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Dizionario di dottrina
sociale della Chiesa

LE COSE NUOVE DEL XXI SECOLO

Fascicolo 2025, 3 ‒ Luglio-Settembre 2025

Prima pubblicazione online: Settembre 2025

ISSN 2784-8884

DOI 10.26350/dizdott_000194

Impresa pubblica e cooperazione allo sviluppo. Italia e Africa tra esperienza storica e attualità State-owned enterprise and development cooperation. Italy and Africa between historical experience and present day

di Maurizio Romano

Abstract:

ENGLISH

Alla luce degli elementi di ispirazione ideale provenienti dalla cura riservata dal Magistero ai temi dello sviluppo e della solidarietà internazionale, il contributo ripercorre i tratti essenziali e le principali implicazioni economiche, culturali e produttive del sistema di collaborazione instaurato nei decenni del secondo dopoguerra dalle imprese pubbliche italiane Iri ed Eni nei confronti dei Paesi africani. A partire dagli spunti offerti dall’esperienza storica, l’articolo si conclude con una riflessione sull’attualità dei rapporti Italia-Africa segnata dall’attuazione del Piano Mattei.
Questo articolo intende contribuire alla riflessione nell’ambito del Piano Africa, Università Cattolica del Sacro Cuore.

Parole chiave: Eni, Iri, Africa, Sviluppo, Cooperazione, Impresa pubblica, Italia
ERC: SH6_8

ITALIANO

In light of the teachings of the Magisterium on issues of development and international solidarity, the article outlines the essential characteristics and main economic, cultural and productive implications of the system of collaboration established in the decades following the Second World War by the Italian public companies IRI and ENI with African countries. Starting from the insights offered by historical experience, the article concludes with a reflection on the current state of Italy-Africa relations, marked by the implementation of the Mattei Plan.
This article aims to contribute to the reflection within the Africa Plan, Università Cattolica del Sacro Cuore.

Keywords: Eni, Iri, Africa, Development, Cooperation, State Enterprise, Italy
ERC: SH6_8

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Decolonizzazione e rinnovato interesse italiano per l’Africa

Dalla metà degli anni Cinquanta del Novecento, in uno scenario globale segnato dalle contrapposizioni della Guerra fredda e dal declino dei sistemi coloniali, il tentativo di riaffermazione del prestigio internazionale dell’Italia veniva a intrecciarsi a doppio filo con il protagonismo assunto dalle realtà in via di sviluppo. Mentre le priorità della politica estera nazionale si snodavano lungo i binari tracciati dalla fedeltà atlantica e dal processo di integrazione europea, l’interesse italiano per i Paesi di recente indipendenza riacquistava vigore, muovendosi nell’ambito di una strategia di progresso comune dei popoli mediterranei e di ascolto delle istanze di emancipazione economica delle nazioni emergenti. Fu in questa fase che importanti settori della classe dirigente italiana e del mondo della società, della cultura e dell’economia nazionale guardarono con crescente attenzione alla svolta rappresentata dal processo di decolonizzazione, contribuendo all’articolazione di iniziative di cooperazione allo sviluppo che fuoriuscivano dalle tradizionali direttrici dell’assistenza agli ex possedimenti africani per assumere dimensioni e significati sempre più ampi (Borruso 2015).

Insistendo sulla propria specificità di partner occidentale libero da intenti neocolonialisti, l’Italia si avviava a sostenere la proiezione delle sue aziende verso mercati ricchi di materie prime, incoraggiandone l’espansione commerciale e industriale. In simile contesto, un ruolo centrale fu giocato dalle colonne del sistema delle partecipazioni statali, l’Istituto per la ricostruzione industriale (Iri) e l’Ente nazionale idrocarburi (Eni). In virtù della loro funzione cardine di grandi imprese pubbliche e di protagoniste delle politiche per lo sviluppo del Mezzogiorno, Iri ed Eni si proponevano quali interlocutori privilegiati delle giovani realtà africane in cui la carenza di iniziativa privata assegnava all’intervento statale una funzione decisiva di motore della crescita, ponendosi al centro di una fitta trama di legami geostrategici ed economici che offre ancora oggi significativi spazi di approfondimento. Se per quanto concerne l’Iri davvero poco sappiamo difatti a riguardo, anche l’azione africana dell’Eni, la cui influenza sulla definizione della politica estera italiana è ormai da tempo oggetto di notevole considerazione storiografica, lascia tuttora aperte ampie possibilità di indagine, a maggior ragione alla luce del fondamentale carattere di attualità rivestito dall’importanza di una azione pubblica consapevole, culturalmente fondata e lungimirante nell’impostazione dei rapporti con le realtà in via di sviluppo.

