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Fascicolo 2021, 2 – Aprile-Giugno 2021
Prima pubblicazione online: Giugno 2021
ISSN 2784-8884
DOI 10.26350/dizdott_000041
Abstract:
ENGLISH
La dottrina della Chiesa guarda al cambiamento climatico come una minaccia per lo sviluppo umano integrale che deve essere affrontata attraverso una combinazione di governance globale e cambiamenti di attitudine morale verso il Creato e di stili di vita. Mentre vi è ora un generale consenso della scienza, della politica, degli attori economici e delle persone sulla necessità di forti politiche climatiche, gli attuali impegni di controllo del clima e dei suoi impatti potrebbero essere insufficienti. Una questione chiave rimane il rapporto tra, da un lato, i Paesi ricchi ed emergenti, che sono i maggiori emettitori di gas serra, e, dall’altro lato, i Paesi poveri, che sono destinati a soffrire di più le conseguenze umane ed economiche del cambiamento climatico.
Parole chiave: Cambiamento climatico, Sviluppo umano, Global commons, Custodia del creato, Ecologia integrale, Paesi in via di sviluppo, Mitigazione, Adattamento
ERC: SH2_7 Environmental and climate change, societal impact and policy
ITALIANO
The doctrine of the Catholic Church looks at climate change as a threat to integral human development that has to be addressed through a combination of global governance and changes in moral attitudes towards the Creation as well as life styles. While there is, at present, a general consensus of science, politics, business communities and people on the need for strong climate change policies, the collective actions in place can be insufficient to control climate change and its impacts. A key issue is still the relationship between rich as well as emerging countries, the main contributors to emissions, and the poor countries, which are bound to suffer the most from climate change in terms of human and economic costs.
Keywords: Climate change, Human development, Global commons, Custody of creation, Integral ecology, Developing countries, Mitigation, Adaptation
ERC: SH2_7 Environmental and climate change, societal impact and policy
Il percorso della dottrina
Nessun problema ambientale ha finora generato una così alta e acuta preoccupazione collettiva come il cambiamento climatico, tanto da essere considerato come un rischio per la specie umana. Il sistema clima ha infatti una profonda influenza su tutti i processi della biosfera, venendone a sua volta influenzato, e quindi “i cambiamenti climatici sono un problema globale con gravi implicazioni ambientali, sociali, economiche, distributive e politiche, e costituiscono una delle principali sfide attuali per l’umanità” (Laudato si’, 2015, 25).
L’avvio di un’attenzione della dottrina per l’ambiente globale può essere collocato nei primi anni ’70, in prossimità della prima conferenza delle Nazioni Unite sull’ambiente umano (Stoccolma 1972), quando Paolo VI affermava: “non soltanto l’ambiente materiale diventa una minaccia permanente: inquinamenti e rifiuti, nuove malattie, potere distruttivo totale; ma è il contesto umano, che l’uomo non padroneggia più, creandosi così per il domani un ambiente che potrà essergli intollerabile: problema sociale di vaste dimensioni che riguarda l’intera famiglia umana. A queste nuove prospettive il cristiano deve dedicare la sua attenzione, per assumere, insieme con gli altri uomini, la responsabilità di un destino diventato ormai comune” (Octogesima adveniens, 1971, 21) (sull’avvicinamento della Santa Sede al percorso avviato dalla Conferenza di Stoccolma, e sul successivo allontanamento, si veda Piccioni 2018).
Gli sviluppi successivi della dottrina hanno sempre collocato il cambiamento climatico nel contesto dello sviluppo umano integrale su scala globale, con particolare attenzione alla povertà e alla necessità di unire progressi di governance con un recupero profondo di valori, cambiamento di stili di vita e senso di connessione e fraternità, in una visione dello sviluppo che è morale. Affermava Giovanni Polo II: “una giusta concezione dello sviluppo non può prescindere da queste considerazioni – relative all’uso degli elementi della natura, alla rinnovabilità delle risorse e alle conseguenze di una industrializzazione disordinata –, le quali ripropongono alla nostra coscienza la dimensione morale, che deve distinguere lo sviluppo” (Sollicitudo rei socialis, 1987, 34).
