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Fascicolo 2023, 1 – Gennaio-Marzo 2023
Prima pubblicazione online: Marzo 2023
ISSN 2784-8884
DOI 10.26350/dizdott_000117
di Aldo Pigoli
Abstract:
ENGLISH
Le risorse naturali di cui il continente africano è ampiamente dotato hanno storicamente rappresentato uno dei principali fattori di ritardo nello sviluppo politico ed economico di molti Paesi. Questo paradosso, principalmente legato a malgoverno e interessi economici predatori, ha fatto sì che le risorse africane abbiano stimolato e protratto nel tempo guerre civili e conflitti armati su base regionale. Tuttavia, proprio le materie prime possono costituire il fulcro sul quale costruire le fondamenta per uno sviluppo pacifico ed in grado di dare benessere e dignità ai popoli africani.
Parole chiave: Bene comune, Conflitti, Integrazione, Pace, Sfruttamento, Sviluppo
ERC: SH1_3; SH1_12; SH2_3; SH2_ 5; SH3_2 - Nell’ambito di SPS 14/B2
ITALIANO
The African continent is rich in every natural resource. This element has historically represented one of the main factors of delay in the political and economic development of many countries. A paradox by itself, linked to bad governance and predatory economic interests, that has been witnessing the birth and prolongation of civil wars and armed conflicts on a regional basis. However, in the next future, raw materials could lay down the foundations for a peaceful development capable of giving well-being and dignity to the African peoples.
Keywords: Common good, Conflicts, Integration, Peace, Exploitation, Development
ERC: SH1_3; SH1_12; SH2_3; SH2_ 5; SH3_2 - Nell’ambito di SPS 14/B2
Il crescente interesse internazionale per il continente africano e le sue risorse
Il continente africano è considerato da molti esperti delle relazioni internazionali l’area che maggiormente contribuirà allo sviluppo economico futuro del sistema globale. Ciò è dovuto principalmente all’enorme e ancora scarsamente sfruttata dotazione di risorse naturali. L’Africa è il secondo continente per dimensioni geografiche (30,4 milioni di Km2), e la maggior parte dei Paesi che lo compongono dispone di un potenziale produttivo elevato di materie prime agricole, minerarie ed energetiche. Gli attori economici internazionali, siano essi multinazionali private o grandi aziende a controllo pubblico, guardano al continente africano come ad un grande bacino di commodity utili al proprio sviluppo industriale, commerciale e urbano. Ciò ha messo in evidenza la persistenza di un modello di sfruttamento caratterizzato prevalentemente da un gioco a somma zero, in cui i popoli africani sono sistematicamente depredati delle proprie risorse a vantaggio dello sviluppo di attori europei, nordamericani e asiatici. Nel 1965, Papa Paolo VI, a conclusione del Concilio Vaticano II, tenutosi in piena epoca di accesso all’indipendenza da parte delle colonie degli imperi europei, sosteneva: «I Paesi in via di sviluppo o appena giunti all’indipendenza desiderano partecipare ai benefici della civiltà moderna non solo sul piano politico ma anche economico, e liberamente compiere la loro parte nel mondo; invece cresce ogni giorno la loro distanza e spesso la dipendenza anche economica dalle altre nazioni più ricche, che progrediscono più rapidamente» (Gaudium et spes, 9).
I paradossi del continente africano: tanta terra, poco cibo
Nel corso degli ultimi decenni il continente africano, storicamente caratterizzato da una bassa densità demografica, con l’eccezione di alcuni territori, ha sperimentato una significativa crescita della popolazione, passata da poco meno di 230 milioni di persone nel 1950, agli attuali 1,4 miliardi di abitanti, con un incremento rilevante del peso del continente sul totale della popolazione mondiale (dal 9% al 17,5% del totale). Tale evoluzione ha radicalmente modificato lo scenario relativo alla capacità del sistema africano di produrre adeguate risorse alimentari per sostenere il rapido incremento demografico.
Nonostante le potenzialità di cui dispongono i Paesi africani in termini di terra e risorse idriche, la capacità produttiva a livello alimentare è infatti deficitaria: stando ai dati della Food and Agricolture Organization (FAO), in Africa si produce solo il 3,6% del grano a livello mondiale, il 7,5% del mais, il 4,3% di riso e solo Egitto, Etiopia e Nigeria sono in grado di produrne quote significative. Molti Paesi africani sono importatori netti di prodotti alimentari e subiscono le forti oscillazioni dei prezzi sui mercati internazionali, così come le continue crisi climatico-ambientali. La situazione alimentare in varie regioni africane è drammatica: se la media di persone malnutrite nel continente è di una su cinque (più del doppio della media mondiale), in Africa centrale oltre il 30% della popolazione non raggiunge sufficienti livelli alimentari.