Imprese pubbliche e classe politica

Spinte dal rinnovato interesse per l’Africa, le imprese italiane a partecipazione statale esercitarono dunque una pressione significativa sulle forze di governo, affinché lavorassero al consolidamento dei rapporti con le realtà del continente. Se il rilievo della posta in gioco per i destini economici del Paese imponeva un confronto costante con la sfera politica, molteplici occasioni di contatto erano assicurate dalla nutrita presenza ai vertici delle aziende pubbliche di un management di estrazione cattolica, accomunato da ragioni biografiche, ideali o di appartenenza associativa a vari esponenti primari della dirigenza democristiana.

Si trattava di posizioni che trovavano particolare riscontro presso le correnti di sinistra del partito, le principali sostenitrici sul piano politico della proiezione italiana negli scacchieri africano e mediorientale. Partecipando alle iniziative di cooperazione multilaterale, i governi democristiani accedevano a una maggiore visibilità internazionale, consolidando sul fronte interno la manovra di avvicinamento all’area socialista sui temi della pace e del contrasto alla povertà, preparando la svolta del Centro-sinistra.

Basti pensare, nel caso dell’Eni, a una figura come Ezio Vanoni o alle iniziative condotte da Giorgio La Pira, instancabile promotore del dialogo Nord-Sud, oppure ancora alla linea di apertura diplomatica alle istanze terzomondiste perseguita da Giovanni Gronchi dopo la sua elezione al Quirinale. Centrale fu poi l’azione di Amintore Fanfani, più volte presidente del consiglio e ministro degli esteri, nonché unico italiano a presiedere l’Assemblea dell’Onu (1965-66), fautore di un ruolo cardine delle imprese pubbliche nel consolidamento dei rapporti tra Roma e le nazioni afro-asiatiche. Altrettanto emblematica, tra le altre, anche la figura di Aldo Moro, il cui duplice incarico (1969-74) alla guida degli Esteri incise in profondità sull’orientamento italiano verso le aree emergenti, puntando sulla funzione mediatrice del Paese nel quadrante mediterraneo (Calandri 2013).

Il Magistero pontificio

L’atteggiamento di disponibilità alla cooperazione economica e interculturale che contraddistingueva diverse anime della sinistra DC traeva significativi elementi di ispirazione dai fermenti di novità che attraversavano il mondo cattolico, sulla scia delle sollecitazioni conciliari e della cura riservata dal magistero di Giovanni XXIII e Paolo VI alle questioni dello sviluppo.

L’attenzione ai problemi del Sud del mondo si era manifestata con evidenza già con Pio XII, come testimoniava l’impulso alla africanizzazione delle gerarchie e allo sviluppo delle chiese locali sancito dalla Fidei donum (1957). L’universalità del Concilio Vaticano II e i pronunciamenti della Mater et magistra (1961) e della Pacem in terris (1963) posero quindi accento indelebile sull’iniquità dei modelli di sfruttamento dei Paesi poveri, riaffermando la centralità del rapporto solidale tra nazioni in via di sviluppo e realtà avanzate, esortando queste ultime a rafforzare le iniziative finalizzate a ridurre il divario con i Paesi in ritardo sulla via del benessere e contribuire a diffondere su scala globale condizioni di vita rispondenti alla dignità umana.

Con Paolo VI l’interesse per l’Africa divenne quindi un tratto distintivo del pontificato, mentre la svolta decolonizzatrice aveva ormai assunto il carattere di snodo epocale per tutta la Chiesa. Dal discorso pronunciato all’Onu (1965), all’insegnamento cardine dello sviluppo «nuovo nome della pace» ribadito nella Populorum progressio (1967), fino alla lettera apostolica Africae terrarum (1967) e al primo viaggio in terra africana di un pontefice (1969), a trovare definitiva affermazione erano il rispetto per i valori della tradizione africana, la fiducia nelle potenzialità del continente e la necessità dell’azione solidale tra i popoli per la realizzazione di un cammino di progresso comune.