Nel disegnare una dottrina della “Custodia del Creato”, Benedetto XVI ricordava che: “questa responsabilità è globale, perché non concerne solo l’energia, ma tutto il creato, che non dobbiamo lasciare alle nuove generazioni depauperato delle sue risorse. […] la protezione dell’ambiente, delle risorse e del clima richiede che tutti i responsabili internazionali agiscano congiuntamente e dimostrino prontezza ad operare in buona fede, nel rispetto della legge e della solidarietà nei confronti delle regioni più deboli del pianeta” (Caritas in veritate, 2009, 50).
La Laudato si’ di Papa Francesco (2015), approfondendo in modo forte il principio di integrazione profonda tra Dio, umani e Creato, colloca il cambiamento climatico nella sfera generale dell’ecologia integrale, con una grande attenzione ai drammatici squilibri generati dai processi di sviluppo nel Sud del mondo. Nel vasto processo di mobilitazione globale della Chiesa, delle comunità e delle persone innescato dalla Laudato si’, anche in connessione con la Fratelli tutti (2020), il clima è tra i temi centrali. Nella piattaforma settennale per la “Laudato si’ in azione”, lanciata nel 2020, il clima si colloca nel primo dei sette “Laudato si’ Goals – LSGs’ (Obiettivi della Laudato si’ – OLS), vale a dire la “Risposta al grido della terra” (cfr. Laudato si’. Anno dell’anniversario speciale. 24 maggio 2020 - 24 maggio 2021).
Una forte attenzione al clima e ai cambiamenti necessari per il suo governo emerge anche nel processo della “Economy of Francesco”, avviato da Papa Francesco nel 2020. Allo stesso modo, il clima come condizione essenziale di vita delle popolazioni ai margini dello sviluppo pervade l’esortazione apostolica Querida Amazonia (2020).
Consenso globale
La maturazione di questo percorso delle dottrina si innesta su un raggiunto consenso globale intorno alla necessità di contrastare il cambiamento climatico. Già in via di maturazione dal decennio scorso (Zoboli 2010), tale consenso si è ulteriormente rafforzato nella fase più recente, soprattutto dopo l’Accordo di Parigi sul clima del 2015, lo stesso anno della Laudato si’.
Consenso scientifico
Attualmente, la quasi totalità degli scienziati concorda sia sull’esistenza di un processo di alterazione dell’equilibrio climatico sia sulla responsabilità umana nel contribuire ad esso.
Il ruolo della base scientifica per sostenere politiche climatiche è sempre stato fondamentale, e l’Intergovernmental Panel on Climate Change (IPCC) produce dal 1990 i suoi assessment di evidenza scientifica a sostegno delle politiche globali (si veda IPCC, 2014, AR5 Synthesis Report. Il prossimo assessment è previsto nel 2022). Gli scenari di riferimento degli IPCC indicano, non solo un ruolo critico dell’azione umana nel causare il cambiamento, ma anche un ruolo decisivo dell’azione umana per controllarlo. Lo scenario peggiore di IPCC (RCP8.5), quello in cui manca una forte politica globale, prevede un aumento di temperatura al 2100 fino a +5°C, con effetti catastrofici. Nell’altro scenario estremo (RCP2.6), quello in cui si attua una forte riduzione immediata delle emissioni di gas serra, vale a dire un picco di emissioni al 2020, la crescita della temperatura media si attesterebbe fra 1,5°C e 2°C nel periodo 2081-2100, rendendo ancora governabili gli effetti del cambiamento climatico (vedi figura 1). Diverse analisi indicano un quadro climatico in peggioramento nonostante le politiche in atto (Pihl et al. 2019).
