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Dizionario di dottrina
sociale della Chiesa

LE COSE NUOVE DEL XXI SECOLO

Fascicolo 2024, 4 ‒ Ottobre-Dicembre 2024

Prima pubblicazione online: Dicembre 2024

ISSN 2784-8884

DOI 10.26350/dizdott_000166

Libertà di religione, libertà dalla religione in un mondo secolarizzato (seconda parte) Freedom of, and Freedom from, Religion in a Secular World (part II)

di Joseph H.H. Weiler

Abstract:

ENGLISH

Chi non crede nella libertà di religione e nella libertà dalla religione nelle nostre società moderne e liberaldemocratiche? La libertà di religione è presente in ogni singola costituzione europea. Ma è comunemente intesa come libertà di religione. È in questo senso primordiale che Giovanni Paolo II e Benedetto XVI hanno sostenuto il primato della libertà religiosa tra tutte le libertà: essa rappresenta l'ontologia stessa della condizione umana. Di ciò che significa essere umani.

Parole chiave: Libertà religiosa, Costituzioni Europee, Diritto Naturale, Laïcité, Secolarismo
ERC:

ITALIANO

Who does not believe in Freedom of, and Freedom from religion in our mod­ern, liberal democratic societies? Freedom of religion may be found in every single European constitution. But it is commonly understood to include freedom from religion as well. It is in this primordial sense that John Paul II and Benedict XVI argued for the primacy of religious freedom among all freedoms: it stands as proxy for the very ontology of the human condition. Of what it is to be human.

Keywords: Religious Freedom, European Constitutions, Natural Law, Laïcité, Secularism
ERC:

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Uno degli articoli di fede più pervasivi e persuasivi della laïcité è che essa sancisce e garantisce il principio di neutralità dello Stato liberale. Questo “dogma” è sostenuto con forza, soprattutto in relazione al ruolo dello Stato nel campo dell’istruzione. Nel caso Lautsi vs. Italy, la seconda sezione della Corte Europea dei Diritti dell’Uomo ha espresso chiaramente questo principio, dichiarando all’unanimità che l’obbligo italiano di esporre un crocifisso in tutte le aule delle scuole elementari pubbliche violava la Convenzione Europea dei Diritti dell’Uomo: «Il dovere di neutralità e di imparzialità dello Stato è incompatibile con qualsiasi potere discrezionale da parte sua sulla legittimità delle convinzioni religiose o delle modalità di espressione di queste ultime» (47).

L’esposizione di un crocifisso in aula sembra ovviamente violare questo principio. Questa posizione e questa conclusione sono quasi assiomatiche. Se si crede nella neutralità dello Stato – soprattutto in materia di religione – come indicatore liberale fondamentale, come si potrebbe non giungere a tale conclusione? La questione viene spesso posta in questo modo: come potrebbe un muro vuoto, che vieta il crocifisso, essere considerato più discutibile di un muro che ne permette la presenza?

Non intendo affrontare la questione ontologica più profonda, se il liberalismo possa essere utilmente descritto come una visione del mondo “neutrale”, ma piuttosto confrontarmi con l’assunto della neutralità e come esso si manifesti in relazione alla religione nelle società europee contemporanee.

Secolarismo e laïcité non sono categorie vuote che significano assenza di fede. Per molti, rappresentano una visione del mondo ricca, che sostiene, inter alia, la convinzione politica che la religione abbia un posto legittimo solo nella sfera privata e che non ci debba essere alcun intreccio tra autorità pubblica e religione. Ad esempio, secondo questa visione, solo le scuole laiche dovrebbero essere finanziate dallo Stato, mentre le scuole religiose devono essere private e non ricevere supporto pubblico. Si tratta di una posizione politica comprensibile storicamente e rispettabile, ma difficile da considerare “neutrale” nello spettro politico.