Papa Montini ebbe modo di apprezzare direttamente il lavoro svolto in Africa dalle imprese pubbliche italiane, ricevute più volte in udienza a chiusura delle iniziative di formazione professionale che portavano ogni anno in Italia centinaia di tecnici provenienti dai Paesi in via di sviluppo. Paolo VI era inoltre legato da un rapporto di reciproca stima con Enrico Mattei, sin dai tempi del suo episcopato milanese, durante il quale poté maturare un’esperienza concreta sia del ruolo assunto dall’Eni nell’industrializzazione del Nord Italia, sia delle ragioni ideali che guidavano Mattei nel presenziare a iniziative come quella del Comitato per le nuove chiese per i quartieri periferici di Milano (Ai dirigenti, funzionari e maestranze dell’Eni, 29 maggio 1964). Per le sue implicazioni sulla rete di rapporti tra imprenditoria pubblica e vertici ecclesiastici, non va infine trascurata la vicinanza di papa Montini agli ambienti dell’Università Cattolica, dalle cui fila provennero diversi protagonisti di primo piano delle relazioni italo-africane (Bocci 2017).

Eni, Iri e continente africano

La spinta propulsiva al processo di internazionalizzazione dell’Eni si ebbe in concomitanza con il progressivo esaurimento delle riserve padane di metano, fondamento delle fortune post-belliche dell’Agip, mentre i tentativi esplorativi condotti dall’azienda nel Centro-Sud Italia andavano mostrando la loro insussistenza. Per l’impresa fondata nel 1953 da Mattei si apriva dunque la sfida capitale per la conquista di uno spazio operativo nelle aree di estrazione della materia prima, così da accedere a forme stabili di approvvigionamento, supportare il crescente fabbisogno energetico nazionale e allentare la dipendenza italiana dalle compagnie del cartello petrolifero mondiale. La linea terzomondista dell’ente petrolifero di Stato prendeva quota sulla costruzione di una solida rete di relazioni di amicizia con le realtà mediterranee e mediorientali, conoscendo il suo punto di svolta in occasione della crisi di Suez (1956), che accelerando il declino del sistema coloniale franco-britannico creava le condizioni favorevoli all’inserimento di nuovi protagonisti sui teatri africani. La sua attuazione segnò pertanto un capitolo cruciale del riposizionamento economico-politico internazionale dell’Italia nei decenni considerati, così come dell’aspra contrapposizione con le majors mondiali del petrolio che incise in profondità sulle vicende dell’Eni (e probabilmente sulla tragica scomparsa di Mattei).

In ambito Iri l’esigenza di una presenza più strutturata negli scenari in via di sviluppo si profilò invece dai primi anni Sessanta, quando il sopraggiungere di alcuni segnali congiunturali di rallentamento dell’economia italiana dopo l’intensa crescita del boom economico riportava all’ordine del giorno l’urgenza di una più sistematica azione di penetrazione estera. Considerate alla luce della cronica esposizione dell’Istituto alle fluttuazioni del mercato interno, le opportunità di collaborazione industriale offerte dai piani di sviluppo varati da diversi stati afro-asiatici di recente indipendenza rappresentavano un’occasione propizia, che avrebbe permesso alle imprese Iri di far fronte alla duplice sfida legata ai ripiegamenti dell’economia nazionale e alla forte concorrenza straniera sulle piazze europee, a patto di guardare alle aree emergenti del pianeta quale obiettivo strategico di lungo periodo per il collocamento dei propri servizi, impianti e prodotti (Romano 2023).

