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Dizionario di dottrina
sociale della Chiesa

LE COSE NUOVE DEL XXI SECOLO

Fascicolo 2021, 2 – Aprile-Giugno 2021

Prima pubblicazione online: Giugno 2021

ISSN 2784-8884

DOI 10.26350/dizdott_000031

Intraprendere: una questione di relazioni The entrepreneurial factor: It is all about relationships

di Giovanni Marseguerra

Abstract:

ENGLISH

Questo contributo si propone di identificare i principi e i valori fondamentali alla base della nascita e dello sviluppo di un’attività imprenditoriale. In contrasto con la teoria economica neoclassica, oggi dominante in economia, che negli anni non ha saputo cogliere il ruolo e il contributo fondamentale dell’imprenditore, si mostrerà come ogni impresa, vera e concreta, nasca sempre dall’iniziativa personale, dalla libera e responsabile creatività umana e definisca nel tempo un capitale umano e sociale che acquista le caratteristiche di un vero e proprio bene sociale. La comunità di persone che si viene a costituire attorno a un’idea, a un progetto, costituisce e si identifica con l’impresa, la cui vita si nutre poi di relazioni di collaborazione e cooperazione, sia interne sia esterne. Si viene così a definire una concezione di impresa come “comunità di uomini che, in diverso modo, perseguono il soddisfacimento dei loro fondamentali bisogni e costituiscono un particolare gruppo al servizio dell’intera società” (Centesimus annus, 35).

Parole chiave: Imprenditorialità, Fattore personale, Creatività, Libertà, Responsabilità
ERC: SH1_2 - SH1_5

ITALIANO

This paper aims at identifying the fundamental principles and values behind the launch and development of an enterprise. In contrast with the standard and today prevailing neoclassical economic theory, unable to capture the crucial and fundamental role of the entrepreneur, it will be shown that any real and concrete enterprise always results from personal initiative and free and responsible human creativity. Along its development path, the enterprise becomes an entity capable to build human and social capital and, over time, it turns into a true social good. The community of people gathering around an idea or a project should fully be identified with the enterprise, whose life feeds on cooperative and collaborative relations, both internal and external. This way, a concept of enterprise arises as a “community of persons who in various ways are endeavouring to satisfy their basic needs, and who form a particular group at the service of the whole of society” (Centesimus annus, 35).

Keywords: Entrepreneurship, Personal factors, Creativity, Freedom, Responsibility
ERC: SH1_2 - SH1_5

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1. Intraprendere: una questione di creatività, responsabilità e collaborazione

Alla base di ogni attività imprenditoriale vi è sempre una persona con il suo desiderio di fare qualcosa di grande e importante. È questo desiderio la molla che guida e consente di dare concretezza ad ogni specifica attività economica, che non garantisce il successo, ma sempre anima l’agire di chi intraprende. Le fortune dell’iniziativa dipenderanno poi, in misura sostanziale, dall’impegno e dalle competenze di chi la promuove e, in parte, anche dalle circostanze, dal caso favorevole o avverso. Ma il punto di partenza è sempre l’iniziativa personale, come chiaramente indicato, ad esempio, da Giovanni XXIII nell’incipit della parte II della Mater et magistra (1961) “anzitutto va affermato che il mondo economico è creazione dell’iniziativa personale dei singoli cittadini”. Ogni tentativo di spiegare la nascita di un’attività economica, grande o piccola che sia, deve dunque necessariamente partire dalla constatazione di come il desiderio di intraprendere sia intrinseco alla natura umana e al suo tendere verso una meta infinita. Non a caso l‘espressione “fare un’impresa” è ancor oggi utilizzata nel linguaggio comune per indicare il raggiungimento di un risultato importante, non banale, comunque non facilmente ripetibile. Ne segue che al centro di ogni impresa vi è, e deve esservi sempre, la persona con le sue esigenze, i suoi bisogni e i suoi desideri. Sono le persone a fare e a essere il costituente essenziale e irrinunciabile di ogni impresa. Sotto questo profilo, restringere la finalità dell’iniziativa imprenditoriale al solo conseguimento del massimo profitto, come avviene con la teoria economica oggi dominante di impostazione neoclassica, negando la rilevanza in tale attività della dimensione umana e sociale, costituisce una grave limitazione di prospettiva perché, al contrario, alla base dell’attività imprenditoriale vi è uno slancio, una vitalità e uno spirito che non si possono in alcun modo ridurre alla mera ricerca del massimo profitto.