Nel 1961, Papa Giovanni XXIII esortava ad uno «sviluppo graduale e armonico del sistema economico […] fra tutti i settori produttivi; occorre cioè che nel settore agricolo siano realizzate le innovazioni concernenti le tecniche produttive, la scelta delle colture e le strutture aziendali che il sistema economico, considerato nel suo insieme, permette o sollecita; e che siano realizzate, quanto più è possibile, nelle debite proporzioni rispetto al settore industriale e dei servizi» (Mater et magistra, 116). Un monito, espresso in piena fase di decolonizzazione dei popoli africani, che oggi suona quanto mai d’attualità, vista la limitata propensione delle leadership africane a muovere verso l’integrazione tra i vari settori produttivi e la diversificazione delle produzioni ed esportazioni.
La crescente rilevanza di minerali e idrocarburi
Un discorso non dissimile è quello che riguarda la produzione mineraria, incluse le risorse energetiche quali idrocarburi e carbone.
Pur essendo ricco di giacimenti e al centro di una crescente domanda a livello internazionale, il continente africano copre solo il 5,5% della produzione mineraria a livello mondiale, con circa 1 miliardo di tonnellate metriche annuali. Va inoltre considerato che circa un terzo della produzione proviene dall’area nordafricana e che, relativamente a tutto il continente, l’80% dell’output riguarda gli idrocarburi.
Paradossalmente, alcuni Paesi africani ospitano la gran parte delle riserve di minerali di fondamentale importanza per le filiere produttive internazionali, quali: oro (40% delle riserve di oro a livello mondiale), cromo e platino (90% del totale). La Repubblica Democratica del Congo (RDC), tra i Paesi con la maggior dotazione di materie prime al mondo, produce oltre il 60% del cobalto e, congiuntamente al confinante Ruanda, una quota rilevante di tantalite, entrambi componenti strategici per l’industria dei microchip e non solo. Discorso analogo per manganese e bauxite, della quale la Guinea produce il 60% del totale mondiale. Inoltre, in Africa sono già state scoperte significative quantità di Rare Earth Elements (REE, le cosiddette “Terre Rare”), oggi indispensabili per la produzione di molte apparecchiature elettroniche, ottiche, magnetiche e catalitiche. Da questo punto di vista, in ottica futura, il continente africano potrebbe rappresentare un’alternativa strategica rispetto alle forniture cinesi che, soprattutto per i Paesi europei, contribuiscono alla quasi totalità del fabbisogno di approvvigionamenti, aspetto questo che comporta una pericolosa dipendenza in chiave geopolitica.
Il continente africano è altresì ricco di petrolio e gas naturale. Soprattutto quest’ultimo sta acquisendo crescente rilevanza, sia per far fronte ai recenti scenari geopolitici, vedi crisi Ucraina e sganciamento europeo dalle forniture russe, sia per soddisfare il crescente fabbisogno energetico interno, trainato dall’incremento demografico, economico e urbanistico di molti Paesi africani. Nel continente africano si sta verificando una crescente ondata di investimenti e attività esplorative, che si stima faranno crescere sia la produzione che il ruolo geoeconomico di molti Paesi africani. Detto ciò, considerando che oggi la quasi totalità della produzione di idrocarburi in Africa è destinata ai mercati esteri, emerge una questione sempre più rilevante per lo sviluppo del continente: si stima che in molti Paesi africani il fabbisogno di energia potrebbe più che raddoppiare nei prossimi decenni, lasciando le leadership africane di fronte a scelte difficili rispetto a come allocare asset strategici per l’aumento degli introiti finanziari senza creare ulteriori deficit di accesso all’energia (basti pensare che in Africa subsahariana, nelle aree rurali 3 abitanti su 4 utilizzano per cucinare, riscaldarsi e lavorare fonti energetiche tradizionali, quali legno e carbone da foresta, nonché rifiuti, con un evidente grave impatto dal punto di vista dell’inquinamento (Pigoli, 2022).
La dipendenza dalle materie prime
La grande rilevanza del settore primario in buona parte delle economie dei Paesi africani ha da sempre costituito un fattore in grado di generare importanti risorse economico-finanziarie, grazie alle revenue provenienti dalle esportazioni, ma, contemporaneamente, ha contribuito a creare tutta una serie di criticità e conflitti di varia natura.
Se nel corso degli ultimi anni la percentuale di export legata alle commodity è andata diminuendo, anche grazie alla progressiva diversificazione produttiva sperimentata da alcune economie continentali, il numero di Paesi che manifesta un livello di dipendenza elevato è andato aumentando, con ben 45 Paesi su 54, oltre l’80% del totale.