I fondamenti della strategia africana

Avviata grazie agli accordi stipulati nel 1957 con Iran ed Egitto, la linea terzomondista dell’Eni coglieva con tempestività le istanze di emancipazione economica degli stati emergenti, dando corpo all’innovativo principio che riconosceva ad essi il diritto di cooperare alla valorizzazione delle proprie risorse energetiche, tramite la partecipazione alla gestione dei relativi processi di estrazione, lavorazione e distribuzione. L’elemento più noto della “Formula Mattei” prevedeva l’adozione di un nuovo modello di distribuzione degli utili dell’industria petrolifera che, puntando al superamento del vigente sistema del fifty-fifty, riconosceva alla nazione detentrice delle risorse i tre quarti degli eventuali profitti complessivi. Altro fattore di impatto sui governi africani era la creazione di società consociate locali nei vari segmenti della filiera produttiva, ai cui vertici veniva posto un consiglio di amministrazione composto in pari numero da rappresentanti dell’azienda italiana e membri di designazione autoctona. Come testimoniavano le intese siglate, ad esempio, con Marocco, Tunisia ed Egitto, praticando tale approccio l’Eni andava incontro a una delle esigenze più sentite dalle classi dirigenti africane, i cui programmi di modernizzazione economica erano ostacolati dalla forte penuria interna di competenze tecnico-manageriali.

In questo settore, fiore all’occhiello dell’ente era la Scuola di studi superiori sugli idrocarburi di San Donato Milanese, business school di caratura internazionale fondata nel 1957. Nel primo decennio di attività la Scuola ospitò oltre 400 studenti, con una folta presenza di laureati provenienti dai Paesi africani (in particolare Egitto ed Etiopia), ai quali l’istituto mirava a fornire esperti di alto profilo da impiegare nei comparti chiave delle rispettive economie, facendone autorevoli portatori di sentimenti di amicizia verso l’Italia e le sue imprese. L’apporto fornito dall’istituto milanese trovava riconoscimento anche nelle parole pronunciate da Paolo VI in occasione dell’incontro con i corsisti del 1968, circostanza in cui il pontefice ribadiva come il servizio da esso prestato fosse «una delle forme più efficaci e più notevoli per promuovere la causa del progresso, della fratellanza e della pace» (Agli allievi della scuola post-universitaria “Enrico Mattei, 27 giugno 1968).

Per ciò che concerne l’Iri dei primi anni Sessanta, sebbene l’Africa costituisse un mercato ancora sprovvisto di un approccio coordinato a livello di Gruppo, il potenziale rappresentato dai progetti di sviluppo promossi dagli stati del continente rendeva inderogabile l’attuazione di uno sforzo di promozione a lungo termine. A derivarne fu la creazione di una apposita divisione aziendale cui affidare l’analisi dei mercati emergenti, il potenziamento delle funzioni di consulenza tecnica e supporto alla contrattazione internazionale, puntando al consolidamento delle capacità di progettazione e di esportazione di impianti industriali complessi. Differenziandosi dall’Eni per la mancata partecipazione a joint ventures con partner africani, l’altro aspetto di urgente considerazione per i vertici Iri riguardava la scarsa disponibilità di esperti da inviare all’estero con incarichi di supervisione di progetti di modernizzazione economica a supporto dei governi interessati, verso cui indirizzare gli sforzi di coinvolgimento delle imprese della holding.

La costruzione di impianti industriali

Un decisivo fattore di consolidamento della componente africana di entrambi i gruppi fu perciò rappresentato dall’alto livello di competitività internazionale raggiunto nel campo della progettazione e realizzazione di grandi impianti integrati, settore in cui fu determinante l’attività di assistenza tecnica, fornitura e montaggio di attrezzature svolta dalle controllate Saipem, Snam Progetti (Eni) e Italimpianti (Iri). Società di punta dei due enti nell’allestimento di raffinerie, siti petrolchimici, reti per la distribuzione di idrocarburi, così come di centrali idroelettriche, stabilimenti metallurgici e di altro tipo, queste realtà ottennero molteplici incarichi internazionali per impianti di notevole entità, molti dei quali ritagliati sulle specifiche esigenze produttive dei committenti africani.