Oggi, la principale frattura sociale nei nostri Stati riguardo alla religione non è tra, per esempio, cattolici e protestanti, ma tra religiosi e “secolari”. Se la tavolozza della società fosse composta solo da gruppi blu, gialli e rossi, allora il nero – l’assenza di colore – sarebbe un “colore” neutro. In una società i cui membri sono prevalentemente religiosi, anche se di diverse confessioni, uno Stato laico e non religioso potrebbe essere considerato neutrale. Ma quando una delle forze sociali si appropria del nero come proprio colore, allora la scelta non è più neutrale.

Il secolarismo non è come il nero che è assenza di colore, ma come il nero che è un colore deciso di per sé. Se ci si trova di fronte a una scelta binaria tra visione del mondo religiosa e non religiosa, nessuna delle due scelte è più neutrale.

Vediamo come questo si manifesti nel campo dell’istruzione. Confrontiamo due modelli di finanziamento statale dell’istruzione – il modello franco-americano da un lato e il modello olandese-britannico dall’altro. Secondo il primo modello, in nome della neutralità, lo Stato finanzierà completamente solo le scuole laiche. Questa è una scelta favorevole per i genitori non religiosi, per i quali l’istruzione dei figli sarà pagata dallo Stato, ma meno felice per i genitori che desiderano che i loro figli ricevano un’istruzione che rifletta, o almeno rispetti, l’impegno religioso, e che per ottenere ciò devono mandare i loro figli in scuole private che, nel migliore dei casi, ricevono sovvenzioni parziali per alcune funzioni.

I Paesi Bassi e il Regno Unito comprendono il dilemma e adottano una posizione “agnostica”: finanziano scuole pubbliche secolarizzate, così come scuole affiliate alle principali religioni della società. Penso che si potrebbe affermare che il modello olandese e britannico sia più neutrale.

Guardando all’interno dell’aula scolastica possiamo vedere la difficoltà della posizione neutrale così come articolata dalla seconda sezione della Corte Europea dei Diritti dell’Uomo. Consideriamo la seguente parabola di Marco e Leonardo, due amici che stanno per iniziare la scuola. Leonardo va a trovare Marco a casa sua, e nota un crocifisso. “Che cos’è?”, chiede. “Un crocifisso – perché, tu non ne hai uno? Ogni casa dovrebbe averne uno”, risponde l’amico. Leonardo torna a casa agitato. Sua madre gli spiega pazientemente: “Loro sono cattolici credenti. Noi no. Noi seguiamo il nostro percorso, non meno nobile”. Ora immaginate la visita di Marco a casa di Leonardo. “Wow!”, esclama, “Nessun crocifisso? Un muro vuoto?”, “Non crediamo a queste sciocchezze”, dice Leonardo. Marco torna a casa agitato. “Beh”, spiega sua madre, “noi seguiamo la nostra strada”. Il giorno dopo entrambi vanno a scuola. Immaginate la scuola con un crocifisso. Leonardo torna a casa agitato: “La scuola è come la casa di Marco. Sei sicura, mamma, che sia giusto non avere un crocifisso?”. Ma immaginiamo che il primo giorno i muri siano nudi. Marco torna a casa agitato. “La scuola è come la casa di Leonardo”, si lamenta. “Vedi, te l’avevo detto che non ne abbiamo bisogno”.

In realtà, l’alternativa laica al crocifisso non è un muro vuoto. Le pareti delle nostre scuole accolgono e sostengono tutte le visioni del mondo, e in realtà spesso lo fanno – eccetto quella religiosa, che è esplicitamente esclusa. In Francia, all’ingresso di ogni scuola elementare, troverete inciso: Liberté, Égalité, Fraternité - il grido di battaglia della Rivoluzione francese. Sarei lieto di mandare i miei figli in una scuola che esponesse tali parole ispiratrici, incarnando tali ideali. Ma se fossi un monarchico, potrei sentirmi, quantomeno, turbato. Se fossi un monarchico e mi lamentassi con il consiglio scolastico della città o della regione, mi verrebbe detto: vinci le prossime elezioni, e fallo rimuovere, e metti invece La France c’est Moi. Non mi sognerei mai di dire ai miei figli che Liberté, Égalité, Fraternité è un principio neutrale. Al contrario, è una posizione ideologica a cui sono favorevole, e per la quale è stato versato molto sangue. Mi mobiliterei per difenderla, ovviamente in modo democratico, e spererei che i miei figli facessero altrettanto. Ma è neutrale?