Tabella 1
Dipendenza dalle commodity in Africa
Fonte: State of Commodity Dependence 2021
United Nations Conference on Trade and Development (UNCTAD), October 2021
Ciò ha limitato fortemente la capacità di sviluppo non solo economico, ma anche politico-sociale del continente africano, portando all’affermazione di modelli di cosiddetto Rentier State caratterizzati da regimi autoritari e antiliberali e leadership cleptocratiche.
La dipendenza dalle materie prime in molti casi ha inoltre rallentato o addirittura inibito il processo di transizione economica verso una maggior diversificazione produttiva a favore dei settori manifatturiero e dei servizi, spesso impedendo di fatto la mobilità socioeconomica e la redistribuzione della ricchezza. Ciò va contro alcuni dei principi cardine della dottrina sociale della Chiesa in ambito socioeconomico: «Il benessere economico di un Paese non si misura esclusivamente sulla quantità di beni prodotti, ma anche tenendo conto del modo in cui essi vengono prodotti e del grado di equità nella distribuzione del reddito, che a tutti dovrebbe consentire di avere a disposizione ciò che serve allo sviluppo e al perfezionamento della propria persona» (Compendio della dottrina sociale della Chiesa, 2004, 303).
Gestione delle risorse e conflitti
Considerando questi aspetti, risulta evidente che la persistente rilevanza delle risorse naturali nelle economie africane, essendo stata fino ad oggi caratterizzata da una cattiva e inefficiente gestione delle stesse, abbia prodotto effetti rilevanti anche sotto il profilo della diffusione e continuazione dei conflitti sociopolitici a livello interno, spesso caratterizzati da manifestazioni di violenza armata se non di vera e propria ribellione, così come di tensioni e guerre di natura interstatale, in un’ottica di competizione regionale spesso eterodiretta da interessi internazionali.
Non è un caso che Paesi dipendenti dalle materie prime si trovino ai più bassi livelli dello sviluppo umano e che negli stessi si assista alla persistente presenza di conflitti armati.
Tabella 2
Sviluppo umano, dipendenza dalle risorse e conflitti
Elaborazione dell’autore su dati delle seguenti fonti: Human Development Report 2021-22, United Nations Development Programme (UNDP), September 2022; State of Commodity Dependence 2021, United Nations Conference on Trade and Development (UNCTAD), October 2021; Conflict Barometer 2021, Heidelberg Institute for International Conflict Research (HIIK), March 2022.
Dei 20 Paesi con i livelli di indice di sviluppo umano (ISU/HDI) più bassi al mondo, secondo quanto calcolato dallo United Nations Development Programme (UNDP), 18 sono in Africa subsahariana.
Ciò in stridente contrasto con quanto auspicato da Papa Giovanni XXIII, quando, riferendosi ai Paesi in fase di sviluppo economico, faceva presente la necessità di una cooperazione internazionale che «contribuisca a far sì che i paesi meno provvisti di beni pervengano, nel tempo più breve possibile, ad un grado di sviluppo economico che consenta ad ogni cittadino di vivere in condizioni rispondenti alla propria dignità di persona» (Pacem in terris, 1963, 65).
Dei succitati Paesi, oltre la metà ha vissuto nel corso del 2021 (ultimo anno di cui si hanno dati certificati), contesti di guerra o guerra limitata, ossia con livelli di intensità di 4 o 5 su 5, secondo i parametri del Conflict Barometer dell’Heidelberg Institute for International Conflict Research (HIIK). Uno scenario che ci deve ricordare le parole di Giovanni Paolo II quando richiamava all’esigenza della riconciliazione tra i popoli, al fine di evitare che il continente africano e il mondo intero divenissero campi di battaglia «dove contano solo gli interessi egoistici e dove regna la legge della forza, che allontana fatalmente l’umanità dall’auspicata civiltà dell’amore» (Ecclesia in Africa, 1995, 79).
L’esempio della Repubblica Democratica del Congo
Nelle regioni orientali della RDC, in particolar modo nelle province del Nord e del Sud Kivu, i conflitti armati non vedono soluzione di continuità da trent’anni. Ricca di materie prime minerarie, quali oro, cassiterite, coltan, diamanti e wolframio, per citarne alcune, il controllo di quest’area è stato oggetto di costante competizione tra le autorità statali e gruppi armati locali, a varie riprese sostenuti e armati dai governi dei Paesi limitrofi, in particolar modo da quello ruandese. Tutto questo, all’interno di un sistema della globalizzazione economica in cui varie aziende multinazionali occidentali e non hanno cercato di trarre beneficio dalle situazioni di instabilità per accedere più facilmente a risorse strategiche per le proprie filiere produttive. Il tutto a discapito della capacità del popolo congolese di affermare la sostanziale sovranità sulle proprie risorse, al fine di perseguire in maniera autonoma la strada del progresso e dello sviluppo.
