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Dizionario di dottrina
sociale della Chiesa

LE COSE NUOVE DEL XXI SECOLO

Fascicolo 2021, 1 – Gennaio-Marzo 2021

Prima pubblicazione online: Marzo 2021

ISSN 2784-8884

DOI 10.26350/dizdott_000029

Obiettivi di impresa The objectives of enterprise

di Michele Grillo

Abstract:

ENGLISH

Il tema lega aspetti di analisi positiva (gli obiettivi che l’impresa pone a fondamento delle proprie strategie) e normativa (come l’impresa deve determinare i propri obiettivi in una prospettiva etica). L’ipotesi standard in letteratura, secondo cui obiettivo dell’impresa è la massimizzazione del profitto, si regge sul presupposto che l’organizzazione efficiente dei processi produttivi veda il capitale come residual claimant. L’ipotesi può giustificarsi, in una prospettiva sia positiva sia normativa, a condizione che: (i) l’impresa abbia natura individuale oppure, se organizzata come struttura gerarchica tra i fattori della produzione, operi in mercati pienamente concorrenziali; (ii) la sua attività non dia luogo a significative esternalità “non-di-mercato”, almeno in contesti nei quali non è possibile fare pieno affidamento al controllo pubblico. Quando la prima condizione non è soddisfatta, è necessario prendere in considerazione l’intero insieme degli stakeholder che sono in grado di partecipare al processo decisionale, con particolare attenzione al lavoro, e analizzare le diverse modalità di organizzazione di impresa. La ricerca contemporanea mette in evidenza che dare voce ai diversi stakeholder si giustifica non solo come esigenza etica, ma anche nella prospettiva della organizzazione efficiente di impresa. Quando non è soddisfatta la seconda condizione, l’urgenza etica è rafforzata dalla esistenza di stakeholder che non hanno possibilità di partecipare ai processi decisionali. Il Magistero ha dato sistematicamente voce a entrambe le preoccupazioni e il suo insegnamento trova ampio riscontro negli sviluppi della ricerca contemporanea. Limitandosi agli ultimi decenni, la Mater et magistra, la Laborem exercens e la Caritas in veritate hanno spazi importanti alla prima preoccupazione. Con riguardo alla seconda preoccupazione, non si può sottacere la vasta prospettiva aperta dalla Laudato si’.

Parole chiave: Concorrenza, Esternalità, Stakeholder, Etica di impresa, Profitto
ERC: SH1_5

ITALIANO

Traditional views emphasize profit maximization as the only objective of the firm in competitive markets. Recent theoretical views take into account that a number of diverse stakeholders contribute to the firm organization. While the Magisterium has historically acknowledged the instrumental value for firm efficiency of profit maximization under competitive conditions, the perspective opened by the new approach are more receptive of the Magisterium’s teaching about the firm as a ‘community of persons’.

Keywords: Competition, Externality, Stakeholder, Business ethics, Profit
ERC: SH1_5

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Il tema degli obiettivi di impresa coinvolge aspetti positivi (la definizione degli obiettivi che le imprese perseguono in un sistema di mercato) e normativi (la valutazione di quegli obiettivi sia in chiave di efficienza, sia dal punto di vista etico). Quando studia il mercato, l’economia politica analizza l’interazione tra proprietari dei fattori produttivi, produttori di beni intermedi o finali e consumatori e, su questa base, valuta (anche tenendo conto dei sottostanti problemi informativi) se, e a quali condizioni, sia desiderabile lasciare agli individui autonomia di scelta; o se non sia opportuno che norme di legge, convenzioni sociali e principi etici intervengano per guidare, inevitabilmente limitandola, l’autonomia dei soggetti.