2. Imprese e imprenditori nella teoria neoclassica

Come è noto, nella teoria neoclassica l’impresa è una “scatola nera” che combina i fattori di produzione per realizzare i prodotti, ma non costituisce oggetto di analisi. L’imprenditore, nella ricerca del massimo profitto, è guidato esclusivamente dai mercati che forniscono istantaneamente tutte le informazioni necessarie alle sue decisioni. Poiché, però, l’esistenza dei mercati viene considerata come data e la concorrenza viene vista come un processo impersonale, non resta alcun ruolo per il fattore imprenditoriale. La massimizzazione del profitto come regola di comportamento, già criticata negli anni Trenta del secolo scorso, è stata contestata nel corso degli anni dalle teorie manageriali e comportamentiste, che hanno proposto funzioni pluri-obiettivo, associate a interessi diversi operanti all’interno dell’impresa. In realtà, ad oggi, sono stati elaborati una molteplicità di modelli, ciascuno con un valore euristico tendenzialmente abbastanza circoscritto, ma curiosamente questa circostanza non ha condotto a ripensare il ruolo dell’imprenditore nell’impresa. La verità è che, anche considerando le sole economie di mercato, esistono una quantità enorme di tipologia d’impresa: gruppi multinazionali, società a capitale familiare, imprese statali, società cooperative fra lavoratori, imprese artigiane, microimprese di servizi, associazioni senza fini di lucro, ecc. Evidentemente il ruolo, le caratteristiche e le capacità dell’imprenditore differiscono sostanzialmente in ciascuno di questi contesti e possono difficilmente essere analizzate facendole rientrare, come vorrebbe la teoria neoclassica, all’interno di un modello generale valido in assoluto, al di là di ogni contestualizzazione, per di più costruito mediante l’utilizzo di metodi e strumenti quantitativi. D’altra parte, sembra onesto riconoscere come non sia affatto semplice inserire, nella rappresentazione del processo economico, la vitalità e la creatività davvero straordinarie e multiformi degli imprenditori. Le ragioni profonde delle difficoltà della teoria neoclassica a integrare la creatività imprenditoriale nelle sue analisi sono esaminate, ad esempio, in Gimenez Roche, 2016.

3. Una concezione d’impresa basata sulla persona

Le precedenti riflessioni, volte a mettere in primo piano il valore positivo dell’iniziativa personale nelle attività imprenditoriali, definiscono il primo tassello di una concezione di impresa basata sulla persona e fortemente ancorata ai principi della dottrina sociale della Chiesa. Va osservato però che la persona di cui stiamo parlando è una realtà essenzialmente aperta all’altro, al trascendente: è un essere-in-relazione, che per realizzarsi pienamente deve aprirsi verso l’esterno. Questa constatazione ci porta immediatamente al secondo fondamentale elemento che la dottrina sociale della Chiesa pone alla base della libera iniziativa in campo economico: ogni persona, per realizzare qualcosa di grande, per affrontare le sfide della vita e del lavoro, ha bisogno di legami, ha bisogno di altri che vogliano condividere questa “impresa”. L’uomo, fatto e costituito da un desiderio di infinito, ha bisogno degli altri per realizzare il suo progetto. Il punto è che lo scopo di un’impresa eccede i termini dell’impresa stessa, e che l’impresa è il tentativo di rispondere a qualche cosa di molto più grande. E dunque servono gli altri per raggiungere un obiettivo così alto e importante.

