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Fascicolo 2025, 3 ‒ Luglio-Settembre 2025
Prima pubblicazione online: Settembre 2025
ISSN 2784-8884
DOI 10.26350/dizdott_000185
di Marco Caselli, Ivana Borsotto
Abstract:
ENGLISH
In questo dialogo viene esplorato il ruolo della cooperazione internazionale allo sviluppo, quale attore chiave nel contrastare l’ingiustizia più grande che ancora oggi caratterizza il nostro pianeta: lo scandalo di milioni di persone che vivono nell’indigenza, in un mondo che possiede le risorse necessarie per garantire a tutti una vita dignitosa. Pur non essendo esente dalla ricerca di interessi particolaristi, la cooperazione internazionale e i suoi attori si sforzano quotidianamente di costruire giustizia.
Parole chiave: Cooperazione internazionale, Sviluppo, ONG, Giustizia, Africa
ERC:
ITALIANO
This dialogue explores the role of international development cooperation as a key player in addressing the greatest injustice still present in our world today: the scandal of millions of people living in poverty in a world that has the resources to ensure a dignified life for all. Although not free from the pursuit of particular interests, international cooperation and its actors strive daily to build justice.
Keywords: International cooperation, Development, NGOs, Justice, Africa
ERC:

Marco Caselli, Direttore del Centro di Ateneo per la solidarietà internazionale - CeSI
Il titolo scelto per questo dialogo è Ingiustizie globali e cooperazione internazionale allo sviluppo. Ritengo che il tema della giustizia rappresenti una delle radici fondamentali della cooperazione internazionale allo sviluppo. Infatti, essa trova la sua principale ragion d’essere nell’ingiustizia più grande che ancora oggi caratterizza il nostro pianeta: lo scandalo di milioni di persone che vivono nella povertà e nella sofferenza, in un mondo che possiede le risorse necessarie per garantire a tutti una vita dignitosa.
La cooperazione internazionale si attiva, dunque, per contrastare questa ingiustizia e per dare a ciascuno il suo. Tuttavia, sappiamo che la ricerca della giustizia non è l’unica motivazione alla base della cooperazione, c’è un’altra spinta molto importante che è quella dell’interesse. Si tratta di una prospettiva che non deve essere demonizzata, poiché il senso stesso della parola “cooperazione” implica un vantaggio – e quindi un interesse – reciproco: cooperiamo perché insieme possiamo realizzare ciò che da soli non saremmo in grado di fare.
Il problema emerge quando questa legittima spinta all’interesse va a oscurare l’altra radice, che è la ricerca di giustizia. Partendo da questa premessa, e considerando il tempo limitato a nostra disposizione, vorrei porre la prima domanda a Ivana Borsotto: in base alla tua esperienza, in che misura la ricerca della giustizia orienta effettivamente l’azione degli attori della cooperazione internazionale? Tenendo presente che parliamo di un mondo complesso, composto da soggetti molto diversi tra loro, elemento che costituisce anche una delle sue principali risorse.
Ivana Borsotto, Presidente Federazione degli organismi di volontariato internazionale di ispirazione cristiana (Focsiv)
Ho accolto con convinzione questa opportunità di confronto, pur vedendo il programma che è molto ambizioso, con la postura di chi si mette nella logica di condividere delle riflessioni su domande che hanno un carattere identitario. Questo è importante per la cooperazione internazionale che, come già sottolineato, sta attraversando un momento complesso: purtroppo, nel contesto italiano, e non solo, non è sempre percepita come un’azione buona e giusta, ma viene spesso presentata, anche a causa di una narrazione distorta, come un lusso che non possiamo più permetterci. Questo discorso già ha a che fare col tema del senso di giustizia a livello globale, perché la narrazione del mettere gli ultimi contro i penultimi in una logica del “prima noi, poi gli altri” sta trovando un crescente consenso.
