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Fascicolo 2023, 2 – Aprile-Giugno 2023
Prima pubblicazione online: Giugno 2023
ISSN 2784-8884
DOI 10.26350/dizdott_000124
Abstract:
ENGLISH
Le donne, pur vivendo in contesti globali molto diversi, sono accomunate da risorse spirituali e morali che devono mettere in gioco per fronteggiare la vita, la morte, la violenza, la sopravvivenza. Durante i conflitti armati, sono le vittime che più a lungo ne portano i segni, ma si rendono protagoniste con il loro coraggio e la loro fortezza. Le donne sono anche capaci di adottare uno “stile” diverso, quello della non-violenza, oltre che assumere il delicato compito della cura. Protagoniste dei processi di pace informali, è auspicabile un loro maggior coinvolgimento in quelli formali, grazie al sapiente uso della diplomazia e della trattativa.
Parole chiave: Donna, Conflitto, Pace, Non-violenza, Processi di pace
ERC:
ITALIANO
Women living in very different global contexts share common spiritual and moral resources that they must rely on to face life, death, violence, survival. During armed conflicts, they are the victims who most suffer long-term consequences, but also become protagonists with their courage and fortitude. Women are also able of adopting a different "style", that of non-violence, and they take care of the sick, the elderly, and children. They are protagonists of informal peace processes, and, thanks to their wise use of diplomacy and negotiation, their participation in formal ones is desirable.
Keywords: Woman, Conflict, Peace, Nonviolence, Peace processes
ERC:
È difficile parlare della donna in generale quando si sa che le donne vivono in contesti culturali, sociali ed economici tanto diversi. Ma quando ci sono di mezzo fatti come la vita, la morte, la violenza, la sopravvivenza, che mettono in gioco quelle risorse spirituali e morali che le accomunano, si può azzardare qualche considerazione.
Le donne sono le prime vittime
La prima è che le donne, nelle situazioni di conflitto armato, che vi prendano parte attiva, in modo diretto o indiretto, oppure che le subiscano, sono le vittime che più a lungo ne portano i segni, a volte indelebili. La violenza del conflitto le lascia vedove con figli da crescere oppure le priva degli affetti più cari, ma soprattutto, in tanti, troppi casi, viola l’integrità dei loro corpi. E questo accade in ogni regione del mondo.
L’abuso sessuale è un’aberrante costante storica sin dai tempi più antichi, ma è solamente dalla seconda metà del XX secolo che tale comportamento criminoso viene considerato “arma di guerra” ed è esplicitamente condannato dalla comunità internazionale. Le persone più avanti negli anni come me ricorderanno con dolore gli stupri che vennero definiti “etnici” subiti dalle donne durante la lunga e sanguinosa guerra nella ex-Iugoslavia e oggi leggiamo le testimonianze delle donne che subiscono violenza in Ucraina. Senza voler stabilire una graduatoria della sofferenza, credo che le testimonianze presentate dalle donne congolesi a Papa Francesco raggiungano vertici di angoscia inauditi. Guardarle e sentirle mentre parlano è sconvolgente: una di loro si è presentata con due gemelli frutto di abusi subiti durante un anno e nove mesi dal suo persecutore che ha detto di aver perdonato; un’altra, la cui testimonianza è stata letta da una donna che sapeva il francese, è riuscita a fuggire dopo tre mesi di violenze e ha dichiarato che il desiderio suo e dei suoi compagni nel campo di sfollati è solo quello di «tornare ai nostri villaggi, coltivare i nostri campi, abitare con i nostri vicini di sempre, recuperare la dignità di figli e figlie di Dio» (cfr. Viaggio Apostolico nella Repubblica Democratica del Congo: Incontro con le vittime dell’est del paese, 1 febbraio 2023).
Il coraggio delle donne
Una seconda considerazione riguarda la forza che le donne riescono ad esprimere grazie alle loro risorse spirituali e morali. Sono risorse fatte di coraggio, come quello dimostrato dalle donne che assumono un ruolo attivo nei conflitti armati ritenendo un dovere partecipare alla lotta per la difesa dei loro Paesi. Accade oggi in Ucraina dove sono 60.000 le donne che si sono arruolate nell’esercito, accadde durante la II Guerra Mondiale in cui molte donne in Europa hanno combattuto la guerra partigiana, magari nel ruolo di staffetta, come Tina Anselmi che pedalava senza sosta fra Castelfranco Veneto e Treviso portando documenti e informazioni. E certamente, in tante altre parti del mondo, ciò è successo e succede in modo non documentato, come il caso che mi è stato dato di conoscere dalla voce del Card. Van Thuân: alla fine degli anni ’80 del secolo scorso, appena liberato dalla prigione dove aveva trascorso 13 anni, egli aveva organizzato un gruppo di donne vietnamite, che, sfidando il pericolo di essere arrestate, portavano da mangiare ai lebbrosi, cosa che era proibita. Lo facevano attraversando le campagne in bicicletta, trasportando, in certe cartelle, per non destare sospetti, delle tavolette di pasta di pesce ad alto valore nutritivo.