Eppure, eccola lì, visibile sul muro. Immaginate, e non è un’ipotesi così inverosimile, che una regione del Paese decidesse di dichiararsi denuclearizzata. Viaggiando attraverso l’Europa, ci si imbatte in numerose di queste regioni. Molte di esse adottano l’icona delle zone libere dal nucleare. Spesso anche il simbolo triangolare della pace degli anni ‘60. Anche quest’ultimo, in certe regioni, potrebbe essere affisso sulle pareti di una scuola. In linea di principio e nella realtà, i muri delle aule scolastiche sono tappezzati di segni e simboli che riflettono le preferenze ideologiche e democratiche delle nostre società. Lasciate le vostre privilegiate cattedre universitarie e dirigetevi verso la scuola più vicina. Date un’occhiata in giro. L’unica cosa che non troverete è un simbolo religioso. Il principio della neutralità nell’aula scolastica non impone, né in teoria né in pratica, un muro vuoto. In effetti, è quasi impossibile trovare un simbolo o un’immagine che non porti con sé un qualche bagaglio ideologico, esplicito o implicito. Anche una semplice fiaba come “Riccioli d’oro e i tre orsi” non è esente da connotazioni ideologiche.

Il principio costituzionale laico consente che sulle pareti possa comparire il maggior numero di tali rappresentazioni, a condizione che ciò sia stato deciso in modo democratico da consigli scolastici, autorità educative e simili, tranne le rappresentazioni religiose, che sono proibite anche se fossero massicciamente sostenute da istituzioni democratiche. Questo esito deriva dalla logica che definisce costituzionalmente la religione una questione privata, nonostante essa stessa non si definisca in tal modo.

Le implicazioni educative di questa posizione non sono banali. Perché il messaggio, sia esplicito che implicito, può essere inteso come: tutte le visioni del mondo sono legittime e possono trovare il loro posto sul muro, ad eccezione di quella religiosa che, almeno implicitamente, diventa tossica. Nelson Mandela o Che Guevara: sì; Giovanni Paolo II, Maometto o Mosè: no.

Sia la scelta italiana – il crocifisso – sia la scelta francese – nessun crocifisso – rappresentano una sfida educativa. Gli italiani avranno un’esigenza imperativa di insegnare nella loro programmazione scolastica il rispetto per tutte le altre religioni e per l’assenza di religione. I francesi, che oggi non solo vietano il crocifisso sul muro, ma vietano anche ai bambini di indossare una croce, un velo o una kippah (mentre una maglietta con l’immagine di Marx, Karl o Groucho, è ammessa) hanno l’esigenza educativa imperativa di insegnare il rispetto per la sensibilità religiosa, e di impedire che il divieto venga percepito come l’approvazione, da parte dello Stato, di un atteggiamento di disprezzo o derisione verso la religione.

Ci possono essere situazioni particolari in cui le disposizioni dello Stato possono apparire coercitive e ostili, considerando ad esempio la composizione demografica della popolazione scolastica; in tal caso, esistono diverse opzioni pluraliste da considerare. Tuttavia, concetti come pluralismo e compromesso sembrano essere più fecondi per trattare tali questioni rispetto alla “neutralità”.

Riformulare l’approccio all’identità religiosa collettiva e alla libertà religiosa individuale

Come già osservato, si parla spesso dell’impegno a favore della libertà religiosa, sia positiva che negativa – ossia libertà di religione e libertà dalla religione – che gli Stati europei devono garantire per Costituzione ai loro cittadini e residenti.