4. Una visione articolata dell’attività imprenditoriale

A partire dai due precedenti elementi costitutivi derivano una serie di importanti implicazioni che contribuiscono a definire una visione molto ampia e articolata sia dell’attività imprenditoriale sia della stessa figura dell’imprenditore. Innanzitutto, dal punto di vista valoriale, al binomio persona-comunità si associa in modo naturale la combinazione creatività e collaborazione. Con riferimento alla prima, nella Populorum progressio (1967), Papa Paolo VI ricorda che “Dio, che ha dotato l’uomo d’intelligenza, d’immaginazione e di sensibilità, gli ha in tal modo fornito il mezzo onde portare in certo modo a compimento la sua opera: sia egli artista o artigiano, imprenditore, operaio o contadino, ogni lavoratore è un creatore” (ivi, 27). Ogni impresa nasce dunque dalla creatività umana, ma può rafforzarsi e mettere salde radici solo tramite la collaborazione reciproca tra i componenti della comunità di persone che la costituiscono. In altri termini, l’uomo, posto di fronte alla sfida di dare un senso alla sua vita, cerca dei legami che lo accompagnino e che lo sostengano, che gli permettano di sviluppare a pieno i suoi talenti e di esercitare responsabilmente la sua libera iniziativa in campo economico. Come indicato anche dal Compendio della dottrina sociale della Chiesa (2004) al n. 343: “nella creatività e nella cooperazione è scritta l’autentica concezione della competizione imprenditoriale: un cum-petere, ossia un cercare insieme le soluzioni più adeguate, per rispondere nel modo più idoneo ai bisogni che man mano emergono”. Ne deriva una concezione di impresa in cui la persona e la comunità, la creatività e la collaborazione sono i pilastri su cui è costruita l’intera impalcatura imprenditoriale: “scopo dell’impresa, infatti, non è semplicemente la produzione del profitto, bensì l’esistenza stessa dell’impresa come comunità di uomini che, in diverso modo, perseguono il soddisfacimento dei loro fondamentali bisogni e costituiscono un particolare gruppo al servizio dell’intera società” (Centesimus annus, 1991, 35). E per quanto attiene all’imprenditorialità, essa “prima di avere un significato professionale, ne ha uno umano. Essa è inscritta in ogni lavoro, visto come ‘actus personae’, per cui è bene che a ogni lavoratore sia offerta la possibilità di dare il proprio apporto in modo che egli stesso «sappia di lavorare ‘in proprio’’’ (Caritas in veritate, 2009, 41).

5. Rischiare i propri talenti esercitando la libertà responsabile

La libera creatività umana, che è il fondamento anche di ogni iniziativa imprenditoriale, è essa stessa un dono di Dio che ha come essenziale complemento, per il suo pieno dispiegarsi, la responsabilità che deve sempre accompagnare l’agire umano, anche quello relativo alla sfera economica: responsabilità verso chi condivide l’iniziativa, responsabilità verso gli altri, verso la società intera. Poiché la dimensione creativa è un elemento essenziale dell’agire umano, la libera e responsabile iniziativa in campo economico deve dunque godere di un ampio spazio di realizzazione. Ma imprenditorialità significa anche capacità di rischiare i propri talenti perché, per intraprendere, serve innovazione, servono idee per creare nuovi prodotti e nuovi servizi, e l’innovazione comporta sempre un rischio, piccolo o grande che sia. Sotto questo profilo, gli imprenditori hanno un ruolo cruciale per il buon funzionamento di un sistema economico, perché sono coloro che hanno il coraggio e anche il dono di rischiare. Ma il solo coraggio di correre un rischio non rende di per sé ammirevole il comportamento di un imprenditore. Come chiarisce Papa Francesco, il senso di responsabilità deve essere la cifra dell’impegno di ogni imprenditore: “la vocazione di un imprenditore è un nobile lavoro, sempre che si lasci interrogare da un significato più ampio della vita; questo gli permette di servire veramente il bene comune, con il suo sforzo di moltiplicare e rendere più accessibili per tutti i beni di questo mondo” (Evangelii gaudium, 2013, 203).