Figura 1

Nella ricerca economica e sociale sul clima (si veda ad esempio Wagner e Weitzman 2015), un ruolo centrale assume il concetto di “cost of inaction”, vale a dire i costi umani ed economici del cambiamento climatico in assenza di politiche. Vi è convergenza di stime sul fatto che la non-azione causi perdite molto superiori rispetto ai costi economici indotti dalle politiche climatiche, in particolare attraverso il cambiamento dei sistemi energetici, determinando così un beneficio sociale netto di queste ultime (Sanderson e O’Neill, 2020).
Consenso politico
In parallelo all’affermarsi del consenso scientifico, si sono consolidati, seppure con grande lentezza, i percorsi di consenso politico e cooperazione globale.
Dopo la Convenzione quadro sul cambiamento climatico (1992), il Protocollo di Kyoto (1997) ha imposto ai Paesi cosiddetti Allegato 1 (Paesi OCSE e in “transizione” nel 1990) un modesto obbligo di riduzione delle emissioni del 5%, da raggiungere nel 2008-2012. Sulla base del principio di “responsabilità comune ma differenziata”, non avevano invece impegni di riduzione i Paesi non inclusi nell’Allegato 1. Dopo un contrastato processo, che ha visto prima il ritiro degli Stati Uniti a presidenza Bush e poi il rientro a presidenza Obama, si è giunti all’Accordo di Parigi (2015). L’Accordo è una svolta soprattutto per la numerosità dei Paesi (197) che prendono impegni per la riduzione delle emissioni, ma non per i suoi effetti attesi che, ad impegni attuali, sono insufficienti per raggiungere il target (aumento di temperatura inferiore a +2°C rispetto all’era preindustriale). Di nuovo, l’Amministrazione Trump aveva allontanato gli Stati Uniti dall’Accordo, mentre la nuova Amministrazione Biden (dal 2021) fa rientrare negli impegni di Parigi il secondo maggior Paese emittente di gas serra (sul percorso e lo stato attuale del regime internazionale per il clima si veda UNFCCC, Climate: Get the big picture). In tale percorso, l’Unione Europea un sempre assunto un ruolo di leadership. Il cambiamento climatico è al centro dello European Green Deal, priorità della Commissione von der Leyen (dal 2919), con obiettivi di “neutralità climatica” da raggiungere nel 2050. Nei primi mesi del 2021, si è consolidato il dialogo tra UE, USA e Cina per convergere assieme alla neutralità climatica a metà del secolo (Cina al 2060).
Questo complesso percorso, che ha richiesto circa trentatré anni di diplomazia internazionale, rivela i profondi contasti che hanno guidato sia i rapporti tra i grandi Paesi, maggiori emittenti di gas serra, sia il rapporto tra Nord e Sud del mondo, quest’ultimo maggiore vittima degli impatti del clima. Tuttavia, esso dimostra la possibilità di un’azione collettiva per i global commons che non si è affermata, invece, in altre aree critiche del sistema internazionale.
Consenso degli attori economici
Su questo sfondo di consenso scientifico e politico, si è affermato anche un significativo consenso da parte degli attori economici. Non sempre è stato così. Per lungo tempo, il sistema industriale, a scala globale e di singoli settori e Paesi, ha visto nelle politiche ambientali una fonte di costi e perdite di produttività/competitività, e ciò soprattutto nel caso delle politiche climatiche ed energetiche, data la loro estesa incidenza sui sistemi produttivi, tecnologici e organizzativi.
Negli ultimi anni, la gran parte degli attori economici ha progressivamente assunto una posizione favorevole a robuste politiche climatiche. Parte di questa conversione dipende dalla comprensione che l’ambiente e il clima possono essere un nuovo terreno di competizione strategica tra imprese, settori e Paesi, costituendo quindi un’opportunità per gli innovatori. Il cambio di passo è venuto innanzitutto dalle grandi imprese globali dotate di grandi capacità di innovazione tecnologica e avvio di nuovi business, e da parte dei big player dell’energia, consapevoli di una progressiva marginalizzazione delle fonti fossili. Ciò non elimina l’azione di lobbying avversa che le imprese conducono sulla formulazione di molte specifiche politiche ambientali.