Ma come si conciliano queste libertà quando si tratta dell’identità dello Stato? Un’identità religiosa dello Stato non potrebbe entrare in conflitto con la libertà di religione della sua popolazione secolarizzata o dei cittadini che aderiscono a religioni diverse? E uno Stato privo di qualsiasi identità religiosa non potrebbe compromettere la libertà di religione di una maggioranza che desidera vedere tale preferenza riflessa nelle istituzioni statali? Ritengo che l’Europa abbia delineato un approccio interessante e, a mio avviso, affascinante alla questione.

In Europa, il panorama costituzionale postula come distinte, piuttosto che unite, la “libertà di religione e libertà dalla religione”. Una è la classica libertà individuale di religione e dalla religione, che è considerata un patrimonio costituzionale comune europeo. Nessuno dovrebbe essere privilegiato o discriminato in base alla propria affiliazione religiosa, o dalla sua assenza.

Tuttavia, nella sua struttura statale stessa, l’Europa presenta una seconda libertà, collettiva, identitaria, che deriva concettualmente dal diritto all’autodeterminazione, garantito a livello internazionale, che consente alle nazioni/Stati di includere nella loro autodefinizione, nella loro autocomprensione e nella loro simbologia nazionale e statale, un intreccio più o meno robusto di religione e simboli religiosi.

Prendiamo in considerazione la Francia e il Regno Unito, entrambi buoni esempi perché membri fondatori della Convenzione Europea dei Diritti dell’Uomo e, con le consuete imperfezioni, entrambe considerate robuste democrazie liberali con una buona reputazione.

La Francia, nella sua Costituzione, si definisce laica – intendendo con questo termine, come menzionato sopra, una dottrina politica che rifiuta qualsiasi appoggio o sostegno statale alla religione e che considera, ad esempio, l’esposizione di simboli religiosi da parte dello Stato o il finanziamento di scuole religiose, come un anatema. A livello individuale, la laïcité non implica necessariamente l’ateismo o l’agnosticismo. Conosco molte persone profondamente religiose che, tuttavia, sostengono la laïcité. Lo fanno perché credono che, a prescindere dalle proprie convinzioni personali, sia scorretto che lo Stato si intrecci con la religione. Questa precisazione è cruciale, poiché evidenzia come la laïcité sia una dottrina politica riguardante il modo più adeguato di regolare il rapporto tra Stato e Religione. Le origini e la giustificazione della laïcité possono essere di natura storica (le specificità, per esempio, dell’Ancien Régime e della successiva Rivoluzione Francese), ma anche teoretica – radicate tanto in considerazioni di principio quanto nel pragmatismo, ad esempio riguardo il modo in cui lo Stato può garantire al meglio la convivenza pacifica tra diverse fazioni religiose.

La laïcité è in contrasto con una dottrina, anch’essa molto diffusa in Europa ma che manca di un nome comunemente accettato. Anche i più accaniti sostenitori della laïcité francese non considererebbero appropriato etichettare come “teocrazie” Stati come il moderno Regno Unito o la Danimarca. Per comodità, possiamo fare riferimento a questi Stati come quelli la cui identità collettiva comprende una dimensione e una sensibilità religiosa. La manifestazione più sorprendente di tali Stati si trova in quelli che hanno una Chiesa ufficiale e una religione di Stato, come il Regno Unito (Anglicana), la Danimarca (Luterana), la Grecia (Ortodossa) e Malta (Cattolica), solo per citare alcuni esempi. Secondo le mie stime, circa metà della popolazione europea vive in Stati che non possono essere definiti laici nello stesso senso della Francia.

Questi Stati si impegnano a garantire i diritti individuali riguardo la libertà di religione e alla libertà dalla religione, ma non vedono alcun problema nell’avere una concezione di sé – come nazione o Stato – che includa una dimensione religiosa, o radicata nella religione, e i loro spazi pubblici possono essere più o meno ricchi di simbologie religiose con il supporto dello Stato. In Inghilterra, parte del Regno Unito, il Re è sia Capo di Stato sia capo della fede anglicana e della sua manifestazione istituzionale nella Chiesa d’Inghilterra: la “Chiesa ufficiale” della Nazione e dello Stato. Molte funzioni statali hanno una connotazione religiosa: il clero siede (o sedeva) ex-officio come parte degli organi legislativi, la bandiera riporta la Croce (di San Giorgio) e l’inno nazionale è una preghiera a Dio.

