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Dizionario di dottrina
sociale della Chiesa

LE COSE NUOVE DEL XXI SECOLO

Fascicolo 2026, 2 ‒ Aprile-Giugno 2026

Prima pubblicazione online: Giugno 2026

ISSN 2784-8884

DOI 10.26350/dizdott_000209

La voce dei bambini contro la guerra, per la pace disarmata The voice of children against war, for an unarmed peace

di Cristina Castelli

Abstract:

ENGLISH

Il testo di Cristina Castelli riflette sulle conseguenze della guerra sui bambini, principali vittime dei conflitti contemporanei. Attraverso dati, testimonianze e lettere di minori provenienti da Gaza, Ucraina, Sudan e Congo, emerge un forte appello alla pace e al disarmo. L’autrice evidenzia il valore dell’ascolto delle giovani generazioni, portatrici di speranza, resilienza e di una richiesta universale di giustizia, solidarietà e convivenza pacifica.

Parole chiave: Armi, Appello dei bambini, Pace disarmata
ERC:

ITALIANO

Cristina Castelli’s text reflects on the consequences of war on children, who are the primary victims of contemporary conflicts. Through data, testimonies, and letters from minors in Gaza, Ukraine, Sudan, and Congo, a powerful appeal for peace and disarmament emerges. The author highlights the importance of listening to younger generations, who embody hope and resilience and express a universal demand for justice, solidarity, and peaceful coexistence.

Keywords: Weapons, Children’s appeal, Unarmed peace
ERC:

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Cerca la pace e perseguila”. Questo Salmo 33 (34) citato da san Benedetto nel Prologo della sua Regola si ritrova negli appelli quotidiani di papa Leone XIV, profondamente turbato dalle tragedie connesse ai conflitti in corso che colpiscono in modo crescente i bambini, vittime collaterali delle logiche dei grandi. In particolare, nella Veglia di preghiera per la pace dell’11 aprile, ha detto: «Ricevo tante lettere di bambini dalle zone di conflitto: leggendole si percepisce, con la verità dell’innocenza, tutto l’orrore e la disumanità di azioni che alcuni adulti vantano con orgoglio. Ascoltiamo la voce dei bambini!».

Ogni giorno i media restituiscono immagini di minori che portano negli occhi, nelle orecchie, nella mente i segni profondi di bombardamenti, esplosioni, violenze e privazioni. Secondo Unicef, sono oltre 500 milioni, quasi 1 su 5 a livello globale, quelli che vivono in aree colpite da conflitto dove sono a rischio sicurezza, istruzione e futuro. «Ogni anno decine di migliaia di bambini vengono uccisi o feriti nei conflitti armati, e questo numero è in aumento. Inoltre, molti bambini sono malnutriti a causa dei conflitti e non possono andare a scuola. L’istruzione dei bambini è sempre più sotto attacco diretto». Uno su tre, infatti, non frequenta la scuola nei Paesi in conflitto. Questo anche perché molti di loro sono stati costretti a lasciare le loro case e le loro città o villaggi, a fuggire lontano dai combattimenti e spesso a prendere la via del deserto o del mare, a camminare per centinaia di chilometri, senza un riparo, costretti a sopportare la fame e la sete, il caldo o il freddo. Secondo l’Unhcr, sono circa 123 milioni i profughi e gli sfollati presenti nel mondo, di cui quasi 50 milioni hanno meno di 18 anni.

La Chiesa non ha mai smesso di denunciare gli orrori della guerra, da Pio XII il 24 agosto 1939: «Nulla è perduto con la pace. Tutto può esserlo con la guerra», a Giovanni XXIII con l’enciclica Pacem in terris, a Giovanni Paolo II con il costante grido “mai più la guerra”, a Francesco che il 3 febbraio 2025 in Vaticano apre il Summit mondiale sui diritti dei bambini invitando all’ascolto dei più piccoli per dire no a conflitti e violenze. La voce della Chiesa, le sue preoccupazioni, preghiere e azioni concrete a contrasto della guerra sono puntualmente riprese e approfondite nelle voci dedicate del «Dizionario di dottrina sociale della Chiesa» (area tematica Pace e convivenza).