Gli obiettivi dell’impresa: aspetti positivi e aspetti normativi a confronto

In chiave positiva, la teoria economica tende ad assumere che obiettivo dell’impresa sia il massimo profitto, cioè la differenza tra i ricavi e i costi. Di norma il produttore non ha un interesse intrinseco per il bene che produce. Ha piuttosto un interesse verso gli altri beni che può acquistare nel mercato e di questi beni il profitto è una misura sintetica. Nel caso di imprese individuali, la massimizzazione del profitto ha una plausibilità immediata, perché il singolo imprenditore è titolare del profitto di impresa e ne sopporta il rischio. In forme di impresa più articolate individui diversi conferiscono fattori produttivi differenti. Nei sistemi capitalistici spetta tipicamente al fornitore del capitale acquistare nel mercato il lavoro e gli altri fattori produttivi, controllare l’organizzazione dell’impresa ed esserne il residual claimant, cioè appropriarsi del profitto; ciò lo induce a organizzare la produzione in modo efficiente, perché minimizzare i costi è necessario per massimizzare il profitto. Nel mercato possono operare anche imprese nelle quali il residual claimant apporta un fattore produttivo diverso dal capitale. In questi casi l’obiettivo dell’impresa è più articolato: una cooperativa di lavoratori organizza la produzione guardando anche al benessere dei soci nel modo in cui il lavoro è organizzato; una banca cooperativa guarda alla capacità di fornire credito ai soci imprenditori. In un contesto concorrenziale, queste forme di impresa devono comunque far anche esse leva sull’efficienza del processo produttivo – e spesso trovano proprio in ciò la loro ragione.

In chiave normativa la massimizzazione del profitto si giustifica a due condizioni. La prima è l’assenza di esternalità: la ricerca del profitto non deve incidere sul benessere di soggetti con i quali l’impresa non ha relazioni di mercato. La seconda è che l’impresa non goda di potere di mercato e operi in mercati concorrenziali. Le due condizioni non hanno valore solo etico, ma anche di efficienza: esternalità e imperfezioni della concorrenza non incidono solo sulla distribuzione del surplus, ma anche sulla sua grandezza.

M. Friedman: in mercati concorrenziali, massimizzare il profitto è la responsabilità sociale dell’impresa

Nel 1962 il premio Nobel Milton Friedman affermò sul «New York Times Magazine» che in ogni caso l’impresa non ha altra responsabilità verso la società che quella di massimizzare il profitto. Questa tesi fa leva su due premesse: (i) le imprese non possono avere responsabilità sociale in mercati perfettamente concorrenziali, dove non hanno potere di influenzare gli scambi; (ii) anche se il modello di concorrenza perfetta descrive un mondo ideale, le sue predizioni si estendono alle economie reali, con esternalità e concorrenza imperfetta. Friedman si muoveva nell’ottica della Scuola di Chicago. Secondo tale scuola, nel caso di esternalità, i soggetti possono evitarne le inefficienze tramite la contrattazione, se i costi di transazione sono nulli; e, se ci sono costi di transazione, ciò che occorre è un’allocazione appropriata dei “property rights”, data la quale l’impresa non può far di meglio che massimizzare i profitti. Circa l’efficace operare della concorrenza, l’assenza di potere di mercato è una condizione sufficiente ma non necessaria: se si impedisce alle imprese di colludere, “due” è un numero grande per la concorrenza. In conclusione, il mondo imperfetto funziona “come” il mondo ideale, cosicché anche nel mercato reale è desiderabile che il fornitore di capitale sia residual claimant e persegua il massimo profitto.

Le imperfezioni della concorrenza: l’impresa come contratto incompleto

Ampia parte della ricerca non ha condiviso queste premesse e si è mossa in altre direzioni. In particolare, la teoria dell’impresa si è interrogata su quale soggetto debba assumere il ruolo di residual claimant ai fini dell’organizzazione efficiente della produzione, senza limitarsi ad attribuire esogenamente tale ruolo al solo fornitore di capitale di rischio. Ciò ha portato a interpretare l’impresa come un contratto incompleto tra soggetti che vi partecipano in vario modo e che affidano a un residual claimant un potere di autorità, cioè il diritto di decidere nelle circostanze non previste dalle varie relazioni contrattuali. Per la teoria dei contratti incompleti, l’autorità deve essere attribuita a chi effettua nell’impresa un investimento specifico, cioè tale da non aver valore al di fuori dell’impresa. Se non è possibile specificare in un contratto i criteri con cui distribuire i ritorni dell’investimento, dare a tale soggetto l’autorità di decidere nelle circostanze non previste impedisce che l’investimento sia disincentivato da comportamenti opportunistici di altri soggetti.