La fortezza delle donne
Un’altra qualità femminile che emerge in modo particolare in situazioni di conflitto è la fortezza, l’esatto contrario, nelle parole di S. Paolo VI (Messaggio per la Giornata Mondiale della Pace 1978), della violenza. Ne hanno dato testimonianza da sempre le madri dei soldati russi – senza aspettare la guerra in corso, basta leggere il libro di Anna Politkovskaja…; ne danno testimonianza le madri ucraine, che cercano senza sosta di recuperare i loro bambini che sono stati deportati in modo silenzioso e ingannevole; ne danno testimonianza le madri nigeriane delle studentesse rapite nel 2014 e che sono andate a reclamarle fino alle Nazioni Unite. Ricorderete la campagna #bringbackourgirls: un regista nigeriano, Joel Kachi Benson, che anni dopo ha girato un documentario su quella vicenda, ha dichiarato: «la maggior parte di queste donne – le madri - ha altri figli per i quali stanno lottando per sfamarli ed educarli, ma una è scomparsa e, mentre voi – le autorità – non l’avete ancora trovata, gli altri vivono in condizioni di estrema povertà: è una doppia tragedia».
La forza della non-violenza
C’è un altro atteggiamento, o piuttosto un altro “stile” come lo chiama Papa Francesco (Messaggio per la Giornata Mondiale della Pace 2017), che in certi contesti culturali è adottato con efficacia anche dalle donne. Pochi giorni fa è stato consegnato a Tokyo il 40° Premio Niwano per la Pace al Sig. Rajagopal, un signore indiano, che, alla scuola della non-violenza di Gandhi, da oltre quarant’anni si impegna a favore dei più poveri ed emarginati e per il riconoscimento della loro dignità umana. In quella circostanza, in seno al Comitato che assegna il premio, è stata evocata la drammatica situazione di guerra che sta vivendo il Myanmar dopo il colpo di Stato del 2021. Ebbene, a due riprese, nel febbraio e nel marzo di quello stesso anno, una piccola donna, quinta di 13 figli delle campagne del Nord del Paese, suor Ann Rose Nu Tawng, riuscì a fermare gli attacchi che la polizia stava per sferrare contro i manifestanti mettendosi in ginocchio davanti ai poliziotti. In una delle foto, che forse ricorderete, due poliziotti, a loro volta, si sono inginocchiati davanti a lei.
Suor Ann Rose Nu Tawng nel corso degli scontri Myitkyina, Myanmar, il 9 marzo 2021
Questo fatto testimonia la forza e la potenza della non-violenza che, come dice Rajagopal, in Asia può sembrare un luogo comune, mentre in molte parti del mondo è un’idea che non è mai stata seriamente abbracciata.
Ma Suor Ann, che è infermiera, è anche testimone del fedele e dedicato compito della cura, la cura degli ammalati, la cura degli anziani, la cura dei bambini, che ha sempre caratterizzato il ruolo della donna nei conflitti armati. Lei, inoltre, ma non solo lei, ha il conforto della preghiera, che rende capaci di «smilitarizzare il cuore», come dice Papa Francesco. È commovente leggere la sua intervista dove afferma che è lo Spirito Santo che le ha dato la forza di affrontare il plotone di uomini armati, per i quali prega e spende parole di comprensione. Le sue sono veramente parole di una semplicità disarmante: «a Dio non piace che si uccida» (Twang - Fazzini, 2021, 38).
Le donne rurali protagoniste dei processi di pace informali
Una terza considerazione riguarda i processi di pace, aggiungerei “informali”. Sono i processi che mirano ad affrancare dalla violenza della fame, della povertà, della ignoranza, dell’ingiustizia. Sono i processi che mirano ad ottenere la pace con lo sviluppo integrale, che ne è il nuovo nome (Populorum progressio, 1967, 76). «Una vera pace non è possibile – scriveva S. Giovanni Paolo II nel Messaggio per la Giornata Mondiale della Pace del 1995 dedicato alla “Donna: educatrice alla pace” – se non si promuove, a tutti i livelli, il riconoscimento della dignità della persona umana, offrendo ad ogni individuo la possibilità di vivere in conformità con questa dignità». E per vivere in conformità con questa dignità vanno letteralmente sfamati il corpo e la mente.