Il più recente processo che conduce le imprese in direzione pro-clima è l’affermarsi della “finanza sostenibile” e dei criteri ESG (Environmental, Social and Governance). Il sistema finanziario (banche centrali, supervisori, grandi gruppi bancari) ha iniziato a considerare il rischio climatico come componente di valutazione dei crediti, con una progressiva discriminazione dei business potenzialmente esposti.
Consenso delle persone
Per il mutato atteggiamento delle imprese e per la legittimità delle politiche è rilevante l’altro grande ambito di consenso, quello da parte delle persone. Anche sotto l’influenza di una comunicazione sul clima ormai divenuta pervasiva, la cosiddetta “opinione pubblica” della maggior parte dei Paesi ha maturato forti timori per un possibile collasso climatico. Le indagini rivelano che, prima delle crisi Covid, la maggior parte dei cittadini europei vedeva nel clima una delle principali minacce ed era sempre più determinata a spingere i propri governi e le industrie ad intraprendere azioni forti.
Negli ultimi anni, intorno alla crisi climatica sono sorti nuovi movimenti di opposizione generazionale, come i “Fridays for Future”, che si sono inseriti in un panorama vastissimo di posizioni e iniziative sul clima promosse dal sistema delle ONG, molte delle quali hanno integrato il clima con altri temi ambientali e in quelli della povertà, dello sviluppo, dei diritti umani e della giustizia.
La crisi pandemica non ha deviato questo percorso dell’opinione pubblica, che anzi sembra avere saldato pandemia e problema climatico, entrambi connessi al nostro comportamento verso il Creato, in un’unica e aggravata percezione di vulnerabilità e di impotenza.
La traduzione di tale consenso in comportamenti presenta, tuttavia, numerose ambiguità, proprio mentre la Laudato si’ afferma che: “l’umanità è chiamata a prendere coscienza della necessità di cambiamenti di stili di vita, di produzione e di consumo, per combattere questo riscaldamento [del pianeta] o, almeno, le cause umane che lo producono o lo accentuano” (23). In alcuni casi, la propensione delle persone verso comportamenti favorevoli ad ambiente e clima deriva da convinzioni profonde. In altri casi, invece, i modelli di consumo nuovi o modificati in senso ambientale rappresentano, specie nei Paesi ricchi, forme di un diverso consumismo, basato su nicchie commerciali di lusso o sospinto da una comunicazione che utilizza in modo strumentale i riferimenti all’evidenza scientifica e alle motivazioni morali.
Insufficienza globale
Il quadro di acquisito consenso generale non garantisce che verrà invertito il processo di cambiamento climatico, che è fortemente inerziale, tanto da rendere tecnicamente tardiva la convergenza tra politiche, industria e persone.
I dati indicano che, nonostante estesi progressi di efficienza energetica ed emissiva, le emissioni globali continuano a crescere sotto la spinta della crescita economica, che in alcuni Paesi si combina con un’ancora sostenuta crescita della popolazione e una bassa capacità tecnologica e finanziaria. I rischi di un insuccesso nel controllare il cambiamento climatico e i suoi effetti sono reali. Il criterio per sintetizzare la situazione è quello del “carbon budget”, cioè la quantità massima cumulativa di gas serra che è possibile emettere per mantenere l’aumento di temperatura sotto +1,5°C. I dati IPCC (SR15 - Global Warming of 1.5°) indicano che il carbon budget residuo può essere stimato, con media confidenza, in 420 miliardi di tonnellate di CO2 equivalente e quindi, al livello attuale di emissioni di circa 42 miliardi di tonnellate/anno, verrebbe esaurito in circa 10 anni.
Gli interrogativi che ne derivano coinvolgono in modo forte i rapporti tra Nord e Sud del mondo e lo sviluppo umano integrale, vale a dire la preoccupazione principale attraverso cui la dottrina guarda al problema climatico.