Nel corso della sua visita in Africa centrale, il 31 gennaio 2023, dopo essere giunto nella capitale della RDC, Kinshasa, Papa Francesco ha espresso una ferma condanna: «Giù le mani dall’Africa! Basta soffocare l’Africa: non è una miniera da sfruttare o un suolo da saccheggiare» (Discorso alle autorità, alla società civile e al corpo diplomatico).
Già nell’enciclica dedicata al rapporto tra essere umano e ambiente naturale, Papa Bergoglio aveva apostrofato l’approccio predatorio verso le risorse naturali: «se noi ci accostiamo alla natura e all’ambiente senza questa apertura allo stupore e alla meraviglia, se non parliamo più il linguaggio della fraternità e della bellezza nella nostra relazione con il mondo, i nostri atteggiamenti saranno quelli del dominatore, del consumatore o del mero sfruttatore delle risorse naturali, incapace di porre un limite ai suoi interessi immediati» (Laudato si’, 2015, 11).
C’è speranza per la pace in Africa?
Povertà, sottosviluppo, marginalità economica, instabilità politica e conflitti armati sono tutte parole chiave sulle quali si è andata affermando la narrazione negativa del continente africano. Tuttavia, negli ultimi trent’anni un numero crescente di Paesi africani ha sperimentato tassi di crescita economica sostenuti e costanti, stabilità politico-istituzionale basata sull’affermazione dei processi democratici, riduzione o contenimento di molte situazioni di conflitto armato.
Pace e convivenza tra i popoli africani sono oggi sempre più una realtà e in molti contesti hanno iniziato a prevalere forme di cooperazione rispetto ad antagonismo e competizione.
Il processo di integrazione politica, economica e della sicurezza, che i Paesi africani stanno portando avanti all’interno del sistema dell’Unione Africana, sta perseguendo con successo la medesima strada intrapresa dai Paesi dell’Unione Europea, generando sviluppo e limitando i conflitti.
L’Agenda 2063 dell’Unione Africana ha come obiettivo «to transform Africa from simply being a raw materials supplier for the rest of the world to a continent that actively uses its own resources to ensure the economic development of Africans» (African Union “Agenda 2063”).
Si tratta di una sfida di straordinaria importanza, incentrata sulle risorse naturali, che fino ad oggi hanno rappresentato paradossalmente più un “vulnus” che un fattore di crescita e sviluppo pacifici. Proprio da una gestione condivisa, integrata e responsabile dell’enorme patrimonio di risorse del continente, può scaturire l’affermazione autonoma dei popoli africani e dei loro Paesi, in un contesto di progressiva pacificazione e con un ritorno positivo per tutta la comunità internazionale. Una scommessa complessa, che passa attraverso un percorso irto di ostacoli e asperità, ma non per questo impraticabile, soprattutto se la comunità africana riceverà il sostegno internazionale, attraverso un radicale cambio di paradigma nelle relazioni politiche ed economiche, come più volte auspicato dalla dottrina sociale della Chiesa e in ultimo sostenuto da Papa Francesco, che nel 2013 indicava come «una pace, che non sorga come frutto dello sviluppo integrale di tutti, non avrà nemmeno futuro e sarà sempre seme di nuovi conflitti e di varie forme di violenza» (Evangelii gaudium, 219).
Bibliografia
• Allison S. (2020), Conflict is still Africa’s biggest challenge in 2020, ISS Today, Institute for Security Studies, 6 January.
• Giro M. (2020), Guerre nere. Guida ai conflitti nell’Africa contemporanea, Guerini e Associati.
• Palik J., Rustad S. A., Methi F. (2020), Conflict Trends in Africa, 1989–2019, PRIO paper, Conflict Trends, Oslo, Peace Research Institute Oslo.
• Pigoli A. (2022), La gestione delle risorse naturali nel continente africano: dinamiche di sfruttamento e potenzialità di sviluppo, in A. Plebani, Dinamiche geopolitiche contemporanee. Ce.St.In.Geo. geopolitical outlook 2022, CRiSSMA Working Paper n° 28, EDUCatt.
• Ross M. (2015), What Have We Learned about the Resource Curse?, «Annual Review of Political Science», Vol. 18, 239-259.
Autore
Aldo Pigoli, Università Cattolica del Sacro Cuore (aldo.pigoli@unicatt.it)