Qui le donne rurali dei Paesi in via di sviluppo, produttrici di alimenti con il loro lavoro nei campi, sono le assolute protagoniste. La fame, infatti, è causa concorrente e scatenante di conflitti e di guerre, ma è anche l’effetto di conflitti e di guerre. Ed è dalle donne che dipende il sostentamento dei familiari, soprattutto dei bambini, e molto spesso anche quello di altri bambini orfani o senza genitori che se ne possano occupare. Sono ancora le donne che, capaci di lavorare in gruppo, contribuiscono a rafforzare le loro comunità e a raggiungere la necessaria sicurezza alimentare e nutrizionale.
Ma dalle madri dipende anche l’educazione, prima di tutto l’educazione allo stare insieme, che è, in definitiva, l’educazione alla pace. Dice Sr. Daphne Sequeira, che ha passato la maggior parte dei suoi trent’anni di vita religiosa lavorando nelle zone rurali dell’India per il riscatto e la promozione delle donne, impegnata soprattutto nell’educazione delle ragazze: «una donna è la sintesi della pace. È da lei che la pace fluisce e si irradia agli altri membri della famiglia. Tutti noi sappiamo che la donna è il primo agente di socializzazione. Quando nasce un bambino, è lei che lo nutre; le donne sono i naturali insegnanti per l’educazione alla pace dei loro figli. Nello svolgere i loro ruoli di genitore, fornitore di servizi e insegnante, sono le persone ideali per instillare nei loro figli valori come il rispetto per l’altro, la ricerca di una soluzione pacifica a conflitti e problemi, la condivisione, la collaborazione, la tolleranza, un senso di giustizia, equità e uguaglianza tra i sessi. Tutte queste sono qualità di una pace sostenibile» (Sequeira, 2015).
Anche in Africa, dove “educare una bambina è educare un popolo”, si punta sulle donne e sulle madri per superare le numerose crisi che si possono trasformare in tragedie umanitarie come in Sud Sudan. Lo ha sottolineato anche Papa Francesco durante il suo recente viaggio: «le madri, le donne sono la chiave per trasformare il Paese: se riceveranno le giuste opportunità, attraverso la loro laboriosità e la loro attitudine a custodire la vita, avranno la capacità di cambiare il volto del Sud Sudan, di dargli uno sviluppo sereno e coeso” (Incontro con gli sfollati a Giuba, 4 febbraio 2023).
La presenza delle donne nei processi di pace formali
Una quarta breve considerazione, infine, la vorrei dedicare alla presenza delle donne nei processi di pace formali. I tratti delle attitudini femminili ad affrontare le situazioni di conflitto prima appena abbozzati dovrebbero abilitare la donna ad essere protagonista anche nei processi di pace formali. Infatti, la donna già da qualche decennio ha la capacità di imbracciare quelle che S. Paolo VI chiamava le vere armi della pace, cioè le armi morali che danno forza e prestigio all’ordine internazionale, in altre parole, la diplomazia e la trattativa (cfr. Messaggio per la Giornata Mondiale della Pace 1976).
Invece sono ancora troppo poche quelle che, malgrado la loro riconosciuta capacità di peace-building e le risoluzioni delle Nazioni Unite (Risoluzione del Consiglio di sicurezza delle Nazioni Unite, n. 1325, Donne, pace e sicurezza, 2000), giocano un ruolo di rilievo in campo diplomatico. Questo, anche se si deve riconoscere che dei progressi sono stati registrati: infatti, tra il 1992 e il 2019 le donne hanno costituito in media il 13% dei negoziatori, mentre ad esempio, nel 2014 Miriam Coronel-Ferrer, nelle Filippine, è stata il capo negoziatore del Governo e ha firmato l’accordo di pace che, dopo quarant’anni, ha posto fine al conflitto fra il Governo filippino e il Fronte di Liberazione Islamico. Un’altra donna con grandi capacità nella risoluzione dei conflitti, Leymah Gbowee, la pacifista liberiana vincitrice del Premio Nobel per la Pace, che con il suo movimento femminile non violento ha contribuito a porre fine alla seconda guerra civile liberiana nel 2003, ha fondato l’organizzazione panafricana Women Peace and Security Network Africa proprio allo scopo di promuovere la partecipazione delle donne nei processi di pace. C’è da augurarsi che questo scopo venga presto raggiunto!
Bibliografia
• Nu Twang A., Fazzini G. (2021), Uccidete me non la gente, EMI.
• Sequeira D. (2015), Donne, agenti di pace e riconciliazione nella Chiesa e nel mondo, in AsiaNews.it, 10 aprile.
Autore
Flaminia Giovanelli (flaminia.245@gmail.com)