Divari Nord-Sud
Vi è evidenza che il contributo maggiore alle emissioni di gas serra viene, storicamente, dai Paesi industriali e poi, nella fase recente, dalle grandi economie emergenti (in particolare Cina, da alcuni anni il maggior Paese di emissione, e India). Per contro, nel 2019 l’Africa in complesso emetteva solo il 3,8% delle emissioni totali di CO2 equivalente. Vi è altrettanto chiara evidenza che sono le economie più povere a soffrire di più gli effetti attuali e attesi del cambiamento climatico, specie quando dipendono criticamente dall’agricoltura e dalle risorse naturali. È in queste economie che il cambiamento dei regimi idrici, gli estremi climatici, la desertificazione, l’impoverimento degli ecosistemi si traducono in grandi perdite economiche e umane. Ad esempio, gli scenari climatici per l’Africa subsahariana indicano che potrebbe diventare molto più acuta la competizione per l’acqua tra agricoltura, uso idroelettrico e uso umano. Anche se di incerta definizione legale e limitata misurazione statistica, il fenomeno dei “migranti climatici” tende ad affermarsi, specie in connessione con povertà e conflitti, come drammatica forma di “adattamento” al clima. “È tragico l’aumento dei migranti che fuggono la miseria aggravata dal degrado ambientale, i quali non sono riconosciuti come rifugiati nelle convenzioni internazionali e portano il peso della propria vita abbandonata senza alcuna tutela normativa. […] La mancanza di reazioni di fronte a questi drammi dei nostri fratelli e sorelle è un segno della perdita di quel senso di responsabilità per i nostri simili su cui si fonda ogni società civile” (Laudato si’, 25).
Mitigazione
Nelle politiche globali di mitigazione, la profonda asimmetria tra Paesi è stata affrontata ricorrendo al principio di “responsabilità comune ma differenziata”. Tale approccio è stato, di fatto, indebolito nell’Accordo di Parigi, basato su impegni unilaterali delle quasi totalità dei Paesi, compresi molti Paesi poveri. Sebbene il nuovo approccio di Parigi consenta di avvicinare l’obiettivo globale sulla temperatura, tuttavia depotenzia l’idea di una centralità dei Paesi ricchi nella soluzione del problema. “Alcune delle strategie per la bassa emissione di gas inquinanti puntano alla internazionalizzazione dei costi ambientali, con il pericolo di imporre ai Paesi con minori risorse pesanti impegni sulle riduzioni di emissioni, simili a quelli dei Paesi più industrializzati. L’imposizione di queste misure penalizza i Paesi più bisognosi di sviluppo. In questo modo si aggiunge una nuova ingiustizia sotto il rivestimento della cura per l’ambiente. […] Resta certo che ci sono responsabilità comuni ma differenziate […]” (Laudato si’, 170).
In prospettiva, uno snodo centrale dei rapporti Nord-Sud riguarda il già citato “carbon budget residuo”, stimato in dieci anni di emissioni attuali: come dovrebbe essere distribuito, in un quadro dove i grandi Paesi più sviluppati hanno obiettivi di neutralità climatica per la metà del secolo, mentre i Paesi poveri devono perseguire lo sviluppo umano anche attraverso l’accesso all’energia e la crescita materiale, e perciò emettendo di più?
Adattamento e prevenzione
La maggiore esposizione dei Paesi poveri ai danni da clima pone al centro il tema dell’adattamento. Mentre la “mitigazione” si riferisce alla riduzione delle emissioni, e ha come sua leva i sentieri di decarbonizzazione e neutralità climatica, l’“adattamento” riguarda strategie e misure rivolte minimizzare gli impatti e i costi – umani, sociali, economici, naturali – del cambiamento climatico in atto che non è mitigato o mitigabile. L’adattamento coinvolge solo in parte la sfera tecnologica e riguarda invece le strategie di insediamento umano, quelle agricole, quelle di protezione contro gli estremi climatici, e molto altro, in una prospettiva multi-settoriale e multi-livello ispirata a principi generali di prevenzione del rischio, riduzione della vulnerabilità e aumenti della resilienza al clima, assicurazione e autoassicurazione.