Dalla fine degli anni Cinquanta, l’azione svolta da Saipem e Snam Progetti contribuì in maniera decisiva al rafforzamento della presenza Eni presso realtà come Egitto, Marocco, Tunisia, Ghana, Congo, Zambia, Tanzania e Libia. Particolarmente complessa ma fondamentale fu inoltre la collaborazione attuata con l’Algeria, culminata a inizio anni Ottanta nel completamento del gasdotto transmediterraneo, ancora oggi una delle infrastrutture energetiche strategiche per l’Italia. Per quanto riguarda l’Iri, il punto di svolta della strategia africana dell’ente fu rappresentato dagli accordi intervenuti con l’ex Congo belga (dal 1971 Zaire), che tra anni Sessanta e Settanta vide la partecipazione della controllata Italimpianti al consorzio italiano affidatario dei lavori per la grande centrale idroelettrica di Inga e del vicino polo siderurgico da realizzarsi sulle rive del fiume Congo.

La centralità del capitale umano

Tra le iniziative di supporto alla proiezione delle imprese pubbliche italiane verso l’Africa, un significato fondamentale fu attribuito alla formazione dei quadri manageriali e operativi nativi del continente, capace di suscitare forti aspettative sulle possibilità di coinvolgimento di una rinnovata classe dirigenziale autoctona nella gestione dei piani di rinascita economica nazionale. Tale opzione rappresentava una delle forme più congeniali al dispiegarsi della partecipazione italiana agli interventi di cooperazione internazionale, vista la cronica difficoltà del Paese a competere con le nazioni più avanzate in termini di stanziamenti da destinare ai progetti di carattere multilaterale.

Per quanto riguarda l’Iri, un ruolo centrale fu assegnato agli stage formativi annuali a favore del personale tecnico proveniente dai Paesi in via di sviluppo, che rispondevano alla volontà di stabilire un legame di collaborazione all’insegna del reciproco interesse economico, operando come anticamera della penetrazione industriale. L’impegno formativo dispiegato dall’Istituto ruotava attorno al tentativo di configurare un approccio ai temi della cooperazione tecnica che mettesse da parte ogni paradigma assistenzialistico, lasciando spazio alla attivazione di forme autonome di crescita endogena. All’inizio degli anni Settanta l’Iri poteva già avvalersi delle competenze acquisite in 8 edizioni di stage per specialisti stranieri, con la partecipazione di circa 900 allievi originari di 69 Paesi, oltre 300 dei quali in arrivo dall’Africa. Rivolgendosi ai corsisti all’udienza del giugno 1966, papa Paolo VI ribadiva la «grandissima consolazione» per il lavoro formativo dell’Istituto, che traduceva «in realtà una delle aspirazioni e sollecitudini più alte della Chiesa del tempo nostro, che non cessa di auspicare e incoraggiare [la] fraterna collaborazione fra i Paesi del mondo, a beneficio specialmente di quelli che sono incamminati […] sulla via dell’ordinato sviluppo tecnico ed economico» (Discorso in occasione del corso dell’Iri per i paesi in via di sviluppo, 18 giugno 1966).

Anche i corsi e i tirocini organizzati in Italia dalle società Eni furono frequentati da centinaia di addetti, tecnici, diplomati e laureati provenienti dall’Africa, in genere in forza alle consociate estere fondate dall’ente italiano in collaborazione con i Paesi di origine. Decisiva fu inoltre l’azione svolta dal personale italiano inviato all’estero, cui era affidata – come previsto, ad esempio, nelle intese con Egitto, Marocco, Tunisia, Nigeria, Libia, Tanganica e Ghana – la formazione delle maestranze autoctone e la condivisione del know how funzionale al passaggio di consegne nella conduzione degli impianti realizzati in Africa dal gruppo.

Obiettivi economici e risvolti etico-sociali: una prospettiva culturale

Il tema delle radici culturali della strategia della grande impresa pubblica italiana verso i Paesi emergenti tocca un altro fattore di inesplorata pregnanza storiografica, presentando molteplici punti di contatto con la costruzione dell’impianto teorico relativo agli indirizzi dell’intervento pubblico in economia e al ruolo propulsivo dell’azione statale nei processi di sviluppo delle aree arretrate.