Oggi, con il moltiplicarsi dei conflitti in Medio Oriente (e non solo) risuona alto l’appello di Leone XIV: «non abituiamoci al fragore delle armi e alle immagini della guerra» (Omelia, Principato di Monaco, 28 marzo 2026) e l’invito: «in questi giorni di grande preoccupazione per le guerre che minacciano il futuro dell’umanità bisogna tornare anche un po’ bambini, avendo cioè gli “occhi puri” per guardare alla realtà così da “rimanere umani”» («Vatican news», 26 marzo 2026). Perché dove non c’è luce a causa dei bombardamenti, i bambini sono la luce, per quanto flebile, capace d’esprimere e rivelare le crepe profonde di un mondo spaccato da una “terza guerra mondiale a pezzi” secondo l’espressione coniata da papa Francesco. Essi, infatti, chiedono: “Perché? Perché la fame, perché le bombe, perché la morte?”. Non sono domande decorative, ma domande che toccano maggiormente il senso del dolore e dell’ingiustizia.

Come ricordato da Papa Leone XIV nella Lettera apostolica per i sessant’anni della Gravissimum educationis, l’Università e la scuola cattolica sono luoghi dove le domande, anche le più ardue non vengono taciute. Il cuore dialoga col cuore e il metodo è quello dell’ascolto cor ad cor loquitur (san John Henry Newman). È quanto accaduto il 14 febbraio nell’aula Pio XI dell’Università Cattolica, dove sono risuonate le voci di dolore di Razan (10 anni), Miriam (10 anni) e Aung (15 anni) e dove si sono proiettati i disegni di tanti altri bambini che con grande semplicità hanno messo a nudo la brutalità della guerra. L’occasione è stata la presentazione del libro Lettere dei bambini ai fabbricanti di armi. Da Gaza all’Ucraina: storie, voci ed immagini dalle bambine e bambini colpiti dalle guerre di Arnoldo Mosca Mondadori, Anna Pozzi e Cristina Castelli, che hanno voluto intercettare le domande e gli appelli dei bambini, dar loro la parola, farli diventare protagonisti di una denuncia che il mondo non può più ignorare.

Il progetto stesso del libro è nato a partire dalla domanda inequivocabile di un bambino che scopre di cosa si occupa il padre, fabbricante di mine antiuomo: “Papà, ma allora tu sei un assassino?”. Vito Alfieri Fontana – l’uomo in questione – chiude l’azienda e comincia a lavorare come sminatore nell’ex Yugoslavia, nei campi che aveva contribuito a minare. Così cominciano anche i percorsi di pace, con una domanda semplice e diretta, e una risposta che passa all’azione. Papa Francesco, a un bambino che gli chiedeva come avrebbe potuto risolvere i conflitti nel mondo, rispondeva: «Caro Michael, bisogna aiutare le persone di buona volontà a parlar male della guerra. La gente vuol fare la guerra per avere più potere e più denaro. La guerra è solamente il frutto dell’egoismo e dell’avidità. Io non posso risolvere i conflitti del mondo, ma tu e io possiamo provare a fare di questa terra un mondo migliore. Tu conosci il conflitto, io capisco. Ma non c’è una bacchetta magica. Bisogna convincere tutti che il modo migliore di vincere la guerra è non farla. Non è facile, lo so. Ma io ci provo. Provaci anche tu» (Bergoglio J.M., 2023, 56). In queste parole c’è una pedagogia della pace. Non una delega a un’autorità superiore, ma la corresponsabilità. Non la promessa di una soluzione tecnica, ma un invito del cuore «io non posso risolvere i conflitti del mondo… Tu e io possiamo provare».

A questo mira anche il libro che è già stato spedito ad alcuni responsabili di aziende che fabbricano armi e ai loro consigli di amministrazione. Lettere dei bambini ai fabbricanti di armi incarna la richiesta di Francesco ed è il tentativo concreto di “parlar male della guerra” non con slogan ideologici, ma lasciando parlare chi la guerra la conosce. Bambini di Gaza, del Myanmar, della Repubblica Democratica Congo, dell’Ucraina e del Sud Sudan scrivono: “Perché fate così”? Smettete di fabbricare le armi. Vogliamo solo vivere in pace”.