6. Imprenditorialità, libertà e responsabilità

Un buon imprenditore deve dunque alimentarsi dello “spirito di intrapresa”, ovvero di quella cultura di impresa che contempla la capacità di assunzione del rischio non disgiungendola mai dalla responsabilità verso chi partecipa all’impresa stessa. Quindi imprenditorialità, libertà e responsabilità. Si tratta di tre termini-concetto tra loro assolutamente inscindibili, perché l’imprenditorialità ha bisogno di libertà e d’altronde non c’è vera imprenditorialità senza responsabilità. Tre termini poi che, assieme, non sono altro che un diverso nome della sussidiarietà, che esprime, nella sua intima essenza, proprio la valorizzazione della capacità, autonomia e creatività della persona e delle sue forme associative.

In un magnifico discorso tenuto nello stabilimento dell’Ansaldo Trasporti di Napoli il 10 novembre 1990, Giovanni Paolo II presenta una visione dell’impresa ancor oggi straordinariamente moderna: “l’impresa più che un patrimonio di strutture materiali è un patrimonio di conoscenze e di esperienze accumulate negli anni, un patrimonio quindi che non appartiene più unicamente al singolo imprenditore, avendo acquistato le caratteristiche di un bene sociale”.

7. Una declinazione concreta: l’impresa di famiglia

I principi sopra indicati hanno anche una concreta declinazione nel modo in cui sono organizzati i sistemi produttivi. La maggior parte delle attività imprenditoriali in quasi tutti i Paesi del mondo è caratterizzata da una sostanziale coincidenza tra proprietà e controllo; una stessa famiglia è coinvolta direttamente in maniera significativa nella gestione e al contempo detiene una rilevante quota di proprietà. Con una terminologia molto usata, perché assai evocativa, si parla di capitalismo familiare, il quale non è altro che la versione moderna del cosiddetto capitalismo personale che ha una lunghissima tradizione in molti Paesi, Italia compresa, specialmente nel mondo artigianale, e che è costituito da tutte quelle attività imprenditoriali in cui impresa e imprenditore si sovrappongono; il nome stesso della società, per esempio, è quello dell’imprenditore, il marchio sul prodotto riproduce il cognome dell’imprenditore. L’azienda è il modo in cui la persona mette in gioco le sue idee, la sua voglia, la sua capacità di rischiare e di intraprendere e d’altra parte il vantaggio competitivo dell’azienda è dato soprattutto dalla capacità e dalla reputazione della persona che la guida e che si identifica con essa. Nel capitalismo familiare la funzione imprenditoriale non è più svolta da una sola persona, ma da una o più persone a nome di una famiglia, ma i principi e lo spirito rimangono tuttavia i medesimi (si veda, ad esempio, Marseguerra, 2008). In sintesi, quello delle imprese di famiglia è un sistema costruito a partire da un’imprenditorialità competente e responsabile, capace di generare una continua innovazione di prodotto e di processo. Una imprenditorialità naturalmente portata a valorizzare la persona e le relazioni tra persone, e a far crescere così sia il capitale umano, inteso come l’insieme delle caratteristiche personali che si manifestano in abilità e capacità utilizzabili nel processo produttivo, sia il capitale sociale, inteso come l’insieme delle relazioni tra agenti che facilitano l’attività produttiva.