I punti cardine di tale approccio si snodavano attorno allo status di enti di diritto pubblico delle holding italiane, di cui si mirava a valorizzare: la natura plurisettoriale (Iri) o l’elevata specializzazione (Eni); l’esperienza accumulata nei comparti di base essenziali per lo sviluppo; il carattere di imprese integrate in grado di contemperare il perseguimento di scopi sociali con l’adozione di criteri privatistici di efficienza; il consolidato possesso di competenze utilizzabili nella lotta all’arretratezza, maturato grazie al ruolo di protagoniste delle politiche di programmazione nel Sud Italia.

Le riflessioni condotte dai dinamici brain trust che facevano capo agli uffici studi di Eni e Iri trovarono inedite opportunità di applicazione proprio in relazione alle esigenze di internazionalizzazione dei rispettivi gruppi, avvalendosi della redazione di piani, studi e previsioni che fornivano la base informativa da cui attingere per la definizione di progetti industriali di portata globale. Da tali riflessioni traeva alimento il valore strategico delle attività aziendali di analisi e programmazione, utilizzate dai vertici delle due holding per consolidare l’autorevolezza delle proprie posizioni presso i circuiti della politica, le sedi di dibattito pubblico e nei confronti delle classi dirigenti e intellettuali dei Paesi africani.

Basti pensare all’influenza del lavoro svolto dagli uffici di studi economici e relazioni esterne dell’Eni, basato sulla formulazione di solide argomentazioni a sostegno delle posizioni espresse dall’ente petrolifero nazionale e della prospettiva culturale che orientava i rapporti internazionali del gruppo. Ispirata da intellettuali del calibro di Marcello Boldrini e Giorgio Fuà, questa visione si faceva portatrice di un contributo originale, in grado di sfidare sul terreno della proposta economica e culturale anche le posizioni che animavano l’arena politica e il confronto accademico (Lavista 2017).

Parimenti significativo era l’apporto fornito dagli uffici studi Iri, la cui attività gravitava attorno alla personalità di riferimento culturale dell’ente, Pasquale Saraceno, che ne fece un centro di elaborazione delle idee tra i più autorevoli della stagione della programmazione. Legata alla centralità della questione meridionale, tale riflessione si snodava nell’ambito di un quadro di riferimento in continuo confronto con le altre realtà arretrate del bacino mediterraneo e in connessione con i maggiori organi della cooperazione economica europea e mondiale.

Dalla Formula Mattei al Piano Mattei

A partire dagli anni Settanta, i gravi effetti legati alle crisi energetiche mondiali, al peggioramento della congiuntura internazionale e ai processi di nazionalizzazione delle economie emergenti avviarono un profondo processo di cambiamento dei rapporti tra nazioni industrializzate e Paesi in via di sviluppo. Ciò avvenne in concomitanza con l’avvio di una stagione di rinnovata vitalità dei trattati di cooperazione tecnico-culturale promossi dall’Italia, rispetto ai quali le soluzioni collaborative introdotte da Iri ed Eni rappresentavano un tratto ormai distintivo dell’approccio nazionale alle relazioni economiche post-coloniali. Esse offrivano, come affermava papa Paolo VI in un discorso indirizzato ai corsisti Iri, un quadro «assai consolante», un chiaro esempio di «effettiva collaborazione internazionale per la promozione dell’umano progresso. […] Voi sapete quanto la Chiesa incoraggi e sostenga questo intento» (Discorso ai membri dell’Istituto per la ricostruzione industriale, 7 dicembre 1972).

La funzione di agente modernizzatore a favore delle realtà in via di sviluppo si confermò in particolare uno dei pilastri della strategia africana dell’Eni, che grazie alle capacità di adattamento e tenuta della formula cooperativa introdotta da Mattei riuscì a salvaguardare la sua presenza nel continente anche nei decenni successivi. Non a caso, l’eredità di tale formula viene richiamata ancora oggi tra i motivi ispiratori della politica economica italiana verso l’Africa, con l’intento dichiarato di coniugare gli obiettivi di sostenibilità della crescita nazionale con il coinvolgimento delle nazioni africane in un paradigma di sviluppo condiviso, evitando «interventi preconfezionati» o «progetti dall’alto», al fine di superare «la tradizionale visione ‘donatore/beneficiario’ […] improntata più ad un approccio caritatevole che ad un reale intento di cooperazione» (Presidenza del Consiglio dei Ministri, Piano Mattei per l’Africa, 2024, 4).