La cosa più difficile per me è stato lasciare i miei parenti – scrive Ivan, 11 anni, dall’Ucraina –. E poi ho un cugino che è ancora là in Donbass, dove c’è la guerra e mi dispiace tanto per lui […]. Questa cosa mi ha fatto soffrire, così come lasciare i miei amici e i miei compagni perché mi divertivo tantissimo con loro. Però quando eravamo in Donbass c’erano anche cose che mi facevano molta paura. Ad esempio, se uscivi a fare una passeggiata con il cane, non potevi sapere se sarebbe andato tutto bene, perché sentivi che esplodevano le bombe e tutto ciò fa paura. […]. Che cosa vorrei dire alle persone che fabbricano le armi? Ma voi non pensate? Fate morire tantissime persone! […] Perciò ripensateci!» (Mondadori Mosca et al., 2026, 97).

Yara, 12 anni, scrive dalla Striscia di Gaza: «Abbiamo vissuto giorni molto difficili durante i bombardamenti e i carri armati erano proprio di fronte alla nostra porta. Avevamo fame e sete e non c’era niente da mangiare. Eravamo sempre spaventati e ci siamo sentiti terrorizzati quando c’è stato un incendio dentro il nostro rifugio. Alcune persone sono state ferite, soffrivano molto e i loro familiari piangevano perché non potevano aiutarle. […] Spero che guariscano tutte le persone ferite di questa guerra. Il mio desiderio è tornare a casa nostra e ai tempi belli» (Mondadori Mosca et al., 2026, 32).

Nyakuoth, 16 anni, è sfollata di guerra in Sud Sudan, ma non ha smesso di sognare: “Io voglio diventare presidente perché so che in questo Paese ci potrebbe essere molto cibo, ma la gente muore di fame. E c’è troppa divisione tra le persone, perché vengono messe le une contro le altre. Io voglio fermare tutto questo. Voglio che siamo uniti. Voglio produrre più medicine e meno armi, perché troppa gente sta soffrendo» (Mondadori Mosca et al., 2026, 131).

«Cari leader – scrive Elie, 11 anni, dalla Repubblica Democratica del Congo – noi vogliamo la pace, vogliamo crescere in pace e costruire il nostro futuro. Cari amici, aiutateci a chiedere la pace per noi e per tutti quelli che soffrono a causa delle guerre e delle armi» (Mondadori Mosca et al., 2026, 76).

Dal Libano, durante il suo primo viaggio apostolico (30 novembre - 2 dicembre 2025), papa Leone ha mandato un messaggio chiaro: «L’amore per la pace non conosce paura di fronte alle sconfitte apparenti, non si lascia piegare dalle delusioni, ma sa guardare lontano, accogliendo e abbracciando con speranza tutte le realtà. Ci vuole tenacia per costruire la Pace».

E questa tenacia, questa resistenza e lungimiranza nel cercare la luce in mezzo al buio, la si può chiamare resilienza: qualità principale che i bambini, con le loro lettere e i loro disegni, esprimono chiaramente. È un popolo di bambini in guerra, un popolo di bambini profughi che si rivolge a noi adulti e in particolare ai fabbricanti di armi, chiedendo di tendere l’orecchio a quel desiderio di vita e di giorni felici presente in ogni persona. È un sogno? Forse sì, perché è il sogno di Dio.

Aleppo, foto dell'Autrice


Bibliografia
• Bergoglio J. M. (2023), Cari bambini, il papa risponde alle vostre domande, Mondadori Electa, Milano.
• Comunità di Sant’Egidio (2024), Facciamo la pace? La voce dei bambini sulla guerra, Morcelliana, Brescia.
• Leone XIV (2025), Disegnare nuove mappe di speranza, Ancora, Milano.
• Maida B. (2017), L’infanzia nelle guerre del Novecento, Einaudi, Torino.
• Mondadori Mosca A., Pozzi A., Castelli C. (2026), Lettere dei bambini ai fabbricanti di armi. Da Gaza all’Ucraina: storie, voci ed immagini dalle bambine e bambini colpiti dalle guerre, Piemme-Il Battello a Vapore, Milano.
• Alfieri Fontana V. (2023), Ero l’uomo della guerra, Laterza, Bari.


Autore
Cristina Castelli, Università Cattolica del Sacro Cuore (cristina.castelli@unicatt.it)