Chi opera nella cooperazione è profondamente immerso, ed è testimone diretto, delle ingiustizie globali di cui parlava il professor Caselli. Le 97 associazioni e ONG aderenti a FOCSIV – che lavorano in 80 Paesi – ci riportano un quadro allarmante: un ulteriore peggioramento delle condizioni di vita delle popolazioni più vulnerabili. Oggi, 828 milioni di persone soffrono la fame, un bambino su quattro nei cosiddetti Paesi in via di sviluppo non ha accesso all’istruzione, due miliardi di persone non dispongono di acqua potabile, un quinto della popolazione mondiale vive senza elettricità. In Burkina Faso, per esempio, c’è un medico ogni 25.000 abitanti. Ecco, queste sono quattro pennellate dietro le quali c’è la sofferenza di una marea di persone innocenti che vivono in condizioni di vita disumane.
E sono sofferenze che ci interpellano direttamente: quelle tragiche campane suonano anche per noi, che ci ispiriamo a principi fondamentali. Come ricordava Monsignor Giuliodori, il Vangelo e le encicliche di Papa Francesco rappresentano un punto di riferimento per molti, la nostra radice; ma il nostro operato si fonda anche sulla Dichiarazione Universale dei Diritti Umani, sugli Obiettivi di Sviluppo Sostenibile e sulla nostra Costituzione.
E allora la risposta alla domanda sul rapporto tra cooperazione e giustizia è: assolutamente sì, la cooperazione internazionale si sforza di costruire giustizia, innanzitutto radicando i progetti in politiche locali. I nostri progetti devono costruire dei diritti, migliorando le condizioni di vita delle comunità nelle quali operiamo. L’accusa di assistenzialismo che talvolta ci viene rivolta è ingiusta e da rimandare al mittente, anche se affrontiamo emergenze così drammatiche nelle quali sono doverose la solidarietà e l’assistenza immediata e concreta. Così, anche chi lavora alla costruzione di una scuola in un villaggio remoto lo fa con la volontà di rafforzare l’intero sistema educativo di quel Paese, instaurando un dialogo con le istituzioni locali. Lo stesso vale per il settore sanitario e per ogni altra iniziativa. Quindi i progetti diventano dei laboratori, che poi possono diventare esperienza, che diventano politiche locali, quindi trasferibili e moltiplicabili.
Un altro aspetto cruciale della cooperazione è la testimonianza, e la documentazione, dell’interconnessione globale. I problemi di ciascuno sono, in realtà, problemi di tutti e dobbiamo essere testimoni del fatto che sì, il mondo è pieno di ingiustizie, ma è anche un posto bellissimo in cui c’è molta più speranza, che in tante realtà del mondo molte e molti giovani esprimono con coraggio e determinazione, o anche con rabbia. Spesso, nelle periferie più degradate, nelle carceri più disumane, nelle situazioni più impoverite riusciamo a trovare delle esperienze di comunità, di persone, di donne e di uomini che riescono a esprimere un senso di giustizia che parte dalla generosità e dal sentire il problema dell’altro come un problema proprio e che ci insegnano le potenzialità che abbiamo di fare del bene, di creare giustizia. In Europa, al contrario, sembra che questa capacità si stia disperdendo.
Quindi, se c’è una speranza, è “laggiù”, nei Paesi della fine del mondo, che sorge in modo più intenso, anche affrontando i rischi estremi della migrazione. Un altro elemento che vorrei sottolineare è che chi fa cooperazione internazionale lo fa cercando di trasformare la grammatica dei diritti in pratica quotidiana e di offrire, in questo modo, anche un contributo alla democrazia, che vediamo indebolirsi in tutto il mondo. La democrazia, per quel che possiamo osservare, si indebolisce ogni volta che non riesce a mantenere le sue promesse di benessere, giustizia, opportunità e lotta alle disuguaglianze. Ogni volta che un diritto non viene riconosciuto, togliamo un mattoncino alla casa della democrazia. Questo vale per l’Italia, ma anche per l’Africa, il Sud America, l’Asia. Insomma, per il mondo intero.