Spunti di riflessione

Dopo aver sollevato interesse entro e fuori i confini nazionali per originalità di approccio e sagacia di propositi, nel suo iniziale dispiegamento il Piano Mattei ha tuttavia evidenziato importanti criticità sul piano realizzativo. Tra queste, le presunte lacune informative riscontrabili nella fase progettuale del Piano, in parte dovute alla mancata consultazione delle nazioni africane in merito agli interventi da ritenersi prioritari, mentre alcuni osservatori hanno sottolineato l’invarianza degli stanziamenti effettivi finora destinati alle iniziative di cooperazione. Queste non sarebbero peraltro supportate da risorse umane adeguate in termini quali-quantitativi all’implementazione del programma, rendendo perciò auspicabile l’aggiornamento dei vari progetti e una rinnovata valutazione di opportunità e realizzabilità dei singoli interventi.

Al di là delle formali dichiarazioni d’intenti e dei pur legittimi obiettivi di marketing politico, è però sugli effettivi contenuti realizzativi del Piano che deve indirizzarsi l’attento giudizio dell’opinione pubblica, degli esperti e degli stakeholder. In tal senso, rilevanti elementi di incertezza riguardano ancora, tra gli altri, aspetti cruciali come la chiara definizione degli interventi oggetto di finanziamento, delle loro finalità specifiche e del relativo stato di avanzamento, così come delle modalità concepite per suscitare e supportare nel tempo il coinvolgimento concreto di operatori e governi africani, senza dimenticare l’individuazione trasparente delle regole di accesso e partecipazione al programma da parte di aziende, associazioni e altri soggetti privati o pubblici.

Spostandosi ulteriormente dall’analisi storica alla lettura della situazione odierna, qualche possibile spiraglio di miglioramento può d’altra parte intravedersi nei primi segnali di fattivo apprezzamento e interesse, sia di parte africana che delle istituzioni europee, per le responsabilità di mediazione e di dialogo che l’Italia intende assumere nelle relazioni tra le due sponde del Mediterraneo. Inoltre – e non si possono a riguardo trascurare le costanti sollecitazioni provenienti dall’attenzione riservata ai temi dello sviluppo e ai rapporti di solidarietà internazionale da parte della Chiesa e degli insegnamenti pontifici – alcuni sintomi di ripresa sembrano peraltro potersi ravvisare anche in merito agli sforzi per l’adozione di adeguati strumenti di risoluzione della grave questione del debito che opprime i Paesi dell’Africa.

Visto in tale prospettiva, e pur nella consapevolezza del mutare dei tempi e degli scenari, l’apporto fornito dall’analisi storica coadiuvata dall’evolversi del Magistero sulle dinamiche dello sviluppo può contribuire a gettare nuova luce sull’eredità attuale delle esperienze del passato, aiutando a decifrare la scelta delle vie da percorrere verso la realizzazione di un sistema relazionale equo e solidale tra Nord e Sud del mondo, in grado di venire incontro in maniera finalmente efficace alle inderogabili aspettative di un cammino di progresso sostenibile e condiviso.


Bibliografia
• Bocci M. (a cura di) (2017), Cultura in azione. L’Eni e l’Università Cattolica per lo sviluppo dei popoli, Vita e pensiero.
• Borruso P. (a cura di) (2015), L’Italia in Africa. Le nuove strategie di una politica postcoloniale, Wolters Kluwer.
• Calandri E. (2013), Prima della globalizzazione. L’Italia, la cooperazione allo sviluppo e la guerra fredda 1955-1995, Cedam.
• Lavista F. (2017), Analisi economica, politica estera e sviluppo. Giorgio Fuà, l’ufficio studi dell’Eni e la governance delle partecipazioni statali, Il Mulino.
• Romano M. (2023), Impresa pubblica, internazionalizzazione e rapporti con i Paesi in via di sviluppo. Il caso Iri (anni Sessanta - inizio Settanta), «Contemporanea», 1, 61-89.


Autore
Maurizio Romano, Università Pegaso (maurizio.romano@unipegaso.it)