In una sorta di immagine speculare rispetto a quanto descritto sopra, conosco molte persone in Inghilterra che, pur essendo profondamente atee, non percepiscono alcuna minaccia in questo intreccio religioso dell’identità collettiva e sono anche in grado di invocare considerazioni di principio e di tipo pragmatico: il Regno Unito ha forse affrontato più conflitti religiosi rispetto alla Francia? Almeno fino a poco tempo fa, sembrava che cattolici, ebrei e musulmani convivessero serenamente, per esempio, con la presenza della foto del Re sul muro di un’aula scolastica o che, ancora più significativamente, la popolazione inglese (o britannica) nel suo complesso accettasse senza problemi una scuola cattolica, ebraica, musulmana o della Chiesa d’Inghilterra, finanziata con le tasse di una popolazione per lo più secolarizzata, mentre i loro omologhi francesi si sentirebbero a disagio con quanto descritto sopra.

Il mio intento non è rivendicare una parità normativa tra queste due posizioni – un’affermazione che potrebbe essere fortemente contestata. Tuttavia, vorrei fare due osservazioni in merito. Primo, entrambi i modelli, quello francese e quello britannico (inglese), sono considerati costituzionalmente legittimi in Europa. Il Regno Unito (così come la Danimarca, Malta, la Grecia) e molti altri Stati che adottano diverse modalità di accordo tra Stato e Chiesa non violano, semplicemente essendo ciò che sono, la Convenzione o le tradizioni costituzionali comuni dell’Europa. Secondo, e in modo più controverso, devo ribadire che l’affermazione secondo cui la laïcité rappresenta un principio di neutralità implica una definizione molto ristretta (e auto-giustificativa) di cosa intendiamo per neutralità. Certo, uno Stato laico, come la Francia, è neutrale nei confronti delle diverse fazioni religiose nello spazio pubblico francese. Tuttavia, non è neutrale in un senso politico più ampio. Ciò che può essere esposto su un muro di un’aula scolastica francese dipenderà dal colore politico del momento della democrazia francese: un busto di Voltaire? S’il vous plaît. Marx? Pourquoi pas? Il nobile grido di battaglia della Rivoluzione Francese – Liberté, Égalité, Fraternité – è visibile, come già accennato, in innumerevoli scuole del Paese. Le uniche cose che non possono essere esposte, a prescindere dall’orientamento politico degli elettori in quel momento, sono una croce, una mezuzah o una mezzaluna. Gli studenti possono andare a scuola con qualsiasi tipo di emblema, come il celebre simbolo della pace, ma non con simboli religiosi.

In Europa, il principio di libertà di religione e dalla religione non è messo in discussione a livello individuale (sebbene esistano numerosi dibattiti sulla sua applicazione). Tuttavia, vi è una profonda divergenza riguardo il modo più appropriato di gestire l’intreccio simbolico e iconografico tra Chiesa e Stato. La posizione laïque non è certamente “neutrale” in questa disputa: è una posizione tanto polarizzata quanto quella delineata sopra, più orientata religiosamente. Non si limita a scegliere una delle due posizioni, ma è una delle due parti in causa. Pretendere che il termine che definisce uno dei due poli di una controversia bipolare sia neutrale, è teoricamente insostenibile se non palesemente falso.

Questo porta a una terza distinzione, sottostante, fondamentale, ma raramente articolata, che però può risultare molto evidente. Esistono coloro che credono fermamente che la laïcité sia una condizione essenziale – un sine-qua-non per una buona democrazia liberale e che ritengono, almeno implicitamente, che una posizione secolare moderata sia, nel migliore dei casi, non ottimale, e nel peggiore, aberrante. Di conseguenza, per questi democratici e pluralisti liberali, diventa moralmente imperativo cercare di ridurre al minimo lo spazio delle manifestazioni religiose, anche se moderate, secondo una posizione di principio coerente con le proprie premesse.