7.1. Le imprese di famiglia in Italia

In via esemplificativa, alla base del modello produttivo italiano vi è un sistema manifatturiero forte, radicato sul territorio, composto da una rete di piccole e medie imprese connesse da uno straordinario capitale sociale e da un ricchissimo capitale umano. A conferma del carattere familiare del nostro capitalismo, riscontrabile non solo nelle PMI, ma anche nelle grandi imprese, secondo i dati dell’ISTAT (ISTAT, Censimento permanente delle imprese 2019: i primi risultati, 7 febbraio 2020), tre imprese su quattro risultano controllate da una persona o da una famiglia (dati 2018). In via specifica, il 75,2% delle unità produttive italiane con almeno 3 addetti è controllato da una persona fisica o una famiglia. All’aumentare della dimensione dell’impresa si rileva una diminuzione della presenza del controllo individuale e familiare, che tuttavia permane significativa anche nei segmenti dimensionali più elevati: si passa infatti dal 78,2% delle microimprese (3-9 addetti) al 65,6% delle piccole (10-49 addetti), al 51,0% delle medie (50-249 addetti) per arrivare al 37,0% delle grandi (250 addetti e oltre). Non solo il controllo, ma anche la gestione aziendale di queste imprese è, nella maggior parte dei casi, di competenza dell’imprenditore o di un membro della famiglia proprietaria: se si considerano le sole unità con 10 addetti e oltre, secondo l’ISTAT ciò avviene in più del 95% dei casi.

7.2. Famiglia e impresa

Impresa e famiglia sono evidentemente istituti diversi e la loro sovrapposizione può essere, e spesso è in effetti, causa di problemi e difficoltà per la vita dell’azienda. Ciò non toglie che la comunità di persone che costituisce un’impresa dovrebbe sempre essere guidata dallo spirito che anima ogni famiglia. “Quando un’impresa diventa una ‘famiglia’, in cui la direzione si preoccupa che le condizioni di lavoro servano sempre la comunità, i lavoratori a loro volta diventano una ‘fonte di arricchimento’. Sono incoraggiati a mettere i loro talenti e le loro capacità al servizio del bene comune, sapendo che la loro dignità e le loro condizioni vengono rispettate e non semplicemente sfruttate” (Francesco, Messaggio ai partecipanti al XXVI Congresso mondiale dell’UNIAPAC, Lisbona, 22 novembre 2018).

8. Dottrina sociale e teoria economica del fattore imprenditoriale

La teoria economica del fattore imprenditoriale, pur potendo annoverare tra i suoi cultori quelli che possono a buon diritto essere considerati i padri fondatori dell’Economia politica, come Adam Smith, Schumpeter e Keynes, non ha in tempi recenti saputo comprendere e spiegare il ruolo specifico dell’imprenditore come fattore autonomo nello sviluppo dell’impresa. La dottrina sociale della Chiesa ha invece saputo elaborare, nel corso del tempo, una ricca e articolata visione dell’impresa e dei suoi fini, basata sui principi della solidarietà, della sussidiarietà e del bene comune. E in cui la centralità della persona è sempre confermata e rinnovata: “al centro di ogni impresa vi sia l’uomo: non quello astratto, ideale, teorico, ma quello concreto, con i suoi sogni, le sue necessità, le sue speranze e le sue fatiche” (Discorso di Papa Francesco agli imprenditori riuniti in Confindustria, 27 febbraio 2016). Sotto questo profilo, un efficace tentativo volto a sviluppare una teoria economica del fattore imprenditoriale lo si può ritrovare nel lavoro di Mark Casson (2010), in cui le qualità personali degli imprenditori, e in particolare la capacità di good judgement, esercitano un’influenza decisiva sul risultato della concorrenza di mercato. Ma è onesto dire che quella di inserire la creatività imprenditoriale in una teoria economica compiuta resta, a tutt’oggi, una sfida molto complicata. Si noti infine come il fattore imprenditoriale sia peraltro centrale anche nella moderna storia economica. Si veda Mokyr (2013) per una visione dell’imprenditore come di un agente capace di suscitare una cultura del cambiamento.