Infine, un tema imprescindibile è la giustizia ambientale. Il cambiamento climatico, infatti, colpisce in modo sproporzionato i Paesi che meno hanno contribuito a causarlo, come confermato anche dalla COP29. La difficoltà, quindi, non è solo combatterne gli effetti, ma anche realizzare politiche che possano prevenire i danni e riparare quelli già in atto, specialmente in Africa, America Latina e Asia, dove il cambiamento climatico sarà una delle principali cause di migrazioni nei prossimi decenni.
Marco Caselli – Un’ulteriore riflessione: ho iniziato sottolineando come alla base della cooperazione vi sia un duplice orientamento, ossia quello verso la giustizia e quello verso l’interesse. Questa duplice dimensione si riscontra, per esempio, nella Legge 125/2014, che regola la cooperazione allo sviluppo nel nostro Paese. All’articolo 1, comma 1, si afferma che la cooperazione allo sviluppo costituisce «parte integrante e qualificante della politica estera dell’Italia», il che significa che essa ha la funzione di tutelare e promuovere gli interessi nazionali. Tuttavia, poche righe dopo, nello stesso comma, si specifica che la cooperazione allo sviluppo «contribuisce alla promozione della pace e della giustizia». Pertanto, anche il nostro quadro normativo unisce questi due elementi.
La domanda che desidero porti riguarda proprio questo aspetto: sulla base della tua esperienza, ritieni che sia realmente possibile conciliare interesse e ricerca della giustizia, oppure questi due principi risultano in contrasto tra loro?
Ivana Borsotto – Parto dalla definizione che hai richiamato, perché è estremamente significativa e ambiziosa. Affermare che la cooperazione allo sviluppo è parte della politica estera significa riconoscere che essa non è un elemento avulso. Qualificarla “integrante” implica che, in sua assenza, mancherebbe un tassello fondamentale. Definirla come “parte qualificante” sottolinea il valore aggiunto che essa può offrire.
Essere parte integrante della politica estera, in questo particolare momento storico, significa essere coinvolti in uno degli aspetti più essenziali della politica stessa. Stiamo assistendo, in tempi drammatici, a come la politica estera sia determinante nel definire la posizione dell’Italia nel mondo e nel delineare la nostra identità. Si tratta, dunque, di un impegno di grande rilevanza.
L’interesse a cui facciamo riferimento non è esclusivamente economico. Gli attori della cooperazione internazionale sono molteplici: il terzo settore e la società civile, gli enti locali, le università e le imprese; e la società civile, a sua volta, comprende sia realtà laiche sia realtà religiose. Il riconoscimento del ruolo di ciascuno di questi attori all’interno della cooperazione internazionale, secondo noi, rappresenta un principio essenziale e democratico. Tuttavia, è necessario essere consapevoli delle differenze tra i soggetti coinvolti. La logica operativa di un’organizzazione non governativa è profondamente diversa da quella di un’impresa. Ciononostante, è fondamentale collaborare, perché la sfida di conciliare giustizia e interesse risiede proprio nella capacità di fare sistema, nell’essere un “sistema Italia” che trova il proprio riferimento nella Costituzione.
Dobbiamo essere portatori dei risultati positivi della nostra civiltà italiana ed europea, i valori e le pratiche del progresso, dell’uguaglianza, della democrazia, della ricerca della felicità, del welfare, i diritti dell’uomo, lo Statuto dei lavoratori; ma anche delle sofferenze che abbiamo causato, il deserto chiamato pace, il colonialismo, lo schiavismo, lo sfruttamento, la venalità, il fascismo e il nazismo, la shoah, il male assoluto.