Ci sono altri (incluso me) che ritengono che, nel mondo attuale più che in passato, la versione europea degli Stati religiosi descritta sopra sia di fondamentale importanza per la lezione di tolleranza che impone a tali Stati e ai loro cittadini nei confronti di coloro che non condividono le religioni “ufficiali”, e per l’esempio che offre al resto del mondo di mediazione di principio tra una comprensione collettiva radicata in una sensibilità religiosa - o in una storia religiosa, o in valori ispirati dalla religione – e le esigenze imprescindibili della democrazia liberale. In questa visione, c’è qualcosa di ispirazionale e ottimistico nel fatto che, pur essendo il Re il capo della Chiesa d’Inghilterra, molti cattolici, musulmani ed ebrei, per non parlare della maggioranza degli atei e degli agnostici, possano sinceramente considerarlo “il loro Re” e sentirsi cittadini eguali dell’Inghilterra e del Regno Unito. Credo che esista un valore intrinseco inestimabile nel pluralismo europeo che legittima sia la Francia sia il Regno Unito come modelli accettabili in cui i diritti individuali alla religione e dalla religione possano coesistere.

Questo, quindi, è il contesto in cui inquadrerei le questioni sollevate dall’attuale ondata di casi e dibattiti nello spazio pubblico europeo. Troppo spesso questi dibattiti si riducono a esercizi di definizione di confini, spesso difficili, tra libertà di religione e libertà dalla religione, e il loro equilibrio con altri costumi sociali.

Accettiamo tutti che, quando si tratta di libertà di religione, questo diritto, come tutti gli altri diritti fondamentali, non sia assoluto. Non permetteremmo in nome della libertà religiosa pratiche come il sacrificio umano, né condotte che incitano all’odio o minacciano l’ordine pubblico e la pace. La libertà individuale deve essere “bilanciata” da un bene collettivo, variamente definito.

Ma certamente la libertà dalla religione non è assoluta, la sua rivendicazione deve essere bilanciata, e il principale bene collettivo con cui dovrebbe essere bilanciata è, a mio avviso, la sopramenzionata libertà collettiva di una comprensione di sé, auto-definizione e autodeterminazione, anche se questa include riferimenti religiosi. La libertà di religione richiede certamente che nessun ragazzo a scuola sia obbligato a cantare il nome di Dio, nemmeno in “God Save the King”, per esempio. Ma la libertà dalla religione dà forse diritto a tali persone di chiedere che altri non lo facciano, o di pretendere un altro inno nazionale? Come si negoziano i diritti individuali e collettivi in questi casi?

A livello identitario, si dovrebbe accettare che la religione, i simboli religiosi, le memorie e le storie possano costituire una parte importante del tessuto dell’identità collettiva di una nazione, e accettare, come è prassi in molti Stati europei, che questo possa riflettersi nella simbologia dello Stato. Allo stesso tempo, si deve rispettare e abbracciare una nozione inclusiva di cittadinanza eguale, riconoscendola come segno di tolleranza e manifestazione delle sensibilità liberali moderne, e forse dovremmo addirittura celebrare il panorama costituzionale europeo nel suo complesso, con la sua apertura a così tante formulazioni diverse del rapporto tra religione e Stato.

A livello individuale, mentre si cerca di rispettare pienamente la libertà di religione e dalla religione, il concetto operativo, invece di negoziare l’impossibilità della neutralità attraverso la separazione, dovrebbe spostarsi verso dei compromessi, cioè soluzioni pragmatiche in cui nei casi difficili in cui la libertà di religione e la libertà dalla religione si scontrano, si cercano soluzioni che consentano il massimo rispetto di questi diversi impegni personali.

Ritengo che questo re-inquadramento possa essere utile per comprendere i nuovi dibattiti e raggiungere risultati significativi, sia in termini etici, deontologici, identitari che pragmatici.


Bibliografia


Autore
Joseph H.H. Weiler, NYU School of Law (joseph.weiler@nyu.edu)