9. Le imprese nella costruzione di un’economia più umana

È oggi ampiamente avvertita la necessità e l’urgenza di costruire un’economia più umana all’interno di un nuovo modello di sviluppo, praticando nuovi modelli di progresso economico che siano più direttamente orientati al bene comune, che promuovano l’inclusione e lo sviluppo integrale. In questa sfida, anche alle imprese e agli imprenditori è richiesto di svolgere la loro parte. Promuovendo una concezione di impresa che sia al servizio del bene comune ed eviti la logica unilaterale della massimizzazione del profitto, che rimanga efficiente, conservando però umanità e solidarietà verso l’altro; avviando forme ibride di impresa, ossia intermedie tra quelle for profit e non profit, spesso meglio adatte per lo svolgimento di talune attività produttive; facendo crescere una nuova generazione di imprenditori attenti ai temi della sostenibilità e del bene comune. Sotto questo profilo, il programma di formazione SCORE (Sustaining Competitive and Responsible Enterprises) promosso dall’Organizzazione Internazionale del Lavoro, l’agenzia delle Nazioni Unite che si occupa di promuovere il lavoro dignitoso e produttivo in condizioni di libertà, uguaglianza, sicurezza e dignità umana per uomini e donne, rappresenta un importante contributo alla diffusione di una pratica aziendale meno orientata alla ricerca del profitto e più alla promozione delle persone che lavorano nell’impresa. Il programma, che si propone di supportare le piccole e medie imprese (PMI) nel loro percorso verso una maggiore sostenibilità e una maggiore produttività e competitività, ha sinora coinvolto più di duemila piccole e medie imprese e, complessivamente, più di quattrocentomila lavoratori, che hanno beneficiato dei miglioramenti aziendali raggiunti attraverso una formazione volta a far crescere nelle imprese la cultura del rispetto, della fiducia e della partecipazione all’interno di una visione d’impresa non focalizzata sul solo profitto.

10. Riflessioni conclusive

L’iniziativa in campo economico è una delle tante espressioni dell’umana intelligenza e nasce dall’esigenza di rispondere ai bisogni dell’uomo attraverso l’uso della creatività e della collaborazione. “Il senso di responsabilità che scaturisce dalla libera iniziativa economica si configura non solo come virtù individuale indispensabile per la crescita umana del singolo, ma anche come virtù sociale necessaria allo sviluppo di una comunità solidale” (Compendio della dottrina sociale della Chiesa, 343). Una virtù individuale e sociale che rende l’imprenditorialità una vocazione tanto nobile quanto difficile da praticare: “la nobile vocazione dei leader dell’imprenditoria diventerà evidente nella misura in cui ogni attività umana diverrà una testimonianza di speranza nel futuro e un incentivo a una maggiore responsabilità e preoccupazione sociale attraverso il saggio uso da parte di ogni persona dei propri talenti e capacità” (Ai partecipanti al XXVI Congresso mondiale dell’UNIAPAC, 2018).


Bibliografia
Baumol W. J. (1968), Entrepreneurship in Economic Theory, “American Economic Review. Paper and Proceedings”, 58:2, 64-71.
Casson M. (2010), Entrepreneurship: Theory, Institutions and History. Eli F. Heckscher Lecture 2009, “Scandinavian Economic History Review”, 58:2, 139-170.
Gimenez Roche G.A. (2016), The Impossibility of Entrepreneurship Under the Neoclassical Framework: Open vs. Closed-Ended Processes, “Journal of Economic Issues”, 50:3, 695-715.
Marseguerra G. (2008), Responsabilità, continuità, sviluppo: i valori dell’impresa di famiglia, in La verità è il destino per il quale siamo stati fatti, a cura di G. Vittadini, Mondadori Università, pp. 227-231.
Mokyr J. (2013), Cultural entrepreneurs and the origins of modern economic growth, “Scandinavian Economic History Review”, 61:1, 1-33.


Autore
Giovanni Marseguerra, Università Cattolica del Sacro Cuore (giovanni.marseguerra@unicatt.it)