto che fungono da tutori di resilienza. “Ci vogliono delle persone che percepiscono il bisogno che spesso sorge inaspettatamente e che si lasciano commuovere da esso, delle persone che hanno un cuore, che si prendono a cuore e che nel caso concreto cercano di aiutare meglio che possono” (Kasper 2013, 289).

I percorsi di resilienza sono essenzialmente relazionali, come essenzialmente relazionale è la vita umana: “la recente pandemia ci ha permesso di recuperare e apprezzare tanti compagni e compagne di viaggio che, nella paura, hanno reagito donando la propria vita. Siamo stati capaci di riconoscere che le nostre vite sono intrecciate e sostenute da persone ordinarie che, senza dubbio, hanno scritto gli avvenimenti decisivi della nostra storia condivisa: medici, infermieri e infermiere, farmacisti, addetti ai supermercati, personale delle pulizie, badanti, trasportatori, uomini e donne che lavorano per fornire servizi essenziali e sicurezza, volontari, sacerdoti, religiose… hanno capito che nessuno si salva da solo” (Fratelli tutti, 2020, 54). Tante persone resilienti che hanno saputo interpretare lo spirito della Evangelii gaudium (2013): “piccoli ma forti nell’amore di Dio, come san Francesco d’Assisi, chiamati a prendersi cura della fragilità del popolo e del mondo in cui viviamo” (216).

Allegato: La Fede: risorsa di resilienza nei bambini siriani in fuga dalla guerra

Allegato: Bambini, fiabe e resilienza

Video Associazione Francesco Realmonte Onlus, Ambrogino d'oro 2020


Bibliografia
• Castelli C. (ed.) (2011), Resilienza e creatività. Teorie e tecniche nei contesti di vulnerabilità, Franco Angeli.
• Cyrulnik B. (2000), Il dolore meraviglioso, Frassinelli.
• Kasper W. (2013), Misericordia, Queriniana.
• Sandrin L. (2018), Resilienza. La forza di camminare controvento, Cittadella.
• Vanistendael S. (2012), Résilience et spiritualité. Le réalisme de la foi, Les Cahiers du BICE.


Autore
Cristina Castelli, Università Cattolica del Sacro Cuore (cristina.castelli@unicatt.it)