Facendo leva sulla teoria dei contratti incompleti la teoria della responsabilità sociale dell’impresa ha rivisto criticamente l’approccio classico agli obiettivi d’impresa. Il contratto incompleto coinvolge di norma diversi stakeholder – termine che, in contrapposizione a shareholder (azionista), individua chiunque abbia un interesse nell’impresa, perché conferisce fattori produttivi o utilizza i beni prodotti. Ognuno di questi soggetti (non solo chi apporta capitale di rischio) può effettuare investimenti specifici; e, se i ritorni di tali investimenti non possono essere contrattati a priori, vorrà avere un ruolo nel deciderne la distribuzione, anche per evitare abusi di autorità da parte di uno specifico residual claimant. La preoccupazione va oltre gli aspetti distributivi perché l’abuso di autorità disincentiva gli investimenti dei soggetti su cui l’autorità è esercitata.

L’impresa è responsabile verso tutti i suoi stakeholder

Per la teoria della responsabilità sociale tutti gli stakeholder devono così partecipare al governo dell’impresa con una trama di diritti e di doveri riconducibili a quattro categorie: (i) i diritti di decisione residuale che, a fronte di investimenti specifici non contrattabili, spettano a stakeholder “proprietari” che possono delegare il governo dell’impresa a un management; (ii) i doveri fiduciari, di amministratori e manager, verso i proprietari; (iii) i doveri di responsabilità del management e dei proprietari verso stakeholder non controllanti, che pure partecipano all’impresa con investimenti specifici; (iv) i doveri di responsabilità verso altri stakeholder sui quali ricadono le decisioni di impresa anche al di fuori di rapporti contrattuali. In questo quadro gli stakeholder con diritto di decisione residuale possano perseguire la massimizzazione del profitto, ma siamo lontani dal mondo di Friedman: l’obiettivo del profitto non è la sola responsabilità sociale dell’impresa, giacché è vincolato da obblighi e responsabilità che peraltro – è importante sottolinearlo – non originano da principi normativi esogeni, ma da ragioni endogene di efficienza dell’impresa.

La giusta funzione del profitto per l’impresa in quanto comunità di persone

L’insegnamento del Magistero sui temi dell’impresa e del profitto fa leva su due elementi: che l’impresa è una “comunità di persone” e che al profitto va riconosciuta una “giusta funzione”. Sul primo aspetto, Quadragesimo anno (1931) sollecita la partecipazione dei lavoratori alla gestione e ai risultati economici dell’impresa tramite un “contratto di lavoro […] temperato […] col contratto di società” che consenta ai lavoratori di assumere responsabilità, anche nelle grandi imprese. Mater et magistra (1961) ribadisce l’aspirazione dei lavoratori “a partecipare attivamente alla vita delle imprese” e Centesimus annus (1991) dà risalto al ruolo propositivo del lavoro, nel solco di Laborem exercens (1981) secondo cui “chi lavora non desidera soltanto una remunerazione, ma di venire messo in condizione di operare come se lavorasse in proprio”. Caritas in veritate (2009) richiama il dibattito sulla responsabilità sociale dell’impresa e, pur annotando che “le impostazioni etiche che [lo] guidano non sono tutte accettabili” nella prospettiva della dottrina sociale, guarda però con favore al “convincimento [che] la gestione dell’impresa non può tenere conto degli interessi dei soli proprietari, ma deve farsi carico di tutte le altre categorie di soggetti”.