Già nella COP 7 di Marrakesh (2001) è stato introdotto lo strumento dei National Adaptation Programme of Action (NAPA) dei Paesi in via di sviluppo, mentre nel 2010 la COP 16 di Cancun ha adottato l’Adaptation Framework affermando il principio che l’adattamento deve acquisire pari rilevanza rispetto alla mitigazione. Anche la Commissione Europea ha adottato una strategia di adattamento (2013), rilanciata nel 2021 nell’ambito dello European Green Deal e della Legge europea sul clima.
L’adattamento si presta, più della mitigazione, che può creare nuovi business, ai dilemmi economici dell’azione preventiva. Spesso i costi di prevenzione/adattamento sono “costi opportunità”, cioè possibilità di sviluppo e di attività economica a cui si deve rinunciare per poter prevenire danni futuri. Il beneficio della prevenzione/adattamento è quindi talvolta connesso al “non fare”, o al fare in modo più costoso. Ciò pone la prevenzione/adattamento in una posizione di svantaggio nelle decisioni amministrative ed economiche. Si può dubitare che si investirà abbastanza in azioni di adattamento, specie in Paesi poveri con bassa capacità amministrativa e poco disposti ad assumere “costi opportunità” di rinuncia alle possibilità di sviluppo.
Finanza e tecnologia
L’architettura della cosiddetta “climate finance”, gestita da istituzioni internazionali e governi per il trasferimento finanziario di assistenza climatica ai Paesi in via di sviluppo, ha raggiunto una straordinaria complessità, con 27 fondi multilaterali o multi-donor attivi. Tuttavia, a fronte dell’impegno dei Paesi donatori di arrivare a 100 miliardi di dollari anno di flussi di donazione, confermato a Parigi nel 2015, i dati attuali indicano un impegno complessivo di 40 miliardi, con fondi approvati per 25 miliardi. Sono cifre molto lontane dai fabbisogni stimati per mitigazione e adattamento, che superano le centinaia di miliardi (dati sugli impegni, i depositi e i progetti approvati dai fondi multilaterali per il cambiamento climatico in Climate Funds Update).
Ancora più articolata complessa è l’azione sul trasferimento tecnologico che, nonostante i diversi meccanismi attivati nell’ambito delle politiche globali, mantiene un’intrinseca ambiguità di mezzi e fini sia in tema di gratuità del trasferimento sia in tema di reali strategie dei Paesi avanzati, che su energia e clima cercano mercati globali per le proprie capacità tecnologiche.
Anche il fronte del trasferimento finanziario e tecnologico segna quindi insufficienze e dilemmi aperti che, a loro volta, indicano l’inseparabilità tra problema climatico e sviluppo umano integrale su scala globale.
Bibliografia
• Piccioni L. (2018), Chiesa ed ecologia 1970-1972: un dialogo interrotto, I quaderni di Altronovecento, Numero 10, Fondazione Luigi Micheletti.
• Pihl, E. et al. (2019), 10 New Insights in Climate Science 2019, Future Earth & The Earth League.
• Sanderson B.M., O’Neill B.C. (2020), Assessing the costs of historical inaction on climate change, Nature Scientific Reports, 10:9173.
• Wagner G., Weitzman M.L. (2015), Climate Shock: The Economic Consequences of a Hotter Planet, Princeton University Press.
• Zoboli R. (2010), Issue-based communities in global governance, in Global Governance in a Plural World, a cura di S. Beretta e R. Zoboli, Vita e Pensiero, 379-418.
Autore
Roberto Zoboli, Università Cattolica del Sacro Cuore (roberto.zoboli@unicatt.it)