La cooperazione internazionale, in molti contesti, nonostante tutti i suoi limiti, rappresenta l’unica forma di welfare disponibile. Basta spostarsi al di fuori dell’Europa per constatare come diritti fondamentali, quali l’accesso alle cure mediche, all’istruzione e alla libertà di espressione, non siano garantiti. Da questo punto di vista, credo che il welfare sia anche il vero modo di redistribuire e il vero modo di fare giustizia.
Un ulteriore aspetto da considerare riguarda la necessità, per il mondo della cooperazione, di evitare derive corporative. Non è solo un problema legato alle imprese; tutti gli attori della cooperazione devono prestare attenzione. Mi riferisco, per esempio, alle negoziazioni con il governo italiano. In questo senso, il Piano Mattei rappresenta un’opportunità significativa. Abbiamo dimostrato apertura e fiducia, ma restano molte perplessità in merito alla trasparenza sulle procedure e agli interessi che esso persegue.
Un altro elemento di riflessione riguarda la paura, che costituisce forse la cifra distintiva del nostro tempo: paura del futuro, perché incerto, e paura del mondo, da cui ci vogliamo difendere con i muri e con il filo spinato; un mondo da cui vorremmo, come dire, chiuderci in una corazza che non farà altro che toglierci respiro, capacità di muoverci e di vedere lontano. Qual è, allora, il ruolo della cooperazione? Essa deve testimoniare che non si deve temere il mondo, ma piuttosto aprirsi a esso. Se esistono soluzioni ai problemi attuali, esse saranno necessariamente globali, altrimenti non saranno soluzioni.
Infine, un concetto chiave nella relazione tra giustizia e interesse è quello del riconoscimento dell’altro. La cooperazione non può limitarsi alla semplice coprogettazione o cogestione di interventi, ma deve riconoscere e sostenere la responsabilità e il protagonismo delle comunità nella quali operiamo.
Marco Caselli – Vorrei inserire su questa tua ultima considerazione una domanda conclusiva. Abbiamo detto che, in fondo, giustizia significa anche riconoscere la dignità di ogni individuo e rispettarla. Quindi, la mia domanda è: dal tuo punto di vista, la cooperazione odierna rappresenta realmente un modello di collaborazione paritaria? In altre parole, ti sembra che oggi i cosiddetti Paesi in via di sviluppo siano riconosciuti e trattati come veri partner o, viceversa, siano solo destinatari passivi della nostra assistenza?
Ivana Borsotto – Credo fermamente che il concetto di partenariato e reciprocità sia centrale, e costitutivo, nella cooperazione internazionale. Se penso ai soci della FOCSIV e a molte altre esperienze con cui collaboriamo, vedo un approccio improntato a questi principi. Chi opera nella cooperazione sa bene che non è l’Africa ad avere bisogno dell’Europa, ma che la situazione si sta progressivamente invertendo. Forse lo capiremo tra qualche anno, ma è l’Europa ad avere bisogno dell’Africa. Da questo punto di vista è fondamentale il senso della reciprocità e del fatto che stiamo sulla stessa barca, capire che non c’è qualcuno che si china in un atto di bontà assoluto nei confronti di qualcun altro. Chi lavora in questo ambito è consapevole che siamo liberi, ma non siamo padroni. Conosciamo cosa significhi essere ospiti in altri Paesi. Naturalmente, esistono ancora situazioni in cui si adottano approcci unilaterali, ma sono eccezioni: questa logica è ormai superata. Basti pensare alla reazione dell’Unione Africana alla presentazione del Piano Mattei nel Parlamento italiano: è stata una reazione molto severa, con l’esplicita affermazione che sarebbe stato “auspicabile” essere coinvolti in tutto il processo. Questo vale tanto per le Istituzioni internazionali quanto per le singole comunità locali.
Oggi, la coprogettazione e la cogestione dei progetti sono elementi imprescindibili della cooperazione. Senza di essi, la cooperazione perderebbe il proprio significato.
Bibliografia
Autori
Marco Caselli, Università Cattolica del Sacro Cuore (marco.caselli@unicatt.it)
Ivana Borsotto