L’impresa come “comunità di persone” si regge sulla priorità del lavoro, “causa efficiente primaria” nella produzione, mentre il capitale “rimane solo strumento” (Laborem exercens, 12). Del profitto, che remunera chi apporta capitale e assume il rischio, Centesimus annus avverte che non può essere “l’unico indice delle condizioni dell’azienda [i cui] conti economici possono essere in ordine ed insieme gli uomini che ne costituiscono il patrimonio più prezioso [possono essere] umiliati e offesi nella loro dignità”. Così, la “giusta funzione” del profitto non può andare oltre quella di “indicare il buon andamento dell’azienda [che producendo] profitto [segnala] che i fattori produttivi sono stati adeguatamente impiegati e […] i bisogni umani debitamente soddisfatti”. La giusta funzione del profitto riconosce le ragioni di efficienza del sistema di mercato in un quadro di analisi economica coerente con la dottrina sociale. Così Centesimus annus, richiamando le condizioni alle quali “il libero mercato [è] lo strumento più efficace per collocare le risorse e rispondere […] ai bisogni”, offre una prospettiva unificata su obiettivi d’impresa e funzionamento del mercato. In ultima analisi, il perseguimento del profitto si giustifica in mercati concorrenziali (per la cui tutela l’enciclica sollecita l’intervento della sfera pubblica) perché in essi è strumento per l’efficienza dell’impresa (Malinvaud).

Le prospettive aperte dal Magistero per un’impresa inclusiva verso tutti gli stakeholder

Gli sviluppi di teoria dell’impresa offrono occasione per approfondire il dialogo tra ricerca economica e Magistero. L’attenzione alla pluralità di stakeholder dà risalto all’impresa come comunità di persone e richiama la molteplicità di relazioni sociali nella sfera economica. Dando rilievo ai diversi ruoli dei soggetti che partecipano all’impresa, la teoria economica interpreta, non solo in base a ragioni etiche, ma anche per ragioni di efficienza, forme di impresa atipiche rispetto al modello che attribuisce l’autorità al solo fornitore di capitale di rischio e che – come le cooperative e le imprese sociali – hanno obiettivi che non si esauriscono nel massimo profitto. Merita riflessione la complementarità tra ragioni etiche e di efficienza, nella consapevolezza che l’analisi economica si muove in una prospettiva specifica (la tutela di soggetti che effettuano un investimento non contrattabile nell’impresa). Se, per un verso, può sembrare riduttivo ricondurre a queste sole ragioni la priorità del lavoro rispetto al capitale, per altro verso, cogliere un elemento cruciale dell’impresa nel contributo di investimenti specifici dei diversi stakeholder apre la via a un’analisi delle relazioni economiche antropologicamente più ricca, perché esalta gli aspetti legati all’individualità della persona.

Quando si riflette sulla responsabilità sociale dell’impresa nei confronti di stakeholder che ne subiscono le decisioni senza avere rapporti contrattuali, il Magistero offre prospettive inesplorate alla ricerca economica. Il modello di impresa come contratto incompleto lascia infatti scoperte le esternalità verso stakeholder che non hanno capacità di incidere sui processi decisionali e, nella letteratura sulla responsabilità sociale d’impresa, il contributo su questi temi non viene dagli economisti ma dai filosofi etici. Sul punto, Caritas in veritate esorta a considerare che “la vita economica ha senz’altro bisogno del contratto [ma] ha altresì bisogno di leggi giuste […] e inoltre di opere che rechino impresso lo spirito del dono”. L’inadeguatezza di tradizionali steccati disciplinari trova oggi un esempio cospicuo nelle sfide che le esternalità ambientali pongono alla teoria economica, sia per le implicazioni di esternalità intergenerazionali (la cui soluzione non può essere demandata a rapporti contrattuali tra i soggetti), sia per quelle più astratte che attengono all’armonia tra l’uomo e la natura, nella prospettiva aperta, anche nella dottrina sociale, da Laudato si’.

Voce correlata: Shareholders e stakeholders


Bibliografia
Bhagwati J. (2011), Markets and Morality, AER Papers & proceedings, 162-165.
Malinvaud E. (2004), Mercato (sistema di), in Dizionario di dottrina sociale della Chiesa, Vita e Pensiero.
Sacconi L. (2005), Le ragioni della Responsabilità Sociale di Impresa nella teoria economica dell’impresa, in Guida critica alla Responsabilità sociale e al governo d’impresa, Bancaria Editrice.


Autore
Michele Grillo, Università Cattolica del Sacro Cuore (michele.grillo@unicatt.it)